la necessità del perdono

18 Lug

“Mi creda. per un motivo o per l’altro, li sbagliamo sempre” Il ragazzo viene strappato via dal suo magico mondo di paranoie e ansie, grazie all’intervento vocale dell’uomo anziano seduto accanto a lui, su quella panchina del parco.

“Come? Questi? Li ho presi mezzora fa. Pensavo che possano andar bene, almeno per la mia ragazza. Ora non ne sono sicuro. Che gusti ha lei? Cosa le piace?” Domanda , più a sé stesso che al suo occasionale ascoltatore,  il giovane.

“Non è facile. Deve essere una questione, come dire? Di Dna. Dopo un po’ che ci parlano, rimaniamo incantati dalle loro voci e viaggiamo in altri mondi” Conviene l’anziano

“Un modo elegante e letterario per dire che ci facciamo i cazzi nostri” Ribatte sorridendo il ragazzo.  Ridono forte entrambi.

“Può darsi, può darsi. Magari in quei momenti di shopping, di chiacchiere su anelli, vestiti, borse, veramente – in automatico- cadiamo in un ‘altra dimensione. Non certamente migliore della loro. E poi sa una cosa ? Forse ora è troppo coinvolto, non so.. Comunque, nella vita, possono capitare cose che le fan venire voglia di sentirle ancora quelle parole su cose di cui a noi, sinceramente, poco cale. ” Sul volto dell’anziano passa qualcosa di breve, come l’ombra guerriera di un antico e feroce dolore, poi scompare .

“Cosa potrebbe capitare, ad esempio?” Chiede il giovane, che non cogliendo l’espressione fugace del vecchio, mantiene un tono cameratesco e divertito

“Potrebbe capitare che non vivete nello stesso paese. Sicché lei viene a trovarti. Tu passi la settimana con il cuore in gola, ti trema il sangue nelle vene. Non hai mai conosciuto davvero l’amore. Nulla di troppo preoccupante, la maggior parte delle persone, e degli uomini, campa una normale e tranquilla esistenza senza conoscerlo. Ma tu l’hai incontrato e ora cammina accanto a te, per le vie della tua grigia città Si guardano le vetrine, si va a mangiar sempre in quel ristorante che ormai è diventato quasi una seconda casa, s va al cinema. Piangi al cinema e  non te ne vergogni. Non hai più bisogno di fare il duro, o il pirla, come fanno gli uomini tra di loro. Vivi come vuoi e non come puoi. Insomma sei rinato. Cosa potrebbe accadere? Accade che è una giornata piovigginosa. Fate le solite cose, nonostante il tempo vi sentite allegri. Talmente allegri, che non vedete quanto tempo è passato, è capitato anche a te?” Domanda, abbandonando il suo discorso il vecchio.

“Cosa? Di fare o dire anche delle scemenze, ma non voler interrompere il tempo passato insieme? Si. Ma solo con Annalisa. Solo con lei” Risponde il ragazzo, seguendo con l’immaginazione alcune giornate grigie ed oziose, che la compagnia della sua amata aveva trasformato in giorni assolutamente deliziosi.

” Questo a me e Viviana succedeva sempre. Dal primo momento che ci siamo incontrati. Le persone ti prenderanno per matto, lo sai, no? Ma, pur se fosse, sarebbe una bella pazzia non credi?Viviamo tempi assurdi e, credimi, lo erano anche quando io ero un ragazzino. Alle persone par normale vivere chiusi nel proprio io, nella soddisfazione infantile dei loro desideri, che son quasi sempre dei piccoli e mediocri vizi. Va male un rapporto? Allora l’amore fa schifo, meglio star soli, con piccole avventure insignificanti da narrare agli amici al bar. Tutte cose che fanno bene al tuo ego, ma non a te. Sì, scusa è una banale lezione di morale,  ma son vecchio, che altro potremmo mai fare?”

“No, guardi! Non è banale, la penso anche io come lei. Solo che… Ecco lei è la mia prima ragazza, o quantomeno la prima storia seria.”

“Sei molto gentile ed educato, qualità che migliorano con un pizzico di elegante ipocrisia. Ti ringrazio, per sopportare la mia presenza e le mie parole. Che regalo nasconde quel pacchetto?” l’anziano indica con l’indice la piccola scatola blu, chiusa da un nastro dorato che il ragazzo si passa nervosamente da mano in mano.

“Un braccialetto. Ma non ricordo se è quello giusto! E me l’ha detto mille e mille volte. L’ho dimenticato Dimentico sempre tutto, no! Tutto no! Posso dirle che tempo c’era di tutti i giorni che ci siamo incontrati, quello si. O che grado di felicità lei avesse, che ne so? Media, alta, altissima. Rammento bene anche i litigi. Tutti. Un primo maggio, era una giornata piovigginosa e triste già di suo, ho temuto che mi lasciasse. E ora che vita potrei vivere se lei non fosse con me? ”

“Già, che vita vivresti..” L’anziano par perdersi di nuovo nei suoi pensieri e quel velo di malinconia  pesante, soffocante, torna di nuovo sul suo viso.

“Non potresti, mio giovane amico. Non potresti. Incominci a far lavorare la mente, razionalizzare, cercare tanti modi per non pensarci. Eppure tutto, ma proprio tutto ti parlerebbe e ti parla di lei. Come se ogni luogo, ogni attimo della tua vita, il tempo, avessero imparato l’arte della logorrea. Così cerchi di uscirne in tutti i modi. Gli amici ti presentano altre donne, ti portano a puttane, ti ubriachi, ma non fai altro che peggiorare la situazione. A me è successo. Dico di perdere la donna della mia vita” l’uomo abbassa lo sguardo verso terra, come se potesse trovar qualche prezioso tesoro o un aiuto inaspettato.

“Oh, mi dispiace! Mi scusi, ecco.. Forse sono inopportuno, ma cosa è successo?” Chiede, timidamente, il ragazzo.

” Se ne è andata via. Quel pomeriggio di cui ti stavo raccontando poco fa.” L’anziano si ferma di nuovo, come se la mente rielaborasse la trama di un film tanto complicato quanto doloroso. Troppo doloroso.

“Avevate litigato? Preso un regalo sbagliato? Come il mio! ” Il giovane sorride ironicamente, quasi per cercare di rallegrare l’uomo che siede al suo fianco, ma costui non sorride, lo guarda malinconico e assorto. Poi riprende a parlare e la cosa che dice congela il sangue nelle vene del ragazzo

“Morta. L’ultima immagine che ho di lei, sai quale è? Un bacio, un abbraccio?Si, c’è stato, ma veloce, rapido, perché il treno stava partendo e poi non avrebbe fatto in tempo a tornare a casa sua. C’era.. mi pare ce ne fosse uno in Stazione Centrale, non vorrei sbagliarmi, verso le tre di notte. Così ci siamo salutati distrattamente, le ho detto : ” ti amo amore mio” mentre le porte si chiudevano. L’ho detto alla sua schiena.” L’uomo si ferma e inspira un po’ d’aria, in cerca di ossigeno, per riprendere il fiato sprecato nel dover esporre a uno sconosciuto un ricordo tanto doloroso.

“Scusi, non volevo…Cazzo, combino sempre disastri. Sono così goffo, faccio sempre delle figuracce! ” Il ragazzo vorrebbe sprofondare, sparire, si odia quando si comporta come uno sciocco, cosa che per anni era convinto di essere, ma poi succede un fatto inaspettato, che lo sorprende positivamente. L’anziano gli ha messo una mano sulla spalla destra e gli sta facendo una pacca amichevole.

“No, ma che ti scusi a fare? Sei uno di quelli che vive perennemente scusandosi, vero? Ti capisco. Diciamo che anche io ho avuto le mie belle scuse da dover dar al mondo. Alcune erano necessarie e altre no. Ma sai cosa è, veramente, l’unica cosa necessaria? Ti garba che un vecchio rincoglionito ti offra codesto piccolo segreto?”

“Oh, ma certo! Io sono talmente insicuro su cosa dovrei fare nella e della mia vita, cioè non penso che mi dica di farmi scoppiare in centro città, o rapinare una banca, no?” Ecco, ma perché non si limita a dir sì o no, invece di voler far il simpatico? Mica sei in un film di Tarantino dove tutti devono dire frasi ad effetto,  piuttosto l’individuo accanto a te assomiglia a quell’agente della C.I.A.; quello buono… Non ricordi più il titolo del film e come si chiamava il personaggio.

“No, no, niente di tutto questo! La cosa, l’unica cosa, davvero necessaria nella nostra vita è: il perdono. Tutto qui. Saper perdonare e costringersi a perdonarsi. Perché a volte non sono gli altri a tormentarci, ma siamo noi. Che non riusciamo a distaccarci da un senso di colpa, da… Non sai quante volte, oh Cristo quante, ho visto e rivisto, nella mia mente, il film di quel dannato giorno, dannato ultimo giorno. Dove ho ritardato più del necessario, oppure: ma perché non l’hai fermata? Partiva il giorno successivo, a quelli della sua azienda avrebbe detto che stava male, ma lei era sincera. Non diceva mai bugie. Ed era buona, una qualità negativa per molti. Perché pensano che bontà significhi : ipocrisia, falsità, e allora vivono una sincera vita da pleonastiche teste di cazzo! No, no, lei non era per nulla ipocrita o altro. Era buona, te lo ridico. Perché anche tu mi sembri un buon ragazzo, non so… Forse mi sbaglio, ma ci sono tanti piccoli particolari, il non detto! Ecco diamo un’idea di noi stessi sopratutto con il modo di star seduti, di muovere le mani. In ogni caso: perdona e perdonati. Non giustifica e giustificati, quello lascialo a chi è in malafede. Perdona. ”  Una giovane donna che ride allegra mentre il suo cagnolino saltella e fa le feste, passa davanti a loro, entrambi sorridono conquistati da quella piccola scheggia di pura e perfetta gioia.

“E lei si perdona? Ci riesce?” Mormora il ragazzo arrossendo. Come se la risposta dell’uomo possa condannarlo a morte

“Ho imparato. Ho dovuto farlo. Perché stavo, o meglio volevo, uccidere un uomo Non solo, volevo che soffrisse ogni secondo della sua vita. Ogni piccolo, insignificante secondo della sua vita” Di nuovo il silenzio, carico di pensieri.

Pensieri pesanti, cupi, pensieri che vorresti eliminare, ma che vengono a trovarti.

“Cosa ha combinato quell’uomo? Perché…oh, scusi! Era per via della morte..”

“Di Viviana. Lei stava tornando a casa. Dalla stazione a casa sua non ci vuole molto in bus. però decise di farla a piedi quella strada. Mancava poco a Natale e infatti il suo ultimo sms, l’ultima cosa che mi rimane di lei è : “La città è meravigliosa tutta illuminata per Natale” più o meno diceva questo. Pensava a che regalo mi avrebbe fatto, al pranzo che avremmo passato insieme. Pensava e una macchina l’ha falciata mentre attraversava la strada, davanti a casa sua.  Lei era sulla strisce pedonali. Non ha sofferto, dicono. Come se questo particolare mi fosse d’aiuto.  Lo è, in qualche modo. Perché è una difesa, per allontanare e alleviare il tuo – egoista del cazzo- dolore. Come quando ti dicono: ” Dispiace, ma almeno così non soffre più” Oppure: ” aveva una certa età” Oppure…”

“E’ solo un cane.” Dice con la voce spezzata, rotta da un antico dolore, il ragazzo

“Già. Perché non ti aiutano a vivere fino in fondo il tuo dolore, la tua disperazione? Perché devono sempre trovarti una medicina,  una pillola di filosofia spicciola. Poi ci sono quelli, per me i peggiori, che non vogliono esser aiutati oppure non ti aiutano con la scusa: solo io, solo tu, sai come ci si sente! E l’empatia, cazzo! Ma non vi hanno mai spiegato nulla circa  essa? Comunque, allora, io ero uno di quelli che si chiuse nel suo dolore. Tanto e bene da costruirmi tutta una serie di alibi, abitudini, certezze. Non mi fu difficile dal dolore passar al rancore, poi dal rancore all’odio e infine al desiderio di vendetta.”

Un bimbo, traballando sulle insicure gambette, corre ridendo sul prato. Chissà cosa pensa e cosa vede? Quale immensa meraviglia! I due provano una breve invidia per il piccolo e per quella gioia che per anni hanno voluto dimenticare e negare.

” Ho passato, riprende l’anziano, giorni, settimane, mesi, a ubriacarmi e piangere. Spesso entrambe le cose nello stesso momento. Il senso di colpa, la perdita, non so. Ero io il debole della coppia, se la gente ci vedeva come una bellissima coppia, non era per me. No, era per lei.Poi un giorno, sentì una voce interna. Chiara, limpida, forte e calma. Oh, dio quanto era calma e ragionevole: fallo soffrire. Io stavo male perché un coglione non si è fermato in prossimità, nelle vicinanze, davanti, a delle stupide strisce pedonali, capisci? Lui era il mio problema. Lui mi rovinava la vita.Così, con grande fatica e con numerose cadute alla fine ottenni quello che volevo.” L’uomo si ferma un momento per soffiarsi il naso.

“Cosa voleva?” Chiese, con un filo di esitazione, il giovane

“Incontrarlo. Vederlo. Per ucciderlo usando il suo stesso senso di colpa. Non l’avrei lasciato mai più.”

“Cosa fece? Il tizio non era in prigione?”

“Si, ragazzo mio. Era in prigione e io, con fatica e tanto tempo, ottenni infine il permesso di incontrarlo. La prima volta, quando lo vidi, ebbi un momento di esitazione. Era un piccolo, fragile uomo, con gli occhiali, la faccia gentile. Mi dissi: ” No, non può esser lui l’assassino! ” Sai me lo immaginavo pelato, con i tatuaggi, alla guida di un suv. La classica testa di cazzo, per me. Un pregiudizio, uno stupido pregiudizio che ho abbandonato con gli anni. Insomma arriva lui. Nervoso, trema un po’. Per rabbia, paura, non so. Non mi guarda mai negli occhi. Io invece lo fisso. Adoro che lui senta tutto il peso del mio sguardo. So che gli fa male. Così passano i minuti. In silenzio, perfetto silenzio. Lui non mi guarda, a parte due o tre volte, come se volesse dirmi qualcosa. Però si blocca sempre. Io, implacabile e con un’espressione che a stento blocca l’odio, la voglia di ucciderlo, non lo mollo mai.. Con qualche difficoltà più o meno grossa, indebitandomi con avvocati e altro riesco quasi sempre a vederlo. Lui non scappa mai. Potrebbe, dovrebbe, visto che la cosa lo fa star male. Ma rimane.”

“Voleva punirsi, no?” Vuol sapere il ragazzo.

“Più tardi mi avrebbe detto che era quello il motivo. Più tardi, molto più tardi. Un giorno presi delle foto di Viviana e me. Foto allegre, felici. E le mostrai a quel tizio. Lo vidi star malissimo, più del necessario. Un sorriso cattivo e divertito era fisso permanentemente sul mio volto. Gli parlai: ” Guardale. Hai visto chi hai ammazzato?” Lui si alzò di botto e se ne andò. Non mi permisero di andarlo a trovare. Non più. Era durata anche troppo, e avevano ragione. Io però non mi diedi per vinto. Quando non ero in carcere da lui, passavo il tempo a prender informazioni sulla sua vita. Su tutto quello che lo riguardava Vivevo solo per farlo soffrire, distruggerlo un pezzo alla volta. Mi riusciva benissimo, e ti dirò: mi sentivo bene! Avevo uno scopo. Alto, nobile, tutto mio: la vendetta. Una vendetta pulita, mi limitavo a tormentare il suo senso di colpa, ma portavo con me anche un coltello. Per la fase successiva: o glielo avrei dato e gli avrei imposto di suicidarsi con quello,e poi l’avrei visto morire, magari fumandomi un sigaro. Oppure l’avrei fatto a pezzi io. Ero indeciso, sai?”

“Cosa fece? Usò quel coltello?”

“No. Ma per tutti gli anni che dovette scontare non lo lasciai mai. Diventammo vecchi insieme. Dal carcere, passai a seguirlo mentre andava al lavoro, in una cooperativa, di giorno e poi tornava in prigione la sera. Lo seguivo. Lui mi vedeva. Aveva quell’espressione perenne del tipo: “Per favore, basta!” Non diceva nulla. Fui la prima e unica persona, che trovò all’uscita della galera. L’unica. Si incamminò verso casa. Lui sul marciapiede di destra, io quello di sinistra. Non lo mollai mai. Poteva agire, urlarmi in faccia qualcosa, invece non disse o fece nulla. Pareva un cristo. Un cristo laico, malmesso, solo, e io la sua croce e le sue spine. Mi piacque come idea. Deve esser dolorosa la morte in croce, ed era quello che volevo per lui.”

“Non trovò mai la voglia di innamorarsi di nuovo? Passò tutto quel tempo ad odiare e tormentare quel tizio?” Vuol  sapere il ragazzo.

“Si, ho passato decenni della mia vita a tormentarlo. E basta. Te l’ho detto; una mattina mi svegliai e scoprì con grande meraviglia di esser diventato un vecchio.Ho cominciato a tormentarlo a quaranta anni e sono arrivato ai sessanta e passa. Io e lui. Due uomini soli. Perché io non potevo perdonarlo e lui non poteva, voleva, perdonarsi. Quante brutte cose gli ho fatto, quanti giorni gli ho rovinato. A lui e sopratutto a me.Andavo al cimitero, parlavo con Viviana, le spiegavo i successi della mia missione. Lei non avrebbe mai voluto una cosa simile. Mai.Ho anche tradito la mia amata, non ho capito nulla di quello che mi aveva insegnato. Poi andavo dove abitava lui. Aspettavo che qualcuno entrasse in quel triste palazzo della piccola e mediocre borghesia. Gli lasciavo le stampe delle lettere nostre, mie e di mia moglie. Aspettavo che lui si decidesse ad uccidersi, e nel frattempo meditavo di ucciderlo, ma non l’ho mai fatto. Mai aggredito. Intanto passavano anni, decenni, non avevo più amici, avevo rotto tutti i ponti con il mondo esterno. C’era solo lui e la mia cazzo di missione. Mi alzavo e mi addormentavo pensando solo alla mia vendetta. Viviana non c’entrava più nulla, ormai.”

” Terribile, mi scusi, ma tutta questa vita. Tutto questo odio. Io pensavo di aver odiato tanto in vita mia, ma…Scusi, la sto giudicando e non ho il diritto di farlo, però…” Il giovane è confuso, scosso. Non tanto, o solo, per la storia dell’uomo, quanto si rende conto del tempo che egli stesso ha sacrificato ad odiare, provare rancore, gioire per le sofferenze altrui, togliendolo all’amore. Alla ricerca di una gioia quotidiana, di una felicità normale, come quella che sta provando ora.

Ora che lei è entrata nella sua vita.

“Hai ragione. Proprio questo che volevo dirti. Volevo insegnarti.Anche un grosso dolore, uno di quelli che ti fa smettere di ragionare, non dovrebbe allontanarti dalla voglia di vivere, di amare. Io e lui abbiamo perso tanto di quel tempo, eppure… Ultimamente, non ci crederai. mi lasciava il portone aperto. O rallentava il passo, così io lo potessi seguire meglio. Puoi in tanto dolore, trovare una redenzione? Non so… Qualcosa di simile. ” l’uomo anziano si ferma. Rimane in silenzio per un po’, come se- capendo di esser arrivato alla fine del suo racconto- le forze gli venissero meno, e avrebbe bisogno di più  tempo.

“Lui è morto tre ore fa. Tre settimane fa ho visto l’autoambulanza fuori da casa sua. Sono stato malissimo. Ho cominciato a pregare, io che sono ateo, che non fosse lui. “No, no, ti prego, qualcun altro! Prenditi pure un bambino, ma non lui!” Capisci? Ecco come mi ero, mi sono, ridotto. Si vede che a dio sto sul cazzo, così su quell’autoambulanza c’era lui. L’ho seguita e facendo un gran casino, ho cercato di seguirlo fino alla sua camera. Mi hanno allontanato. Ma io tornavo, e ritornavo. poteva mettersi male la cosa per me. Invece ieri, un infermiere mi ha detto di seguirlo, che lui aveva richiesto di me. Così sono entrato nella sua stanza. C’era quell’ordine asettico dell’ospedale, hai presente?”

“Certo. Fin troppo bene. Da bambino ero spesso ricoverato per delle forti bronchite asmatiche. Stavo in ospedale, aspettando che venissero a trovarmi i miei o qualche amichetto. Ma i miei lavoravano tutto il giorno, e di amichetti…Non li ho mai avuti. Leggevo e fantasticavo, ecco come passavo le giornate.”Ricorda amaramente il ragazzo.

“Bè. leggere e fantasticare, per quanto ne sappia, non ha mai ucciso nessuno. Anzi, semmai aiuta. Non diventerai mai una persona arida e sciocca” Sostiene con tono dolce l’uomo.  Quel ragazzo gli piace assai, si vede che è un tipo buono. E in questa epoca di stronzi, esser buoni è una grande virtù.

“Mi stava dicendo che è entrato nella sua stanza, e…” Il giovane è curioso vuol sapere cosa è capitato in quel luogo.

“Lo vedo steso sul letto. Ha quei macchinari, quelli che servono a farti respirare. Un mucchio d’ossa e senso di colpa, lì disteso. Non aveva nessuno. Non ho mai visto anima viva entrare nella sua stanza. Qualcuno che gli portasse dei biscotti, non so cose del genere. C’ero solo io. Così, timidamente, in modo impacciato, ho cominciato a prendermi cura di lui. Piccole cose, insignificanti, ma mi prendevo cura di lui. Gli ho portato quei famosi biscotti, ho letto il giornale, queste cose. Poi, oggi, prima di..Bè, prima di andarsene per un lungo viaggio, non si dice così? Lui mi ha parlato.”

Lunghe e calde lacrime scendono lungo il viso del vecchio. Che, dopo una piccola e sofferta pausa, riprende il suo racconto.

“Mi ha preso debolmente la mano e mi ha detto:” Non avevo mai avuto un grande amore, Maria lo era. Avevo costruito la mia vita basandomi su di lei. Dovevamo sposarci, io… Io ero felice come non sono mai stato in vita mia.  Poi quella sera mi manda un sms, dice che partiva. Non ricordo più per dove. Che non se la sentiva di sposarmi, non rammento nemmeno più per quale motivo.Forse giusto, forse no. Un sms. Dopo tutto quel tempo. Mi sono ubriacato, come si fa in queste occasioni. Non volevo ucciderla, io…” E scoppia a piangere.  Ora sai quanto veder piangere un altro uomo ci possa turbare, no? Ma se anche tu dovessi lasciarti andare e unirti a quel umanissimo pianto, vedresti che è la soluzione giusta. Avessimo pianto fin da subito, ci saremmo evitati tutti quei decenni di odio e colpa.

“Ti perdono, voglio che tu sappia questo. Hai sofferto e hai sprecato una vita, la tua, esattamente come me. Tu mi perdoni, sai che non volevo ucciderla”Mi chiede. Così, come se si rompesse una diga, di dolore represso, infelicità e solitudine incattivita, ho scoperto la pietà e compassione, per lui e per me. Con la voce spezzata dal pianto, io.. L’ho perdonato. Tenendogli la mano, fin quando è morto.Ora mi sto occupando della sua sepoltura e andrò al suo funerale. Non ha nessuno Solo me. Il perdono, ecco l’unica cosa necessaria, che ci rende umani, perdonare. No, non l’unica..L’altra è amare. Per cui anche se questo tuo regalo non dovesse esser quello giusto, non temere. Apprezzerà che parte del tuo tempo l’hai donato a lei, e che in quel regalo c’è qualcosa di te.  O forse no, e allora imparerai ad ascoltarla bene. Comunque l’amore resiste a queste cose ” Così dicendo, l’anziano batte una pacca amichevole sulla spalla del ragazzo, poi se ne va.

Il giovane rimane, per un lungo tempo, seduto solo sulla panchina. Si passa il pacchetto da una mano all’altra nervosamente. Poi prende il cellulare

“Babbo, si sono io. Si, è da tanto tempo…Ascolta, ecco…Ti perdono, per…Insomma per quello che è successo..”

Lentamente, mentre ascolta le parole del padre, sul viso del giovane compare un sorriso di lieve, tenera, profonda, felicità.

 

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La grossa differenza

7 Giu

Dio, o chi per lui, non si era nemmeno degnato di dargli una depressione vera. Sai di quelle che ti segnano come un novello appestato o , se vivi in Brianza: un fannullone. Sicché doveva contentarsi di quel suo sottile, fragile, mediocre, malessere di vivere. Abitudine che gli teneva compagnia da un tempo a dir poco sconsiderato, visto che si stava avvicinando ai quaranta.

Spesso si chiedeva se tutto questo fosse vero o solo una sua sensazione ingigantita. Capitava che sentisse chiara da dove giungesse l’acqua nera del torrente dei suoi guai. Si convincesse e immaginasse una sua reazione, spesso scomposta e ridicola, ma poi bastava una canzone, un film, una passeggiata e, sempre, del tempo perché quel dolore scomparisse.

Daniele da sempre si riteneva una persona diversa rispetto a quello, che malauguratamente , credeva, a volte, di essere.

E questa altalena tra felicità e tristezza era snervante. Lui pensava di risolvere lasciando che la vita gli scorresse addosso. Aveva tanti progetti, ma li lasciava lì. Doveva fare telefonate, incontrare persone, cominciare a studiare? Diceva: ” lo faccio!” Poi lasciava che tutto scorresse. Che nessuno abbia qualcosa da ridire! Lui metteva in pratica la lezione di Eraclito: tutto passa.

Nondimeno, se dovessimo guardarlo più attentamente, potremmo scorgere in questo piccolo e insignificante essere umano, qualcosa che si possa definire: Bellezza. Nelle più remote profondità del suo essere, signori miei, stento pure io a crederci, esisteva un’anima a suo modo pura. Era celata una personalità resistente,  capace di fare cose concrete, di mettersi in gioco. quasi la temesse non la metteva mai in evidenza. Né con se stesso, né con i suoi , né con i suoi amici. La purezza che aveva lo spaventava in qualche modo. Non era bello, non era desiderabile, nessuna si sarebbe innamorata di lui, non aveva grandi doti intellettuali, men che meno manuali, sul lavoro era sempre goffo e pasticcione, non avrebbe trovato nessun lavoro.  I suoi a volte si domandavano da dove venisse quello strano essere, ogni tanto aveva anche l’ardire di metter in discussione qualche regola, che poi regole…Tra tutti avevano i loro bei problemi, risolti male, risolti nel creare sensi di colpa, nel rifugiarsi in un dolore che non può esser superato o condiviso. Generatori automatici di ansia. Per pigrizia, comodo, e anche perchè tanto era inutile si facevano cose, si viveva come si poteva. Eppure quanto amava i suoi genitori, anche se non lo ha mai detto a parole, come si conviene in certe parti, ma sapeva anche che un figlio non può vivere a lungo con i suoi. Non avrà mai una sua personalità, ma il risultato delle scelte dei genitori. Per questo il padre insisteva con la storia dell’assicurazione della macchina. In pratica la macchina e assicurazione risultavano intestati a lui, ma a pagarla era il padre. Tutto per non spender 500 euro di passaggio di un mezzo che Daniele non usava mai.  Lui aveva detto e ridetto più volte che quella cosa non la voleva fare, aveva fatto presente che suo padre considerava inopportuno perché inutile avvisarlo di quello che stava facendo. Questa cosa lo gettava nella rabbia più assoluta e in una presa di posizione che non amava avere: questa volta è no. Ma sapeva anche quanto era debole. Il senso di colpa, l’affetto che provava comunque per i suoi, tante cose e alla fine avrebbe detto si. NO! Si diceva con rabbia.

Questa è una piccola cosa, come piccolissime erano state altre esperienze negative. No c’è un vero dramma in questa storia. Perché se ci fosse, sicuramente, tutti sapremmo chi condannare, chi giustificare. Potremmo se Daniele vivesse un dramma psicologico devastante e profondo, aiutarlo per compassione o respingerlo. Qui invece è tutto più sfumato, grigio. eppure esiste.

Come esistono i suoi pensieri di violenza. il tipo dell’eni che pretende di leggere la sua bolletta del gas, il titolare di una nota catena di supermercati, il professore universitario che sicuramente lo deriderà,il giorno degli esami per un concorso pubblico al fine di occupare un posto che con lui non c’entra nulla. Quando ha questi pensieri li accompagna anche con le mani come se davvero picchiasse qualcuno. Si vergogna di questo.

Come si vergogna del porno, delle seghe, delle donne di dubbia moralità,  del pensiero costante, sesso= punizione. Perché uomo.

Eppure è da anni che ha chiuso brillantemente la sua carriera di possibile maniaco sessuale. Anche se il pensiero sesso= niente amore / punizione, forse quello è difficile da superare.

Lui stava bene se ascoltava musica, vedeva films, scriveva, leggeva. Era anche di compagnia, eh! Aveva i suoi amici, la sua attività politica, considerato dai suoi clienti come una persona gentile e buona. Ecco cosa era: una brava persona. Che a volte cedeva a un sua deformata personalità. Un interminabile saliscendi.

Così era arrivata l’abitudine, il non chieder più nulla alla vita, la rassegnazione. Fino al gesto sciocco di voler a tutti i costi far innervosire persone che avrebbe tanto voluto aver come amiche.

Nondimeno vi era anche una furiosa gioia, una grande empatia, una voglia di innamorarsi, sposarsi, vivere in pace con tutti. Quanto desiderava che fosse possibile viver in pace con l’universo e le persone che si incontrano lungo la strada. Come vi ho già ampiamente informato, precedentemente, viveva in un continuo sali e scendi. Impercettibile, fragile, tutto quello che vuoi, nessuno che gridi al dramma, nessuno che lo possa veder- nemmeno lui- eppure… Eppure eccolo lì agitarsi nei suoi pensieri.

2

La storia non segue mai una logica ferrea, e il destino, lo sappiamo bene, ama stupirci con atroci scherzi e dolci meraviglie. Così, mentre lui si godeva il suo vivacchiare e si immaginava morto e dimenticato per mesi in casa sua; a una certa età, si intende. L’amore arrivò.

Non si era manifestato subito, non era un colpo di fulmine, ma era arrivato piano piano con il pudore e il passo lieve delle cose belle e che rimangono.  La prima cosa che aveva scosso e colpito, Daniele, era l’attenzione alla parola, il sentirsi compreso, quando nemmeno lui lo capiva, e poi c’erano altre cose più profonde e misteriose. Quando non sei abituato all’amore non sai nemmeno dar un nome ai suoi elementi più cristallini.

Ma lei c’era. Aveva preso l’abitudine di inviarle un buona notte, prima di coricarsi, e si era meravigliato che lei rispondesse sempre, anzi che le facesse piacere. Guardavano film e serie tv, il sabato e il martedì, ognuno da casa propria, ma sentendosi per cellulare o scrivendosi sms

Così era cominciato tutto, sopratutto perché lei decise di render noto che il sentimento d’amore valeva per entrambi.

Sai cosa vuol dire rinascere? Ecco come si sentiva lui.

Ora che volete che vi dica? Vissero felici e contenti. No, vissero: come esseri umani. A volte felici e contenti e altre volte no. Daniele si portava ancora dietro quel suo sottile malessere, quel non saperselo spiegare, lei si lamentava della mancanza di attenzioni fisiche da parte del marito, di coccole. A volte litigavano e stavano male entrambi.

Potevano fare come molti: dirsi addio. Ma entrambi quando sceglievano, era per sempre.

Per cui, eccolo Daniele! Seduto nella sala d’attesa della sua psicologa. Oggi la prima volta, il primo appuntamento, la prima seduta. Lo stanzone bianco e gli altri pazienti non gli danno gioia e voglia di esprimersi, ma ha deciso che deve farlo

La grossa differenza sta qui: quando stai o pensi di star male, ma non sei solo non vuoi adagiarti su alibi e abitudini. Hai paura, non sai che dire o fare, ma va bene così.

Oggi:7 giugno 2016 stai cominciando a risalire

 

“Mi chiamo Daniele, e sono nato due volte. La prima il 1-9-77, e poi quando mi sono sposato”

 

Una piccola fine del mondo

13 Apr

Da quando Valeria era morta, Dante non perse solo la moglie, ma tutto un mondo.  Lo so, detta così sembra un’esagerazione, probabilmente per molti lo sarà, ma mettetevi nei panni di codesto uomo, forza provateci! Ecco i suoi pantaloni, le sue camicie, i calzini, tutto quello che un uomo indossa per il tempo che rimane unito a una donna. Non avete mai contato quanto indumenti, piccole frasi, gesti minimi di affetto, compongono un rapporto sentimentale? Di qualsiasi tipo.  Sono cose che ci sfuggono: il lavoro, la casa da sistemare, lo stipendio e come arrivare a fine mese, insomma: la vita. Questo succedeva anche a Dante. Anzi, pensava: ” Vabbè quando torno le dirò che l’amo, le porterò quel mazzo di Iris che tanto le garbano” E ci credeva. Ma tra una crisi lavorativa, una litigata con la direttrice della banca, la tentazione di assassinare l’ennesimo piccolo imprenditore del pennello e dei disastri in casa d’altri, cosa rimaneva a lui? ” Domani le dirò. Domani farò”

Sapeva come a Valeria brillavano gli occhi quando riceveva un regalo, un tanti auguri, come era felicissima di festeggiare il Natale. A volte pensava, il buon Dante, che a raccontar agli altri come era sua moglie, potesse passare per un ingenuo, un pirla. Dove esistono persone come lei? Gli amici illuminati proponevano serate al bar e poi belli carichi di alcol a far il puttan tour, il capo gli rammentava che proprio nei momenti di crisi i lavoratori devono esser più presenti sul posto di lavoro. L’umanità intera ci teneva a sottolineare come l’amore fosse un momento passeggero, un ostacolo alla soddisfazione dell’Io. Eppure, accanto a lui, c’era una donna che era proprio l’opposto di queste infelici che parlano di libertà effimere. Probabilmente sarà una donna ipocrita, ma non vi erano prove schiaccianti in merito.

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Ora, quando lo vedete strascicare i piedi per via Puccinotti o fermarsi in piazza Vittoria a fissare chissà cosa, dovete pensare che costui è stato per un certo tempo un uomo felice.

La felicità ci spaventa assai. Perché pretende, scalpita, non si accontenta e non concede alibi. Per esser felici uno deve obbligarsi a esserlo. Meglio quindi nascondersi dietro al proprio dolore, alle proprie insicurezze e Dante era cosi. Metà della sua giovinezza a sognare di scrivere, far musica. Sognare. Solo quello, senza metter nulla in pratica. Non pensava di esser abbastanza interessante tanto da permettersi il lusso di lasciare una traccia di sé, nel mondo o nel cuore di qualcuna.  Potremmo aprire il libro della sua idea balorda d’amore, l’innamorarsi di persone sbagliate, con tenacia e dedizione assoluta per codesta infausta causa. Le sue giornate tra youporn e il divano. l’idea che qualsiasi cosa dicesse o facesse sarebbe finita assai male.  D’altronde come lavoratore era abbastanza maldestro, disorganizzato, ansioso, da combinare disastri su disastri e non aver la minima fiducia in quel che faceva o diceva, e l’amore era qualcosa di lontanissimo. Impossibile.

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Fino a quando: eccola arrivare! Più tardi, durante i suoi giri a vuoto nel quartiere di San Jacopino, Dante si stupirà assai di come fosse stato facile incontrarsi ed amarsi. Forse troppo. Una cosa naturale. Iniziata come amicizia e finita in matrimonio due anni dopo.

In chiesa loro due erano i più calmi. C’era poca gente, si erano sposati un giorno feriale e la maggior parte erano al lavoro, ma per tutti quel loro matrimonio era stato davvero speciale. Solo la celebrazione della coppia, dell’unione, fino a che…

 

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…morte non ci separi.

Dante si blocca sempre di colpo quando pensa a questa frase e gli viene un dolore fortissimo allo stomaco, gli bruciano gli occhi, perché non ha più lacrime da versare, e lo assale un terrore assoluto e profondo. La morte cancella tutto, non rimane niente, dove sei ora amore mio? Nel nulla. Quante volte in vita non ho fatto di tutto per renderti felice, quante volte mi è sembrato normale che tu ci fossi, come è normale che vi sia il sole d’estate.  Ho dato per scontato.  Il terrore avanza nelle vene, gli ruba ogni pensiero. Come il dolore, devastante e profondo, lo piega senza lasciargli respiro alcuno.

Prima, appena lei era morta, lui era ancora abbastanza giovane e forte da far il giro, non solo delle strade che hanno visto camminare  e danzare il loro amore, ma anche delle città viste insieme: Venezia, Roma, Napoli, poi con il tempo e la mancanza di forza nelle gambe, i giri si son limitati al vecchio quartiere e alla via dove hanno abitato per tantissimi anni insieme.

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Tantissimi? Non così tanti per molti, tra amici e parenti, ma per lui parevano assai. Forse che quando si ama cambi anche la percezione del tempo? Forse. Eppure non erano abbastanza. Dante si rendeva conto che, nonostante la sua buona volontà, non aveva fatto poi molto per lei. Eppure l’amava totalmente. Cosa mancava? Una carezza in più, una parola, un regalino inaspettato. Piccole cose. Sono loro che poi ci terranno svegli di notte, accusandoci di quanto siamo stati pigri e poco attenti.

Oppure lui si faceva troppo male? Esagerava nelle accuse e nell’autocritica? Qualche volta pensava di sì. Pensava pure quanto siamo banali noi esseri umani. Aveva visto, anni e anni fa, un film nel quale un vecchio ogni mattina parla con gli abiti della moglie. Come se lei fosse viva. Lui faceva lo stesso

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Si recava, quasi tutti i giorni, da un fioraio che stava lì vicino e comprava ogni volta un mazzo di fiori diversi. Ci andava perché il negoziante non sapeva che Valeria fosse morta, così facevano lunghe chiacchierate: sulle moglie, il matrimonio, la vita che cambia quando ami una persona. Talmente tante volte parlava al presente di Valeria, che gli pareva vero che lei fosse viva. Di notte, pensava a cosa avrebbe detto al fioraio, dove sarebbero andati il prossimo week- end. ” Ti va se andiamo a Napoli? Da tantissimo che non mangiamo una frolla presa da Attanasio!”

E lui ci andava davvero a Napoli. Si immergeva nella città tanto amata da sua moglie, perché attraverso i suoi colori, odori, le chiese e l’arte, sopratutto il suo popolo, rivedeva Valeria. I vicoli erano le sue arterie, il lungo mare le gambe, così via. Rideva, piangeva, aggrappandosi a quel momento di confusione assoluta tra morte e vita.

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Non c’è cattiveria, solo che la gente dimentica. Così piano piano, molti amici e amiche sono svanite, le loro vite hanno richiamato all’ordine quelle persone. Per cui il “come stai” era detto, ma la risposta non ascoltata. Perché nelle loro teste i piccoli e quotidiani problemi del vivere li allontanavano da Dante.

Il quale sprofondava in una solitudine fin troppo affollata: di ricordi, pensieri, sensazioni, immagini e suoni che gli facevano tremare il sangue nelle vene e lo distruggevano con la loro insistita dolcezza.

Perché quando nella tua vita entra la Bellezza, come fai ad abituarti alla sua perdita? Lui non ci riusciva e si accusava della morte della moglie, dei suoi fallimenti che son tantissimi, o rideva sguaiatamente rivedendo un film tanto amato da lei, o piangeva ascoltando una canzone che lei aveva particolarmente amato.

 

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Smise anche di andar dal fioraio. Un giorno, un bel giorno primaverile, l’uomo chiese a Dante, formulando la domanda ridendo come si fa tra amici, dove mettesse tutti quei fiori.

“Al cimitero” Si sentì rispondere Dante.

Fu come far scoppiare una diga: tutto il dolore, la sofferenza, l’angoscia, del mondo lo travolse e lo trascinò fino alla fine dei suoi giorni

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Poi qualcuno disse: “Ah, si! Lo conoscevo. Girava sempre qui in giro. Poverino, avrà avuto il suo problema, eh. Anche se non era bello ritrovarsi un barbone fuori casa eh!”  “Si, ora che me lo dici lo vedevo al parco. Seduto per ore, spesso rideva e parlava come se avesse qualcuno accanto. Mi faceva un po’ paura”

“Ma no! Era bravissimo. Quando passavo con il cane mi sorrideva sempre e mi chiedeva del mio Achille. Quando è morto il mio cane e lui mi ha visto, è venuto da me e senza dire nulla mi ha abbracciata. Io sulle prime ero spaventata. Poi mi disse: “Pianga non si vergogni. Se avessi saputo piangere non avrei sofferto così tanto” Ed eccomi li, in via Vittorio Emanuele , a piangere come non ho mai fatto in vita mia. Ti dirò: mi sentivo benissimo. Per questo andrò al suo funerale”

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“Amore, dai! Non sei ancora pronto? Sbrigati che facciamo tardi”

Nel sonno, Dante credette  di sentire la voce di Valeria. Aprì a fatica gli occhi.. Ed eccola lì.

“Amore…Amore, sei tu? Sei tornata, allora? “Mormora l’uomo, mentre sente il labbro tremargli e una prepotente voglia di piangere e ridere: eccola lì! Con i suoi pantaloni con disegnato Mickey Mouese, il suo cappello “che fa tanto Virginia Woolf”, gli occhiali da sole. E la loro valigia. Che li ha seguiti fedelmente per tantissimi viaggi.

“Tornata? Ma io non sono mai andata via. Ero con te, non ricordi? A casa,  in strada, quando andavi dal fioraio. Sempre con te. Però ora ti devi sbrigare! Te l’ho detto ci aspetta un lungo viaggio. Sono sicura che ti piacerà tantissimo. Forse ancor più di Livorno!” Disse ridendo Valeria.

Poi gli diede la mano, lui la strinse. Si alzò e cominciarono a camminare. Lungo la strada le parla di tante cose, ride, si sente felice. Vivo, proprio ora che andava incontro alla morte.

buio

5 Nov

Si vergogna sempre un po’. Non è facile spiegare alle persone che lui non “ha paura” del buio in senso astratto e infantile, non è tanto l’oscurità a terrorizzarlo, ma il fatto che il buio abbia come una coscienza propria. Una volontà di caccia, di fargli del male. A questo punto, ineluttabilmente, l’altra persona comincia a far  quella faccia. Quella di chi non comprende e ha paura di trovarsi in compagnia di un pazzo.

Un pazzo. D’altronde proprio per codesto problema è stato da un psichiatra. Non arrivando a risolvere nulla.  Gianni pensa spesso a quando tutto è cominciato. Lo ricorda bene. Benissimo.  Si trovava a casa dei nonni nel paese di Santa Luce,  in Toscana. Era un bambino come tanti. La scuola che lo tormentava, gli amichetti, i Goonies da vedere e rivedere con la mamma, che il babbo – autore di saggi scientifici- detestava profondamente. Insomma una normale infanzia di ginocchi sbucciati, fantasie e la sicurezza che babbo e mamma siano al mondo per difenderci. Sempre. Tutto era filato liscio, fino a quel giorno.

Era stanco morto. Tutto il giorno a correre, a scoprire quella parte d’Italia che vedeva sempre d’estate, perché il resto dell’anno lo passava a Lissone. Un noioso paese della provincia milanese. Sicché ogni giorno dai nonni era visto come un giorno in paradiso. Inventava sempre tante storie, aveva una grande fantasia, cosa che preoccupava un po’ il babbo, uomo razionale e di poco sentimento. Ma la mamma! Ah, la mamma! Era contentissima di suo figlio, delle sue storie, delle sue fantasie, e non “ balle”  come diceva sempre il marito. Lei non pensava affatto che fantasticare, sognare, avere una grande immaginazione, e un bambino che non scomparisse mai dal e nel cuore, fossero cose di cui vergognarsi. Non fosse per il figlio, forse lo avrebbe già lasciato quel suo marito così serio e senza un momento di sana stupidera.

Sua madre pensava così fino a quando….

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Le risate della nonna, del nonno, di sua madre. Una cena gustosissima, e tanto vino che era finito principalmente a farsi un giro turistico per vene del babbo. Infatti, quanto rideva! Tantissimo. Così, appagato da una giornata a dir poco splendida, il bimbo andava a dormire.

“Buona notte amore mio, vuoi che tenga accesa la luce?” Gli chiese sua nonna.

“No” Rispose, dandosi il tono di un ometto adulto, il bambino.

“Non hai paura del buio?” Domandò l’anziana

“Ma no! Nonna, sono grande io!” Protestò Gianni.

Sua nonna così uscì dalla stanza e spense la luce.

E tutto cominciò

Sulle prime non se ne accorse, non era la prima volta che faticava ad addormentarsi. Si ricordò che, su insistenza del padre, lo portarono da un dottore per comprendere il suo problema. Niente. Non aveva niente.

Così pensò che era una delle sue “soliti notti”, di solito appena capitava, lui si metteva a fantasticare su mondi lontani, sugli eroi dei suoi fumetti preferiti. Solo che…

Cosa c’era nel buio?  Forse se lo era solo immaginato, ma gli era parso di averlo avvertito. Un leggero movimento, un sospiro, uno scricchiolio? O forse tutte e tre le cose insieme? Spalancò gli occhi per poter vedere, ma era impossibile. Era come se fosse diventato, improvvisamente, cieco.  Girò la testa a destra e a mancina, ma nulla . Non vedeva nulla. Però sentiva. Ma cosa?

Si alzò di scatto dal letto per andar ad accendere la luce, l’interruttore doveva esser lì, vicino al letto, si buttò con il cuore in gola e un vuoto feroce, devastante, che gli squarciava lo stomaco, come per dar via libera al più grande urlo di terrore che un bambino potesse mai emettere. Fu proprio quando toccò il pavimento che si accorse di cosa stava capitando.

Il pavimento sembrava bagnato, ma in modo strano. Come se fosse un impasto di sabbia e acqua. “Se mi muovo sprofondo” Pensò Gianni.

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“La voce della mamma!”, pensò il bambino. La sentiva in corridoio, ridacchiava, e anche i nonni. Tutti. Tranne suo padre, che aveva un tono..Non riusciva a capirlo, ma era come canzonatorio, deridente. ” MAMMA!!!” urlava nella sua mente, ma il grido gli moriva nella gola, trattenuto. Mentre dal pavimento il buio si alzava lentamente, in piccolissimi e fragili fili, che lo legavano e lo trascinavano verso il basso. Stava annegando, inghiottito dalle tenebre.

Poi la paura lo fece agire, cercò di divincolarsi, di spezzare quei fili.  Ma ogni sforzo pareva vano, piano piano quelli che prima erano dei sottili fili, si stavano trasformando in altro:  in tentacoli.

Ricorda, oggi uomo adulto e vaccinato, di come si concluse quella notte. La mamma entrò in camera sua, disse attirata dalle sue urla di bimbo spaventato, e con lei, nella camera, arrivò anche la luce. La sua salvezza.

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Fu la prima notte di un lungo periodo. Il terrore per il buio non era nulla in confronto a veder i suoi genitori, nonni, amici, guardarlo come fosse un pazzo scatenato. Così andò per anni in terapia. Furono anni terribili, sua madre stessa era cambiata. Non amava più ascoltar le storie del figlio, e a lungo andare il rapporto con il marito ne soffrì.  Tanto da portare Gianni a ritenersi colpevole di quella rottura. Lui e le sue storie.  Il leggero movimento, il sospiro, lo scricchiolio. O tutte e tre le cose insieme.Il lungo match che vedeva sua madre incline a farlo dormire con la luce accesa e il padre deciso a “salvare il figliolo”, si risolse il giorno in cui l’uomo abbandonò moglie e figlio. Prendendo al volo l’occasione di un lavoro in America. Rimasti soli i due vissero in una simbiosi fatta di paura, voglia di protezione, amore profondo ed escludente ogni rapporto con gli altri.

Gianni potette dormire con la luce accesa. Per un po’ la paura del buio venne allontanata.

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Ma la vita viene a cercarti, nonostante tutte le protezioni che tua madre, per un senso di amore infinito e malato, possa inventare. Puoi  costruire tante campane di vetro, cambiare serrature, sprangare porte e finestre, ma essa, indifferente a tutto e a tutti, arriva sempre a prenderti e a portarti con sé.

Così venne anche per Gianni: si chiamava Lea.  Lui aveva passato l’adolescenza nascosto, chiuso nel mondo delle formule matematiche, nella perfezione dei numeri, della geometria. L’abitudine, fidata amica degli uomini alla deriva, lo aveva salvato diverse volte.

E non solo in senso metaforico.  Una notte, per esempio, la lampadina della stanza si fulminò. In piena notte. Gianni, allora poco più che tredicenne, trattenne il fiato coprendosi con le coperte fino al naso. Fissando, paralizzato e cosciente, quel terribile buio, quella oscurità. Per un po’ non successe nulla. Non saprebbe dirvi per quanto tempo, diciamo un po’. L’attesa gli bucava lo stomaco, irrigidiva le gambe, stuzzicava la vescica.

Poi si fece vivo. Un leggero movimento, un sospiro, uno scricchiolio, oppure tutte e tre insieme. D’istinto si tirò su le coperte fino alla testa, trattenendo fiato, urla, paura, piscio. Avvertiva qualcosa che si muoveva, ma leggermente. Di millimetri in millimetri, con calma. Come se sapesse che tanto nessuno li avrebbe disturbati. Come se godesse nel gustarsi la paura del ragazzino.

“Sto galleggiando” Penso Gianni. Il letto, effettivamente, era come se fosse una barca in pieno oceano. Dapprima piano e quasi impercettibilmente, infine con maggior vigore, il letto si muoveva come se ci fossero delle onde. Il Buio lo stava sballottando da una parte all’altra della stanza. Che improvvisamente non c’era più. Via le pareti, la porta, chi l’avrebbe sentito urlare? Gianni si manteneva con forza aggrappato al letto, attento a non cadere sotto. Sentiva che l’oscurità voleva questo da lui. Che cascasse. Per divorarlo.

Il terrore aumentò quando il letto cominciò a girare velocemente su sé stesso, come se fosse finito in un gorgo. Sentiva la densità appiccicosa, il sapore amarissimo, come se gli buttassero pece all’aranciata amara in gola. Vedeva il letto svanire nel buio, come le sue gambe, il pube, la pancia, lo stomaco.

Poi urlò e sua madre arrivò ad accendere la luce.

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Quando la vita arrivò a trovarlo e gli presentò Lea, gli parve di tornare a rivivere. Per un po’ scordò le lampadine, le torce elettriche, la sua lunghissima battaglia contro il buio. Contro la fame delle tenebre. Sua madre non la prese bene, lei si era abituata a sacrificarsi per salvare il figliolo e ora? Così, Gianni, conobbe anche il dolore di lunghi  e feroci litigi con l’unica persona che le era rimasta di fianco. L’amore e una vita però non aspettano. E non è nemmeno educato far aspettare loro.

Con Lea cominciò una nuova vita. Andavano in giro per musei, al teatro, passavano travolgenti week end di passione. Dapprima lui insistette per dormire con la luce accesa. Temeva che lei lo deridesse, ma non capitò mai. Era divertita da questa cosa, ma lo amava tanto. Così che una notte si addormentarono insieme, abbracciati, nel buio. Gianni, terrorizzato, aspettava che si palesasse l’orrore. E invece..Non la paura, ma l’amore per quella donna venne a far compagnia ai suoi pensieri. E così sconfisse il buio, lasciò sua madre a gestire una solitudine cattiva e figlia del peggior amore malato, cominciò a vivere.

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Fino ad oggi.

Per festeggiare il loro anniversario, ormai sono passati dieci anni, hanno deciso di andar in vacanza in montagna. Il paese, mai sentito nominare da Gianni e pressoché introvabile sulle cartine, era un piccolo villaggio dalle parti della Val di Fassa. Lei gli parla sempre molto bene di Vigo, Pozza, Moena, Canazei. Ama la montagna lei. Lui scherzando dice che più che una donna, potrebbe esser un folletto, per il suo viso che rammenta un po’ vagamente codeste creature. Lei ride, ma gli occhi sono seri. Ironia e autoironia al femminile.

Lui lavora come responsabile dell’amministrazione di una importante ditta milanese. Lei è una restauratrice. Vivono una vita tranquilla, fatta di piccole e durature cose.  Il quotidiano che non diventa mai noia. L’amore insomma. Gianni pensa che durerà per sempre. Purtroppo è il “per sempre” che non la pensa così.

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“La casa è questa Da qui può vedere anche il paese sottostante. Ci è mai stato?” Chiede la padrona di casa a Gianni. Ma l’uomo non ascolta. “Ascolta, devo dirti qualcosa..”  La voce di Lea, rimbomba ovattata e appiattita nella testa e nel cuore.

“Come?”Domanda l’uomo sopra pensiero

“Niente, ma la signorina arriverà?”

“Si, si. Oggi non poteva esserci, domani..” “Non so cosa sia successo. Non sei tu. Sono io”

Gianni rimane da solo in casa.  Quando si reca a dormire non spegne la luce.

9

La padrona ha brontolato un po’ perché l’affitto da due persone è diventato di uno, ma ha compreso la situazione. Gianni fa lunghe camminate in montagna, si sente vivere nella natura, ma il dolore è sempre lì. Lei non c’è più. Se ne è andata via. Senza una vera ragione. Lui si tormenta nella ricerca di una verità, ma che può fare? A volte sente sua madre ridere: ” Sarai mio, sempre!” Freddi brividi percorrono come corrente elettrica la sua spina dorsale.

A casa ha poco da fare: legge, gioca a solitario, guarda dalla finestra. Tutto scorre tranquillo fino a quando…

Il buio si avvicina. Lentamente. La prima volta si prende, con calma e gusto, le cime della montagna, poi il bosco, poi la strada e le gallerie e comincia a scendere.

Sta venendo da lui.

Gianni sente la paura che si stiracchia, sbadiglia, e si risveglia nel suo cuore. Ora lo sa: è solo. Non c’è la mamma, non c’è Lea. Il buio aspettava solo questo.

“Ma ho la luce! Le lampadine! Non può prendermi” Ride isterico l’uomo, osservando l’avanzata placida delle tenebre. Sente anche la risata soffocata dell’oscurità. Una cosa maligna, senza tempo, una cosa antica. Una cosa che è la madre degli Antichi. Il terrore puro.

10

Potrebbe scappare si dice una mattina. Il buio sta arrivando per lui, ma lui può scappare. Dove però? Lo verrebbe a cercare. Lo sta braccando da così tanto tempo.

Certo, però, prendi la macchina! Ora! Gianni si precipita nel cortiletto della casa, dove tiene la sua automobile. Non c’è. Dove è finita?

“Ma lei è venuto in treno! Non ricorda?” Domanda sbalordita la sua padrona di casa.

“Ma no! Ma no! Ero in auto!”

“Per niente, le dico! Non rammenta che è venuto mio figlio a prenderla alla stazione di Trento?”

Immagini confuse si agitano nella testa di Gianni. Lui in macchina, lui al volante, lui  su un treno, lui e la paura della galleria dove tutto è buio. Il leggero movimento, un sospiro, lo scricchiolio. O tutte e tre le cose insieme.

“Io..”Comincia a mormorare stravolto, assente

“Senta, si riposi questi due giorni. Poi torni a casa e cerchi aiuto, ne ha bisogno. Perché urla di notte dalla finestra? E chi ospita con sé la notte? Mi hanno detto che si sentono dei rumori…” Ma Gianni è già in strada, diretto verso la casa che ha preso in affitto

11

Ormai il buio si è preso anche il paese. Casa per casa, via per via, lui ha tentato di avvisarli, ma nessuno lo ascolta. Nessuno. Lui,dietro i vetri lo vede avanzare. Eccolo è lì fuori. Attende e si diverte, l’oscurità. La paura, il terrore della preda, è l’energia che la tiene in vita da millenni. Da prima che gli uomini inventassero il fuoco  e la corrente elettrica, per tenerla lontana. Possono farlo, possono tenerla lontana. Ma il buio arriverà sempre. E prima o poi vi ingoierà.

Gianni, tremando, apre la finestra e allunga timidamente la mano fuori. Eccolo! Ora lo sta toccando. Una materia sabbiosa, gelatinosa, liquida e solida, allo stesso tempo, e quell’odore acido, pungente. L’odore della paura, che da millenni mangia insieme alle persone che riesce a imprigionare. Piano piano un tentacolo buio e implacabile avvolge il braccio, la spalla, poi….

L’uomo chiude con violenza la finestra, spezzando il tentacolo. Sente l’urlo del buio. La rabbia della notte e ride!

“Vaffanculo, figlio di puttana! “Ride l’uomo sentendosi forte e vincente

Il buio si ritira, sconfitto. Lui, Gianni, ha vinto.

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Il miglior giorno della sua vita. Beato, contento, felice. Ha vinto la sua battaglia. Gira in montagna, va a Trento, si diverte. Ormai non ha più paura.

La sera si prende una pizza e la mangia con gusto, guardando la tv.

Toc! Toc! Un lieve movimento, un sospiro, uno scricchiolio. Fuori dalla finestra. Ma è ancora chiaro, cosa sta succedendo? Gianni si alza e in punta di piedi si avvicina alla finestra. Chi bussa? Solo che una volta vicino, si accorge che non sta bussando nessuno. Sono gocce. Piccole, delicate, gocce d’oscurità. Filtrano dalle fessure della persiana chiusa.

No. Solo questo riesce a pensare. Irrigidito, teso, con un senso di liquido caldo che scivola giù per i pantaloni. ” Ti sei pisciato addosso”  la voce del padre.

Le gocce ora hanno preso maggior forza: il mar di tenebre sta filtrando dentro casa. con sempre maggior impeto. Gli bagna e avvolge le scarpe, poi le caviglie, sale sulle gambe. Aumenta sempre di più, come acqua. Come il lago di Santa Luce, che tanto lo spaventava perché non sapeva cosa c’era sotto.  Si sente afferrare, piccoli e tenaci tentacoli, che lo trascinano verso l’abisso.

Un lieve movimento, un sospiro, uno scricchiolio. Il buio è vivo. E ha fame. Tanta fame.

 

La Caccia: Le Quattro Giornate di Napoli

19 Ott

Voci. Lontane. Lontanissime. Più che voci, una sorta di nenia, di mantra, ma come cazzo si chiama? Pensa Salvatore, detto: “Seccosecco”, mentre cerca di abituarsi a starsene chiuso dentro la villa bunker del suo capo. Che ci faccio qui? Si domanda giocherellando con la pistola. Altre voci, concitate questa volta, dall’interno. Probabilmente la cucina. Scarseggiano i viveri, e sti cazzoni mangiano, bevono,  litigano pure. Mentre il suo capo è chiuso nel suo nascondiglio. Non chiude occhio. Spia tutto guardando i video che mandano le immagini dalle strade della sua città. Perlomeno quelle più vicine al suo rifugio.

Te lo ricordi quanto era forte e cazzuto, Don Ciro? Ti ricordi che bastava nulla, che starnutisse tipo, e il diavolo in persona, si proprio lui, il re degli inferi, si cacava sotto come niente? Bei ricordi quelli. Imperatore di un impero formato da fedelissimi assassini, spacciatori, lacché di ogni tipo e ceto sociale, e da sto popolo di fifoni, mica dicevano nulla eh; Lui pretendeva i soldi dai negozianti e quelli li davano, lui voleva una ragazzina vista in strada e quella era suo. Tutto era suo.

Rispettato e temuto. Così voleva diventare Salvatore. Altro che “seccosecco”, altro che i bulli a scuola, altro che finire come suo padre: operaio all’italsider e poi una pedata nel culo. Ma isso era un uomo dabbene. Chi se ne frega! Quando per strada c’è gente che spende in un’ora lo stipendio di quel fesso di padre che si ritrova.

Don Ciro bello ed elegante, Don Ciro che fa cacare il diavolo nei pantaloni, se vuole, e se il diavolo tiene i pantaloni, che non si sa mai.

Salvatore se li ricorda bene quei giorni. Il ricordo è interrotto da qualche rumore in sottofondo, lontano. Tipo petardi, ma lui sa benissimo che non c’entrano un cazzo né i petardi, né la bomba maradona, né i fuochi d’artificio.  Se li immagina quelli: stanno fermi, zitti, immobili. Ti fissano. E basta. Allora tu metti in scena il tuo teatrino: urli, insulti, fai il gradasso. Tutto il repertorio che tanto li spaventa. Spari anche. Qualcuno cade. Allora gli altri lo prendono e lo portano via. Dove non si sa. E subito il suo posto è preso da qualcun altro.  Fermi, zitti, ti fissano. E allora che fai? Spari, spari, spari! Quelli cadono, quelli sono sostituiti da altri. Piano piano la tracotanza viene a mancare, come i proiettili a disposizione. Ti accorgi, come se ne sono accorti i suoi amici, che sei circondato. “Hanno fatto le barricate a Spaccanapoli ! Le barricate!” E ci buttavano addosso benzina, acido, molotov! Di tutto! Credete a me!” Dice Giuliano, un luogotenente che pure lui faceva cacare addosso il diavolo. Tiene un tantinello di problemi intestinali, sto diavolo! E che avrà mai! Cose da pazzi!

Ora se le barricate ci fossero, Salvatore non le ricorda. Forse a Spaccanapoli, ma lì in quel posto, forse no. Però sa, perché l’ha sentito dire dall’unico sopravvissuto di quella mattanza, cosa era successo dopo. Che quella folla, sempre più numerosa e compatta, si era avvicinata, silenziosa e senza fretta alcuna, a quei poveri guaglioni, i quali senza armi a disposizione e in numero nettamente inferiore, non sapevano più come uscire da quel guaio. Un esercito di malamente, prossimi alla disfatta  e con intenzione di disertare quella guerra che si metteva assai male per loro.

2

“E niente, poi si sono avventati come pitbull contro di noi. Un casino, che nemmeno immagini! Mi sentivo strattonare, afferrare, graffiare, e sentivo le urla dei miei amici. Mai sentito urlare gente in quel modo. Oh, madonna! Non fatemi pensare!” Così quel povero ragazzo si mette a piangere quando pensa a quello che aveva passato. E al miracolo di San Gennaro che lo aveva fatto uscire sano e salvo.

Dice che furono : mani, sguardi cattivi, denti sani e guasti, veri e falsi come la merce che si vendono alle bancarelle. Che ti afferravano, laceravano, e unghie che graffiano, che squarciano. Pure i piedi. Chi cadeva veniva calpestato a morte. Le teste tipo meloni maturi lanciati da un terrazzo. Poltiglia e basta.

” E a te cosa è successo?” Chiede quel ragazzo a Salvatore.

“Io ero felice. Dopo non so quanti mesi a portare pacchi, ambasciate, e altre cose piccole piccole, finalmente mi dicono che devo seguire Gigi  lo sai chi era, no? Lui, proprio lui. Il terrore di tutti i commercianti del centro. Lo vedevi: quasi due metri di uomo, forte assai. Ti inceneriva solo con un’occhiata. Facevamo quasi ridere insieme: lui grande e grosso, io piccolo magro…Seccosecco, come mi chiamano a me. Vabbuò, facciamo un po’ gli splendidi in giro. Si fischia alle ragazze, si fa un po’ i duri con i ragazzini. Cose così. Arriviamo a sto negozio. Non ti dico quale è, perché non tiene importanza. Tu però devi sapere una cosa: io ero felicissimo. Annarella mia bella, aveva appena avuto un altro figlio. Che abbiamo chiamato Lollo, come il cantante…” Vedendo che l’altro non dice nulla, Salvatore spazientito, sbotta: “Lollo Love, il cantante! Cuoricina non la sai?” L’altro, come se lo avessero appena svegliato da un brutto incubo, sorride e si mette a cantare insieme a Salvatore.

“Oh, ti stavo dicendo; abbiamo tre figli. Uno è mongolo. Non come quello là…Gengis Khan, ma come ..Sai i mongoloidi,no? Che io pure mi arrabbiai con mia moglie! Ma come un uomo come me? Che tiene le palle di Rocco Siffredi e lo sperma migliore di Napoli, tiene sto figlio qui?Mi arrabbiai assai. Però, devo dire che mi son ripreso. Si, alla fine è sempre figlio a me, che devo dirti? Quindi: ero felice. Un passo in avanti importante eh!  Magari avrei pure preso il posto di quel scimmione del cazzo di Gigi. Per carità, pace all’anima sua, ma era un pallone gonfiato. Un emerito strunz e infatti fece la fine dello stronzo. Entriamo in questo negozio. Lui fa tutto il suo teatrino, i suoi numeri. E si vede che i numeri di Gigi, non piacevano al vecchio titolare di quel negozio. Si vede che li aveva visti tante volte quei numeri. Li avrà pure giocati al lotto e non ci ha vinto un cazzo. Così si è incazzato e sai che ha fatto?No?Oh dico a te!” Salvatore, a quel punto, da una spinta al ragazzo, che come lui stava seduto sul pavimento del soggiorno della villa bunker, e quello scivola con la schiena lungo la parete,adagiandosi sul lato destro. Morto. Nemmeno come erano andate le cose, ha voluto sentire

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“Si, si, i soldi. Mo ve li porto” Ecco cosa dice il vecchio e si reca  nel retro bottega, a prendere i soldi. Non passa nemmeno tanto, che eccolo ritornare. Le mani dietro la schiena, se ne sta immobile davanti a Gigi e a Salvatore, Fermo, immobile, con una faccia piatta. Senza espressione alcuna. Tanto che Gigi spazientito da quel comportamento, si avvicina per dargli un manrovescio da rimettergli tutti i denti apposto.

Poi succede. Salvatore sente qualcosa che pizzica e brucia sulla sua guancia sinistra. Il dolore aumenta respira anche un odore forte, dolciastro, nauseabondo. Carne bruciacchiata. Ma chi cazzo sta facendo una grigliata e fatta così male, in quel posto e a quell’ora? Poi comprende. Vede quello che tiene in mano il vecchio .  Un flacone, di quelli comuni, usati anche per le medicine, pieno di acido. Gigi , a terra, urla: “Occhi..” Fosse solo quello il problema che tiene. Quello è nulla! La risata del vecchio, ecco quale è il problema !. Non ha nulla di normale. C’è una cantilena, uno sfotto,  qualcosa di sinistro. E rimane immobile. Non si era minimamente avvicinato a Salvatore. Però lo fissa. E ride

Salvatore prende la pistola e spara. Il vecchio casca come un sacco di patate. Senza un lamento, senza nulla. Gigi si lamenta. Frigna. Una femminuccia. Salvatore non ci vede più e urlando parole degne del lord che isso è, lo riempie di piombo. Seccosecco non ha avuto paura del vecchio, Seccosecco si è preso il posto di quel femminiello di Gigi. Una cazzata e bella buona, solo ora, mentre cerca di capire cosa stia facendo la gente nelle strade limitrofe alla villa, si rende conto di cosa ha fatto. Sarebbe finita male per lui. Altro che soldi. Altro che bella vita per lui e la sua Annarella. Che fine avrà fatto? E i loro figli? Sa che quegli infami erano entrati in tutte le case. Non solo quelle degli uomini di Don Ciro, ma anche di altre famiglie, clan, e…. Povere donne, poveri bambini! Le bestie sono migliori di quei disgraziati!

Napoli ha preso fuoco. Case,macchine, uomini.  Si narra che un gruppo di uomini ben armato si era trovato ad affrontare quel nemico invisibile, insidioso. Che senti perché ridacchia, sfotte, sussurra il tuo nome, E poi sei fregato. Cosi quegli uomini ben armati, che volevano dare una lezione agli insorti, si erano trovati a sparire uno alla volta, Passavano davanti a un classico basso di Napoli, e mani veloci li agguantavano. Partendo dall’ultimo del gruppo e così tutti erano scomparsi. L’ultimo si era girato e non aveva trovato più i suoi compagni. Ma quelli che tenevano in mano le teste dei suoi poveri amici. Come quelli dell’Isis! Poi anche la sua testa venne esposta in piazza Plebiscito. Con tantissime altre

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Voci, bestemmie, concitazione. Salvatore sente i suoi amici, colleghi, parlottare nervosamente.  Qualcuno insiste per far la fine dell’eroe di sto cazzo, altri – più diplomatici- pensano che possa bastare del denaro.

“Ma quale denaro! Non li vedi quelli? Se ne fottono del tuo denaro! Non sono nemmeno umani, ma che è successo? La lega nord ha avvelenato l’aria di Napoli?”Domanda lo Sfregiato. Nessuno risponde alla sua domanda.

“Io non ce la faccio più! Sono due settimane che non ho notizie della mia famiglia! Il piccolo compie un anno proprio oggi! Bello di papà! Dovreste veder..” Giuseppe non riesce  a trattenere le lacrime e cadendo in ginocchio si mette a piangere, roba che nemmeno un vitello portato al macello

Portato al macello.

Ecco cosa sono diventati: animali da macello. Salvatore guarda gli schermi: le vie vicine alla villa-bunker,  il giardino, le stanze. Là fuori, la folla aumenta: zitta, immobile, fissa-Dentro invece scoppia l’inferno. Tutti hanno paura. Lui li osserva con schifo malcelato, quasi peggio di quel comunista e onesto uomo di suo padre, costoro che tanto si danno arie di uomini d’onore, mo che fanno? Stanno a chiagnere come femminucce.  Eccoli, guardali: i “tengo famiglia”, i “dobbiamo trattare”, guardali lì! E Don Ciro? Peggio di tutti! Al sicuro, chiuso nel suo rifugio . Omoemmerda tra gli scurnacchiati di questa città.

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“Si muovono! Managgiacristo! Si stanno muovendo”Urla lo Sfregiato, indicando i monitor

Avanzano. Silenziosi. A piccoli passi. Poi si vedono le mani aggrapparsi al cancello d’entrata. Strattonano il cancello Con calma, con ostentata e diabolica calma.

“Chiamiamo la polizia!Ma come siamo cittadini e quelli non ..” Alcuni colpi di arma da fuoco zittiscono il deficiente che voleva chiamare la polizia.

Poi l’atmosfera, diventa di ghiaccio. Pesante, snervante. Si guardano tra di loro, negli occhi. Salvatore pensa alle sue criature, alla sua Annarella, teneva o’ core din’t e zucchero per lei. Che fine hanno fatto? Di voce in voce, di orecchio in orecchio, le notizie non sono buone. Li stanno eliminando tutti, fino alla settima generazione. Ma perché? Cosa c’entrano le creature piccirelle? Le guaglione belle belle? Perché?

Salvatore sente rabbia e paura pompar forte nel corpo.

 

Rumori. Prima leggeri, poi sempre più forti. Portano disgrazie e morte.

” E mo? Che succede?” Domanda uno dei luogotenenti di Don Ciro

Nulla: è  solo arrivata l’apocalisse in coppa all’inferno dei mo so cazzi tua!

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“Di qui! Di qui! Fate presto! ” Vito, è sporco di sangue e a fatica si regge in piedi. Lui è tra i più coraggiosi. Ce l’ha messa tutta per difendere la villa, il clan, Don Ciro. Durante lo scontro violentissimo con quegli assatanati succede di tutto. Qualcuno muore invocando pietà, e loro lo schifano  assai, altri con onore, combattendo.

“Escono dalle fottute pareti!” A Salvatore era venuto in mente questa frase. Mentre spara in testa a quelli .

Essi non cadono facilmente,avanzano compatti. Non emettono altro suono che non sia quella risatina soffocata, infantile e crudele, da far accapponare la pelle e ghiacciare il sangue nelle vene.

“Usiamo le bombe!!!” Urla Yanez, il braccio destro di Don Ciro. Indica una piastrella nel pavimento del lungo corridoio dove loro stanno facendo la fine del topo.

Bestemmiando, con le mani che tremano, il cuore che esplode nel petto, i pochi sopravvissuti cominciano a prender le granate, e a lanciarle alla cieca contro quella folla, gli occhi spiritati, il ghigno malefico.

Corpi a brandelli, esseri con arti amputati, teste squarciate, che si trascinano per prenderti e portarti all’inferno

Salvatore a un certo punto non ce la fa più e scoppia in un pianto senza fine. non possono vincerli, non è possibile!  Yanez lo schiaffeggia, urlandogli disperate parole di coraggio

Lui non ascolta le parole dell’amico. Il pensiero fisso e martellante è rivolto ai figli, alla sua Annarella. Cosa avranno fatto a loro? Cosa ha scatenato tutto questo inferno?

I suoi bambini e il suo unico e grande amore, sono vittime causate da quelli come lui, che per decenni hanno soggiogato un grande popolo. Li hanno resi esseri disumani, assetati di sangue. Quello dei loro vecchi aguzzini. Ora vede bene i volti da ragazzini impauriti e abbandonati dei suoi amici. Sono solo esseri umani fatti di sangue, carne, ossa e paura.

Tanta paura. Li vede cadere sotto le mani, i piedi, i colpi di bastoni inferti da altri volti umani,pure essi fatti di carne, ossa, sangue, speranze, amore e paura.

E Don Ciro? Dove stava quel pezzo di merda? Salvatore vede le chiavi della stanza- bunker , ce le ha  Yanez. Talmente invincibile pensa di esser quello stronzo che se le porta a presso.Lui non sarebbe mica morto come gli altri, ma stiamo pazziando?  No! Lui sarebbe rimasto vivo. A Yanez niescìuno lo faceva secco!

Salvatore, disperato e prossimo alla fine,  punta la pistola contro la testa del braccio destro di Don Ciro. Meglio lui che gli altri. I singhiozzi si fanno più violenti e incontrollabili. Mormora “scusa”, non vorrebbe sparare a Yanez, ma deve prender quelle chiavi e tirare fuori quel vigliacco di Don Ciro dal suo nascondiglio. Un capo che si nasconde quando le cose vanno male, quando i suoi uomini vengono sterminati a decine, che uomo è?

Sal preme il grilletto

La testa di Yanez esplode in mille pezzi. Una morte veloce e cristiana, pensa il ragazzo, mentre afferra veloce le chiavi del bunker.

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L’inferno avanza. Colpi di pistola, raffica di mitra, esplosioni, sta venendo giù tutto il cielo e l’universo, maronna o’ carmine!

Salvatore se ne frega.  Pensa solo ai figli, e ad Annarella. Fosse stato come suo padre, ora sarebbe in mezzo a quella folla. Lui, le sue creature, e la sua amatissima moglie. Avrebbero poi festeggiato e magari ci scappa pure un altro figlio. Non  male esser padri, pensa il ragazzo.

Eccola la stanza-bunker. Dove sta il boss dei boss, quello che fa cacare sotto tutti, quello che è uomo di onore, di rispetto, dove è ora? Chiuso da vigliacco in questa sua stanza. Da solo. Uomini valorosi sono morti per difenderlo. Vecchi e inseparabili amici.  Lui ha pensato solo a sé. Alla sua vita

Il giovane infila la chiave nella serratura e apre la porta

“Don..” Salvatore non finisce la frase. Avverte un bruciore, da qualche parte nel suo corpo. Una parte sicuramente vitale, sente colare il sangue

Si rende conto che deve rivolgere un ultimo pensiero alla sua Annarella. Non ce ne sarebbero stati altri. Non più

Lo vede ora : o malamente, o strunz! Un ometto insignificante, che si caca sotto. Come hanno fatto tutti loro. Anche quelli che, fino all’ultimo, hanno finto onore e dignità

Salvatore spara. Pochi colpi , che rimbombano tra le pareti della stanza- bunker. Don Ciro cade a terra. Ferito gravemente alle gambe

“No, no, per carità…”E parla ancora, sto infame !. Pretende da lui una cosa che aveva negato a tutti, pure ai piccerilli! La pietà

Salvatore lo prende, lo afferra e con immensa fatica lo trascina fuori dal suo rifugio.

Tra poco loro sarebbero arrivati. E avrebbero trovato Don Ciro. Zoppicando e attaccandosi alle pareti per non cadere, Salvatore entra nella stanza-bunker e si chiude dentro.

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Alla fine lo hannoo trovato. Salvatore ascolta per un po’, poi lo spettacolo diventa troppo cruento.  Don Ciro urla in un modo…Poi era arrivato il silenzio.

Sono là fuori. Sanno che lui si rifugia in quel buco. Aspettano. Bisbigliano

Salvatore…”

Come fanno a conoscere il suo nome? Chi se ne frega. Ormai è tutto finito

Con fatica, il ragazzo estrae dal portafogli la foto della moglie.

Quanto è bella! E quanto sarebbe stata bella la vita se l’avessero vissuta diversamente

Se..

Ridendo e piangendo, sentendo una sottile e dolcissima malinconia che gli prende l’anima, Salvatore si punta la pistola alla tempia.

“Annarella..”

la stupida resistenza

18 Ago

D’altronde aveva ragione Marta : “Cosa lo porti a fare a Firenze, se Firenze non esiste più?” Ma lui a questa trovata del governo del : “niente è più come prima”, non aveva mai creduto. Così se avesse dato retta alla propaganda e alla moglie, non avrebbe mai fatto vedere a suo figlio, Mac P 100, dove si erano incontrati il suo babbo e la mamma Già che un robot a uso domestico voglia conoscere i posti dove i suoi genitori si erano incontrati, era alquanto bizzarro, ma che il suo padrone umano si lasciasse conquistare da quelle richieste,e decidesse di intraprendere un lungo viaggio, con tutte le bande di zingari e feroci banditi comunisti in giro, era roba da denuncia. E infatti Marta corse subito a denunciare il marito per abbandono di tetto coniugale e  abbandono della  casa. Nessun cittadino deve lasciare la sua abitazione, pena anche la  morte. La donna informò subito il giovane poliziotto, che forse era colpa del loro robot domestico, “Non è forse vero che le bande di zingari e comunisti hanno inventato dei robot terroristi?” Chiede apprensiva la donna. Allora forse non era il marito a esser impazzito, era quel robot! Il giovane agente rispose da bravo esecutore della legge, ma ogni volta dentro rideva più forte. La risata limpida, pura, di un bambino di fronte a degli adulti particolarmente scemi. Il problema era che il governo doveva guidare il suo popolo verso una lunga transizione e non sapevano come tenere a bada i cittadini sopravvissuti. Molti rammentavano la lunga rivolta dei reduci, i malati che giravano pazzi e assetati di sangue, tra le rovine del paese. Marta ci aveva perso un fratello, Enrico, mandato a combattere dal padre, per mostrare a tutti che le voci sulla presunta omosessualità del figlio erano bugie. Suo fratello, persona dolce e nevrotica, era morto da disertore. Anzi peggio, aveva lasciato un caporale notoriamente sadico, in balia delle bambine che l’uomo amava stuprare ogni sera. Il dolore di un figlio frocio  e disertore aveva fatto ammalare gravemente il padre di Marta. Lei si era presa la bega di assisterlo, nel delirio osceno della malattia, dove il padre aveva mostrato come possano davvero esistere esseri orribili Più volte pensò di ucciderlo, di farlo soffrire, ma alla fine il destino sistemò ogni cosa. Il giorno della morte del vecchio, Marta ballò fino allo sfinimento e rise più forte che poteva. Venne denunciata e rimase tre mesi in galera, per vilipendio alla memoria del padre. Giusto: una società traballante e che cerca di ridarsi un piccolo equilibrio sociale, si deve affidare alla vanagloria guerrafondaia maschilista, alla figura del padre-padrone. In carcere il tempo passava veloce. Enrico gli scriveva sempre e andava a trovarla sempre. Ricordavano Firenze. Il quartiere di San Jacopino, dove vissero i primi anni felici. Poco lavoro, denaro a tratti, ma progetti folli e potenti che li tenevano uniti. Che pena i mediocri con i  piccoli sogni, pensavano. Poi, un giorno, Enrico gli disse che guardando bene il vecchio cameriere e il vecchio cuoco del ristorante dove si fermava sempre a mangiar crostini toscani e ribollita, gli era venuto un flash: ” Quei due era felici, capisci?” Gli disse la sera stessa il suo amato. Eppure non erano mai usciti dalla loro trattoria in quel di Oltre Arno, una vita a fare e servire da mangiare, ma proprio quei loro gesti quotidiani, la gioia dei clienti, altre pochissime cose. Così abbandonarono i loro piani più strampalati, per trovare il senso più naturale e quotidiano dell’amore. In realtà erano arrivati i quaranta e per molti motivi, lui non riusciva a dar figli a lei. Il sesso era spesso argomento di scontro, di due modi diversi di intendere l’amore. Ma per motivi strani e ignoti alla logica loro non si lasciarono mai. Nemmeno la guerra, nemmeno la lotta tra fratelli. Loro continuavano a vivere. Solo che a lei i ricordi facevano troppo male,  era vecchia  e stanca ormai. Aveva pietà e compassione per la ragazza che era stata, ma la vita va avanti e va male. La gioia è effimera e passeggera. Come tutte le cose belle. Figurati quelle bellissime. Lui no. Non era solo un uomo chiuso in un mondo ormai scomparso, no : lui ci metteva gioia anche in questi tempi. Soffriva e piangeva spesso, ricorda che se un giorno qualcuno dovesse contare le lacrime di entrambi, bè senza ombra di dubbio, avrebbe vinto lui: “La mia fontana di trevi”, lo chiamava lei. Così un giorno lui arrivò a casa con quel robot . Ogni italiano ne aveva uno in casa: facevano lavori domestici, si occupavano degli anziani, bambini,malati, animali domestici. Erano programmati per esser affettuosi ed efficienti. Marta non lo accettò subito, ma poi si arrese. Viveva in equilibrio tra la sua vecchiaia fatta di piccole paure indotte dal governo, poca meraviglia nel cuore, e dolcissimi momenti in cui rammentava l’amore. E la voglia di uccidere il padre.

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Mac P 100 faceva molte domande, e per quanto fosse un robot, si stupiva: “Questi umani come sono complicati!” Avevano una cosa chiamata “amore”, che quanto pare faceva a loro tanto bene, ma anche malissimo. Il suo padre-padrone umano piangeva e rideva, ogni volta che rammentava i suoi tempi. Gli esseri umani invecchiano, si ammalano, muoiono. Allora maledicono e ricercano i ricordi della loro vita. Un bacio, una gita al mare, un giro in qualche città. E si aggrappano dannandosi per quella loro debolezza. Eppure ci cascano sempre.  Per questo aveva spinto il suo padre-padrone a portarlo a Firenze. Voleva vedere quei posti che tanto avevano contribuito a render felice l’uomo.

Enrico si era meravigliato della calma assoluta: niente bande di zingari e feroci comunisti. Certo, aveva visto gente abitare le antiche rovine della sua città. Ma non avevano intenzioni cattive: bevvero, mangiarono, risero, e ricordarono. Gli zingari rammentarono la repressione del governo, la loro unica colpa era di non aver scordato la felicità. Nel ballo, nel canto, nella bevuta tra amici. Nella vita libera e amarissima,ma pur sempre vita. Enrico pensò a quegli anni grigi di informazione giornalistica, di servizi sui pericoli che si incontrano andando in città, a sua moglie: donna splendida che ama profondamente ancora oggi. Anche se lei aveva rinunciato a ogni ricordo. Anche ad amare il ricordo del loro amore.

Passarono giorni per strada, nascondendosi dalle pattuglie della polizia e dagli occhi delle spie. Incontrarono altri vagabondi. Chi per amore, chi per stanchezza e noia nei confronti contro la propaganda del governo, per spirito di libertà. Lui amava quel mondo, prima e dopo la guerra, era così che viveva e che avrebbe vissuto.

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Li capiva quelli che scappavano. E a esser sinceri non gli piaceva dar loro la caccia. Lui non aveva vissuto nel mondo di prima, sapeva solo che era un posto orribile e che il governo voleva assicurare a tutti un mondo migliore. Per farlo occorreva usare metodi anche non proprio ortodossi, tenerli buoni con pericoli inventati e così via. Lui faceva solo il suo dovere. Sparare a quelli che abbandonavano la loro dimora. Così da un paio di giorni era sulle tracce del vecchio e del robot, pur loro si sono messi a interrogarsi su quelle cose come i ricordi e tutti i casini che portano. Boh, non sono cazzi suoi. Non amava affatto i delatori, le spie, ma quelli servivano per trovar i fuggitivi.

Così un giorno, una di queste luride spie, lo portò al rifugio dove soggiornavano l’uomo e il robot. Fu proprio quell’ammasso di ferro e fili elettronici a far più casino che l’uomo.  Il giovane poliziotto provò forte e devastante un dolore al cuore. Si, si, sono solo un lavoratore. Si, si, devo portare a termine il mio lavoro,ma…

“Mac, ascolta sei stato un bravissimo figlio. Non ho potuto darne a Marta, sai? Ed è stata per me fonte di grande dolore. Ma tu ci hai dato la felicità. Ecco, non disperarti. Questo è il nostro destino: dobbiamo morire, ma tu hai registrato i posti, la gente, falla vedere a Marta. Dille, mostrale che non è una stupida resistenza, esser felici. Fai questo” Disse il vecchio prima di consegnarsi al giovane poliziotto.

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“Ecco, non dovrei esser qui, ma dal momento che sono qui, bè, forse  vuol dire che non sono proprio d’accordo con il motto: faccio solo il mio lavoro. Non ho potuto salvare suo marito,ma è stato lui a chiedere di esser condannato. E sa una cosa? Cantava. Mentre lo portavano davanti al plotone di esecuzione, e sa una cosa? Anche gli altri condannati cantavano. Non di rabbia o di odio,ma una vecchia canzone d’amore. La cantava anche mia nonna. Ora ecco. La lascio con il suo robot. Ha registrato tutto il loro viaggio.” Il giovane poliziotto, li lasciò soli. Non sarebbe tornato in caserma, sarebbe fuggito. Si lo ammazzassero pure, ma un uomo felice muore una volta sola e per stupidità altrui.

Marta guardò negli occhi di Mac P100 , che fungevano da monitor, i giorni bellissimi passati insiemi dai due. E vide le colline, il fiume, la gente ridere, ballare, sperare, Vide tutto questo e come un fiume in piena arrivarono anche i suoi di ricordi. Gli occhi del fratello, sempre sorridenti, la dolcezza di Enrico, le vacanze e  i giorni di puro amore.

In sottofondo sentiva come un rumore strano, che non sapeva spiegarsi, poi si accorse che era Mac P 100 che piangeva, a modo suo. E così accarezzandolo, gli disse: “Non piangere figlio mio”

E sentì nel suo cuore, dopo tanto tempo, una felicità forte e profonda.

A mio padre

26 Lug

Come tutti sapete, le cattive notizie hanno un invidiabile senso dell’umorismo. Così mentre io ero alle prese con la separazione, non voluta ma subita, da Anna, giunse la telefonata di mio fratello Nanni. Ricordo ancora bene la scena: io stavo seduto sul nostro divano, in sala, e lei parlottando fitta fitta preparava la valigia. Cosa mi diceva? “Abbiamo caratteri diversi, non potrebbe funzionare. Cioè per un po’ va bene, ma questa convivenza…” Io le avevo detto più volte che i caratteri per forza sono diversi, mica mi innamoro di una fotocopia. Mi innamoro di una persona, che fra le tante cose ha anche dei difetti e fra i tanti difetti, alcuni anche brutti.Ma lei era già nella fase dove pare che non vi sia mai stato nulla di buono, meraviglioso, dolce, indimenticabile. No, per carità! Solo disgrazie,dolore, cose da rivendicare con astio. Le persone fanno così. A loro fa piacere far finta che nulla di buono sia rimasto, anche se una relazione dovesse concludersi. Quindi lei faceva le valigie, agitata, nervosa, ripetendomi: ” Lo vedi, lo capisci, anche tu” Sottolineando con quel “anche tu”, la totale semplicità della cosa. Pure un coglione come te, può capire certe cose

Non capivo. Non ho mai capito. La vigliaccheria ci porta a pensare che le relazioni finiscano perché entrambi giungono felici e contenti alla stessa conclusione, nello stesso momento: lasciamoci. Non è così. Qualcuno ci crede ancora. E non è sempre lui ad aver torto.

Comunque giunse la telefonata di Nanni. Nostro padre, con una tempistica eccezionale, pensò bene di lasciar questo mondo proprio il giorno che la mia convivenza fallì.

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Mio padre assomiglia molto a me. Nanni ha sempre amato i numeri e le certezze.Non in campo sentimentale, perché è uno di quelli convinti che anche l’amore abbia una sua formula, una spiegazione logica. Ecco mio fratello è logico. Sempre e comunque. 24 h su 24. Non è una cattiva persona, anzi. Ti risolve i problemi, offre sicurezza e affidabilità. Ama tanto lavorare. Gli orari, le scadenze, la puntualità. E ve lo dico con profondo rispetto per lui e il suo mondo.

Un mondo che però non ho mai condiviso. Nemmeno mio padre. Non che noi due facessimo una vita da scavezzacolli, pieni di vizi e sbronze colossali. No, ma per me e mio padre erano fondamentali le parole. Per me lo sono ancora oggi. Certo, Anna lamentava il fatto che io continuassi a scrivere, con massima calma, lo stesso romanzo da anni. Non solo, anche che ogni suo tentativo di farmi partecipare a concorsi letterari e robe simili, io non li considerassi neppure. Lei avrebbe dovuto sposarsi con Nanni. Visto che nel libro vedono un oggetto da mettere ben in vista, su qualche lussuosa libreria in legno pregiato.Come simbolo del successo. Io e mio padre ce ne siamo sempre fregati del successo. Ci piaceva scrivere. Non tanto perché fossimo talentuosi, ma semplicemente grafomani.

Quante storie, poesie, invettive, abbiamo scritto. Tantissimi! Forse era una sorta di malattia famigliare, in quanto mi giurano che pure mio nonno aveva sta abitudine.

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Mia madre, composta nel suo dolore, vegliava il cadavere di mio padre. Più la guardavo, e più il suo sguardo mi ricordava quello di Visone, il nostro amatissimo cane, morto da almeno una quindicina di anni. “Nanni, non ti pare che la mamma abbia lo stesso sguardo di Visone?” Chiesi, convinto di far cosa gradita, a mio fratello. Non fu così

“Ma che cosa dici? La mamma lo sguardo di quel cane?”Mormorò trattenendo la rabbia

“Non quel cane. Parlo di Visone, non lo ricordi? Non rammenti quanta voglia di piangere avevi…”Non mi lascia finire la frase. Rammentare a mio fratello che una volta nella vita, una sola volta, ebbe la tentazione di piangere, scatenò in lui una rabbia da uomo di logica: composta, trattenuta, razionale,ma io vidi benissimo che era furioso.

Povero Visone! Mio padre lo adorava. Il nome era quello di battaglia del partigiano Giovanni Pesce. Mio padre diceva che come tra gli umani, esistono anche i cani di destra e di sinistra. Lui voleva un cane di sinistra. Come le persone che frequentava. Tutti in famiglia siamo più o meno di sinistra. Direi tanto meno, ma mio padre si accontentava così.

Mi aveva insegnato a piangere. E se qualcuno, nel fior fiore della sua massima scemenza, esclamava: ” Non far la femminuccia”, lui rispondeva: “Cosa hanno di così terrificante, le femminucce, che noi maschietti non dovremmo copiare?”

Credeva nell’altra metà del cielo. Diceva sempre cose bellissime di mia madre. Per tutto il matrimonio. E lei sorrideva sempre contenta,e un pochino, invero, imbarazzata.Non che il loro matrimonio fosse perfetto. Mio padre non credeva nel lavoro. Per nulla. Sosteneva che era una catena inventata dai ricchi per costringere le masse a rovinarsi la vita in fabbrica, ufficio, caserme, miniere, con il fine di render ancora più piacevole la vita ai ricchi. Però lavorava. Non amava solo le inutili vanterie della gente senza talento alcuno. Diceva che le riconosci perché con un tono tra il mistico e il lagnoso, parlavano solo della loro fatica. Benedetta fatica che mi permetti di fare la morale agli altri. Lui odiava la fatica. E questa cosa me l’ha data in eredità. Mi spiego: essa esiste. Tutti quanti la conosciamo prima o poi, ma arrivare a farla pesare agli altri, per aver briciole di riconoscenza e ossi di “bravo, tu si che sei un vero lavoratore”,ecco: abbiamo una dignità, noi.

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Mio padre credeva nelle parole. E questo ci lasciò in eredità. Due lunghissime lettere. A me e a mio fratello. Nanni la prese, la ripose velocemente nella sua elegante valigetta. Io l’ho letta. Si, mio padre ci ha lasciato solo parole. Poteva lasciarmi un po’ di soldi, ne avrei bisogno visto che , fra le altre cose, non avevo più nemmeno un tetto. Poteva lasciarmi case, terreni, titoli e targhe che testimoniavano la sua grandezza. No. Non è mai diventato quello scrittore che tanto gli sarebbe piaciuto essere,ma che, per pigrizia e inconcludenza, non fu mai. Però ci aveva lasciato la passione per la lettura, la musica, il cinema, il teatro e appunto: la parola. Diceva sempre “ti amo” a mia madre. In pubblico, sopratutto, e in particolare nelle occasioni più strampalate. Non aveva pubblicato nulla, non si era mai iscritto all’università di lettere moderne, non aveva mai imparato a suonare il basso, insomma non aveva vissuto la vita che avrebbe potuto vivere, ma, in quella lettera, mi esplicitava la sua totale e assoluta felicità

Perché, scriveva, alla fine aveva ottenuto il successo più grande che un uomo possa ottenere in vita sua: l’amore di mia madre.

Mentre la leggevo pensavo alla mia situazione. Non solo la mia, ma anche a quella di Nanni. Perché a noi non era andata così? Nanni era ancora sposato, ma una di quelle relazioni civili, fatta di banali frasi di circostanza, piccole e insignificanti gentilezze, per inerzia Entrambi hanno una vita piena di impegni, di cose concrete. Perché perder tempo con l’affetto, questa cosa stupida e sopravvalutata? Ma si! Dimentichiamo il nostro cane, il mitico Visone! Che veniva a svegliarci tutte le mattine a forza di invadenti e gioiose slinguazzate. Che esplodeva di felicità quando tornavamo a casa. Anche se la nostra assenza non avesse superato i trenta minuti. Povero imbecille di un cane, come i suoi padroni ! Gentaglia sentimentalista. Buonista, come si lamentava Anna. Lei che l’indomani della nostra separazione, su facebook, scriveva parole di fuoco e condanna contro di me e gli uomini che non sono più come un tempo. Mentre io pubblicavo le foto dei nostri tempi felici. Esistevano, e una loro importanza ce l’avevano, ce l’hanno ancora oggi, e ce l’avranno.

Io e mio padre eravamo per Nanni, Anna, e tanti altri, degli imbecilli. La cosa non mi pesava, non mi pesa, non mi peserà, nemmeno un po’.

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Mio padre amava i Musical, così chiese in punta di morte, che tutti noi cantassimo “Did you hear the people sing” , un brano tratto dal suo film preferito: Les Miserables. Lo sappiamo a memoria, io e Nanni. A me piaceva tantissimo, mio fratello ci vedeva solo uno spunto per dirci di quanto sia fondamentale rispettare la legge, e che un Jean nel mondo reale non esiste

“Stanno seduti accanto a te”Rispondeva mia padre, indicando lui e me. Mio fratello si incazzava. Ah,quanto si incazzava.

Mi piacerebbe pensare che l’anima rimanga per un po’ su questa terra. Sarebbe stata una bella soddisfazione per mio padre, perché nonostante in molti lo ritenessero un sognatore scansafatiche, ecco: arrivarono molte persone per porgergli l’ultimo solenne saluto. E tutti cantarono. Inventandosi le parole, affidandosi a opportuni “lalalala”, stonando mostruosamente, cosa che urtò la “sensibilità” di Nanni, ma emozionò tanto mia madre. E me.

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Così lo seppellimmo. Fu una specie di festa religiosa pagana e laica. Vennero gli amici di tanti anni, i suoi compagni di partito, i clienti della sua edicola, e i colleghi dei tanti lavoretti, venne la città di Livorno, visto che lui scappava da Firenze, senza dire nulla a nessuno, per passar tutto il giorno a parlare di politica,arte e mangiare il cinque e cinque, in quella meravigliosa cittadina. Piangemmo, ridemmo,ci abbandonammo a ricordi, abbellendo un po’ alla cazzo di cane la sua vita . Ma va bene così.

Mi piace pensare,ancora oggi, che lui stia in un bel posto. Con Visone. Un posto di sole,canzoni, lettere, parole. Sarebbe davvero bello.

E oggi?

Nanni si è separato. Vive solo, ma in un appartamento immenso. Contento lui. Non ci sta mai, è sempre in giro per lavoro. Nonostante ormai abbia una certa età. Ma appena si ferma si sente perso. Continua a dar sicurezze e risolvere problemi,ma non ha ancora incontrato qualcuno che l’ami.

La mamma ha vissuto ancora a lungo. Si è risposata, come voleva nostro padre. Un bravissimo uomo. Gentile,educato, pieno di attenzioni. Amavano entrambi il mare. E nel mare la spargemmo. Le sue ceneri viaggiarono per chilometri,  forse no.

Io mi sono sposato. Non abbiamo figli, e questo mi dispiace assai. Ma ci vogliamo bene. Come papà e mamma se ne volevano ai loro tempi. Piangiamo vedendo i film, passiamo tanto tempo fra mostre e teatro. Ridiamo spesso. Sono felice.

Anna continua a lamentarsi su facebook. Dice che gli uomini di un tempo non ci sono più

Per fortuna ci sono, invece, gli uomini come mio padre.