Archivio | giugno, 2015

Una malattia chiamata felicità

23 Giu

A sessantotto anni, mio padre si ammalò gravemente di buon umore.

Tutto ebbe inizio una mattina, una delle solite mattine piovose, tipiche della nostra terra. Quella famosa mattina mio padre, svegliandosi, sorrise a mia madre augurandole una buona e felice giornata. Come se non bastasse aggiunge pure un azzardato e impudico :” Amore mio” Mia madre rimase sconvolta e scossa per tutta la giornata.

“Questo è matto! Mi sveglia per augurarmi buona giornata . Mi dice amore mio, ma che sarà mai!” Borbottò tra sé e s sé mia madre. La cosa, per quanto pittoresca, venne immediatamente sommersa dalle mille attività che noi nordici subiamo passivamente nella nostra vita. Io e mia sorella andammo al lavoro, mia madre si occupò forsennatamente della casa e di controllare i vicini di casa, vabbè che sono qui da noi da venticinque anni: ” Ma sai come sono quelli!”. E mio padre?

Contrariamente quanto fatto negli ultimi tempi, cioè dopo la pensione, non si recò ” a dar una mano” al vecchio signor Lissone e alla sacra causa della produzione di materiale ferroso. Antiquatamente ferroso, come pensavano pure i figlioli del vecchiaccio, ma per costui ai figli fece malissimo l’università e gli studi ingegneristici.

“Pezzi di carta! Roba da intellettuali che non fanno un cazzo! Va io cosa ho fatto da solo!” Tenete conto ottantacinque anni di vita così. Pavoneggiandosi di esser più ignorante dell’ignoranza, più avido del mercante di venezia, un piccolo uomo vissuto per il danaro, ma senza spender nemmeno un euro in caffè al bar. Lui, la sua brama di ricchezza, la sua fabbrichetta,e basta. Non vide mai un mare, “roba da terroni”, non vide mai un monte, “roba da tedeschi che ci trattano da pezzenti”, non vide nulla. Questo individuo per decenni fu l’eroe di mio padre.

Il quale dopo una vita da operaio in quella fabbrica, raggiunta la pensione, ci andò ancora per altri anni. Lavorando allegramente in nero, felicissimo che il suo principale gli dicesse ” Te si che sei un gran lavoratore! Mica sti neghèr dell’ostia!”

Nemmeno il nostro cane ebbe un amore così profondo e ridicolo per il suo mediocre padrone.

Sicché giungemmo alla fatidica mattina: mio padre alzandosi sorrise a mia madre e – cosa che impressionò tantissimo tutti noi- si sedette sul balcone con un vecchio libro, una copia logora de Il Corsaro Nero, fuori sul balcone.

“Ma non vai al lavoro?”Azzardò mia madre

“Perché? Sono in pensione. Ho di meglio da fare” Rispose mio padre

“Ma…Cosa? Cosa hai di meglio da fare?

“Leggere, per iniziare. Poi prendere quella vecchia sdraio in cantina e mettermi qui a prendere il sole. Una volta tanto che si degna di passare da queste parti. Poi prendere il treno e andar a Firenze. Un’ora e quaranta con le frecce rosse. Oppure dormire sulla sdraio e ascoltare un po’ di musica” Spiegò calmo mio padre. Poi ci guardò e ci sorrise. La prima volta in trenta anni di vita che lo vedemmo sorridere

“E voglio conoscere questi due ragazzi. I miei figli” Lucia mi disse , successivamente, che mio padre ebbe gli occhi lucidi mentre ci disse codeste cose.

Il telefono squillò. Mia madre si mise a lagnarsi piagnucolando, ripetendo come un mantra: “Che dico ora al signor Lissone? Che dico ora?” Dalle mie parti venerano e temono solo due cose: Dio e il ricco di paese.

“Passalo a me” Ordinò mio padre. Così lo vedemmo prendere la cornetta, sorridere allegramente e dire con un tono di voce assai gioioso: ” Uela, sciur Lissone! Va che oggi non vengo al lavoro. Avendo finito anni fa! Buona giornata. E mi raccomando : goditi un po’ i soldi che hai fatto, che forse non lo sai, ma sei un vecchio solo che sta sui coglioni a tutti. Ciao bella gioia!” Disse mio padre

Dall’altra parte si udì solo le varianti brianzole delle bestemmie più classiche.  Poi il silenzio

La famiglia fu scossa da codesto evento di sifatta portata. Io e Lucia ci lanciammo un’occhiata divertita, mia madre decise di interpretare la variante locale della piccola Reagan (l’esorcista )

Così quel giorno mio padre passò la giornata sul balcone: a leggere, ascoltare musica, prender il sole e rendersi conto che in casa aveva due esseri umani. E che alla fine trovò pure simpatici.

Le stranezze continuarono anche nei giorni successivi. Partì con una macchina carica di vecchi giocattoli, abiti, e varia oggettistica dimenticata chissà dove e chissà quando. Andò direttamente al campo nomade più vicino e regalò tutto. I bambini festeggiarono, le donne ringraziarono e lui si ubriacò, lui che a detta di tutti non bevve mai in vita sua, con gli uomini del campo. Lo fermarono appena in tempo, prima che rubasse una ruspa per abbattere la casa di un noto razzista locale..

Questo fatto fu chiacchierato assai. Tutto il paese parlò per giorni di quel loro povero concittadino. Diedero la colpa agli zingari, ai gay, ai comunisti. Inspiegabile per loro il suo buon umore, la sua beneficenza senza aver nemmeno – come ringraziamento- il nome stampato sul settimanale locale, o una targa data dal sindaco, o la prima fila davanti all’altare in chiesa. Mio padre passò una settimana intera a ridere e a piangere con i più disperati e meno desiderati esseri della nostra società. Pianse. Si perché imparò a fare anche quello: per gioia, tristezza, commozione.

La gente non seppe come comportarsi quando, senza nessun preavviso, lui pianse al funerale di un vecchio amico. E pianse tantissimo. No, non quel pianto trattenuto, ma quello operistico, devastante, assordante.” Va a Napoli” Disse qualche scemo. ” Bella idea” Rispondemmo in coro io e mio padre, Lucia sorrise. Mia madre mancò poco che chiese al morto se ci fosse stato posto nella sua bara.

E continuò a ridere e a piangere. Con tutti e per tutti. In paese dissero che era un buonista, un pappamolla ingenuo, sopratutto quando in pubblico si mise a difender l’amore. L’importanza di innamorarsi, di aprirsi agli altri,che mica è vero essi vogliono per forza ciularti e truffarti. L’applauso di un centinaio di suoi amici ebbe l’effetto di far rinchiudere nei loro dogmi da teste di cazzo, quegli esseri insignificanti e grigi che popolavano il mio vecchio paese.

Perdigiorno, fannulloni, terroni, negri,comunisti, ecco chi furono per il resto della sua vita, gli amici di mio padre.  Così li videro sempre gli abitanti del mio paese, ma lui ci vide degli esseri umani. Con ottime qualità ed enormi difetti. Ma anche ottime qualità.

Passammo così parecchio tempo con mio padre, ci raccontammo le nostre vite e i nostri progetti. Assaporammo le albe e i tramonti, bevendo e inventando suggestive leggende indiane. Mio padre, infatti, mi disse che quella mattina – la famosa mattina dove sorrise a mia madre- si ricordò che da bambino voleva essere un pellerossa. Sulla via del bisonte.E invece quel bimbo crebbe diventando un ometto impaurito, rancoroso nei confronti dei diversi, ligio al dovere, cioè quello di lavorare, lavorare, lavorare. Quante cose si perse scioccamente. Quante!

Viaggiammo: Firenze, Roma, Napoli. Gustò i sapori dei posti, fece amicizia con altri italiani come lui.E con stranieri di ogni provenienza. La gente di quei posti lo amò immediatamente. E noi fummo orgogliosi.

Perdemmo credibilità, rispetto, consenso e amicizie, più qualche parente, da noi. La malattia di nostro padre ci prese anche a noi. Poveretti! Ci dicevano. Poveretti! E noi a ogni accusa, a ogni faccia costernata per come le nostre vite si fossero rovinate, noi ridemmo sempre in faccia. La risata seppellisce tanti di quei pirla.

Guadagnammo nuove amicizie, amori, storie . Ci arricchimmo così.

Nondimeno alla fine l’ebbero vinta i morti viventi. Mio padre venne ritenuto incapace di intendere e volere. Parlò il sindaco, l’avvocato, il direttore della banca, il prete, il dottore. Tutti dissero che quella sua euforia, quella fiducia nella vita e sopratutto negli altri era una gravissima malattia mentale.

Lo rinchiusero in un manicomio e noi dopo la rabbia,la voglia di combattere,ci arrendemmo. Non del tutto. non fummo mai come loro, ma vivemmo a lungo con loro. Forse perché eravamo come loro.

Mio padre mori vecchio e malandato, su una panchina di una stazione ferroviaria. Amò fino all’ultimo i treni. Vi rimase due o tre giorni. Quella fu la fine che meritò quel folle, come dissero in paese.

Io fui tentato di rispondere, ma mia moglie mi disse di star zitto. Era il mio datore di lavoro che disse quelle cose.

Poi un giorno vedemmo passare per la via del paese una delegazione di zingari, seguita da un folto numero di stranieri, e poi una parata di senza fissa dimora, e gente: il barista di Napoli, il vecchio incontrato per caso a Roma, un pittore di firenze e tanta tanta tanta altra gente. Io corsi fuori dalla ditta dove da anni lavoravo svogliatamente

“Davide dove….” Il titolare non finì la frase. Lo atterrai con un pugno al mento. E scappai fuori. Chiamai Lucia. Lascia perdere, vieni! Devi vedere!

Dieci minuti dopo io e mia sorella,tenendoci per mano, sorridendo,ridendo e piangendo, vedemmo passare quel corteo di varia e viva umanità. Procedevano e circondavano alcuni di loro che portavano a spalla una sorta di trono.

Seduto sopra, sistemato come se fosse vivo, sorridente , c’era mio padre.

Quella gente per quel giorno portò in giro come fosse un re, un uomo qualunque. Lo fecero per la gioia, la felicità, l’affetto e l’attenzione che egli ebbe per loro. Umano tra gli umani

“Ma cosa fanno quelli?Non sono normali! Sono malati!” Borbottò sprezzante un tizio

“Si, ha ragione. Sono, siamo, malati. La nostra malattia si chiama :felicità” Disse sorridendo Lucia.

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