Archivio | dicembre, 2014

LE PAROLE

16 Dic

Chissà dove finiscono le parole! Eppure costui, credetemi signori e signore, è sempre stato un uomo molto ordinato. Viene quasi voglia di aiutarlo ! Dirgli : “Sono vicinissime a te. Imprigionate tra i denti. Moribonde sulle labbra” Ma non è mia intenzione intervenire. D’altronde come potrei? Sarebbe fuori luogo. Dio non si prende briga di metter ordine nelle nostre teste e di farci trovare quelle parole adatte e giuste per quel determinato momento. Non mi pare faccia questo.
Quindi lascerò che gli eventi procedano come devono. Cosa è successo? Di cosa sto scrivendo? Scusate! Avete ragione anche voi.
Dunque, i fatti sono questi: non più tardi di un giorno fa,ma anche meno, è successo un piccolo evento nella casa dei signori Bianchi.
Il loro unico figlio , Daniele, ha trovato lavoro. Bene, e allora?Quale il dramma? Quale il fatto talmente importante da scriverci un racconto?
Il fatto? Ecco…Dunque..Ah,certo! Il lavoro , Daniele, ce l’aveva già. Un negozio a conduzione famigliare,come tutto qui . Un piccolo modesto paese del nord. Con i vecchi ricchi del paese che cercano pateticamente di darsi ancora il tono dei padri padroni di quel grigio e mortifero agglomerato di orrori in stile libero e tanto cemento.
La notizia che a Firenze abbia trovato un altro lavoro, ( come cassiere Coop), e che lo vogliono operativo dopodomani ha un poco movimentato gli animi.
Così dopo 40 anni di permanenza in casa, al vecchio Olindo si palesa davanti gli occhi e cosa ancora più complessa, nel cuore, la toccante verità di aver avuto per tutto questo tempo , ( a casa sua), un essere umano di cui sa pochissimo e che ora, ( chissà perché), vorrebbe conoscere meglio.
Solo che il figlio, già ansioso di natura, sta bestemmiando contro il servizio prenotazione biglietti delle Ferrovie Statali, ( non trova il codice della sua tessera Frecciarossa), sospeso tra l’immensa gioia di ricominciare una vita a Firenze con la sua amatissima Virginia, ( “Come la Woolf!” Ricorda che Daniele l’aveva presentata così, la prima volta che diede a loro la notizia del suo fidanzamento),ma dall’altra sente nel cuore una profondissima tristezza e malinconia,voglia di piangere , perché ora vede bene i suoi genitori. Due esseri minuti,di poche parole e molte ansie,ma spesso anche giuste. Non avevano conosciuto altro che quel posto, da lui sempre detestato, due bravissime persone. Vorrebbe, in quel momento sospeso tra il digitare il codice della tessera delle ferrovie e quello di mandare un sms a Virginia, abbracciarli , baciarli, dire a loro che li ama , ( anche se non vanno sempre d’accordo,ma che c’entra! Nella vita litighi con le persone a cui tieni di più,no? No! Ma è un bel modo lo stesso di interessarsi a qualcuno), solo che non l’ha mai fatto e nemmeno loro con lui, forse li metterebbe in imbarazzo.
Olindo guarda il figlio trafficare sul computer, bestemmiare, digitare cose a lui incomprensibili sul cellulare . Vorrebbe dirgli: “Fermati un momento! Fatti abbracciare figlio mio. Come è giusto te ne vai,ma voglio dirti quanto amo te e quello che sei. Abbracciami,che sono vecchio e non so per quanto tempo ancora le mie braccia saranno abbastanza forti per..” Non finisce il pensiero. Sente che sta per piangere. Che roba! Non si fa, non si usa dalle nostra parti. Non vogliamo dare spettacolo ,come se fossimo meridionali!
Così , per questa sciocca convinzione, non dice nulla al figlio e il figlio non dice nulla a lui e a sua moglie.
Solo il cane abbaiando e correndo tra i due uomini e la donna seduta sul traballante sgabello di legno e paglia,sembra aver capito cosa stia accadendo e che solo un forte abbraccio,le lacrime, urlare al mondo : ti voglio bene,ecco , solo queste cose potrebbero dare un senso a questa mattinata.
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A casa, l’ultima sera nella vecchia casa dei genitori, davanti a una pizza, forse – pensa l’uomo- ci sarà tempo per parlare. Ma si! Vede la moglie ansiosa e già ci sono stati due battibecchi con il figlio, forse dovrebbe dire una parola … Una di quelle buone, come se fosse un film americano. Loro sanno sempre sistemare tutto con una frase. Invece mangiano, c’è la tv con il telegiornale liberal-capitalista e le consuete cazzate, poi si ricorda che gioca l’Inter e gira su una tv locale. Ma non segue con attenzione. Urlante in testa una voce lo tormenta:” Questo è l’addio. Stai salutando una persona che non conosci affatto. Non dire che codesta cosa non sia vera! Lo sai benissimo. Non sai i suoi gusti, non conosci i suoi libri preferiti,le canzoni, gli dai ordini sul mettere in ordine,di aiutarti nell’orto, e poi?Avevi quaranta anni a disposizione. Non sono pochi,sai?”
Ora gli parlo! L’uomo si gira verso il figlio, che ha appena finito di mangiare, “Senti Da….” Ma il giovane uomo si è alzato con in mano il cellulare, parlando con la sua compagna.
Segue una distratta visione di un film bellico, i rumori in sottofondo,il cane ai piedi , con gli occhi imploranti attenzione e desiderio di uscire, la moglie sul divano a fare le parole crociate. “Quando ha finito di parlare al cellulare gli dico qualcosa!” Qualcosa? Dire qualcosa a un figlio che lascia la casa? Tutto qui? E poi cosa?
Ne avrebbe di cose bellissime da dire! Sapesse dove stanno, sapesse che a suo figlio non creerebbero problemi. La gola brucia e le lacrime scendono sul volto rugoso,segnato dalla vita placida e scontata della provincia. Le asciuga velocemente, sperando che nemmeno il cane se ne sia accorto.
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Non l’hanno preso alla fine. Lo avevano chiamato per un colloquio, e lui si era fatto prendere da un facile entusiasmo,dalla voglia di evadere , lasciare il paese. Ma non si è dato per vinto e con Virginia passa di negozio in negozio,di centro commerciale in centro commerciale a lasciare i curriculum.
Ogni tanto pensa al suo cane, lassù nel profondo nord, gli viene il magone. Sempre. Non lo vedrà morire e chissà se lui soffre la distanza,come l’avverte in questo momento il povero Daniele. Ma la vita qui è piena di eventi, scoperte, possibilità. Vivono bene lui e Virgy. Dicendosi tutto,condividendo ogni attimo della loro vita, scoprendo ogni giorno cose nuove l’un dell’altra, non rimanendo prigionieri di stupide gelosie sul passato del partner. Costruendo ogni giorno il loro rapporto.
“Devo telefonare ai miei!” Pensa. Non che non l’abbia mai fatto,ma sempre con quel modo quasi di essere in fuga.Entrambi i genitori molto asciutti, lui mascherando la mancanza di lavoro parlando della bellezza della sua nuova città In particolare quella che lui chiama: la piazzetta. Piazza Santa Maria Novelli,ma è così che si chiama? Mai imparato il nome di quella cazzo di stazione.
Solo che la sua vita è come l’acqua che ha rotto una diga. Troppo potente ora da fermare,ma sempre – durante il giorno e durante la notte- la malinconia per i suoi genitori e per il suo cane è pungente,straziante, e allora piange silenziosamente. Virginia lo accarezza dolcemente. Non ha paura che lui se ne vada,ma comprende quanto sia complicato cambiare ambiente,vita,città. In un colpo.
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Parlano tutti. La gente della sua cittadina è fatta così. Non avendo una vita vera, vivendo reclusi dentro le loro cazzo di villette,non perdono tempo per farsi i cazzi altrui. Non entra nella testa di quella gente che un uomo viva d’amore,relazioni, felicità. Che ne sanno costoro? Gente che nasce,vive,muore nelle loro botteghe, fabbriche,che hanno un sacco di soldi e piangono sempre miseria?Mai contenti? Olindo è stufo di raccontare la stessa storia a tutti. E se all’inizio rispettava la decisione del figlio,ma non provava un reale interesse, ora è orgoglioso. E tanto! Hai fatto bene ad abbandonare questo covo di serpi avvelenate dalla loro vita di merda.
Il negozio con immensa fatica e perdendoci del denaro,l’ha sbolognato. Torna di tanto in tanto nella zona. Gioca a carte con gli amici del bar,va a casa per mangiare. Vede qualche film,dorme, porta fuori il cane. Aspetta una telefonata dal figlio, non è un velocista come la moglie- quando sente suonare il telefono- ma gli piacerebbe che ci fosse Daniele dall’altra parte della cornetta..Non capita quasi mai e il tempo da un giorno è diventato una settimana, un mese e infine un anno.
Però è felice lo stesso . Anche se non l’ha detto al diretto interessato: “ Ma lui lo sa” Si ripete. Una delle scuse più abusate da queste parti. E una delle più cretine.

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Ha trovato un lavoro presso la Feltrinelli alla fine. Niente di che,ma va bene così. La città è bellissima, ogni sera con Virginia si divertono a vedere un film, scrivere il libro che da una vita sta cercando di finire, il teatro, un corso dedicato alla lingua coreana. E la vita scorre placida. Lontano altre vite scorrono .Più arrugginite, per via dell’età. Una di quelle , una mattina di maggio,senza troppo rumore, senza disturbare , ha trovato la strada per il ponte sull’arcobaleno. Senza vergognarsi,ritornando un bimbo,Olindo piange disperatamente la morte del cane. Qualcuno avrebbe da ridire: ma andassero a fanculo! Per troppo tempo ha dato retta al “qualcuno potrebbe” Decide di piangere tutte le lacrime trattenute in sessantacinque anni di vita.
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Così alla fine Omero, il suo vecchio cane, è diventato il protagonista di un suo romanzo. Quello d’esordio , dai soddisfacenti riscontri commerciali. Una storia amarissima di solitudini, di delicate emozioni. Virginia l’ha scritto per metà. Correggendo gli errori,spronandolo a finirlo e a mandare a fanculo una volta per tutte i centri commerciali . Così si gode la sua nuova popolarità,e pensa che deve telefonare al padre e alla madre. L’ultima volta erano troppo presi a piangere Omero
E quanto aveva fatto bene entrambi piangere. Quanto.

7
Getta la copia del libro di suo figlio sul tavolo del Beretta, uno scapolone acido e petulante,summa di tutta la ciurma di quella gente che per troppo anni ha avvelenato la sua vita. Si è ricordato che anche lui da ragazzo aveva talento per la scrittura e la recitazione,ma non erano cose da uomini e gente seria. No,quindi a malincuore era finito a fare l’impiegato. Olindo però aveva parole ,in gioventù, e sogni in cinemascope che non trovano spazio in questa piccola,rancorosa,città di viventi morti
Ha venduto casa e con sua moglie si è stabilito a Mandello,un bel paese in provincia di Lecco. Prima hanno anche viaggiato un po’ Venezia,e basta. Perché non andare a Firenze?
“ Non senti il cellulare?”La voce della moglie lo sveglia dal suo letargo pomeridiano,mentre in tv urlano quelli di Uomini e Donne.
“Pronto?”Chiede Olindo, con la voce impastata di sonno
“Ciao papà, sono io! Ascolta ,sono breve che non voglio disturbarti” Comincia Daniele. “Ma non mi disturbi,non l’hai mai fatto! Parlami! Parliamo per tutto il giorno!”Pensa il vecchio
“Per tutto il giorno?E neanche te mi disturbi , papà! “Dice Daniele con voce tremolante per l’emozione.
“Ho parlato? Ero convinto che stavo solo pensando..Ecco da dove cominciamo?”L’uomo sente che sta per piangere,il cuore pompa sangue e felicità Per la prima volta: felicità.
“Non lo so..Comincia tu!”
Per un po’ stanno in silenzio. Dove sono le parole? Chi le ha nascoste? Poi …..

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La giornata

4 Dic

“Hanno rubato i fiori dalla tomba di Roberto” Borbotta stizzito l’uomo anziano,mentre si leva le scarpe e a fatica indossa le ciabatte .

“Cosa?” La voce della moglie gli giunge dalla cucina, dove – come al solito- è impegnata a cucinare piatti troppo complicati e pesanti per due pensionati . “ Due pensionati che si avviano tristemente al capolinea” Pensa l’uomo.

D’altro canto qualora non fosse in cucina sarebbe a scrivere quella dannata lettera. Da quanto tempo la sta scrivendo? Subito dopo la morte di Roberto.  E non ha ancora smesso!  Lei gli diceva: “voglio scrivere alla madre di quel ragazzo. Voglio parlarle e dividere il nostro dolore”

Dividere il nostro dolore? Ah, quindi loro figlio, ( il loro unico figlio avuto in tarda età ), sarebbe sulla stessa barca con quel criminale?La questione della lettera aveva spezzato definitivamente il loro rapporto. Stavano insieme,ma erano persi , naufraghi su isole troppo lontane tra di loro. In mezzo l’oceano di rabbia, dolore, tristezza, pianti, disperazione.

“Ho detto: “Hanno rubato quei cazzo di fiori! Quei cristo di una madonna di fiori dalla tomba di Roberto!” Cristo!” Rincara la dose l’uomo

“Non bestemmiare!” Lo rimprovera con un tono di voce stanco la donna. Si è affacciata sulla porta della cucina Il grembiule macchiato di sugo la fa sembrare una feroce serial killer,cosa ironica visto la sua predisposizione al perdono.

“Non bestemmiare?” Ripete l’uomo in tono di sfida. Non rimane che litigare. Oramai i loro rapporti vanno avanti solo su questa linea. Ogni scusa è buona  per una scenata, per un litigio e poi lo sa: lui scoppierà in pianti.

Ci voleva la tua morte Roberto, ci voleva quella per farmi piangere.

“Sai che mi dà fastidio. Non capisco che bisogno ci sia….”

“Porcodio! Ti va bene così? Stai male così? Eh! Ti dico: “Hanno rubato i fiori dalla tomba di nostro figlio!” Nostro figlio, cazzo! E tu ? Sei preoccupata per la bestemmia! Il tuo dio del cazzo mi ha tolto il figlio. Il tuo….( sente che gli manca il fiato e si ferma due secondi. La donna è ritornata ai fornelli. Ormai fa sempre così: lui va avanti a sacramentare,poi si calma. ), nostro figlio- nostro- ce l’ha portato via. E ora un…Non so nemmeno come definirlo porta via i fiori dalla sua tomba.  Per fare cosa? Dove li mette? Ho fatto il giro del cimitero. Niente. Eppure deve essere quello…  Sai, quel terrone vicino alla nostra tomba.” Orlando ha bisogno di trovare un nemico,da sempre. Non va avanti se non dovesse aver qualcuno da maledire,sarebbe un uomo finito. Il problema è che sbaglia sempre l’obiettivo. Si fida di tre o quattro pregiudizi e così vive.  A essere sinceri quando aveva conosciuto  Sara era cambiato. L’amore ci migliora. Non ci sono storie, niente balle signori! Lei , come spesso fanno le donne, lo aveva migliorato. La nascita del figlio sembrava il culmine di tanta felicità. Fino a quando non l’avevano ammazzato. Aveva 18 anni.

“Ma se hai detto che non hai trovato i fiori su nessuna tomba, perché devi dar la colpa al signor Esposito? Povero ha perso la moglie e la sorella in quel incidente.” Lo rimprovera la moglie. A lui non infastidisce il rimprovero,ma il tono di voce di lei: neutro,distante,come se parlasse con un bimbo idiota o una persona sconosciuta.

“Chi è stato? Dicono che vi sia una banda di zingari…”

“No, ci mancano solo gli zingari ora!”La donna lo osserva dalla cucina mentre sistema i piatti . Lui è fermo immobile nella semioscurità del corridoio.

“Bè,ma allora chi se li prende quei fiori? Sono i miei fiori, Sono per mio figlio. Perché non mi lasciano mettere i fiori per mio figlio?” L’uomo sente che sta arrivando il pianto. Lui  piange sempre. Sua moglie mai. Non aveva pianto quando l’avevano informata della morte di Roberto, non aveva pianto al funerale, né dopo.  Lei voleva scrivere quella lettera. Voleva conoscere quel ragazzo.

Lui voleva solo ucciderlo. Per anni la vendetta era stato il centro del suo pensiero. Solo quella. Talora sua moglie gli parlava,ma lui non ascoltava: stava torturando quel farabutto. Un padre, un uomo vero farebbe così. Lo voleva uccidere lentamente, che gridasse, che urlasse, che piangesse. A pezzi. Uno a settimana.

Non aveva fatto nulla. Era  rimasto a guardare la giustizia in azione. Era rimasto con pochi anni di galera, un carcere minorile e poi …

“Vieni a tavola, è pronto” Dice la donna.

Così pranzano evitando accuratamente di guardarsi. No, non è vero quello che vi scrivo. Perché, ora che noto bene, la donna lancia delle occhiate veloci al suo marito. Occhi supplicanti, dolci, desiderosi di dialogo. Cosa impedisce che questo avvenga? Nulla, e tutto.

Lui non parla altro che di vendetta prima. Poi ha smesso. La sua giornata è organizzata sempre alla stessa maniera: 1) mattina al cimitero, 2) la panchina ai vecchi giardini,3) tentativo di parlare con il giudice per riaprire il processo, 4) cena. In rabbioso silenzio, 5) andare a letto il prima possibile.

Lei rimane sola in soggiorno. Scrive quella lettera e poi la butta. Troppe cose da dire, nessuna voce per esplicarle.

“Andrò a prenderli di nuovo. La terza volta,cazzo.” Si lamenta, parlando con la bocca piena, l’uomo.

“Certo amore” Dice lei distrattamente.  Pensa che vorrebbe parlare di altro, vorrebbe tornare a quei tempi quando per ore e ore e ore parlavano di tutto.  Ma come fai ? Il tempo non torna.

“Almeno i fiori. Non sono stato un buon padre per lui. Non sono stato nemmeno capace di vendicarlo!” Il pungo che tira sul tavolo fa sussultare la bottiglia di vino e i bicchieri.

“Ancora! Ma cosa avresti risolto? Cosa avresti ottenuto?Il carcere e niente altro. La vendetta è una cosa stupida! Stupida ! La vuoi…”

“Ah, certo! Perdoniamo! Ma si: hai ucciso mio figlio? Bene! Ti perdono! Sicuramente meriti di vivere e di rimediare a quanto fatto! Che povero! Ma che povero ragazzo! Non è colpa tua. Ti annoiavi,no? E allora perché non tirare un pugno in faccia al primo che vedi passare sulla tua strada? Perché non farlo?”

“Non stavo…” La donna cerca di far valere il suo pensiero,ma l’uomo è furioso. Non vuole che lei finisca il discorso,

“Ma no! Niente vendetta! Scriviamo una cazzo di lettera alla madre,porcodio! Facciamolo! Io quello stronzo lo voglio vedere morto. E anche male! Sai perché? Lo vuoi sapere?”

“Mangiamo,ora…”

“Mangiamo! Ora cosa? Io lo voglio vedere morto perché io amo Roberto. Io ho pianto la sua morte. Io. Tu l’hai fatto? Non mi pare.” Dice l’uomo alzandosi dalla sedia e andando in corridoio

La donna , in silenzio, continua a mangiare. Piangendo silenziosamente e cercando di finire il cibo nel  piatto.

 

2

Il giardino del quartiere cerca di mantenere una certa dignità. Forse rammenta i tempi andati,quando quel quartiere era popolato da indiani metropolitani, artisti,operai felici di vivere la rivoluzione, militanti di gruppi extraparlamentari. Poi sono arrivati i drogati, poi i clandestini, poi nessuno. Tranne quel vecchio.

Orlando sta per ore seduto sulla panchina. Oltre le siepi vede il poco traffico cittadino.  Talmente poco che possiamo ben dire che non ci sia assolutamente.  Chissà dove sono finiti tutti.

I pensieri viaggiano autonomamente nella sua  testa. Non sono pensati da lui, ma arrivano e lui ci si perde dentro.

Un rumore lo  distoglie dai suoi fiori , cosa è stato? Un cane. Un pincher, così si chiamano no?  Si muove insicuro, smarrito, correndo da una panchina all’altra, guaendo ,emettendo una sorta di pianto che spezza il cuore a chi lo dovesse sentire.

Il cane si ferma davanti a lui.

“Ti hanno abbandonato? Anche a te,vero? Pure a me è successa la stessa cosa. Il primo è stato mio figlio. Si chiamava Roberto. L’ho avuto tardi. Si perché mi sono sposato tardi e … Bè,avevo delle difficoltà ad avere i figli.  Lui è arrivato però.  Sai, avevo sognato di  fargli prendere il mio posto in ditta. Ma lui scriveva. Cosa cazzo scrivesse non l’ho mai capito. Mia moglie è quella che scrive. Io gli dicevo solo di non farsi troppi sogni: un lavoro, una donna, una casa. Come me e tua madre.  Lui aveva queste idee sul mondo. Non so: tipo… Sai? Non ha mai giocato a pallone . Mai. L’ho iscritto a una scuola di calcio,per farlo ..Come si dice? Socializzare. Ma lui non ne voleva sapere. Non che a me interessasse il pallone,ma tutti i ragazzini vogliono farlo, no? Tutti vogliono giocare a palla. No, lui no.

Stava ora in camera sua a sentire la musica e a scrivere.. Amava la storia e scriveva di quella. Delle battaglie e di come gli uomini anche sotto la guerra siano in grado di amare. Cose che gli ha messo in testa sua madre.  E insomma: non lo conoscevo. Mio figlio, io, l’ho conosciuto solo dopo. Quando me l’hanno portato via. A volte temo che nemmeno questo mi abbia mai dato qualcosa di mio figlio. Per te è possibile? Dico avere sto bambino  e poi giovane uomo, e poi uomo e poi morire: senza conoscersi?Non lo so. So solo che gli compro dei bellissimi fiori. E me li rubano. Ecco cosa so.

Tu sei stato abbandonato una volta sola: dai tuoi padroni.  Farabutti. Meglio così, meglio così per voi cani. Credimi.

Dopo sono arrivati i colleghi.  Qualche condoglianza e poi loro continuavano a vivere. Ridevano, sognavano,desideravano,e mi dimenticavano. 40 anni in quella ditta. Mi hanno messo in pensione, una stretta di mano veloce e stop. Non li vedo più. A volte penso anche a loro. Poi mi dico che mi hanno dimenticato e allora cosa cazzo li penso a fare? Dico :  “ 40 anni di vita in comune,quaranta! Sono amici miei!” Forse ho sopravvalutato l’amicizia.

Infine : mia moglie.  Non ha mai pianto sai? Mai. E scrive quella cazzo di lettera. Non vuole farsi consumare dall’odio, mi disse una volta. Proprio così. Usò proprio queste parole.

Fatto sta che mentre io andavo a controllare dove stava di casa quel figlio di puttana, lei passava il tempo in  chiesa a fare opere di bene per gli altri. Capisci per gli altri,non per me o per suo figlio. Poteva darmi una mano. Li avrei uccisi io e lei mi avrebbe aiutato a sbarazzarmi dei corpi. No! Opere di bene, siamo tutti umani, perdoniamo.

Dici che fa bene? E che cazzo ne sai? Sei un cane. Sei solo come me. Sai una cosa , amico? Ti auguro di venire investito al più presto. Te lo auguro davvero. Meglio, ascoltami è meglio così”

Il cane si allontana in preda al terrore e alla speranza di trovare i suoi padroni. L’uomo aspetta che arrivi l’ora della sua gita al palazzo di giustizia. Vuole rivedere ancora la faccia dell’avvocato della difesa,del giudice, di tutta  quella gente incapace di sistemare una volta per tutte i cattivi.

E i fiori? Chi cazzo gli ruba i suoi fiori?

 

3

La città da molto tempo è deserta. Ci sono macchine parcheggiate, saracinesche di negozi alzate,ma nessuno in giro.  Da molto tempo, da quando è morto Roberto,come se anche lei fosse rinchiusa in un lutto senza fine.

L’uomo attraversa queste strade , un tempo piene di chiasso e vita, diretto al grande palazzo di giustizia. Salendo i gradini sente il ginocchio sinistro scricchiolare sinistramente. La vecchiaia e troppi gradini saliti  e scesi, Per troppo tempo.

E’ vasto l’interno del palazzo. Vasto e bianco, immacolato.  Troppo bianco. Accecante, Infatti lui non vede nulla e corre a destra e a mancina nella speranza , sempre negata, di trovare qualcuno.

Vede delle ombre,sente i brusii ,ma lui si perde. Corre di qui, si trascina di là. Loro ci sono: avvocati,giudici, ci sono eccome! Ma non lo vedono e  lui non vede loro.

Vorrebbe parlare di Roberto, dei fiori, di sua moglie e anche di quel cane, quel cane trovato ai giardinetti. Perché non condannate l’infelicità? Perché non gli date l’ergastolo? Urla l’uomo,ma il suo urlo , diventando eco, si disperde all’interno del palazzo di giustizia

 

4)

 

Torna stanco. Vorrebbe dire alla moglie del cane. Cosa dovrebbe dirle? Nulla. Lei è in cucina  e parla al telefono.  Si, è disponibile per la cena in favore dei rifugiati politici. Certo, non mancherà. Come può mancare, lei?

La cena è pronta. Lei , quanto pare, ha già mangiato. Lui cenerà da solo. Una novità! Finalmente! Vorrebbe quasi  saltare ,cantare,prendere sua moglie e ballare. Lo facevano spesso. Prima.

Invece si siede e in  silenzio mangia. Poi la vede. La lettera. Imbustata.

“La spedirò domani. Io non ho mai creduto nella tua vendetta e non sono rimasta legata all’odio. Non mi sono lasciata consumare. Voglio parlare, voglio solo capire. Ecco, perché hai smesso di capire?” Negli occhi di Anna si legge ancora un briciolo di amore per lui. Orlando vorrebbe piangere,dirle che tornerà come prima. Ma le parole e le lacrime gli muoiono in qualche posto , nascosto e buio, in quella che una volta era la sua meravigliosa anima

5)

Roberto sorride. Stanno camminando al lago di Segrino. Suo figlio ama fare il giro del lago,accarezzare i cani che gli corrono incontro, ( attento! Urla Orlando, “ Non ti fanno niente papà” Risponde ridendo lui. Ha fiducia, come sua madre, nelle persone e negli animali. Orlando vorrebbe dirgli che si sbaglia,che lo uccideranno,ma vuole che nel sogno tutto funzioni),  stanno insieme . Stanno bene.

“Io sto bene qui . Non devi vendicarmi, papà! Non serve a niente. Dai, io sto bene qui. In questo lago, con te e la mamma. Non voglio altro” Roberto sorride. Il sorriso perfetto e luminoso di sua madre. Lo riconoscerebbe anche al buio.

Nel sogno Orlando piange. Un pianto lungo e disperato

“Perdonami, perdonami , Roberto!”Ripete l’uomo

“Ti perdono papà . Non ti preoccupare” Dice il figlio abbracciandolo.

Il calore del corpo del figlio  scalda i sussulti del suo corpo , dovuti al pianto

“Scusami! Scusami!” Ripete,mentre il figlio gli accarezza dolcemente la testa

Vorrebbe fermare il tempo . Vorrebbe stare per sempre tra le braccia del figlio, e accarezzarlo e dirgli fai come vuoi. Ama, scrivi,fai quello che vuoi….

Vorrebbe,ma il sogno finisce e un’altra giornata comincia

Chi cazzo ha rubato quei maledetti fiori?