Archivio | ottobre, 2015

La Caccia: Le Quattro Giornate di Napoli

19 Ott

Voci. Lontane. Lontanissime. Più che voci, una sorta di nenia, di mantra, ma come cazzo si chiama? Pensa Salvatore, detto: “Seccosecco”, mentre cerca di abituarsi a starsene chiuso dentro la villa bunker del suo capo. Che ci faccio qui? Si domanda giocherellando con la pistola. Altre voci, concitate questa volta, dall’interno. Probabilmente la cucina. Scarseggiano i viveri, e sti cazzoni mangiano, bevono,  litigano pure. Mentre il suo capo è chiuso nel suo nascondiglio. Non chiude occhio. Spia tutto guardando i video che mandano le immagini dalle strade della sua città. Perlomeno quelle più vicine al suo rifugio.

Te lo ricordi quanto era forte e cazzuto, Don Ciro? Ti ricordi che bastava nulla, che starnutisse tipo, e il diavolo in persona, si proprio lui, il re degli inferi, si cacava sotto come niente? Bei ricordi quelli. Imperatore di un impero formato da fedelissimi assassini, spacciatori, lacché di ogni tipo e ceto sociale, e da sto popolo di fifoni, mica dicevano nulla eh; Lui pretendeva i soldi dai negozianti e quelli li davano, lui voleva una ragazzina vista in strada e quella era suo. Tutto era suo.

Rispettato e temuto. Così voleva diventare Salvatore. Altro che “seccosecco”, altro che i bulli a scuola, altro che finire come suo padre: operaio all’italsider e poi una pedata nel culo. Ma isso era un uomo dabbene. Chi se ne frega! Quando per strada c’è gente che spende in un’ora lo stipendio di quel fesso di padre che si ritrova.

Don Ciro bello ed elegante, Don Ciro che fa cacare il diavolo nei pantaloni, se vuole, e se il diavolo tiene i pantaloni, che non si sa mai.

Salvatore se li ricorda bene quei giorni. Il ricordo è interrotto da qualche rumore in sottofondo, lontano. Tipo petardi, ma lui sa benissimo che non c’entrano un cazzo né i petardi, né la bomba maradona, né i fuochi d’artificio.  Se li immagina quelli: stanno fermi, zitti, immobili. Ti fissano. E basta. Allora tu metti in scena il tuo teatrino: urli, insulti, fai il gradasso. Tutto il repertorio che tanto li spaventa. Spari anche. Qualcuno cade. Allora gli altri lo prendono e lo portano via. Dove non si sa. E subito il suo posto è preso da qualcun altro.  Fermi, zitti, ti fissano. E allora che fai? Spari, spari, spari! Quelli cadono, quelli sono sostituiti da altri. Piano piano la tracotanza viene a mancare, come i proiettili a disposizione. Ti accorgi, come se ne sono accorti i suoi amici, che sei circondato. “Hanno fatto le barricate a Spaccanapoli ! Le barricate!” E ci buttavano addosso benzina, acido, molotov! Di tutto! Credete a me!” Dice Giuliano, un luogotenente che pure lui faceva cacare addosso il diavolo. Tiene un tantinello di problemi intestinali, sto diavolo! E che avrà mai! Cose da pazzi!

Ora se le barricate ci fossero, Salvatore non le ricorda. Forse a Spaccanapoli, ma lì in quel posto, forse no. Però sa, perché l’ha sentito dire dall’unico sopravvissuto di quella mattanza, cosa era successo dopo. Che quella folla, sempre più numerosa e compatta, si era avvicinata, silenziosa e senza fretta alcuna, a quei poveri guaglioni, i quali senza armi a disposizione e in numero nettamente inferiore, non sapevano più come uscire da quel guaio. Un esercito di malamente, prossimi alla disfatta  e con intenzione di disertare quella guerra che si metteva assai male per loro.

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“E niente, poi si sono avventati come pitbull contro di noi. Un casino, che nemmeno immagini! Mi sentivo strattonare, afferrare, graffiare, e sentivo le urla dei miei amici. Mai sentito urlare gente in quel modo. Oh, madonna! Non fatemi pensare!” Così quel povero ragazzo si mette a piangere quando pensa a quello che aveva passato. E al miracolo di San Gennaro che lo aveva fatto uscire sano e salvo.

Dice che furono : mani, sguardi cattivi, denti sani e guasti, veri e falsi come la merce che si vendono alle bancarelle. Che ti afferravano, laceravano, e unghie che graffiano, che squarciano. Pure i piedi. Chi cadeva veniva calpestato a morte. Le teste tipo meloni maturi lanciati da un terrazzo. Poltiglia e basta.

” E a te cosa è successo?” Chiede quel ragazzo a Salvatore.

“Io ero felice. Dopo non so quanti mesi a portare pacchi, ambasciate, e altre cose piccole piccole, finalmente mi dicono che devo seguire Gigi  lo sai chi era, no? Lui, proprio lui. Il terrore di tutti i commercianti del centro. Lo vedevi: quasi due metri di uomo, forte assai. Ti inceneriva solo con un’occhiata. Facevamo quasi ridere insieme: lui grande e grosso, io piccolo magro…Seccosecco, come mi chiamano a me. Vabbuò, facciamo un po’ gli splendidi in giro. Si fischia alle ragazze, si fa un po’ i duri con i ragazzini. Cose così. Arriviamo a sto negozio. Non ti dico quale è, perché non tiene importanza. Tu però devi sapere una cosa: io ero felicissimo. Annarella mia bella, aveva appena avuto un altro figlio. Che abbiamo chiamato Lollo, come il cantante…” Vedendo che l’altro non dice nulla, Salvatore spazientito, sbotta: “Lollo Love, il cantante! Cuoricina non la sai?” L’altro, come se lo avessero appena svegliato da un brutto incubo, sorride e si mette a cantare insieme a Salvatore.

“Oh, ti stavo dicendo; abbiamo tre figli. Uno è mongolo. Non come quello là…Gengis Khan, ma come ..Sai i mongoloidi,no? Che io pure mi arrabbiai con mia moglie! Ma come un uomo come me? Che tiene le palle di Rocco Siffredi e lo sperma migliore di Napoli, tiene sto figlio qui?Mi arrabbiai assai. Però, devo dire che mi son ripreso. Si, alla fine è sempre figlio a me, che devo dirti? Quindi: ero felice. Un passo in avanti importante eh!  Magari avrei pure preso il posto di quel scimmione del cazzo di Gigi. Per carità, pace all’anima sua, ma era un pallone gonfiato. Un emerito strunz e infatti fece la fine dello stronzo. Entriamo in questo negozio. Lui fa tutto il suo teatrino, i suoi numeri. E si vede che i numeri di Gigi, non piacevano al vecchio titolare di quel negozio. Si vede che li aveva visti tante volte quei numeri. Li avrà pure giocati al lotto e non ci ha vinto un cazzo. Così si è incazzato e sai che ha fatto?No?Oh dico a te!” Salvatore, a quel punto, da una spinta al ragazzo, che come lui stava seduto sul pavimento del soggiorno della villa bunker, e quello scivola con la schiena lungo la parete,adagiandosi sul lato destro. Morto. Nemmeno come erano andate le cose, ha voluto sentire

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“Si, si, i soldi. Mo ve li porto” Ecco cosa dice il vecchio e si reca  nel retro bottega, a prendere i soldi. Non passa nemmeno tanto, che eccolo ritornare. Le mani dietro la schiena, se ne sta immobile davanti a Gigi e a Salvatore, Fermo, immobile, con una faccia piatta. Senza espressione alcuna. Tanto che Gigi spazientito da quel comportamento, si avvicina per dargli un manrovescio da rimettergli tutti i denti apposto.

Poi succede. Salvatore sente qualcosa che pizzica e brucia sulla sua guancia sinistra. Il dolore aumenta respira anche un odore forte, dolciastro, nauseabondo. Carne bruciacchiata. Ma chi cazzo sta facendo una grigliata e fatta così male, in quel posto e a quell’ora? Poi comprende. Vede quello che tiene in mano il vecchio .  Un flacone, di quelli comuni, usati anche per le medicine, pieno di acido. Gigi , a terra, urla: “Occhi..” Fosse solo quello il problema che tiene. Quello è nulla! La risata del vecchio, ecco quale è il problema !. Non ha nulla di normale. C’è una cantilena, uno sfotto,  qualcosa di sinistro. E rimane immobile. Non si era minimamente avvicinato a Salvatore. Però lo fissa. E ride

Salvatore prende la pistola e spara. Il vecchio casca come un sacco di patate. Senza un lamento, senza nulla. Gigi si lamenta. Frigna. Una femminuccia. Salvatore non ci vede più e urlando parole degne del lord che isso è, lo riempie di piombo. Seccosecco non ha avuto paura del vecchio, Seccosecco si è preso il posto di quel femminiello di Gigi. Una cazzata e bella buona, solo ora, mentre cerca di capire cosa stia facendo la gente nelle strade limitrofe alla villa, si rende conto di cosa ha fatto. Sarebbe finita male per lui. Altro che soldi. Altro che bella vita per lui e la sua Annarella. Che fine avrà fatto? E i loro figli? Sa che quegli infami erano entrati in tutte le case. Non solo quelle degli uomini di Don Ciro, ma anche di altre famiglie, clan, e…. Povere donne, poveri bambini! Le bestie sono migliori di quei disgraziati!

Napoli ha preso fuoco. Case,macchine, uomini.  Si narra che un gruppo di uomini ben armato si era trovato ad affrontare quel nemico invisibile, insidioso. Che senti perché ridacchia, sfotte, sussurra il tuo nome, E poi sei fregato. Cosi quegli uomini ben armati, che volevano dare una lezione agli insorti, si erano trovati a sparire uno alla volta, Passavano davanti a un classico basso di Napoli, e mani veloci li agguantavano. Partendo dall’ultimo del gruppo e così tutti erano scomparsi. L’ultimo si era girato e non aveva trovato più i suoi compagni. Ma quelli che tenevano in mano le teste dei suoi poveri amici. Come quelli dell’Isis! Poi anche la sua testa venne esposta in piazza Plebiscito. Con tantissime altre

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Voci, bestemmie, concitazione. Salvatore sente i suoi amici, colleghi, parlottare nervosamente.  Qualcuno insiste per far la fine dell’eroe di sto cazzo, altri – più diplomatici- pensano che possa bastare del denaro.

“Ma quale denaro! Non li vedi quelli? Se ne fottono del tuo denaro! Non sono nemmeno umani, ma che è successo? La lega nord ha avvelenato l’aria di Napoli?”Domanda lo Sfregiato. Nessuno risponde alla sua domanda.

“Io non ce la faccio più! Sono due settimane che non ho notizie della mia famiglia! Il piccolo compie un anno proprio oggi! Bello di papà! Dovreste veder..” Giuseppe non riesce  a trattenere le lacrime e cadendo in ginocchio si mette a piangere, roba che nemmeno un vitello portato al macello

Portato al macello.

Ecco cosa sono diventati: animali da macello. Salvatore guarda gli schermi: le vie vicine alla villa-bunker,  il giardino, le stanze. Là fuori, la folla aumenta: zitta, immobile, fissa-Dentro invece scoppia l’inferno. Tutti hanno paura. Lui li osserva con schifo malcelato, quasi peggio di quel comunista e onesto uomo di suo padre, costoro che tanto si danno arie di uomini d’onore, mo che fanno? Stanno a chiagnere come femminucce.  Eccoli, guardali: i “tengo famiglia”, i “dobbiamo trattare”, guardali lì! E Don Ciro? Peggio di tutti! Al sicuro, chiuso nel suo rifugio . Omoemmerda tra gli scurnacchiati di questa città.

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“Si muovono! Managgiacristo! Si stanno muovendo”Urla lo Sfregiato, indicando i monitor

Avanzano. Silenziosi. A piccoli passi. Poi si vedono le mani aggrapparsi al cancello d’entrata. Strattonano il cancello Con calma, con ostentata e diabolica calma.

“Chiamiamo la polizia!Ma come siamo cittadini e quelli non ..” Alcuni colpi di arma da fuoco zittiscono il deficiente che voleva chiamare la polizia.

Poi l’atmosfera, diventa di ghiaccio. Pesante, snervante. Si guardano tra di loro, negli occhi. Salvatore pensa alle sue criature, alla sua Annarella, teneva o’ core din’t e zucchero per lei. Che fine hanno fatto? Di voce in voce, di orecchio in orecchio, le notizie non sono buone. Li stanno eliminando tutti, fino alla settima generazione. Ma perché? Cosa c’entrano le creature piccirelle? Le guaglione belle belle? Perché?

Salvatore sente rabbia e paura pompar forte nel corpo.

 

Rumori. Prima leggeri, poi sempre più forti. Portano disgrazie e morte.

” E mo? Che succede?” Domanda uno dei luogotenenti di Don Ciro

Nulla: è  solo arrivata l’apocalisse in coppa all’inferno dei mo so cazzi tua!

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“Di qui! Di qui! Fate presto! ” Vito, è sporco di sangue e a fatica si regge in piedi. Lui è tra i più coraggiosi. Ce l’ha messa tutta per difendere la villa, il clan, Don Ciro. Durante lo scontro violentissimo con quegli assatanati succede di tutto. Qualcuno muore invocando pietà, e loro lo schifano  assai, altri con onore, combattendo.

“Escono dalle fottute pareti!” A Salvatore era venuto in mente questa frase. Mentre spara in testa a quelli .

Essi non cadono facilmente,avanzano compatti. Non emettono altro suono che non sia quella risatina soffocata, infantile e crudele, da far accapponare la pelle e ghiacciare il sangue nelle vene.

“Usiamo le bombe!!!” Urla Yanez, il braccio destro di Don Ciro. Indica una piastrella nel pavimento del lungo corridoio dove loro stanno facendo la fine del topo.

Bestemmiando, con le mani che tremano, il cuore che esplode nel petto, i pochi sopravvissuti cominciano a prender le granate, e a lanciarle alla cieca contro quella folla, gli occhi spiritati, il ghigno malefico.

Corpi a brandelli, esseri con arti amputati, teste squarciate, che si trascinano per prenderti e portarti all’inferno

Salvatore a un certo punto non ce la fa più e scoppia in un pianto senza fine. non possono vincerli, non è possibile!  Yanez lo schiaffeggia, urlandogli disperate parole di coraggio

Lui non ascolta le parole dell’amico. Il pensiero fisso e martellante è rivolto ai figli, alla sua Annarella. Cosa avranno fatto a loro? Cosa ha scatenato tutto questo inferno?

I suoi bambini e il suo unico e grande amore, sono vittime causate da quelli come lui, che per decenni hanno soggiogato un grande popolo. Li hanno resi esseri disumani, assetati di sangue. Quello dei loro vecchi aguzzini. Ora vede bene i volti da ragazzini impauriti e abbandonati dei suoi amici. Sono solo esseri umani fatti di sangue, carne, ossa e paura.

Tanta paura. Li vede cadere sotto le mani, i piedi, i colpi di bastoni inferti da altri volti umani,pure essi fatti di carne, ossa, sangue, speranze, amore e paura.

E Don Ciro? Dove stava quel pezzo di merda? Salvatore vede le chiavi della stanza- bunker , ce le ha  Yanez. Talmente invincibile pensa di esser quello stronzo che se le porta a presso.Lui non sarebbe mica morto come gli altri, ma stiamo pazziando?  No! Lui sarebbe rimasto vivo. A Yanez niescìuno lo faceva secco!

Salvatore, disperato e prossimo alla fine,  punta la pistola contro la testa del braccio destro di Don Ciro. Meglio lui che gli altri. I singhiozzi si fanno più violenti e incontrollabili. Mormora “scusa”, non vorrebbe sparare a Yanez, ma deve prender quelle chiavi e tirare fuori quel vigliacco di Don Ciro dal suo nascondiglio. Un capo che si nasconde quando le cose vanno male, quando i suoi uomini vengono sterminati a decine, che uomo è?

Sal preme il grilletto

La testa di Yanez esplode in mille pezzi. Una morte veloce e cristiana, pensa il ragazzo, mentre afferra veloce le chiavi del bunker.

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L’inferno avanza. Colpi di pistola, raffica di mitra, esplosioni, sta venendo giù tutto il cielo e l’universo, maronna o’ carmine!

Salvatore se ne frega.  Pensa solo ai figli, e ad Annarella. Fosse stato come suo padre, ora sarebbe in mezzo a quella folla. Lui, le sue creature, e la sua amatissima moglie. Avrebbero poi festeggiato e magari ci scappa pure un altro figlio. Non  male esser padri, pensa il ragazzo.

Eccola la stanza-bunker. Dove sta il boss dei boss, quello che fa cacare sotto tutti, quello che è uomo di onore, di rispetto, dove è ora? Chiuso da vigliacco in questa sua stanza. Da solo. Uomini valorosi sono morti per difenderlo. Vecchi e inseparabili amici.  Lui ha pensato solo a sé. Alla sua vita

Il giovane infila la chiave nella serratura e apre la porta

“Don..” Salvatore non finisce la frase. Avverte un bruciore, da qualche parte nel suo corpo. Una parte sicuramente vitale, sente colare il sangue

Si rende conto che deve rivolgere un ultimo pensiero alla sua Annarella. Non ce ne sarebbero stati altri. Non più

Lo vede ora : o malamente, o strunz! Un ometto insignificante, che si caca sotto. Come hanno fatto tutti loro. Anche quelli che, fino all’ultimo, hanno finto onore e dignità

Salvatore spara. Pochi colpi , che rimbombano tra le pareti della stanza- bunker. Don Ciro cade a terra. Ferito gravemente alle gambe

“No, no, per carità…”E parla ancora, sto infame !. Pretende da lui una cosa che aveva negato a tutti, pure ai piccerilli! La pietà

Salvatore lo prende, lo afferra e con immensa fatica lo trascina fuori dal suo rifugio.

Tra poco loro sarebbero arrivati. E avrebbero trovato Don Ciro. Zoppicando e attaccandosi alle pareti per non cadere, Salvatore entra nella stanza-bunker e si chiude dentro.

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Alla fine lo hannoo trovato. Salvatore ascolta per un po’, poi lo spettacolo diventa troppo cruento.  Don Ciro urla in un modo…Poi era arrivato il silenzio.

Sono là fuori. Sanno che lui si rifugia in quel buco. Aspettano. Bisbigliano

Salvatore…”

Come fanno a conoscere il suo nome? Chi se ne frega. Ormai è tutto finito

Con fatica, il ragazzo estrae dal portafogli la foto della moglie.

Quanto è bella! E quanto sarebbe stata bella la vita se l’avessero vissuta diversamente

Se..

Ridendo e piangendo, sentendo una sottile e dolcissima malinconia che gli prende l’anima, Salvatore si punta la pistola alla tempia.

“Annarella..”

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