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La grossa differenza

7 Giu

Dio, o chi per lui, non si era nemmeno degnato di dargli una depressione vera. Sai di quelle che ti segnano come un novello appestato o , se vivi in Brianza: un fannullone. Sicché doveva contentarsi di quel suo sottile, fragile, mediocre, malessere di vivere. Abitudine che gli teneva compagnia da un tempo a dir poco sconsiderato, visto che si stava avvicinando ai quaranta.

Spesso si chiedeva se tutto questo fosse vero o solo una sua sensazione ingigantita. Capitava che sentisse chiara da dove giungesse l’acqua nera del torrente dei suoi guai. Si convincesse e immaginasse una sua reazione, spesso scomposta e ridicola, ma poi bastava una canzone, un film, una passeggiata e, sempre, del tempo perché quel dolore scomparisse.

Daniele da sempre si riteneva una persona diversa rispetto a quello, che malauguratamente , credeva, a volte, di essere.

E questa altalena tra felicità e tristezza era snervante. Lui pensava di risolvere lasciando che la vita gli scorresse addosso. Aveva tanti progetti, ma li lasciava lì. Doveva fare telefonate, incontrare persone, cominciare a studiare? Diceva: ” lo faccio!” Poi lasciava che tutto scorresse. Che nessuno abbia qualcosa da ridire! Lui metteva in pratica la lezione di Eraclito: tutto passa.

Nondimeno, se dovessimo guardarlo più attentamente, potremmo scorgere in questo piccolo e insignificante essere umano, qualcosa che si possa definire: Bellezza. Nelle più remote profondità del suo essere, signori miei, stento pure io a crederci, esisteva un’anima a suo modo pura. Era celata una personalità resistente,  capace di fare cose concrete, di mettersi in gioco. quasi la temesse non la metteva mai in evidenza. Né con se stesso, né con i suoi , né con i suoi amici. La purezza che aveva lo spaventava in qualche modo. Non era bello, non era desiderabile, nessuna si sarebbe innamorata di lui, non aveva grandi doti intellettuali, men che meno manuali, sul lavoro era sempre goffo e pasticcione, non avrebbe trovato nessun lavoro.  I suoi a volte si domandavano da dove venisse quello strano essere, ogni tanto aveva anche l’ardire di metter in discussione qualche regola, che poi regole…Tra tutti avevano i loro bei problemi, risolti male, risolti nel creare sensi di colpa, nel rifugiarsi in un dolore che non può esser superato o condiviso. Generatori automatici di ansia. Per pigrizia, comodo, e anche perchè tanto era inutile si facevano cose, si viveva come si poteva. Eppure quanto amava i suoi genitori, anche se non lo ha mai detto a parole, come si conviene in certe parti, ma sapeva anche che un figlio non può vivere a lungo con i suoi. Non avrà mai una sua personalità, ma il risultato delle scelte dei genitori. Per questo il padre insisteva con la storia dell’assicurazione della macchina. In pratica la macchina e assicurazione risultavano intestati a lui, ma a pagarla era il padre. Tutto per non spender 500 euro di passaggio di un mezzo che Daniele non usava mai.  Lui aveva detto e ridetto più volte che quella cosa non la voleva fare, aveva fatto presente che suo padre considerava inopportuno perché inutile avvisarlo di quello che stava facendo. Questa cosa lo gettava nella rabbia più assoluta e in una presa di posizione che non amava avere: questa volta è no. Ma sapeva anche quanto era debole. Il senso di colpa, l’affetto che provava comunque per i suoi, tante cose e alla fine avrebbe detto si. NO! Si diceva con rabbia.

Questa è una piccola cosa, come piccolissime erano state altre esperienze negative. No c’è un vero dramma in questa storia. Perché se ci fosse, sicuramente, tutti sapremmo chi condannare, chi giustificare. Potremmo se Daniele vivesse un dramma psicologico devastante e profondo, aiutarlo per compassione o respingerlo. Qui invece è tutto più sfumato, grigio. eppure esiste.

Come esistono i suoi pensieri di violenza. il tipo dell’eni che pretende di leggere la sua bolletta del gas, il titolare di una nota catena di supermercati, il professore universitario che sicuramente lo deriderà,il giorno degli esami per un concorso pubblico al fine di occupare un posto che con lui non c’entra nulla. Quando ha questi pensieri li accompagna anche con le mani come se davvero picchiasse qualcuno. Si vergogna di questo.

Come si vergogna del porno, delle seghe, delle donne di dubbia moralità,  del pensiero costante, sesso= punizione. Perché uomo.

Eppure è da anni che ha chiuso brillantemente la sua carriera di possibile maniaco sessuale. Anche se il pensiero sesso= niente amore / punizione, forse quello è difficile da superare.

Lui stava bene se ascoltava musica, vedeva films, scriveva, leggeva. Era anche di compagnia, eh! Aveva i suoi amici, la sua attività politica, considerato dai suoi clienti come una persona gentile e buona. Ecco cosa era: una brava persona. Che a volte cedeva a un sua deformata personalità. Un interminabile saliscendi.

Così era arrivata l’abitudine, il non chieder più nulla alla vita, la rassegnazione. Fino al gesto sciocco di voler a tutti i costi far innervosire persone che avrebbe tanto voluto aver come amiche.

Nondimeno vi era anche una furiosa gioia, una grande empatia, una voglia di innamorarsi, sposarsi, vivere in pace con tutti. Quanto desiderava che fosse possibile viver in pace con l’universo e le persone che si incontrano lungo la strada. Come vi ho già ampiamente informato, precedentemente, viveva in un continuo sali e scendi. Impercettibile, fragile, tutto quello che vuoi, nessuno che gridi al dramma, nessuno che lo possa veder- nemmeno lui- eppure… Eppure eccolo lì agitarsi nei suoi pensieri.

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La storia non segue mai una logica ferrea, e il destino, lo sappiamo bene, ama stupirci con atroci scherzi e dolci meraviglie. Così, mentre lui si godeva il suo vivacchiare e si immaginava morto e dimenticato per mesi in casa sua; a una certa età, si intende. L’amore arrivò.

Non si era manifestato subito, non era un colpo di fulmine, ma era arrivato piano piano con il pudore e il passo lieve delle cose belle e che rimangono.  La prima cosa che aveva scosso e colpito, Daniele, era l’attenzione alla parola, il sentirsi compreso, quando nemmeno lui lo capiva, e poi c’erano altre cose più profonde e misteriose. Quando non sei abituato all’amore non sai nemmeno dar un nome ai suoi elementi più cristallini.

Ma lei c’era. Aveva preso l’abitudine di inviarle un buona notte, prima di coricarsi, e si era meravigliato che lei rispondesse sempre, anzi che le facesse piacere. Guardavano film e serie tv, il sabato e il martedì, ognuno da casa propria, ma sentendosi per cellulare o scrivendosi sms

Così era cominciato tutto, sopratutto perché lei decise di render noto che il sentimento d’amore valeva per entrambi.

Sai cosa vuol dire rinascere? Ecco come si sentiva lui.

Ora che volete che vi dica? Vissero felici e contenti. No, vissero: come esseri umani. A volte felici e contenti e altre volte no. Daniele si portava ancora dietro quel suo sottile malessere, quel non saperselo spiegare, lei si lamentava della mancanza di attenzioni fisiche da parte del marito, di coccole. A volte litigavano e stavano male entrambi.

Potevano fare come molti: dirsi addio. Ma entrambi quando sceglievano, era per sempre.

Per cui, eccolo Daniele! Seduto nella sala d’attesa della sua psicologa. Oggi la prima volta, il primo appuntamento, la prima seduta. Lo stanzone bianco e gli altri pazienti non gli danno gioia e voglia di esprimersi, ma ha deciso che deve farlo

La grossa differenza sta qui: quando stai o pensi di star male, ma non sei solo non vuoi adagiarti su alibi e abitudini. Hai paura, non sai che dire o fare, ma va bene così.

Oggi:7 giugno 2016 stai cominciando a risalire

 

“Mi chiamo Daniele, e sono nato due volte. La prima il 1-9-77, e poi quando mi sono sposato”

 

A mio padre

26 Lug

Come tutti sapete, le cattive notizie hanno un invidiabile senso dell’umorismo. Così mentre io ero alle prese con la separazione, non voluta ma subita, da Anna, giunse la telefonata di mio fratello Nanni. Ricordo ancora bene la scena: io stavo seduto sul nostro divano, in sala, e lei parlottando fitta fitta preparava la valigia. Cosa mi diceva? “Abbiamo caratteri diversi, non potrebbe funzionare. Cioè per un po’ va bene, ma questa convivenza…” Io le avevo detto più volte che i caratteri per forza sono diversi, mica mi innamoro di una fotocopia. Mi innamoro di una persona, che fra le tante cose ha anche dei difetti e fra i tanti difetti, alcuni anche brutti.Ma lei era già nella fase dove pare che non vi sia mai stato nulla di buono, meraviglioso, dolce, indimenticabile. No, per carità! Solo disgrazie,dolore, cose da rivendicare con astio. Le persone fanno così. A loro fa piacere far finta che nulla di buono sia rimasto, anche se una relazione dovesse concludersi. Quindi lei faceva le valigie, agitata, nervosa, ripetendomi: ” Lo vedi, lo capisci, anche tu” Sottolineando con quel “anche tu”, la totale semplicità della cosa. Pure un coglione come te, può capire certe cose

Non capivo. Non ho mai capito. La vigliaccheria ci porta a pensare che le relazioni finiscano perché entrambi giungono felici e contenti alla stessa conclusione, nello stesso momento: lasciamoci. Non è così. Qualcuno ci crede ancora. E non è sempre lui ad aver torto.

Comunque giunse la telefonata di Nanni. Nostro padre, con una tempistica eccezionale, pensò bene di lasciar questo mondo proprio il giorno che la mia convivenza fallì.

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Mio padre assomiglia molto a me. Nanni ha sempre amato i numeri e le certezze.Non in campo sentimentale, perché è uno di quelli convinti che anche l’amore abbia una sua formula, una spiegazione logica. Ecco mio fratello è logico. Sempre e comunque. 24 h su 24. Non è una cattiva persona, anzi. Ti risolve i problemi, offre sicurezza e affidabilità. Ama tanto lavorare. Gli orari, le scadenze, la puntualità. E ve lo dico con profondo rispetto per lui e il suo mondo.

Un mondo che però non ho mai condiviso. Nemmeno mio padre. Non che noi due facessimo una vita da scavezzacolli, pieni di vizi e sbronze colossali. No, ma per me e mio padre erano fondamentali le parole. Per me lo sono ancora oggi. Certo, Anna lamentava il fatto che io continuassi a scrivere, con massima calma, lo stesso romanzo da anni. Non solo, anche che ogni suo tentativo di farmi partecipare a concorsi letterari e robe simili, io non li considerassi neppure. Lei avrebbe dovuto sposarsi con Nanni. Visto che nel libro vedono un oggetto da mettere ben in vista, su qualche lussuosa libreria in legno pregiato.Come simbolo del successo. Io e mio padre ce ne siamo sempre fregati del successo. Ci piaceva scrivere. Non tanto perché fossimo talentuosi, ma semplicemente grafomani.

Quante storie, poesie, invettive, abbiamo scritto. Tantissimi! Forse era una sorta di malattia famigliare, in quanto mi giurano che pure mio nonno aveva sta abitudine.

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Mia madre, composta nel suo dolore, vegliava il cadavere di mio padre. Più la guardavo, e più il suo sguardo mi ricordava quello di Visone, il nostro amatissimo cane, morto da almeno una quindicina di anni. “Nanni, non ti pare che la mamma abbia lo stesso sguardo di Visone?” Chiesi, convinto di far cosa gradita, a mio fratello. Non fu così

“Ma che cosa dici? La mamma lo sguardo di quel cane?”Mormorò trattenendo la rabbia

“Non quel cane. Parlo di Visone, non lo ricordi? Non rammenti quanta voglia di piangere avevi…”Non mi lascia finire la frase. Rammentare a mio fratello che una volta nella vita, una sola volta, ebbe la tentazione di piangere, scatenò in lui una rabbia da uomo di logica: composta, trattenuta, razionale,ma io vidi benissimo che era furioso.

Povero Visone! Mio padre lo adorava. Il nome era quello di battaglia del partigiano Giovanni Pesce. Mio padre diceva che come tra gli umani, esistono anche i cani di destra e di sinistra. Lui voleva un cane di sinistra. Come le persone che frequentava. Tutti in famiglia siamo più o meno di sinistra. Direi tanto meno, ma mio padre si accontentava così.

Mi aveva insegnato a piangere. E se qualcuno, nel fior fiore della sua massima scemenza, esclamava: ” Non far la femminuccia”, lui rispondeva: “Cosa hanno di così terrificante, le femminucce, che noi maschietti non dovremmo copiare?”

Credeva nell’altra metà del cielo. Diceva sempre cose bellissime di mia madre. Per tutto il matrimonio. E lei sorrideva sempre contenta,e un pochino, invero, imbarazzata.Non che il loro matrimonio fosse perfetto. Mio padre non credeva nel lavoro. Per nulla. Sosteneva che era una catena inventata dai ricchi per costringere le masse a rovinarsi la vita in fabbrica, ufficio, caserme, miniere, con il fine di render ancora più piacevole la vita ai ricchi. Però lavorava. Non amava solo le inutili vanterie della gente senza talento alcuno. Diceva che le riconosci perché con un tono tra il mistico e il lagnoso, parlavano solo della loro fatica. Benedetta fatica che mi permetti di fare la morale agli altri. Lui odiava la fatica. E questa cosa me l’ha data in eredità. Mi spiego: essa esiste. Tutti quanti la conosciamo prima o poi, ma arrivare a farla pesare agli altri, per aver briciole di riconoscenza e ossi di “bravo, tu si che sei un vero lavoratore”,ecco: abbiamo una dignità, noi.

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Mio padre credeva nelle parole. E questo ci lasciò in eredità. Due lunghissime lettere. A me e a mio fratello. Nanni la prese, la ripose velocemente nella sua elegante valigetta. Io l’ho letta. Si, mio padre ci ha lasciato solo parole. Poteva lasciarmi un po’ di soldi, ne avrei bisogno visto che , fra le altre cose, non avevo più nemmeno un tetto. Poteva lasciarmi case, terreni, titoli e targhe che testimoniavano la sua grandezza. No. Non è mai diventato quello scrittore che tanto gli sarebbe piaciuto essere,ma che, per pigrizia e inconcludenza, non fu mai. Però ci aveva lasciato la passione per la lettura, la musica, il cinema, il teatro e appunto: la parola. Diceva sempre “ti amo” a mia madre. In pubblico, sopratutto, e in particolare nelle occasioni più strampalate. Non aveva pubblicato nulla, non si era mai iscritto all’università di lettere moderne, non aveva mai imparato a suonare il basso, insomma non aveva vissuto la vita che avrebbe potuto vivere, ma, in quella lettera, mi esplicitava la sua totale e assoluta felicità

Perché, scriveva, alla fine aveva ottenuto il successo più grande che un uomo possa ottenere in vita sua: l’amore di mia madre.

Mentre la leggevo pensavo alla mia situazione. Non solo la mia, ma anche a quella di Nanni. Perché a noi non era andata così? Nanni era ancora sposato, ma una di quelle relazioni civili, fatta di banali frasi di circostanza, piccole e insignificanti gentilezze, per inerzia Entrambi hanno una vita piena di impegni, di cose concrete. Perché perder tempo con l’affetto, questa cosa stupida e sopravvalutata? Ma si! Dimentichiamo il nostro cane, il mitico Visone! Che veniva a svegliarci tutte le mattine a forza di invadenti e gioiose slinguazzate. Che esplodeva di felicità quando tornavamo a casa. Anche se la nostra assenza non avesse superato i trenta minuti. Povero imbecille di un cane, come i suoi padroni ! Gentaglia sentimentalista. Buonista, come si lamentava Anna. Lei che l’indomani della nostra separazione, su facebook, scriveva parole di fuoco e condanna contro di me e gli uomini che non sono più come un tempo. Mentre io pubblicavo le foto dei nostri tempi felici. Esistevano, e una loro importanza ce l’avevano, ce l’hanno ancora oggi, e ce l’avranno.

Io e mio padre eravamo per Nanni, Anna, e tanti altri, degli imbecilli. La cosa non mi pesava, non mi pesa, non mi peserà, nemmeno un po’.

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Mio padre amava i Musical, così chiese in punta di morte, che tutti noi cantassimo “Did you hear the people sing” , un brano tratto dal suo film preferito: Les Miserables. Lo sappiamo a memoria, io e Nanni. A me piaceva tantissimo, mio fratello ci vedeva solo uno spunto per dirci di quanto sia fondamentale rispettare la legge, e che un Jean nel mondo reale non esiste

“Stanno seduti accanto a te”Rispondeva mia padre, indicando lui e me. Mio fratello si incazzava. Ah,quanto si incazzava.

Mi piacerebbe pensare che l’anima rimanga per un po’ su questa terra. Sarebbe stata una bella soddisfazione per mio padre, perché nonostante in molti lo ritenessero un sognatore scansafatiche, ecco: arrivarono molte persone per porgergli l’ultimo solenne saluto. E tutti cantarono. Inventandosi le parole, affidandosi a opportuni “lalalala”, stonando mostruosamente, cosa che urtò la “sensibilità” di Nanni, ma emozionò tanto mia madre. E me.

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Così lo seppellimmo. Fu una specie di festa religiosa pagana e laica. Vennero gli amici di tanti anni, i suoi compagni di partito, i clienti della sua edicola, e i colleghi dei tanti lavoretti, venne la città di Livorno, visto che lui scappava da Firenze, senza dire nulla a nessuno, per passar tutto il giorno a parlare di politica,arte e mangiare il cinque e cinque, in quella meravigliosa cittadina. Piangemmo, ridemmo,ci abbandonammo a ricordi, abbellendo un po’ alla cazzo di cane la sua vita . Ma va bene così.

Mi piace pensare,ancora oggi, che lui stia in un bel posto. Con Visone. Un posto di sole,canzoni, lettere, parole. Sarebbe davvero bello.

E oggi?

Nanni si è separato. Vive solo, ma in un appartamento immenso. Contento lui. Non ci sta mai, è sempre in giro per lavoro. Nonostante ormai abbia una certa età. Ma appena si ferma si sente perso. Continua a dar sicurezze e risolvere problemi,ma non ha ancora incontrato qualcuno che l’ami.

La mamma ha vissuto ancora a lungo. Si è risposata, come voleva nostro padre. Un bravissimo uomo. Gentile,educato, pieno di attenzioni. Amavano entrambi il mare. E nel mare la spargemmo. Le sue ceneri viaggiarono per chilometri,  forse no.

Io mi sono sposato. Non abbiamo figli, e questo mi dispiace assai. Ma ci vogliamo bene. Come papà e mamma se ne volevano ai loro tempi. Piangiamo vedendo i film, passiamo tanto tempo fra mostre e teatro. Ridiamo spesso. Sono felice.

Anna continua a lamentarsi su facebook. Dice che gli uomini di un tempo non ci sono più

Per fortuna ci sono, invece, gli uomini come mio padre.

Una malattia chiamata felicità

23 Giu

A sessantotto anni, mio padre si ammalò gravemente di buon umore.

Tutto ebbe inizio una mattina, una delle solite mattine piovose, tipiche della nostra terra. Quella famosa mattina mio padre, svegliandosi, sorrise a mia madre augurandole una buona e felice giornata. Come se non bastasse aggiunge pure un azzardato e impudico :” Amore mio” Mia madre rimase sconvolta e scossa per tutta la giornata.

“Questo è matto! Mi sveglia per augurarmi buona giornata . Mi dice amore mio, ma che sarà mai!” Borbottò tra sé e s sé mia madre. La cosa, per quanto pittoresca, venne immediatamente sommersa dalle mille attività che noi nordici subiamo passivamente nella nostra vita. Io e mia sorella andammo al lavoro, mia madre si occupò forsennatamente della casa e di controllare i vicini di casa, vabbè che sono qui da noi da venticinque anni: ” Ma sai come sono quelli!”. E mio padre?

Contrariamente quanto fatto negli ultimi tempi, cioè dopo la pensione, non si recò ” a dar una mano” al vecchio signor Lissone e alla sacra causa della produzione di materiale ferroso. Antiquatamente ferroso, come pensavano pure i figlioli del vecchiaccio, ma per costui ai figli fece malissimo l’università e gli studi ingegneristici.

“Pezzi di carta! Roba da intellettuali che non fanno un cazzo! Va io cosa ho fatto da solo!” Tenete conto ottantacinque anni di vita così. Pavoneggiandosi di esser più ignorante dell’ignoranza, più avido del mercante di venezia, un piccolo uomo vissuto per il danaro, ma senza spender nemmeno un euro in caffè al bar. Lui, la sua brama di ricchezza, la sua fabbrichetta,e basta. Non vide mai un mare, “roba da terroni”, non vide mai un monte, “roba da tedeschi che ci trattano da pezzenti”, non vide nulla. Questo individuo per decenni fu l’eroe di mio padre.

Il quale dopo una vita da operaio in quella fabbrica, raggiunta la pensione, ci andò ancora per altri anni. Lavorando allegramente in nero, felicissimo che il suo principale gli dicesse ” Te si che sei un gran lavoratore! Mica sti neghèr dell’ostia!”

Nemmeno il nostro cane ebbe un amore così profondo e ridicolo per il suo mediocre padrone.

Sicché giungemmo alla fatidica mattina: mio padre alzandosi sorrise a mia madre e – cosa che impressionò tantissimo tutti noi- si sedette sul balcone con un vecchio libro, una copia logora de Il Corsaro Nero, fuori sul balcone.

“Ma non vai al lavoro?”Azzardò mia madre

“Perché? Sono in pensione. Ho di meglio da fare” Rispose mio padre

“Ma…Cosa? Cosa hai di meglio da fare?

“Leggere, per iniziare. Poi prendere quella vecchia sdraio in cantina e mettermi qui a prendere il sole. Una volta tanto che si degna di passare da queste parti. Poi prendere il treno e andar a Firenze. Un’ora e quaranta con le frecce rosse. Oppure dormire sulla sdraio e ascoltare un po’ di musica” Spiegò calmo mio padre. Poi ci guardò e ci sorrise. La prima volta in trenta anni di vita che lo vedemmo sorridere

“E voglio conoscere questi due ragazzi. I miei figli” Lucia mi disse , successivamente, che mio padre ebbe gli occhi lucidi mentre ci disse codeste cose.

Il telefono squillò. Mia madre si mise a lagnarsi piagnucolando, ripetendo come un mantra: “Che dico ora al signor Lissone? Che dico ora?” Dalle mie parti venerano e temono solo due cose: Dio e il ricco di paese.

“Passalo a me” Ordinò mio padre. Così lo vedemmo prendere la cornetta, sorridere allegramente e dire con un tono di voce assai gioioso: ” Uela, sciur Lissone! Va che oggi non vengo al lavoro. Avendo finito anni fa! Buona giornata. E mi raccomando : goditi un po’ i soldi che hai fatto, che forse non lo sai, ma sei un vecchio solo che sta sui coglioni a tutti. Ciao bella gioia!” Disse mio padre

Dall’altra parte si udì solo le varianti brianzole delle bestemmie più classiche.  Poi il silenzio

La famiglia fu scossa da codesto evento di sifatta portata. Io e Lucia ci lanciammo un’occhiata divertita, mia madre decise di interpretare la variante locale della piccola Reagan (l’esorcista )

Così quel giorno mio padre passò la giornata sul balcone: a leggere, ascoltare musica, prender il sole e rendersi conto che in casa aveva due esseri umani. E che alla fine trovò pure simpatici.

Le stranezze continuarono anche nei giorni successivi. Partì con una macchina carica di vecchi giocattoli, abiti, e varia oggettistica dimenticata chissà dove e chissà quando. Andò direttamente al campo nomade più vicino e regalò tutto. I bambini festeggiarono, le donne ringraziarono e lui si ubriacò, lui che a detta di tutti non bevve mai in vita sua, con gli uomini del campo. Lo fermarono appena in tempo, prima che rubasse una ruspa per abbattere la casa di un noto razzista locale..

Questo fatto fu chiacchierato assai. Tutto il paese parlò per giorni di quel loro povero concittadino. Diedero la colpa agli zingari, ai gay, ai comunisti. Inspiegabile per loro il suo buon umore, la sua beneficenza senza aver nemmeno – come ringraziamento- il nome stampato sul settimanale locale, o una targa data dal sindaco, o la prima fila davanti all’altare in chiesa. Mio padre passò una settimana intera a ridere e a piangere con i più disperati e meno desiderati esseri della nostra società. Pianse. Si perché imparò a fare anche quello: per gioia, tristezza, commozione.

La gente non seppe come comportarsi quando, senza nessun preavviso, lui pianse al funerale di un vecchio amico. E pianse tantissimo. No, non quel pianto trattenuto, ma quello operistico, devastante, assordante.” Va a Napoli” Disse qualche scemo. ” Bella idea” Rispondemmo in coro io e mio padre, Lucia sorrise. Mia madre mancò poco che chiese al morto se ci fosse stato posto nella sua bara.

E continuò a ridere e a piangere. Con tutti e per tutti. In paese dissero che era un buonista, un pappamolla ingenuo, sopratutto quando in pubblico si mise a difender l’amore. L’importanza di innamorarsi, di aprirsi agli altri,che mica è vero essi vogliono per forza ciularti e truffarti. L’applauso di un centinaio di suoi amici ebbe l’effetto di far rinchiudere nei loro dogmi da teste di cazzo, quegli esseri insignificanti e grigi che popolavano il mio vecchio paese.

Perdigiorno, fannulloni, terroni, negri,comunisti, ecco chi furono per il resto della sua vita, gli amici di mio padre.  Così li videro sempre gli abitanti del mio paese, ma lui ci vide degli esseri umani. Con ottime qualità ed enormi difetti. Ma anche ottime qualità.

Passammo così parecchio tempo con mio padre, ci raccontammo le nostre vite e i nostri progetti. Assaporammo le albe e i tramonti, bevendo e inventando suggestive leggende indiane. Mio padre, infatti, mi disse che quella mattina – la famosa mattina dove sorrise a mia madre- si ricordò che da bambino voleva essere un pellerossa. Sulla via del bisonte.E invece quel bimbo crebbe diventando un ometto impaurito, rancoroso nei confronti dei diversi, ligio al dovere, cioè quello di lavorare, lavorare, lavorare. Quante cose si perse scioccamente. Quante!

Viaggiammo: Firenze, Roma, Napoli. Gustò i sapori dei posti, fece amicizia con altri italiani come lui.E con stranieri di ogni provenienza. La gente di quei posti lo amò immediatamente. E noi fummo orgogliosi.

Perdemmo credibilità, rispetto, consenso e amicizie, più qualche parente, da noi. La malattia di nostro padre ci prese anche a noi. Poveretti! Ci dicevano. Poveretti! E noi a ogni accusa, a ogni faccia costernata per come le nostre vite si fossero rovinate, noi ridemmo sempre in faccia. La risata seppellisce tanti di quei pirla.

Guadagnammo nuove amicizie, amori, storie . Ci arricchimmo così.

Nondimeno alla fine l’ebbero vinta i morti viventi. Mio padre venne ritenuto incapace di intendere e volere. Parlò il sindaco, l’avvocato, il direttore della banca, il prete, il dottore. Tutti dissero che quella sua euforia, quella fiducia nella vita e sopratutto negli altri era una gravissima malattia mentale.

Lo rinchiusero in un manicomio e noi dopo la rabbia,la voglia di combattere,ci arrendemmo. Non del tutto. non fummo mai come loro, ma vivemmo a lungo con loro. Forse perché eravamo come loro.

Mio padre mori vecchio e malandato, su una panchina di una stazione ferroviaria. Amò fino all’ultimo i treni. Vi rimase due o tre giorni. Quella fu la fine che meritò quel folle, come dissero in paese.

Io fui tentato di rispondere, ma mia moglie mi disse di star zitto. Era il mio datore di lavoro che disse quelle cose.

Poi un giorno vedemmo passare per la via del paese una delegazione di zingari, seguita da un folto numero di stranieri, e poi una parata di senza fissa dimora, e gente: il barista di Napoli, il vecchio incontrato per caso a Roma, un pittore di firenze e tanta tanta tanta altra gente. Io corsi fuori dalla ditta dove da anni lavoravo svogliatamente

“Davide dove….” Il titolare non finì la frase. Lo atterrai con un pugno al mento. E scappai fuori. Chiamai Lucia. Lascia perdere, vieni! Devi vedere!

Dieci minuti dopo io e mia sorella,tenendoci per mano, sorridendo,ridendo e piangendo, vedemmo passare quel corteo di varia e viva umanità. Procedevano e circondavano alcuni di loro che portavano a spalla una sorta di trono.

Seduto sopra, sistemato come se fosse vivo, sorridente , c’era mio padre.

Quella gente per quel giorno portò in giro come fosse un re, un uomo qualunque. Lo fecero per la gioia, la felicità, l’affetto e l’attenzione che egli ebbe per loro. Umano tra gli umani

“Ma cosa fanno quelli?Non sono normali! Sono malati!” Borbottò sprezzante un tizio

“Si, ha ragione. Sono, siamo, malati. La nostra malattia si chiama :felicità” Disse sorridendo Lucia.

La tristezza è cenare da soli

22 Apr

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“Sai Anna, sai cosa è successo? Questa te la devo troppo raccontare! Ascolta: mi reco, come ogni mattina, da Arnold’s, sai quel locale dove andiamo sempre a far colazione da… Da quanto? Quindici…Forse quindici anni? Ricordi che mi aspettavi alla stazione di Santa Maria e poi andavamo lì. A bere, mangiare, ti ricordi no? Quanto ci piaceva! Insomma, ti stavo dicendo, codesta mattina vado lì come sempre e mi metto in fila. Ci sono tanti giovani, tanti stranieri. Quando vedo le coppie, poi..Mi viene quasi da piangere. Penso a te. Ti ricordi? Mi aspettavi alla staz..Te l’ho già detto! Scusa, scusa, si ripeto sempre le stesse cose. Insomma. ti dicevo, sono in fila. Con lo sguardo cerco qualche cameriere, qualcuno che ci conosceva. Manchi molto anche a loro.E insomma , ti dicevo, sono in fila e guardo: i clienti, le bariste, la cassiera. Ricordi come erano cordiali con noi?Io prendevo il caramellato, o l’american coffee freddo. Tu quella cosa…Quella cosa…Come si chiama? Come..Eppure lo ricordavo! Ieri sera ho pensato solo a quello: a ciò che bevevi quando andavamo da Arnold’s! Niente. Non ricordo. Insomma, ti stavo dicendo, sono in fila: ci sono i clienti, gente.. E tocca a me. Ora vado dalla cassiera e le dico:” i nostri soliti” Quindici anni che andiamo lì. Tutte le mattine e prendiamo sempre quelle. Lei dice: ” Non abbiamo nulla che si chiami “I Nostri Soliti” . Io dico: ma siamo i signori Rossi,veniamo sempre qui” E cerco, sai guardo in giro. C’era quella barista…Quella con i capelli biondi e corti.  Non dice nulla. Io insisto: ” Sono quindici anni, che veniamo qui. Siamo amici da quindici anni” Lei mi risponde che non le pare di avermi tra i suoi contatti di facebook. E io ….Bè, io le ho gridato negra di merda e ..Ecco. quella stronza della barista è intervenuta per cacciarmi fuori. Io cosa ho chiesto? Cosa? Il solito. Sono quindici anni del cazzo che andiamo in quel cazzo di locale a bere le solite cose del cazzo. Ma non vorrà dire qualcosa? Molto probabilmente quella gente, in vita loro, avranno visto più noi che i loro famigliari. E quindi mi cacciano fuori. La gente mi dava del vecchio coglione razzista e la barista, la tua preferita, mi ha detto di non farmi più vedere che le ho rotto le palle con le mie storie su di te. Mi ha detto:” è morta! Da un anno” E poi altre parole. Cattive parole. E io.. E io..”

Roberto non conclude la frase. Il pianto devastante, doloroso, irrefrenabile,esce come l’urlo di una bestia inferocita. Un uomo che non può perdonare Dio, il destino, il caos, il governo del suo paese, di avergli portato via la sua amatissima moglie.  Ferma, immobile, la sedia alla sua sinistra ( dove un tempo si sedeva la donna) è unica testimone di tutto questo dolore.

2

I primi tempi parlava con lei. Entrava in casa e con gioia le raccontava le giornate. Metteva su dischi di musica classica, De Andrè, e cantava per lei. Come era abituato fare, dopo un anno di fidanzamento e 20 di matrimonio. Sapeva (in cuor suo) che la maggior parte della gente lo riteneva un po’ bizzarro quantomeno. Ma a lui non importava. Avrebbe dovuto spiegar a loro che , mentre essi buttavano via la loro vita disprezzando ogni tentativo di uscire dalla mediocrità, lui si era impegnato a costruire un rapporto d’amore solido e duraturo

“Alti e bassi, ah si! Ricordi? Ti lamentavi che io non ti desiderassi. Che non ti baciavo abbastanza, non ti toccavo abbastanza. Hai sofferto molto per questo. Si, era una mia grandissima colpa. Questa e quella di non averti reso madre. Tu ci tenevi così tanto. Quella bimba..Quella dei nostri vicini. Ti ricordi come ti adorava? Io la reputavo una petulante scassacazzo. Ma tu…Mi commuovevo e mi rattristavo allo stesso tempo, quando ti guardavo giocare con lei. Non ci sono riuscito. Il sesso…Ti ho detto delle puttane, da giovane, ti ho detto dello schifo che ho provato ogni volta. Ma c’è questa cosa tra uomini: che devi farlo! Assolutamente. Quindi se sei uno sfigato, come ero io da ragazzo, cosa puoi fare? Lasciare che i tuoi amici ti portino da qualche puttana. Che schifo provavo per me. E che invidia per quelli che avevano i genitori prodighi di carezze e baci. Non ho mai abbracciato nessuno e mai baciato nessuno…Io,non lo so. Non succedeva. Non andava così. Non rammento un bacio da parte di mia madre. Per lei non erano cose. Dovevo stare attento a quelli troppo invadenti,diceva. Invadenti erano tutti per lei. Tutti. Ricordi che ti allontanavo quando volevi togliermi un sopra ciglia troppo lungo o cose così? Mi veniva l’istinto bloccarti le mani. Avevo paura che tu mi facessi male. Ma queste cose,ecco…Cosa potevo fare? Dire:”Io sono questo e non cambio” Oppure impegnarmi per cambiare e ce l’ho fatta. Volevo andar a chieder scusa alla cassiera. Ieri, te l’ho detto no? Da Arnold’s. Te l’ho detto? Bè, ero in fila e…”

La sedia alla sua sinistra, nella sua indifferenza di cosa inanimata, riascolta la storia dell’uomo.

3

Si all’inizio venivano a trovarlo. E lui era felicissimo. Non si era abituato all’idea della morte, ai “che vuoi farci capita a tutti”, ai ” forza, fatti coraggio”. Lui ringraziava, per educazione,ma era convinto che lei non se ne fosse andata del tutto. Come può un dio, il caos, il destino, il governo, permetter che tutto quel grande amore possa svanire. Per sempre

“C’era un bambino con la mamma. In centro, stamattina. Bè, era uno dei tuoi allievi. Del tuo asilo. Alessandro, il chiacchierone. L’ho salutato . Non mi ha riconosciuto. Nemmeno sua madre. E allora ho detto il tuo nome. Credo che ora faccia la quinta elementare. Si, sai cosa è successo? Si è ricordato di te. Uno,che si ricorda ancora di te! Che gioia. Anche sua madre a questo punto.. Scusa. Mi viene da piangere!”

L’uomo si interrompe. La sedia, se potesse, lo abbraccerebbe . Lei lo faceva sempre. Quando lui buttava via i suoi obiettivi ( laurearsi in storia del cinema, scrivere un libro o trovare un lavoro duraturo) lei era sempre lì. Litigavano, avevano momenti duri,ma poi si abbracciavano. Ricostruivano.

“E insomma erano dispiaciuti. Di non esser venuti al tuo funerale. C’era tanta gente, però..Ricordi? Quanta gente e io pensavo che questo ricordo ci avrebbe legato per sempre. Ho cercato, si insomma..Mi sono dato al bere. Tanto vale sbronzarmi, stordirmi, per dimenticarti, rovinarmi,morire. Te lo dicevo:”Morirò solo. Sul divano e mi ritroveranno dopo un mese.” Tu non volevi questo. Dicevi che dovevo esser felice. Rifarmi una vita,cose simili. Ma non posso! Come posso esser felice se sei morta! Morta, sparita, scomparsa, per sempre. Per sempre e non parlarmi di paradiso:porcodio! Porcodio non lo fare! Non …Ah, io non devo bestemmiare?Cristolamadonnadiuncanedidio! Ecco bestemmio! Ti fa male? Ti disturba? Non me ne frega un cazzo! Porcodio!!!!!! E tu? Tu non pensi a quanto male mi hai fatto? Perché sei morta per prima? Perché? Ora a me chi pensa?”

4

La tristezza è cenare da soli. Dopo che per tanto tempo hai cenato con il tuo unico e grande amore. Le risate, i grandi piani per il futuro, le litigate furiose e le riappacificazioni . Tutto a cena, tutto a tavola.

Ora solo una sedia. Vuota. E tu ci parli. Anzi parlavi. Poi con il tempo,anche le parole, sono finite. Ogni tanto piangevi, a metà cena. Una cena penosa, cucinata male o roba che porti a casa dai ristoranti cinesi. Ti viene in mente la cassiera dell’Arnold’s e della figura da imbecille razzista che hai fatto, ti viene in mente il tentativo fallito di diventare alcolizzato, i pugni che ti sei tirato, la disperazione nerissima. E lei. Sempre più sbiadita la sua immagine, pressoché dimenticata la voce.

Eppure è come se fosse lì accanto a te. Seduta su quella sedia.

“Non si cancella il bene che fai. Forse è quello che pesa. Una persona cinica e vigliacca dura poco nella nostra vita. Non ci perdi molto tempo. Ma chi ti ha dato la vita? Chi ti ha fatto capire che eri un uomo meritevole d’amore?Ci vuole tempo amore. Tanto e troppo. Mi son fatto male e ti ho delusa. Non era questo quello che volevi e mi dicevi.. Tu dicevi che dovevo esser felice. Ma io…Quanto è triste mangiare da soli, non avere nessuno con cui parlare, ridere, litigare anche. E questa sedia vuota per un anno mi ha devastato. Non potevo guardarla, ma non potevo buttarla via. Tu sei ancora viva per me. Lo sei stata a lungo, non sopportavo tutto questo! E vivi ancora per me. Sei e sarai sempre nel mio cuore. Quando chiuderò gli occhi per l’ultima volta, ecco…Penserò a te.

Però…Amore,ecco..Sai quella libreria? La Rochester? Ci piaceva tanto…Si, non so come dirtelo. Due settimane fa….C’era questa donna. Più o meno la nostra età. Era ferma davanti al settore narrativa, L’ho vista spaesata. Non sapevo che fare: aiutarla o ignorarla? Ero indeciso. Poi ci ha pensato lei. Mi ha chiesto se sapevo dove mettevano i libri di Pessoa. Perché al suo marito piaceva così tanto. Lei non li ha mai letti, mai e alla sua morte li ha buttati via. Così io le indico dove trovare Il libro dell’inquietudine. Le dico che era il tuo libro preferito. Parliamo . Ti sarebbe piaciuta, avreste potuto diventare buone amiche. Sai? L’opera lirica, la musica classica, tutte quelle cose.

Mi ha chiesto tre volte di vederci,mi ha obbligato a darle il numero di cellulare…Perché le ho dato il numero? Ecco,non so. Cosa sto combinando? Sto tradendo la tua memoria? Sono passati nove anni e mezzo..Troppo poco? Sono forse un vigliacco, come dicono quelli che mi evitavano perché continuavo a parlar di te e non mi costruivo una vita?

Amore, mi dispiace. Devo lasciarti. Mi costa tantissimo,ma devo farlo. Ora lei entrerà da quella porta. Si siederà qui dove stavi tu. Ma non sarai tu. Non farò questo errore. Sono vivo e sono pronto ad amare. Anna Eponine: ti ho amata, ti amo, ti amerò. Ora però..”

L’uomo non finisce la frase. La nuova vita ha appena suonato al suo campanello

Prima di dormire

6 Nov

Come ogni sera, da ormai ben ottantacinque anni, il signor Rossi si prepara per una sana e , ” speriamo” pensa tra sé e sé,  lunga dormita. La giornata ormai volge al termine e seppure con un po’ di spavento è felicissimo di come siano andate le cose.  Chi l’avrebbe detto che  il caro,vecchio, Marco si sarebbe fatto vivo proprio oggi! Dopo… Quanto tempo? Forse trentanni!. Ma no ! No! Di più ! Erano entrambi giovani e volevano fondare una compagnia teatrale. ” Viviamo per l’arte!” Erano soliti dire, durante quei spensierati giorni di gioia scomposta , sguaiata, tipicamente tardo adolescenziale.  Parlavano, (in quei tempi che ora nella sua mente sono confusi e ridotti a pochi brandelli di sorrisi,corse,cadute,lacrime), sempre di fare grandi cose. Svecchiare il teatro, diventare i numeri uno nel campo dei fumetti ,o imparare a suonare uno strumento.

” Ti ricordi Marco, quanti insulti ci prendevamo perché non eravamo campioni in nessuna disciplina sportiva?” Domanda il signor Rossi al suo amico . Entrato in camera sua come un vecchio malfermo,ma appena egli si siede accanto al vecchio allettato , agli occhi di questo ultimo torna , ( come per magia),quel giovane dai capelli disordinati e dalla barba fatta crescere con pieno spirito anarchico. E il sorriso tagliente di chi è troppo timido e spaventato dal mondo,da tutto. Come lui.

” Ricordo. Ma non è mai stato un dramma per me . E per te?” Domanda l’amico

“No.  Poi ti abitui alla cretineria delle masse amorfe.” Il signor Rossi distoglie lo sguardo dal volto dell’amico e malinconicamente cerca di catturare un po’ di luce, la quale filtra debolmente dalla tapparella abbassata. Gli mancherà il sole? Possibile? Per tutta la vita non ha fatto altro che sfuggirgli! Non è vero che smettiamo di imparare appena finite le scuole, “Prendi me!” Vorrebbe dire il vecchio. Proprio ora ho avuto una bella lezione: in ottanta e passa anni di vita, non mi ero mai accorto di quanto fosse bello il sole.

Non erano diventati famosi. Lui e Marco. Per nulla, a parte qualche e book stampato tanto per metter su carta i loro pensieri filosofici. Uno era dedicato a Leopardi che combatteva gli zombi a Napoli. Una cagata. Una cosa a dir poco oscena. Ma divertente.

Così la vita li aveva separati e resi due signor nessuno fra tanti signori anonimi.

“Ma non è questa gran tragedia” Mormora il vecchio, rivolgendosi all’amico. Non riceve risposta e con grossa fatica gira la testa dalla parte dell’ospite ,  per aver la certezza che costui abbia compreso le sue parole.  Non c’è.  Scomparso. Ma ci sarà mai stato davvero? Non era forse morto suicida trentanni prima? O quello era Claudio? Suo figlio? Il suo amatissimo figlio!

“Claudio! Claudio ,perdonami!” Urla silenziosamente, esplodendo ogni parola e invocazione nella sua mente ormai debole, chissà forse ora potrà rivederlo e piangere tutte le lacrime che aveva trattenuto. Rimembra quanto quel suo atteggiamento avesse creato problemi , con annesse litigate furibonde, con la moglie.

Un unico figlio, avuto tardi, voluto e cercato come i vecchi pionieri cercavano l’oro nel vecchio west.  Lui però aveva sbagliato tutto: suo figlio doveva diventare assolutamente un musicista di fama. D’altronde il Signor Rossi amava alla follia la musica ,ma non era portato. Per nulla. Così vedeva nel figlio il suo riscatto.

“Che storia banale, nemmeno nel rovinarti la vita sono stato originale!” Borbotta il vecchio moribondo.

Nella sua breve vita, il povero ragazzo, non aveva conosciuto un padre. Ma un rompipalle che pretendeva da lui senza informarsi, senza voler conoscere quali fossero le ambizioni del giovane.

“Ciao , papà!” Una voce lo richiama indietro , nel mondo dei vivi. Mondo che gli appartiene ancora per poco.

“Claudio?”  Vuoi vedere che è già in paradiso! O forse…Forse è l’inferno!

“Si, sono io. Sono uscito per prender da mangiare. Non ho fatto tardi?” Domanda l’uomo al vecchio padre.

“Ma…Sono già morto?”

“Che dici? Come sei già…” L’uomo lascia cadere le borse della spesa per terra. I deliri di quel vecchio lo stanno ossessionando.  Lo sa : deve portare pazienza. Dopotutto è un uomo anziano, che soffre di demenza senile e da anni non si muove dal letto.

Non c’è mai stato un gran rapporto tra di loro,cosa invece che il padre aveva con la sorella: Mara. Lei era la gloria di casa, la musicista da esibire come trofeo, la gioia negli occhi del padre.  Poi l’incidente.  Il rapporto tra lui , ( mediocre e anonimo, giusto la vecchia edicola del padre  poteva ereditare), e il padre era diventato un muto accusarsi. Perché il figlio sbagliato? Chiedeva il padre.  O forse era lui che si faceva questa idea.

“Ma certo che lo è!” Sua madre, appena tornata dalla farmacia dove ha preso le medicine per il suo uomo, lo sta aiutando a metter a posto i generi alimentari presi al supermercato.  ” Certo che è un’idea tua. Tuo padre ti ha sempre voluto bene. E nel suo piccolo te lo dimostrava. Dimentichi le carezze che ti dava ogni volta che tu stavi studiando , o ascoltando musica? Lui passava e ti accarezzava. Sai quanto tempo ci ho messo per fargli capire di non aver paura dei sentimenti?Di esplicarli. Lui era convinto che bastasse il pensiero,ma come fai a toccare,accarezzare, baciare, amare , un pensiero? Quante volte gli dissi codeste cose” La donna lancia un’occhiata verso il corridoio. Come se la camera da letto , con il suo uomo compreso, potesse sparire o scappare via.  ” Sta morendo. Io riuscirò ad accettare questa cosa? Ora?” Si chiede.

 

In camera sua, come se avvertisse il pensiero della moglie, l’uomo ripensa alla sua “rinascita”.  Così gli piace ricordare l’avvenimento più importante della sua vita: l’incontro con sua moglie.

E di come l’amore avesse cambiato un uomo di trentasette anni , ormai sicuro di invecchiare malissimo. Solo e abbandonato. D’altronde per decenni l’unico contatto con l’altro sesso era avvenuto attraverso la pornografia e qualche donna di dubbia moralità. Si diceva che solo quelle potevano starci con lui, che tanto chi avrebbe mai perso tempo con una simile mediocrità Nonostante qualcosa nel profondo della sua anima puntasse ad altro: amore, famiglia, una vita da spendere con una persona. Però ogni volta che questo lato buono veniva a galla, si vergognava e ricacciava indietro questi pensieri. Fossero suoi  . Gli altri dovevano conoscerlo come un vizioso sfigato. Se lo meritava.

Ricorda ancora bene lo schifo che l’assaliva ogni estate, la sua vigliacca adesione alla ricerca di donnine facili e tutto il resto. Poi aveva detto basta, ricorda anche questo. Non era stato facile , per nulla. Ma lui meritava di più. Cosa aveva di così terrificante? Perché umiliarsi in quel modo squallido?Gli amici ridevano: ” ma si tanto poi ci ricasca” e invece lui aveva tirato dritto.

Ora, nel buio della stanza, il vecchio piange silenziose lacrime di orgoglio.

Cosa era successo? La sua volontà di migliorare, cambiare, vivere come voleva e non come poteva. Si, lui non faceva parte per nulla di quella compagnia di uomini rozzi, volgari, che giustificano cose orribili con la scusa del divertimento personale. Lui credeva nell’umanità e nell’amore.

 

“Ti ho raccontato come ho conosciuto tuo padre?” Chiede la signora anziana al figlio,mentre è impegnata a spellare le patate.

“Si. Tramite quella cosa che andava di moda ai vostri tempi…Come si chiamava?”

“Facebook. No,ma io lo conoscevo da prima. Aveva commentato un mio intervento sul blog di una nostra conoscente. Poi piano, piano… Tutto il resto. Lui era talmente timido che ho dovuto scrivergli una mail nella quale gli dicevo che ero innamorata di lui, solo così ha trovato la forza per dichiararsi. Tuo padre è stato sempre un uomo molto dolce. Anche con te e con Mara.” Il pensiero della figlia la turba profondamente , come sempre.

Il figlio vorrebbe ribattere che non è stato sempre così. Suo padre era iracondo e collerico. ” Non ricordi mamma le litigate quando lui partiva per la tangente? Il suo giustizialismo che hai sempre odiato?”

Eppure, si stupisce, ha ragione anche sua madre: le carezze, le piccole attenzioni, ( non gli faceva mai mancare la porzione più grande di patatine fritte, contorno che adorava anche lui,perché sapeva che il figlio ne era ghiotto), come ascoltava ogni cosa che diceva. E poi giudicava.

“Forse ci fermiamo troppo spesso al primo tempo delle cose. Non andiamo oltre. Forse in questo tempo ho giudicato mio padre dal punto di vista di un eterno figlio e mai come un uomo dovrebbe giudicare e amare un altro uomo”  Per un po’ rallenta la preparazione del pranzo. Sente delle lacrime che bruciano negli occhi e stanno per uscire. Dovrebbe fare come suo padre: che piange sempre e senza controllo per ogni film , libro, per la gioia di sua madre.

Sono davvero una coppia meravigliosa. Tanti anni insieme, alti e bassi,ma sempre uniti. Condividono, dialogano, credono nell’umanità E lui, si sorprende, non è tanto diverso.

Per esempio: con Anna, quante litigate! Ma mai una volta le ha prese come pretesto per rompere o tradirla.

“Il tradimento è una cosa schifosa”, quante volte il suo vecchio l’ha detto e ridetto.  Aveva ed ha ragione.

Forse i suoi genitori desideravano altro,come molti,ma non erano sicuramente amareggiati oppure offesi contro la vita. Perché si erano trovati ed amati.  Di un amore piccolo,ma robusto.

Suo padre aveva cominciato a superare , piano piano, le sue paure: andare al cinema da solo, prendere il treno, l’aereo, aveva imparato a piangere di gioia e di dolore, a non fuggire mai di fronte alle cose brutte che capitano nella vita, a pensare e vivere tenendo conto del Noi,ma di un Io infantile e frustrato.

Era rinato e maturato grazie a sua madre. Ecco, se a lui ora voi domandaste: ” Cosa è la felicità ,per lei?” Vi risponderebbe, trattenendo a stento la commozione.  Sua madre se ne deve esser accorta, perché si è alzata dalla sedia e lo abbraccia. Come faceva quando era piccolo e come ha continuato a fare per tutta la vita.

Più tardi, come faceva oltre quarantanni di relazione, la donna si sdraia di fianco al marito. Gli tiene la mano , che se no non riesce ad addormentarsi, e gli parla. Della loro vita, dei loro figli, dei viaggi,di questa piccola meraviglia chiamata amore. Sicuramente non ferma le guerre, non fa rivoluzioni,ma nel suo piccolo ci rende gente migliore.

Mentre lei dice per l’ennesima volta che uomo meraviglioso lui sia, il vecchio , (sorridendo ), decide di addormentarsi. Per sempre.