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Tre lettere

22 Feb

La lettera rimase sul tavolo in cucina, per quattro, lunghi anni. Forse cinque? No, ora che mi fai pensare meglio: dieci.

Cristo santo, dieci anni su quel tavolo. Nel mezzo, come se fosse un..come si chiama? Quella cosa spesso… No, non so nemmeno che materiale usino per farli: il centro tavola! Il centrino! Ecco, si quella lettera divenne il centrino, o centro tavola di casa nostra.

Il 23 dicembre, di dieci anni fa.  Io avevo undici anni, mi sveglio per andare in bagno, e passando davanti al salone, noto che mio padre era immobile, davanti al tavolo della cucina.

Vedevo solo la sua nuca, le spalle, la schiena. Lui era alto e robusto, aveva quel modo di camminare, che pareva il re del mondo. Mi piacevano i suoi racconti di bevute, risse, e poi c’era sempre qualche amico messo male e lui lo aiutava sempre. Una volta ha dato tutto lo stipendio, che aveva preso in nero spaccandosi la schiena e le mani in un cantiere di merda, gestito da un tipo che poi, in quel cantiere, sarebbe finito a far il fossile dentro il cemento. Insomma, c’era questo suo amico, non aveva più un soldo e rischiava lo sfratto, non era giovanissimo, sai? Così lui prende quei soldi e li dà tutti a questo disgraziato. Il quale, prende un treno per la Liguria, affitta un cazzo di smoking, o uno di quei vestiti tanto eleganti, sai? Uno di quelli, insomma! E perde tutto al casinò di Sanremo.

Mia madre , ti dirò la comprendo, è andata su tutte le furie!  Le sembrava già un miracolo che mio padre avesse trovato lavoro, era già felice che ci sarebbe stato un secondo stipendio e invece..Però, per quanto abbia ragione mia madre, è giusto svilire un gesto così generoso? Cioè, oggi viviamo ossessionati dal lavoro. A esso dedichiamo due volte la vita: come Francesco, un mio amico di Facebook, morto nella fabbrica in cui lavorava. Oppure dedicandogli la vita. I nostri giorni migliori, le stagioni più calde, per cosa? Far diventare ricco gente vestita di merda, con delle facce troppo abbronzate o sogghignanti. Il peggio è quando giudicano.. Ora ti dico questo: mio padre, per quanto fosse un lavoratore mediocre, uno a cui non affideresti mai un ruolo decisivo all’interno della tua azienda, era una persona meravigliosa. Quando non beveva, o mi diceva: ” Dai, non ti preoccupare! Tanto il nostro spettacolo finisce in fretta e non ci sono repliche” Parlava della sua vita.

Questa frase la ripeteva spesso. Dopo che mamma ci ha lasciati.

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Ti stavo dicendo che era immobile, in cucina.. La lettera in mano, in pigiama.  Il suo pigiama preferito: regalo di Natale della mamma. Non di quel Natale, mi par chiaro. Lui ci teneva tanto. Mio padre, ecco: non capiva un cazzo di vestiti e robe simili. Si era messo in testa che H&M fosse un marchio che ” Armani spostati, va!” Capisci?  Lo adorava così tanto che negli ultimi tempi, poco prima che la mamma ci lasciasse, lo indossava sempre.

Non cercava più lavoro. Doveva scrivere, dalle 9,20 alle 13,20, ma non lo faceva quasi mai. Si perdeva in giro. Amava tantissimo fare una cosa: lasciare commenti sessisti, razzisti, omofobi, sulla pagina di un giornalista con idee progressiste. Vuoi sapere se mio padre fosse un fascista? Un reazionario? No, peggio : era un italiano. Nel senso che per lui tutto era gioco e niente era serio. Lo annoiavano le chiacchiere scritte o anche ascoltate dalla tv, di tutta questa gente che è normale questo, giusto quel altro, perché invece di dire abbiamo un cazzo di problema, chiediamo diritti, no? Che ci vuole? Cosa ci costa?

“Noi non abbiamo diritti” Mi diceva questo mio padre. Perché maschi, bianchi, etero, ma sopratutto proletari. O comunque non ricchi abbastanza.

Lui diceva queste cose, stando tutto il tempo in pigiama. Ormai una seconda pelle, sai? A volte piangeva, così di botto. Si gettava per terra e colpiva il pavimento oppure rompeva qualcosa.

Un giorno, era la festa del papà, gli ho portato un disegno (se controlli la mia cartella vecchia quella che ha fatto l’altro dottore vedrai quanti disegni)  ci avevo messo un paio di mesi, avevo fatto anche una piccola cornice, il vetro me l’ha dato lo zio Marco, fratello di mia madre, lui ci ha sempre voluto bene, anche se ha un carattere troppo timido e maldestro, lui sta bene solo dentro la sua fabbrica. Mio padre , ai tempi, lo voleva ammazzare: il gran lavoratore tanto apprezzato da quella famiglia di coglioni che aveva ricevuto in dote da mia madre, ma a esser sinceri, lo zio Marco, era tanto ben voluto anche dalla famiglia di mio padre.

Insomma, gli porto questo disegno: c’era lui in pigiama che svettava sulla cima di una montagna, sotto di essa c’era il nostro pianeta: Il mio re del mondo. Si chiamava cos’, perché, per me, mio padre era davvero un Re.

Lui lo prese e lo fece a pezzi. Io piansi e lui fece il gesto di tirarmi un pugno, ma poi si fermò. E cominciò a colpirsi da solo. Non so quanto tempo siamo andati avanti. Lui si prendeva a pugni, io a gridargli..Che vuoi dica un ragazzino? Non ricordo più.

“Non sono un re! Io faccio schifo! ” Continuava a dire quelle cose. Sì, lui faceva schifo a molte persone, ma non a me. Ok, i miei amici avevano padri che lavoravano, le loro madri stavano in casa, e facevano le vacanze, tutte quelle cose lì. Noi no.

Però, quando lui era di buon umore, ci divertivamo davvero tanto. Vedevamo tre o quattro film  e bevevamo cioccolata calda, inventavamo canzoni idiote, che cantavamo imitando malissimo quel coro di sardi..Hai presente? Lui mi dedicava poesie. Si, perché non te l’ho ancora detto, ma mio padre era un ottimo poeta, tanto quanto era anche un gran bevitore.

Andava in un bar, nel quartiere Shangai, passava la notte con altri come lui. Lo amavano tutti in quel posto. Mi diceva che conosceva Bobo Rondelli, e che lui l’avrebbe presentato a Paolo Virzì. Non era vero. Come, del resto, nulla era vero nella sua vita.

Io credo che molti vivano bene perché sono logici. Anche per quanto riguarda l’amore: un complimento, un regalo, una cena, le date importanti. Nello stesso modo stanno male: gli affari che vanno male, un litigio, insomma cose normali.

A casa mia non era mai così. Quando mangiavo tenevo sempre sotto controllo il mignolo della mano sinistra di mio padre.Quando cominciava a tamburellare, erano davvero casini.

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Potrei definirlo un tipo vulcanico, o esplosivo. Nel bene e nel male. Non aveva mai mezze misure, non riuscivi mai a inquadrarlo..  Scriveva cose orribili contro gli africani, ma al suo funerale, la chiesa era piena di uomini del Ghana e di quei posti lì. Tutti colle lacrime agli occhi. Dicevano che lui pagava da bere e mangiare per loro, e stava ore ed ore ad ascoltarli. C’era anche una ragazza poco più grande di me, mi disse che mio padre per tutto un lungo e gelido inverno, ogni mattina gli portava una cioccolata calda da bere, e poi coperte. Lei ci tenne a precisare che rifiutò di far sesso con ella, si era convinta che tutti quei piaceri fossero per motivi sessuali, ma mio padre provava pena ed affetto per lei

Lui amava tutti quelli che erano sconfitti, perdenti.  ” Però non scappano! Come fanno le donne perbene, vero? ”  Mi chiedeva sempre, dopo uno dei suoi racconti sui suoi amici del bar.

Io ho cominciato a lavorare: cameriere, aiuto cuoco, un mese al porto. Tutti quei lavori del cazzo che fanno i giovani, o quelli senza una specifica  qualità. Come sono io.

Sì, sì, i disegni! Ma chi prende sul serio un uomo che dipinge? O un poeta? A tutti viene duro se sentono junior manager in qualche stronzata.. Poi mi dicono che sono depresso e ansioso. Sì, lo sono.

Io sto bene solo quando vado al cimitero, a trovare mio padre. O sto a guardar il mare, sugli scogli, o dalla terrazza Mascagni. Mi piace anche l’acquario.

Mi sarebbe piaciuto esser nato in questa città, invece ci siamo trasferiti che io ero piccolo. Non ho mai imparato a parlare come un livornese, nemmeno a provare odio per Pisa.. D’altronde nemmeno mio padre era nato in questa città, ma quanto l’amava. Un amore troppo grande ed esagerato.

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Il momento peggiore di un funerale, è il dopo. Quando ormai hanno sotterrato la persona che amavi, e le persone se ne vanno. Tornano a casa. Dai loro figli, dai loro padri, fratelli, dalle loro mogli. E tu? Stai fermo in mezzo al salone. Guardi il divano dove aveva passato gran parte della sua vita,  sbirci la sedia ,  la sua preferita, quella che sosteneva la sua gioia o rabbia, quando eravamo a tavola. Vorresti risentire di nuovo la sua voce. O la sua risata.

Invece sei solo. Col pianto che ti esplode nel cuore, ma non sai come si piange. Come liberarti da tutto quel dolore. Per questo motivo sono qui,no?

 

In ogni caso : ho visto la lettera sul tavolo. In dieci e passa anni, non l’ho mai letta. Stava sempre nelle mani di mio padre. La leggeva tutte le mattine. Io non osavo invadere la sua, come chiamarla? Intimità, ma a dir il vero, è non essere in grado di vincere l’imbarazzo, la vergogna, di parlare di certe cose.

 

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Così ho preso quella dannata lettera e mi son messo a leggerla. Ho scoperto, per prima cosa , che non era una lettera ma tre.  Sulla prima c’era scritto, più o meno queste parole

“Amore mio,

mio uomo meraviglioso! Cosa ho fatto per meritare uno come te? Le tue poesie, il tuo esser fuori dal mondo, eppure così romantico, attento e partecipe! Mi fai sentire la regina del mondo. Non vedo l’ora di sposarti, vivere insieme tutta la nostra vita..”

E poi prosegue più o meno su questo tono. La lettera di una donna innamoratissima, di una coppia splendida, che pensava al futuro, a una vita da vivere sempre insieme.

La seconda, mia madre l’ha scritta dopo cinque anni di matrimonio, penso. Non ne sono sicuro

“Amore mio,

tu sei sempre quel uomo meraviglioso che ho sposato quella calda mattina di aprile. Adoro le tue poesie, che mi fai trovare sempre sotto il cuscino, e le tue piccole romanticherie. Però non possiamo vivere solo di questo. La casa ha bisogno di lavori che non possiamo permetterci, tu dici sempre che farai, dirai, ma poi non succede nulla. Non dico che tu non ci metta impegno, forse non abbastanza. Vuoi scrivere, ma non ti vedo mai farlo. Tu devi farti aiutare. Io ci sarò sempre a darti una mano, ma non posso far tutto da sola. Quei tuoi sbalzi d’umore così violenti, il tuo passare giorni sul divano, informati presso l’asl, chiedi aiuto!”

Perché le cose belle durano poco, sai? Questa lettera lo testimonia. Perdiamo la bellezza, la purezza, il sentimento, tutto per una bolletta,  un arco da fare in salotto, il lavoro, che spesso non è nemmeno quello che vogliamo fare.

Però la mamma aveva anche ragione: lei voleva davvero aiutarlo. Come volevo farlo anche io.  Mio padre non ce l’ha mai concesso. Si era rifugiato nel suo dolore, nella sua vita tanto ingiusta e disgraziata, ma non vedeva il bene che gli abbiamo voluto.

E poi, ecco: la terza

“Basta, me ne vado. Ho perso le stagioni calde della mia vita, per congelarmi nel tuo inverno senza fine. Non sei in grado di amare nessuno, solo te stesso e quel tuo dolore, che poi dubito anche della sua esistenza.

Non cercarmi, tanto non lo farai, non voglio più vederti.

Una sola cosa ti chiedo: non scaricare la tua rabbia su nostro figlio.”

L’unica volta che mia madre si è accorta di aver un figlio in casa. Era troppo occupata a salvare il suo uomo, il matrimonio, non so.  Non mi interessa, visto che non si è mai fatta viva.

Comunque, dopo la morte di mio padre, ho preso l’abitudine di leggere, tutte le mattine, queste tre lettere.

Perché sono il ricordo più forte che ho di mio padre, l’unica cosa che mi ha lasciato in eredità. Solo che ho un modo tutto mio di leggerle: parto dalla terza e finisco colla prima. Perché, se non possiamo cambiare la vita reale, possiamo renderla migliore, no? Così io ho la storia di una donna delusa dall’amore che alla fine trova un uomo meraviglioso e speciale e passano tutta la vita insieme, quel tizio è mio padre.

Ok, allora ci rivediamo giovedì prossimo?

la torta

20 Set

La torta! Ecco cosa mancava!

Enrico si colpì la fronte con il palmo della mano,come faceva ogni volta che non rammentava qualcosa. Ultimamente ne dimenticava di cose,pensò se fosse il caso di spaventarsi, ritenne di no. Avrebbe scritto dei piccoli appunti d’ora in poi. Trovò l’idea abbastanza soddisfacente, si complimentò con sé stesso.

Il lavoro, ecco il vero problema! Gli stavano tutti con il fiato sul collo. Nemmeno lo salutavano, quando erano in fila a timbrare il cartellino. Quella lunga fila di uomini in camice blu e le donne di colore verde. C’era chi sbadigliava, chi parlottava, qualche temerario rideva.

Cosa avevano da ridere lo sa la madonna! L’odore delle scatole, del cartone, il movimento delle ruote dei muletti elettrici,  lo scotch per chiudere i cartoni con le magliette contate, pronte per il grande viaggio nei migliori negozi o centri commerciali del paese.  E ora la notizia della probabile chiusura, o quantomeno di un drastico taglio al personale.

Improvvisamente tutti Che Guevara diventarono, lui passò da “comunista di merda”, a “nostro salvatore pensaci tu”. Sorrise pensando a questi ultimi tempi. Ci fu un grosso movimento anche da parte dei grandi capi del sindacato. il loro magazzino era molto noto in città.

Comunque: la torta! Per l’anniversario del loro matrimonio. Claudia. La tristezza per la scomparsa della loro gatta, segnò gli ultimi mesi di sua moglie.Nonché l’idea balzana di suo padre di rifarsi una vita, “fin che mi rimane da respirare”, e a settantasei anni andar a vivere con ” lo zio Anselmo”, così lei chiamò da sempre, l’amico di suo padre, dai tempi che erano giovani cadetti all’accademia militare di Modena. Fu un fulmine a ciel sereno, per la figlia e per la devota e umile moglie.Da sempre spettatrici delle decisioni e scelte del capo famiglia. Due soldati in pensione, poterono dichiarare il loro amore. Taciuto in caserma e fuori.

Insomma tra : lavoro, gatta scomparsa, suocero che lascia la moglie dopo quaranta anni di occupazione militare della vita di costei, non potette certo lamentarsi.

Cominciò a piovere, lui odiava guidar con la pioggia. Girò a lungo per trovare un parcheggio, poi avrebbe proceduto a piedi.

“L’ombrello!” Gli balzò alla mente l’immagine del suo ombrello che riposava nel suo armadietto, in magazzino.

Mentre maledì la sua mancanza di memoria, notò che una fiat panda, lasciava libero un posto . “Colpo di culo!” Rise tra sé e sé. Almeno una cosa positiva!

Scese dalla vettura e si bagnò con le gocce di pioggia , imprecò contro i suoi amici di facebook e i loro post in favore del ritorno di sua Santità: l’inverno.

Enrico non amò mai questa stagione.  Fu sempre uomo di sole, mare, la luce fino alle nove e mezzo di sera. Sua moglie Claudia invece, malinconica come fu da sempre, preferì fin dalla più tenera età, il clima rigido e carico di mestizia della stagione invernale.

Una suoneria, con una canzonetta allora di moda, lo richiamò alla realtà. Enrico lottò goffamente con le tasche dei pantaloni, poi estrasse l’i phone, vide che era sua moglie a chiamarlo, sospirò e recitò un convinto: ” Ciao cara!”

“Ciao amore, ma l’hai sentito l’idraulico, per la perdita in bagno? Sei passato a prender la torta? Ascolta, passeresti a metter i volantini per Ginevra? Magari, non so.. Potrebbe esser andata verso il centro. Piove e hai lasciato qui l’ombrello!” Disse tutte queste cose con un pizzico di apprensione e dolcezza. In fondo si amarono sempre. Fedelmente e a piccoli morsi. Un amore quotidiano, normale, di quelli tanto disprezzati dalle riviste femminili, ma resistenti nel tempo.

“Resistenti”Enrico pensò che gli piaceva vedersi come resistente. Il lavoro, le piccole e grandi ingiustizie, la precarietà nei sentimenti, tante cose negative , eppure lui e sua moglie, resistevano.  Si scusò con la moglie per l’ombrello lasciato a casa  e inventò di sana pianta di aver attaccato volantini e di aver chiamato l’idraulico.  Poi si dedicò alla ricerca di un negozio, una pasticceria aperta e con una bella torta. Lo meritavano tutte e due.

“Oh! Oh! Enrico!” Qualcuno lo chiamò.Ecco chi: Mainardi. Uno di quelli che per anni ebbe sempre da ridire sul sindacato, senza aver per questo la tessera o aver mai partecipato a un’assemblea, un crumiro medaglia d’oro nel leccar culi padronali, il quale- improvvisamente- si scoprì un estremista massimalista da “barricata subito!” E infatti..

“Saliamo tutti sul tetto e non scendiamo fino a quando quelli non cedono. Oppure ci leghiamo davanti ai cancelli, ci sdraiamo sull’autostrada, facciamo…” Lo travolse con le sue iniziative rivoluzionarie, trattenendolo per un braccio e stordendolo con la bocca troppo vicino all’orecchio di Enrico.

“Va bene, va bene, Mainardi! Ne parliamo, ok? Lunedì c’è un assemblea…”

“Ma quale assemblea! Le bombe, Enrico! Le bombe! Buuuum!” L’idea dinamitarda piacque tanto al vecchio operaio, che lasciò il giovane collega salutandolo con ampi gesti che sottolineò urlando : “buuuum!” Amava quel suono, forse Mainardi fu sempre un futurista senza saperlo.

 

il sindacalista affrettò i suoi passi, ormai mancava poco alla chiusura dei negozi. Svoltò verso via Cavour, c’era ” Marisa”, la miglior pasticceria del paese. Accelerò l’andatura e fece i complimenti a dio poiché smise di piovere.

Si sentì afferrare da una mano assai robusta. Ci mancava solo il suocero.

Il vecchio capitano in pensione, si nascondeva male dietro all’anziano casual versione  Briatore dei poveracci.

“Mettici una buona parola con Claudia, falla ragionare! Non c’è nulla di più bello che esser liberi! Insegnali tu questo! Fare come ti pare, ti salva da una vita monocorde, mediocre! Perché voi giovani siete così.. Aiutami a trovare l’insulto giusto! No, non vuoi nemmeno aiutarmi. Va bene, va bene! Ma vi avverto sono andato da notaio! Tutto  ad Anselmo!” Disse col tono della voce, ora implorante ora più risoluto, da persona abituata a comandare. D’altra parte decise tutto, ma proprio tutto, nella e della vita di Claudia. Tranne il fidanzato. Un uomo che mente a sé stesso per tutta la vita, cosa potrebbe mai insegnare agli altri?

“Sì, senta… Riferirò! Ora sono in ritardo per la torta” Tagliò corto Enrico, cercando di svincolarsi dalle mani del suocero, che lo trattenevano, attaccate come cozze agli scogli, per le braccia.

“Torta? E che si festeggia? ” L’idea che sua figlia e quello scriteriato del genero potessero festeggiare qualcosa, lo divertiva assai.

“Il nostro anniversario di matrimonio” Spiegò il giovane sindacalista.

“Ah, già! Pensa, son sempre convinto che sia una battuta molto comica associare mia figlia, te e una cosa seria come il matrimonio!” Rispose sprezzante e sarcastico il vecchio.

” A me fa ridere pensare al senso dell’umorismo di Dio, quando ha creato lei! Ora siamo pari, mi lasci, cazzo! Chiude il negozio!” Così Enrico lasciò il vecchio solo, per strada, e si avviò innervosito verso la pasticceria Marisa.

Svoltò e girò perdendosi tra i vicoli, maledicendo il suo ridicolo senso dell’orientamento.

Infine giunse davanti al negozio.  Vide la saracinesca abbassarsi. Sospirò. Non andava bene niente. Il lavoro, la gattina dispersa, una sottile noia di vivere che avvolgeva come pellicola ogni suo giorno. Stette fermo per un po’ ad osservare quel negozio chiuso. Come la sua vita: chiusa per ogni tipo di fortuna.

Poi avvertì la vibrazione del cellulare, nella tasca dei suoi pantaloni. Meccanicamente prese il cellulare: Claudia. Che dirle ora?

“Amore, dove sei?”Chiese la donna

“Davanti a Marisa. Purtroppo è chiusa.Mi son perso, e… Scusami, non faccio mai niente di giusto. Come fai a sopportarmi?” Domandò l’uomo

“Ma che dici? Cosa c’entra? Piuttosto, lascia stare la torta! Non ha importanza! Indovina? Scintilla è tornata a casa! Povera micina, tutta sporca e spaventata, ma è a casa! Alla torta pensiamo domani, ora torna  a casa! Amore mio!” Disse lei col tono della voce decisamente allegro.

Enrico tornò sui suoi passi. Si perse di nuovo tra i vicoli. Raggiunse la macchina e guidò, con il cuore un po’ più leggero, verso casa.

Perlomeno la gatta era tornata a casa.

 

tanti auguri

24 Lug

Eccolo, sulla poltrona, che ronfa beatamente. Oggi che è il suo compleanno e tra poco arrivano gli ospiti. Lei vorrebbe svegliarlo, ma ricorda bene gli ultimi giorni. Dolorosi, per tutte e due. Dopo venti anni la loro gatta ha detto: addio. Ha chiuso gli occhi, ed è partita verso un lungo viaggio, lasciandoli soli. Lui si è chiuso in mutismo denso di sofferenza,passando il resto di quei giorni chiusi nel suo studio a scrivere poesie per la gatta.

Tipico di mio marito! 

Pensa lei. Ed è vero, quell’uomo- che ha sposato venti e passa anni fa- comunica benissimo con la parola scritta, tanto da far diventare ciò un lavoro anche redditizio, un po’ meno con le mani e l’attenzione verso di lei e gli altri. Ci tenta e ci ha tentato, ma è più forte di lui: deve chiudersi in studio e riempire pagine di parole. Lei, al massimo, è una spettatrice autorizzata. Lei e Fiore, la loro gatta. Essa si adagiava sulle ginocchia del suo adorato padrone e lo fissava o dormicchiava, mentre costui scriveva i suoi dotti saggi geopolitici.

Lui si era iscritto a 40 anni all’università, per bisogno personale, lei si era laureata per aver un pezzo di carta. Almeno i suoi genitori erano felici. Sai quanto avrebbero rosicato i zii di Pisa? Che la loro figliola, al massimo, si era laureata in scrivere post deliranti su facebook.

Lei lo guarda dormire e si sente felice. Ogni piccolo, insignificante, secondo della sua vita, della vita del suo marito, ad ella è sempre parso importante. Le viene naturale provare empatia profonda per gli altri. Interessarsi sinceramente alle loro storie, problemi, sogni. In questo anche suo marito le è uguale. Sa che ogni mercoledì, il giorno della spesa alla Coop, lui compra vivere di ogni genere per un signore anziano, come loro, che chiede umilmente la carità.

Ecco, di una cosa è orgogliosa di suo marito: che vive secondo i suoi ideali. Non è stato facile, assolutamente! Mancava poco che finisse- durante gli anni duri del regime- in galera per le sue idee socialiste. Aveva già alle spalle tre libri che trattavano codesto argomento. Eppure non aveva abiurato. Certo non gli diedero la possibilità di scrivere per anni, vissero del magro stipendio di lei, perché – tanto bravi e democratici, secondo le parole del loro leader- per lui era diventato proibitivo trovare lavoro. Un sovversivo!

Pure i parenti si erano messi. Tutti a criticarlo, considerarlo uno scemo. Ricorda benissimo, mentre ora lo osserva dormire sulla poltrona dove un tempo coccolava la sua gatta, le litigate con il padre, anni dopo sarebbe stato suo marito a far in modo che i rapporti riprendessero normalmente.

“Anna, lo vedi tuo padre? Avrà tanti difetti, ma è un uomo- uno dei pochi- di grandi sentimenti. Si, si, spesso non espressi, ma di grandi sentimenti!”

La donna mormora codesta frase a bassa voce. Quasi impercettibile, ma sa che il suo piccolo angelo la starà ascoltando. Da qualche parte, magari in compagnia di Fiore

Aborto spontaneo, dicono.  Fatto sta che tanto ci avevano messo per aver un figlio e quello, spontaneamente, ha deciso di non far nemmeno un giro di controllo, su questa terra.

In compenso hanno avuto tanti bimbi in affidamento, e oggi, per il compleanno di suo marito, almeno una decina di essi sarebbero arrivati.

Manca solo la loro Anna. Chissà, magari si sarebbe sposata e avrebbe avuto tanti figlioli.

Una lacrima, come sempre quando pensa a lei, scende sul suo viso. Lei non l’asciuga nemmeno, lascia che le bagni la guancia e il collo.

 

Che ore sono? Oh, ma è tardi! Quasi quasi lo sveglio! No, no! Lasciamolo dormire ancora un po’. Se lo merita, non ha dormito bene da quando Fiore è morta.

Lei sa che la morte è un fatto naturale, poi c’è il paradiso. Lui le invidia la fede. Dice che a un ateo rimane solo l’oblio e la polvere. La verità, ma talora una pietosa bugia servirebbe

La donna passa in osservazione la casa. Tutto deve esser pronto. Si sente soddisfatta. Piatti e bicchieri , sedie, dolci e salati, tutto in ordine, nella grande sala.

Guarda l’orologio. Tra poco sarebbero arrivati gli ospiti. Si sarebbe riso, parlato, sarà una bellissima serata.

Lei entra nello studio del marito. Lui dorme. L donna gli accarezza dolcemente la testa. Chissà, magari nel sonno, lui è in compagnia della figliola e di Fiore, non l’avrebbe svegliato. Gli ospiti, avrebbero capito.

“Tanti auguri” Bisbiglia lei. Sorridendo e lacrimando forte

Lui dorme, ma lei sa, che da qualche parte lui la sta ascoltando e che le sorride, come ha sempre fatto in tutti quegli anni.

Decide di lasciarlo dormire ancora, tanto gli ospiti, quando arriveranno, arriveranno!

Tanti auguri”

La grossa differenza

7 Giu

Dio, o chi per lui, non si era nemmeno degnato di dargli una depressione vera. Sai di quelle che ti segnano come un novello appestato o , se vivi in Brianza: un fannullone. Sicché doveva contentarsi di quel suo sottile, fragile, mediocre, malessere di vivere. Abitudine che gli teneva compagnia da un tempo a dir poco sconsiderato, visto che si stava avvicinando ai quaranta.

Spesso si chiedeva se tutto questo fosse vero o solo una sua sensazione ingigantita. Capitava che sentisse chiara da dove giungesse l’acqua nera del torrente dei suoi guai. Si convincesse e immaginasse una sua reazione, spesso scomposta e ridicola, ma poi bastava una canzone, un film, una passeggiata e, sempre, del tempo perché quel dolore scomparisse.

Daniele da sempre si riteneva una persona diversa rispetto a quello, che malauguratamente , credeva, a volte, di essere.

E questa altalena tra felicità e tristezza era snervante. Lui pensava di risolvere lasciando che la vita gli scorresse addosso. Aveva tanti progetti, ma li lasciava lì. Doveva fare telefonate, incontrare persone, cominciare a studiare? Diceva: ” lo faccio!” Poi lasciava che tutto scorresse. Che nessuno abbia qualcosa da ridire! Lui metteva in pratica la lezione di Eraclito: tutto passa.

Nondimeno, se dovessimo guardarlo più attentamente, potremmo scorgere in questo piccolo e insignificante essere umano, qualcosa che si possa definire: Bellezza. Nelle più remote profondità del suo essere, signori miei, stento pure io a crederci, esisteva un’anima a suo modo pura. Era celata una personalità resistente,  capace di fare cose concrete, di mettersi in gioco. quasi la temesse non la metteva mai in evidenza. Né con se stesso, né con i suoi , né con i suoi amici. La purezza che aveva lo spaventava in qualche modo. Non era bello, non era desiderabile, nessuna si sarebbe innamorata di lui, non aveva grandi doti intellettuali, men che meno manuali, sul lavoro era sempre goffo e pasticcione, non avrebbe trovato nessun lavoro.  I suoi a volte si domandavano da dove venisse quello strano essere, ogni tanto aveva anche l’ardire di metter in discussione qualche regola, che poi regole…Tra tutti avevano i loro bei problemi, risolti male, risolti nel creare sensi di colpa, nel rifugiarsi in un dolore che non può esser superato o condiviso. Generatori automatici di ansia. Per pigrizia, comodo, e anche perchè tanto era inutile si facevano cose, si viveva come si poteva. Eppure quanto amava i suoi genitori, anche se non lo ha mai detto a parole, come si conviene in certe parti, ma sapeva anche che un figlio non può vivere a lungo con i suoi. Non avrà mai una sua personalità, ma il risultato delle scelte dei genitori. Per questo il padre insisteva con la storia dell’assicurazione della macchina. In pratica la macchina e assicurazione risultavano intestati a lui, ma a pagarla era il padre. Tutto per non spender 500 euro di passaggio di un mezzo che Daniele non usava mai.  Lui aveva detto e ridetto più volte che quella cosa non la voleva fare, aveva fatto presente che suo padre considerava inopportuno perché inutile avvisarlo di quello che stava facendo. Questa cosa lo gettava nella rabbia più assoluta e in una presa di posizione che non amava avere: questa volta è no. Ma sapeva anche quanto era debole. Il senso di colpa, l’affetto che provava comunque per i suoi, tante cose e alla fine avrebbe detto si. NO! Si diceva con rabbia.

Questa è una piccola cosa, come piccolissime erano state altre esperienze negative. No c’è un vero dramma in questa storia. Perché se ci fosse, sicuramente, tutti sapremmo chi condannare, chi giustificare. Potremmo se Daniele vivesse un dramma psicologico devastante e profondo, aiutarlo per compassione o respingerlo. Qui invece è tutto più sfumato, grigio. eppure esiste.

Come esistono i suoi pensieri di violenza. il tipo dell’eni che pretende di leggere la sua bolletta del gas, il titolare di una nota catena di supermercati, il professore universitario che sicuramente lo deriderà,il giorno degli esami per un concorso pubblico al fine di occupare un posto che con lui non c’entra nulla. Quando ha questi pensieri li accompagna anche con le mani come se davvero picchiasse qualcuno. Si vergogna di questo.

Come si vergogna del porno, delle seghe, delle donne di dubbia moralità,  del pensiero costante, sesso= punizione. Perché uomo.

Eppure è da anni che ha chiuso brillantemente la sua carriera di possibile maniaco sessuale. Anche se il pensiero sesso= niente amore / punizione, forse quello è difficile da superare.

Lui stava bene se ascoltava musica, vedeva films, scriveva, leggeva. Era anche di compagnia, eh! Aveva i suoi amici, la sua attività politica, considerato dai suoi clienti come una persona gentile e buona. Ecco cosa era: una brava persona. Che a volte cedeva a un sua deformata personalità. Un interminabile saliscendi.

Così era arrivata l’abitudine, il non chieder più nulla alla vita, la rassegnazione. Fino al gesto sciocco di voler a tutti i costi far innervosire persone che avrebbe tanto voluto aver come amiche.

Nondimeno vi era anche una furiosa gioia, una grande empatia, una voglia di innamorarsi, sposarsi, vivere in pace con tutti. Quanto desiderava che fosse possibile viver in pace con l’universo e le persone che si incontrano lungo la strada. Come vi ho già ampiamente informato, precedentemente, viveva in un continuo sali e scendi. Impercettibile, fragile, tutto quello che vuoi, nessuno che gridi al dramma, nessuno che lo possa veder- nemmeno lui- eppure… Eppure eccolo lì agitarsi nei suoi pensieri.

2

La storia non segue mai una logica ferrea, e il destino, lo sappiamo bene, ama stupirci con atroci scherzi e dolci meraviglie. Così, mentre lui si godeva il suo vivacchiare e si immaginava morto e dimenticato per mesi in casa sua; a una certa età, si intende. L’amore arrivò.

Non si era manifestato subito, non era un colpo di fulmine, ma era arrivato piano piano con il pudore e il passo lieve delle cose belle e che rimangono.  La prima cosa che aveva scosso e colpito, Daniele, era l’attenzione alla parola, il sentirsi compreso, quando nemmeno lui lo capiva, e poi c’erano altre cose più profonde e misteriose. Quando non sei abituato all’amore non sai nemmeno dar un nome ai suoi elementi più cristallini.

Ma lei c’era. Aveva preso l’abitudine di inviarle un buona notte, prima di coricarsi, e si era meravigliato che lei rispondesse sempre, anzi che le facesse piacere. Guardavano film e serie tv, il sabato e il martedì, ognuno da casa propria, ma sentendosi per cellulare o scrivendosi sms

Così era cominciato tutto, sopratutto perché lei decise di render noto che il sentimento d’amore valeva per entrambi.

Sai cosa vuol dire rinascere? Ecco come si sentiva lui.

Ora che volete che vi dica? Vissero felici e contenti. No, vissero: come esseri umani. A volte felici e contenti e altre volte no. Daniele si portava ancora dietro quel suo sottile malessere, quel non saperselo spiegare, lei si lamentava della mancanza di attenzioni fisiche da parte del marito, di coccole. A volte litigavano e stavano male entrambi.

Potevano fare come molti: dirsi addio. Ma entrambi quando sceglievano, era per sempre.

Per cui, eccolo Daniele! Seduto nella sala d’attesa della sua psicologa. Oggi la prima volta, il primo appuntamento, la prima seduta. Lo stanzone bianco e gli altri pazienti non gli danno gioia e voglia di esprimersi, ma ha deciso che deve farlo

La grossa differenza sta qui: quando stai o pensi di star male, ma non sei solo non vuoi adagiarti su alibi e abitudini. Hai paura, non sai che dire o fare, ma va bene così.

Oggi:7 giugno 2016 stai cominciando a risalire

 

“Mi chiamo Daniele, e sono nato due volte. La prima il 1-9-77, e poi quando mi sono sposato”