Archivio | aprile, 2015

La tristezza è cenare da soli

22 Apr

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“Sai Anna, sai cosa è successo? Questa te la devo troppo raccontare! Ascolta: mi reco, come ogni mattina, da Arnold’s, sai quel locale dove andiamo sempre a far colazione da… Da quanto? Quindici…Forse quindici anni? Ricordi che mi aspettavi alla stazione di Santa Maria e poi andavamo lì. A bere, mangiare, ti ricordi no? Quanto ci piaceva! Insomma, ti stavo dicendo, codesta mattina vado lì come sempre e mi metto in fila. Ci sono tanti giovani, tanti stranieri. Quando vedo le coppie, poi..Mi viene quasi da piangere. Penso a te. Ti ricordi? Mi aspettavi alla staz..Te l’ho già detto! Scusa, scusa, si ripeto sempre le stesse cose. Insomma. ti dicevo, sono in fila. Con lo sguardo cerco qualche cameriere, qualcuno che ci conosceva. Manchi molto anche a loro.E insomma , ti dicevo, sono in fila e guardo: i clienti, le bariste, la cassiera. Ricordi come erano cordiali con noi?Io prendevo il caramellato, o l’american coffee freddo. Tu quella cosa…Quella cosa…Come si chiama? Come..Eppure lo ricordavo! Ieri sera ho pensato solo a quello: a ciò che bevevi quando andavamo da Arnold’s! Niente. Non ricordo. Insomma, ti stavo dicendo, sono in fila: ci sono i clienti, gente.. E tocca a me. Ora vado dalla cassiera e le dico:” i nostri soliti” Quindici anni che andiamo lì. Tutte le mattine e prendiamo sempre quelle. Lei dice: ” Non abbiamo nulla che si chiami “I Nostri Soliti” . Io dico: ma siamo i signori Rossi,veniamo sempre qui” E cerco, sai guardo in giro. C’era quella barista…Quella con i capelli biondi e corti.  Non dice nulla. Io insisto: ” Sono quindici anni, che veniamo qui. Siamo amici da quindici anni” Lei mi risponde che non le pare di avermi tra i suoi contatti di facebook. E io ….Bè, io le ho gridato negra di merda e ..Ecco. quella stronza della barista è intervenuta per cacciarmi fuori. Io cosa ho chiesto? Cosa? Il solito. Sono quindici anni del cazzo che andiamo in quel cazzo di locale a bere le solite cose del cazzo. Ma non vorrà dire qualcosa? Molto probabilmente quella gente, in vita loro, avranno visto più noi che i loro famigliari. E quindi mi cacciano fuori. La gente mi dava del vecchio coglione razzista e la barista, la tua preferita, mi ha detto di non farmi più vedere che le ho rotto le palle con le mie storie su di te. Mi ha detto:” è morta! Da un anno” E poi altre parole. Cattive parole. E io.. E io..”

Roberto non conclude la frase. Il pianto devastante, doloroso, irrefrenabile,esce come l’urlo di una bestia inferocita. Un uomo che non può perdonare Dio, il destino, il caos, il governo del suo paese, di avergli portato via la sua amatissima moglie.  Ferma, immobile, la sedia alla sua sinistra ( dove un tempo si sedeva la donna) è unica testimone di tutto questo dolore.

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I primi tempi parlava con lei. Entrava in casa e con gioia le raccontava le giornate. Metteva su dischi di musica classica, De Andrè, e cantava per lei. Come era abituato fare, dopo un anno di fidanzamento e 20 di matrimonio. Sapeva (in cuor suo) che la maggior parte della gente lo riteneva un po’ bizzarro quantomeno. Ma a lui non importava. Avrebbe dovuto spiegar a loro che , mentre essi buttavano via la loro vita disprezzando ogni tentativo di uscire dalla mediocrità, lui si era impegnato a costruire un rapporto d’amore solido e duraturo

“Alti e bassi, ah si! Ricordi? Ti lamentavi che io non ti desiderassi. Che non ti baciavo abbastanza, non ti toccavo abbastanza. Hai sofferto molto per questo. Si, era una mia grandissima colpa. Questa e quella di non averti reso madre. Tu ci tenevi così tanto. Quella bimba..Quella dei nostri vicini. Ti ricordi come ti adorava? Io la reputavo una petulante scassacazzo. Ma tu…Mi commuovevo e mi rattristavo allo stesso tempo, quando ti guardavo giocare con lei. Non ci sono riuscito. Il sesso…Ti ho detto delle puttane, da giovane, ti ho detto dello schifo che ho provato ogni volta. Ma c’è questa cosa tra uomini: che devi farlo! Assolutamente. Quindi se sei uno sfigato, come ero io da ragazzo, cosa puoi fare? Lasciare che i tuoi amici ti portino da qualche puttana. Che schifo provavo per me. E che invidia per quelli che avevano i genitori prodighi di carezze e baci. Non ho mai abbracciato nessuno e mai baciato nessuno…Io,non lo so. Non succedeva. Non andava così. Non rammento un bacio da parte di mia madre. Per lei non erano cose. Dovevo stare attento a quelli troppo invadenti,diceva. Invadenti erano tutti per lei. Tutti. Ricordi che ti allontanavo quando volevi togliermi un sopra ciglia troppo lungo o cose così? Mi veniva l’istinto bloccarti le mani. Avevo paura che tu mi facessi male. Ma queste cose,ecco…Cosa potevo fare? Dire:”Io sono questo e non cambio” Oppure impegnarmi per cambiare e ce l’ho fatta. Volevo andar a chieder scusa alla cassiera. Ieri, te l’ho detto no? Da Arnold’s. Te l’ho detto? Bè, ero in fila e…”

La sedia alla sua sinistra, nella sua indifferenza di cosa inanimata, riascolta la storia dell’uomo.

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Si all’inizio venivano a trovarlo. E lui era felicissimo. Non si era abituato all’idea della morte, ai “che vuoi farci capita a tutti”, ai ” forza, fatti coraggio”. Lui ringraziava, per educazione,ma era convinto che lei non se ne fosse andata del tutto. Come può un dio, il caos, il destino, il governo, permetter che tutto quel grande amore possa svanire. Per sempre

“C’era un bambino con la mamma. In centro, stamattina. Bè, era uno dei tuoi allievi. Del tuo asilo. Alessandro, il chiacchierone. L’ho salutato . Non mi ha riconosciuto. Nemmeno sua madre. E allora ho detto il tuo nome. Credo che ora faccia la quinta elementare. Si, sai cosa è successo? Si è ricordato di te. Uno,che si ricorda ancora di te! Che gioia. Anche sua madre a questo punto.. Scusa. Mi viene da piangere!”

L’uomo si interrompe. La sedia, se potesse, lo abbraccerebbe . Lei lo faceva sempre. Quando lui buttava via i suoi obiettivi ( laurearsi in storia del cinema, scrivere un libro o trovare un lavoro duraturo) lei era sempre lì. Litigavano, avevano momenti duri,ma poi si abbracciavano. Ricostruivano.

“E insomma erano dispiaciuti. Di non esser venuti al tuo funerale. C’era tanta gente, però..Ricordi? Quanta gente e io pensavo che questo ricordo ci avrebbe legato per sempre. Ho cercato, si insomma..Mi sono dato al bere. Tanto vale sbronzarmi, stordirmi, per dimenticarti, rovinarmi,morire. Te lo dicevo:”Morirò solo. Sul divano e mi ritroveranno dopo un mese.” Tu non volevi questo. Dicevi che dovevo esser felice. Rifarmi una vita,cose simili. Ma non posso! Come posso esser felice se sei morta! Morta, sparita, scomparsa, per sempre. Per sempre e non parlarmi di paradiso:porcodio! Porcodio non lo fare! Non …Ah, io non devo bestemmiare?Cristolamadonnadiuncanedidio! Ecco bestemmio! Ti fa male? Ti disturba? Non me ne frega un cazzo! Porcodio!!!!!! E tu? Tu non pensi a quanto male mi hai fatto? Perché sei morta per prima? Perché? Ora a me chi pensa?”

4

La tristezza è cenare da soli. Dopo che per tanto tempo hai cenato con il tuo unico e grande amore. Le risate, i grandi piani per il futuro, le litigate furiose e le riappacificazioni . Tutto a cena, tutto a tavola.

Ora solo una sedia. Vuota. E tu ci parli. Anzi parlavi. Poi con il tempo,anche le parole, sono finite. Ogni tanto piangevi, a metà cena. Una cena penosa, cucinata male o roba che porti a casa dai ristoranti cinesi. Ti viene in mente la cassiera dell’Arnold’s e della figura da imbecille razzista che hai fatto, ti viene in mente il tentativo fallito di diventare alcolizzato, i pugni che ti sei tirato, la disperazione nerissima. E lei. Sempre più sbiadita la sua immagine, pressoché dimenticata la voce.

Eppure è come se fosse lì accanto a te. Seduta su quella sedia.

“Non si cancella il bene che fai. Forse è quello che pesa. Una persona cinica e vigliacca dura poco nella nostra vita. Non ci perdi molto tempo. Ma chi ti ha dato la vita? Chi ti ha fatto capire che eri un uomo meritevole d’amore?Ci vuole tempo amore. Tanto e troppo. Mi son fatto male e ti ho delusa. Non era questo quello che volevi e mi dicevi.. Tu dicevi che dovevo esser felice. Ma io…Quanto è triste mangiare da soli, non avere nessuno con cui parlare, ridere, litigare anche. E questa sedia vuota per un anno mi ha devastato. Non potevo guardarla, ma non potevo buttarla via. Tu sei ancora viva per me. Lo sei stata a lungo, non sopportavo tutto questo! E vivi ancora per me. Sei e sarai sempre nel mio cuore. Quando chiuderò gli occhi per l’ultima volta, ecco…Penserò a te.

Però…Amore,ecco..Sai quella libreria? La Rochester? Ci piaceva tanto…Si, non so come dirtelo. Due settimane fa….C’era questa donna. Più o meno la nostra età. Era ferma davanti al settore narrativa, L’ho vista spaesata. Non sapevo che fare: aiutarla o ignorarla? Ero indeciso. Poi ci ha pensato lei. Mi ha chiesto se sapevo dove mettevano i libri di Pessoa. Perché al suo marito piaceva così tanto. Lei non li ha mai letti, mai e alla sua morte li ha buttati via. Così io le indico dove trovare Il libro dell’inquietudine. Le dico che era il tuo libro preferito. Parliamo . Ti sarebbe piaciuta, avreste potuto diventare buone amiche. Sai? L’opera lirica, la musica classica, tutte quelle cose.

Mi ha chiesto tre volte di vederci,mi ha obbligato a darle il numero di cellulare…Perché le ho dato il numero? Ecco,non so. Cosa sto combinando? Sto tradendo la tua memoria? Sono passati nove anni e mezzo..Troppo poco? Sono forse un vigliacco, come dicono quelli che mi evitavano perché continuavo a parlar di te e non mi costruivo una vita?

Amore, mi dispiace. Devo lasciarti. Mi costa tantissimo,ma devo farlo. Ora lei entrerà da quella porta. Si siederà qui dove stavi tu. Ma non sarai tu. Non farò questo errore. Sono vivo e sono pronto ad amare. Anna Eponine: ti ho amata, ti amo, ti amerò. Ora però..”

L’uomo non finisce la frase. La nuova vita ha appena suonato al suo campanello