La Caccia: Le Quattro Giornate di Napoli

19 Ott

Voci. Lontane. Lontanissime. Più che voci, una sorta di nenia, di mantra, ma come cazzo si chiama? Pensa Salvatore, detto: “Seccosecco”, mentre cerca di abituarsi a starsene chiuso dentro la villa bunker del suo capo. Che ci faccio qui? Si domanda giocherellando con la pistola. Altre voci, concitate questa volta, dall’interno. Probabilmente la cucina. Scarseggiano i viveri, e sti cazzoni mangiano, bevono,  litigano pure. Mentre il suo capo è chiuso nel suo nascondiglio. Non chiude occhio. Spia tutto guardando i video che mandano le immagini dalle strade della sua città. Perlomeno quelle più vicine al suo rifugio.

Te lo ricordi quanto era forte e cazzuto, Don Ciro? Ti ricordi che bastava nulla, che starnutisse tipo, e il diavolo in persona, si proprio lui, il re degli inferi, si cacava sotto come niente? Bei ricordi quelli. Imperatore di un impero formato da fedelissimi assassini, spacciatori, lacché di ogni tipo e ceto sociale, e da sto popolo di fifoni, mica dicevano nulla eh; Lui pretendeva i soldi dai negozianti e quelli li davano, lui voleva una ragazzina vista in strada e quella era suo. Tutto era suo.

Rispettato e temuto. Così voleva diventare Salvatore. Altro che “seccosecco”, altro che i bulli a scuola, altro che finire come suo padre: operaio all’italsider e poi una pedata nel culo. Ma isso era un uomo dabbene. Chi se ne frega! Quando per strada c’è gente che spende in un’ora lo stipendio di quel fesso di padre che si ritrova.

Don Ciro bello ed elegante, Don Ciro che fa cacare il diavolo nei pantaloni, se vuole, e se il diavolo tiene i pantaloni, che non si sa mai.

Salvatore se li ricorda bene quei giorni. Il ricordo è interrotto da qualche rumore in sottofondo, lontano. Tipo petardi, ma lui sa benissimo che non c’entrano un cazzo né i petardi, né la bomba maradona, né i fuochi d’artificio.  Se li immagina quelli: stanno fermi, zitti, immobili. Ti fissano. E basta. Allora tu metti in scena il tuo teatrino: urli, insulti, fai il gradasso. Tutto il repertorio che tanto li spaventa. Spari anche. Qualcuno cade. Allora gli altri lo prendono e lo portano via. Dove non si sa. E subito il suo posto è preso da qualcun altro.  Fermi, zitti, ti fissano. E allora che fai? Spari, spari, spari! Quelli cadono, quelli sono sostituiti da altri. Piano piano la tracotanza viene a mancare, come i proiettili a disposizione. Ti accorgi, come se ne sono accorti i suoi amici, che sei circondato. “Hanno fatto le barricate a Spaccanapoli ! Le barricate!” E ci buttavano addosso benzina, acido, molotov! Di tutto! Credete a me!” Dice Giuliano, un luogotenente che pure lui faceva cacare addosso il diavolo. Tiene un tantinello di problemi intestinali, sto diavolo! E che avrà mai! Cose da pazzi!

Ora se le barricate ci fossero, Salvatore non le ricorda. Forse a Spaccanapoli, ma lì in quel posto, forse no. Però sa, perché l’ha sentito dire dall’unico sopravvissuto di quella mattanza, cosa era successo dopo. Che quella folla, sempre più numerosa e compatta, si era avvicinata, silenziosa e senza fretta alcuna, a quei poveri guaglioni, i quali senza armi a disposizione e in numero nettamente inferiore, non sapevano più come uscire da quel guaio. Un esercito di malamente, prossimi alla disfatta  e con intenzione di disertare quella guerra che si metteva assai male per loro.

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“E niente, poi si sono avventati come pitbull contro di noi. Un casino, che nemmeno immagini! Mi sentivo strattonare, afferrare, graffiare, e sentivo le urla dei miei amici. Mai sentito urlare gente in quel modo. Oh, madonna! Non fatemi pensare!” Così quel povero ragazzo si mette a piangere quando pensa a quello che aveva passato. E al miracolo di San Gennaro che lo aveva fatto uscire sano e salvo.

Dice che furono : mani, sguardi cattivi, denti sani e guasti, veri e falsi come la merce che si vendono alle bancarelle. Che ti afferravano, laceravano, e unghie che graffiano, che squarciano. Pure i piedi. Chi cadeva veniva calpestato a morte. Le teste tipo meloni maturi lanciati da un terrazzo. Poltiglia e basta.

” E a te cosa è successo?” Chiede quel ragazzo a Salvatore.

“Io ero felice. Dopo non so quanti mesi a portare pacchi, ambasciate, e altre cose piccole piccole, finalmente mi dicono che devo seguire Gigi  lo sai chi era, no? Lui, proprio lui. Il terrore di tutti i commercianti del centro. Lo vedevi: quasi due metri di uomo, forte assai. Ti inceneriva solo con un’occhiata. Facevamo quasi ridere insieme: lui grande e grosso, io piccolo magro…Seccosecco, come mi chiamano a me. Vabbuò, facciamo un po’ gli splendidi in giro. Si fischia alle ragazze, si fa un po’ i duri con i ragazzini. Cose così. Arriviamo a sto negozio. Non ti dico quale è, perché non tiene importanza. Tu però devi sapere una cosa: io ero felicissimo. Annarella mia bella, aveva appena avuto un altro figlio. Che abbiamo chiamato Lollo, come il cantante…” Vedendo che l’altro non dice nulla, Salvatore spazientito, sbotta: “Lollo Love, il cantante! Cuoricina non la sai?” L’altro, come se lo avessero appena svegliato da un brutto incubo, sorride e si mette a cantare insieme a Salvatore.

“Oh, ti stavo dicendo; abbiamo tre figli. Uno è mongolo. Non come quello là…Gengis Khan, ma come ..Sai i mongoloidi,no? Che io pure mi arrabbiai con mia moglie! Ma come un uomo come me? Che tiene le palle di Rocco Siffredi e lo sperma migliore di Napoli, tiene sto figlio qui?Mi arrabbiai assai. Però, devo dire che mi son ripreso. Si, alla fine è sempre figlio a me, che devo dirti? Quindi: ero felice. Un passo in avanti importante eh!  Magari avrei pure preso il posto di quel scimmione del cazzo di Gigi. Per carità, pace all’anima sua, ma era un pallone gonfiato. Un emerito strunz e infatti fece la fine dello stronzo. Entriamo in questo negozio. Lui fa tutto il suo teatrino, i suoi numeri. E si vede che i numeri di Gigi, non piacevano al vecchio titolare di quel negozio. Si vede che li aveva visti tante volte quei numeri. Li avrà pure giocati al lotto e non ci ha vinto un cazzo. Così si è incazzato e sai che ha fatto?No?Oh dico a te!” Salvatore, a quel punto, da una spinta al ragazzo, che come lui stava seduto sul pavimento del soggiorno della villa bunker, e quello scivola con la schiena lungo la parete,adagiandosi sul lato destro. Morto. Nemmeno come erano andate le cose, ha voluto sentire

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“Si, si, i soldi. Mo ve li porto” Ecco cosa dice il vecchio e si reca  nel retro bottega, a prendere i soldi. Non passa nemmeno tanto, che eccolo ritornare. Le mani dietro la schiena, se ne sta immobile davanti a Gigi e a Salvatore, Fermo, immobile, con una faccia piatta. Senza espressione alcuna. Tanto che Gigi spazientito da quel comportamento, si avvicina per dargli un manrovescio da rimettergli tutti i denti apposto.

Poi succede. Salvatore sente qualcosa che pizzica e brucia sulla sua guancia sinistra. Il dolore aumenta respira anche un odore forte, dolciastro, nauseabondo. Carne bruciacchiata. Ma chi cazzo sta facendo una grigliata e fatta così male, in quel posto e a quell’ora? Poi comprende. Vede quello che tiene in mano il vecchio .  Un flacone, di quelli comuni, usati anche per le medicine, pieno di acido. Gigi , a terra, urla: “Occhi..” Fosse solo quello il problema che tiene. Quello è nulla! La risata del vecchio, ecco quale è il problema !. Non ha nulla di normale. C’è una cantilena, uno sfotto,  qualcosa di sinistro. E rimane immobile. Non si era minimamente avvicinato a Salvatore. Però lo fissa. E ride

Salvatore prende la pistola e spara. Il vecchio casca come un sacco di patate. Senza un lamento, senza nulla. Gigi si lamenta. Frigna. Una femminuccia. Salvatore non ci vede più e urlando parole degne del lord che isso è, lo riempie di piombo. Seccosecco non ha avuto paura del vecchio, Seccosecco si è preso il posto di quel femminiello di Gigi. Una cazzata e bella buona, solo ora, mentre cerca di capire cosa stia facendo la gente nelle strade limitrofe alla villa, si rende conto di cosa ha fatto. Sarebbe finita male per lui. Altro che soldi. Altro che bella vita per lui e la sua Annarella. Che fine avrà fatto? E i loro figli? Sa che quegli infami erano entrati in tutte le case. Non solo quelle degli uomini di Don Ciro, ma anche di altre famiglie, clan, e…. Povere donne, poveri bambini! Le bestie sono migliori di quei disgraziati!

Napoli ha preso fuoco. Case,macchine, uomini.  Si narra che un gruppo di uomini ben armato si era trovato ad affrontare quel nemico invisibile, insidioso. Che senti perché ridacchia, sfotte, sussurra il tuo nome, E poi sei fregato. Cosi quegli uomini ben armati, che volevano dare una lezione agli insorti, si erano trovati a sparire uno alla volta, Passavano davanti a un classico basso di Napoli, e mani veloci li agguantavano. Partendo dall’ultimo del gruppo e così tutti erano scomparsi. L’ultimo si era girato e non aveva trovato più i suoi compagni. Ma quelli che tenevano in mano le teste dei suoi poveri amici. Come quelli dell’Isis! Poi anche la sua testa venne esposta in piazza Plebiscito. Con tantissime altre

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Voci, bestemmie, concitazione. Salvatore sente i suoi amici, colleghi, parlottare nervosamente.  Qualcuno insiste per far la fine dell’eroe di sto cazzo, altri – più diplomatici- pensano che possa bastare del denaro.

“Ma quale denaro! Non li vedi quelli? Se ne fottono del tuo denaro! Non sono nemmeno umani, ma che è successo? La lega nord ha avvelenato l’aria di Napoli?”Domanda lo Sfregiato. Nessuno risponde alla sua domanda.

“Io non ce la faccio più! Sono due settimane che non ho notizie della mia famiglia! Il piccolo compie un anno proprio oggi! Bello di papà! Dovreste veder..” Giuseppe non riesce  a trattenere le lacrime e cadendo in ginocchio si mette a piangere, roba che nemmeno un vitello portato al macello

Portato al macello.

Ecco cosa sono diventati: animali da macello. Salvatore guarda gli schermi: le vie vicine alla villa-bunker,  il giardino, le stanze. Là fuori, la folla aumenta: zitta, immobile, fissa-Dentro invece scoppia l’inferno. Tutti hanno paura. Lui li osserva con schifo malcelato, quasi peggio di quel comunista e onesto uomo di suo padre, costoro che tanto si danno arie di uomini d’onore, mo che fanno? Stanno a chiagnere come femminucce.  Eccoli, guardali: i “tengo famiglia”, i “dobbiamo trattare”, guardali lì! E Don Ciro? Peggio di tutti! Al sicuro, chiuso nel suo rifugio . Omoemmerda tra gli scurnacchiati di questa città.

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“Si muovono! Managgiacristo! Si stanno muovendo”Urla lo Sfregiato, indicando i monitor

Avanzano. Silenziosi. A piccoli passi. Poi si vedono le mani aggrapparsi al cancello d’entrata. Strattonano il cancello Con calma, con ostentata e diabolica calma.

“Chiamiamo la polizia!Ma come siamo cittadini e quelli non ..” Alcuni colpi di arma da fuoco zittiscono il deficiente che voleva chiamare la polizia.

Poi l’atmosfera, diventa di ghiaccio. Pesante, snervante. Si guardano tra di loro, negli occhi. Salvatore pensa alle sue criature, alla sua Annarella, teneva o’ core din’t e zucchero per lei. Che fine hanno fatto? Di voce in voce, di orecchio in orecchio, le notizie non sono buone. Li stanno eliminando tutti, fino alla settima generazione. Ma perché? Cosa c’entrano le creature piccirelle? Le guaglione belle belle? Perché?

Salvatore sente rabbia e paura pompar forte nel corpo.

 

Rumori. Prima leggeri, poi sempre più forti. Portano disgrazie e morte.

” E mo? Che succede?” Domanda uno dei luogotenenti di Don Ciro

Nulla: è  solo arrivata l’apocalisse in coppa all’inferno dei mo so cazzi tua!

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“Di qui! Di qui! Fate presto! ” Vito, è sporco di sangue e a fatica si regge in piedi. Lui è tra i più coraggiosi. Ce l’ha messa tutta per difendere la villa, il clan, Don Ciro. Durante lo scontro violentissimo con quegli assatanati succede di tutto. Qualcuno muore invocando pietà, e loro lo schifano  assai, altri con onore, combattendo.

“Escono dalle fottute pareti!” A Salvatore era venuto in mente questa frase. Mentre spara in testa a quelli .

Essi non cadono facilmente,avanzano compatti. Non emettono altro suono che non sia quella risatina soffocata, infantile e crudele, da far accapponare la pelle e ghiacciare il sangue nelle vene.

“Usiamo le bombe!!!” Urla Yanez, il braccio destro di Don Ciro. Indica una piastrella nel pavimento del lungo corridoio dove loro stanno facendo la fine del topo.

Bestemmiando, con le mani che tremano, il cuore che esplode nel petto, i pochi sopravvissuti cominciano a prender le granate, e a lanciarle alla cieca contro quella folla, gli occhi spiritati, il ghigno malefico.

Corpi a brandelli, esseri con arti amputati, teste squarciate, che si trascinano per prenderti e portarti all’inferno

Salvatore a un certo punto non ce la fa più e scoppia in un pianto senza fine. non possono vincerli, non è possibile!  Yanez lo schiaffeggia, urlandogli disperate parole di coraggio

Lui non ascolta le parole dell’amico. Il pensiero fisso e martellante è rivolto ai figli, alla sua Annarella. Cosa avranno fatto a loro? Cosa ha scatenato tutto questo inferno?

I suoi bambini e il suo unico e grande amore, sono vittime causate da quelli come lui, che per decenni hanno soggiogato un grande popolo. Li hanno resi esseri disumani, assetati di sangue. Quello dei loro vecchi aguzzini. Ora vede bene i volti da ragazzini impauriti e abbandonati dei suoi amici. Sono solo esseri umani fatti di sangue, carne, ossa e paura.

Tanta paura. Li vede cadere sotto le mani, i piedi, i colpi di bastoni inferti da altri volti umani,pure essi fatti di carne, ossa, sangue, speranze, amore e paura.

E Don Ciro? Dove stava quel pezzo di merda? Salvatore vede le chiavi della stanza- bunker , ce le ha  Yanez. Talmente invincibile pensa di esser quello stronzo che se le porta a presso.Lui non sarebbe mica morto come gli altri, ma stiamo pazziando?  No! Lui sarebbe rimasto vivo. A Yanez niescìuno lo faceva secco!

Salvatore, disperato e prossimo alla fine,  punta la pistola contro la testa del braccio destro di Don Ciro. Meglio lui che gli altri. I singhiozzi si fanno più violenti e incontrollabili. Mormora “scusa”, non vorrebbe sparare a Yanez, ma deve prender quelle chiavi e tirare fuori quel vigliacco di Don Ciro dal suo nascondiglio. Un capo che si nasconde quando le cose vanno male, quando i suoi uomini vengono sterminati a decine, che uomo è?

Sal preme il grilletto

La testa di Yanez esplode in mille pezzi. Una morte veloce e cristiana, pensa il ragazzo, mentre afferra veloce le chiavi del bunker.

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L’inferno avanza. Colpi di pistola, raffica di mitra, esplosioni, sta venendo giù tutto il cielo e l’universo, maronna o’ carmine!

Salvatore se ne frega.  Pensa solo ai figli, e ad Annarella. Fosse stato come suo padre, ora sarebbe in mezzo a quella folla. Lui, le sue creature, e la sua amatissima moglie. Avrebbero poi festeggiato e magari ci scappa pure un altro figlio. Non  male esser padri, pensa il ragazzo.

Eccola la stanza-bunker. Dove sta il boss dei boss, quello che fa cacare sotto tutti, quello che è uomo di onore, di rispetto, dove è ora? Chiuso da vigliacco in questa sua stanza. Da solo. Uomini valorosi sono morti per difenderlo. Vecchi e inseparabili amici.  Lui ha pensato solo a sé. Alla sua vita

Il giovane infila la chiave nella serratura e apre la porta

“Don..” Salvatore non finisce la frase. Avverte un bruciore, da qualche parte nel suo corpo. Una parte sicuramente vitale, sente colare il sangue

Si rende conto che deve rivolgere un ultimo pensiero alla sua Annarella. Non ce ne sarebbero stati altri. Non più

Lo vede ora : o malamente, o strunz! Un ometto insignificante, che si caca sotto. Come hanno fatto tutti loro. Anche quelli che, fino all’ultimo, hanno finto onore e dignità

Salvatore spara. Pochi colpi , che rimbombano tra le pareti della stanza- bunker. Don Ciro cade a terra. Ferito gravemente alle gambe

“No, no, per carità…”E parla ancora, sto infame !. Pretende da lui una cosa che aveva negato a tutti, pure ai piccerilli! La pietà

Salvatore lo prende, lo afferra e con immensa fatica lo trascina fuori dal suo rifugio.

Tra poco loro sarebbero arrivati. E avrebbero trovato Don Ciro. Zoppicando e attaccandosi alle pareti per non cadere, Salvatore entra nella stanza-bunker e si chiude dentro.

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Alla fine lo hannoo trovato. Salvatore ascolta per un po’, poi lo spettacolo diventa troppo cruento.  Don Ciro urla in un modo…Poi era arrivato il silenzio.

Sono là fuori. Sanno che lui si rifugia in quel buco. Aspettano. Bisbigliano

Salvatore…”

Come fanno a conoscere il suo nome? Chi se ne frega. Ormai è tutto finito

Con fatica, il ragazzo estrae dal portafogli la foto della moglie.

Quanto è bella! E quanto sarebbe stata bella la vita se l’avessero vissuta diversamente

Se..

Ridendo e piangendo, sentendo una sottile e dolcissima malinconia che gli prende l’anima, Salvatore si punta la pistola alla tempia.

“Annarella..”

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la stupida resistenza

18 Ago

D’altronde aveva ragione Marta : “Cosa lo porti a fare a Firenze, se Firenze non esiste più?” Ma lui a questa trovata del governo del : “niente è più come prima”, non aveva mai creduto. Così se avesse dato retta alla propaganda e alla moglie, non avrebbe mai fatto vedere a suo figlio, Mac P 100, dove si erano incontrati il suo babbo e la mamma Già che un robot a uso domestico voglia conoscere i posti dove i suoi genitori si erano incontrati, era alquanto bizzarro, ma che il suo padrone umano si lasciasse conquistare da quelle richieste,e decidesse di intraprendere un lungo viaggio, con tutte le bande di zingari e feroci banditi comunisti in giro, era roba da denuncia. E infatti Marta corse subito a denunciare il marito per abbandono di tetto coniugale e  abbandono della  casa. Nessun cittadino deve lasciare la sua abitazione, pena anche la  morte. La donna informò subito il giovane poliziotto, che forse era colpa del loro robot domestico, “Non è forse vero che le bande di zingari e comunisti hanno inventato dei robot terroristi?” Chiede apprensiva la donna. Allora forse non era il marito a esser impazzito, era quel robot! Il giovane agente rispose da bravo esecutore della legge, ma ogni volta dentro rideva più forte. La risata limpida, pura, di un bambino di fronte a degli adulti particolarmente scemi. Il problema era che il governo doveva guidare il suo popolo verso una lunga transizione e non sapevano come tenere a bada i cittadini sopravvissuti. Molti rammentavano la lunga rivolta dei reduci, i malati che giravano pazzi e assetati di sangue, tra le rovine del paese. Marta ci aveva perso un fratello, Enrico, mandato a combattere dal padre, per mostrare a tutti che le voci sulla presunta omosessualità del figlio erano bugie. Suo fratello, persona dolce e nevrotica, era morto da disertore. Anzi peggio, aveva lasciato un caporale notoriamente sadico, in balia delle bambine che l’uomo amava stuprare ogni sera. Il dolore di un figlio frocio  e disertore aveva fatto ammalare gravemente il padre di Marta. Lei si era presa la bega di assisterlo, nel delirio osceno della malattia, dove il padre aveva mostrato come possano davvero esistere esseri orribili Più volte pensò di ucciderlo, di farlo soffrire, ma alla fine il destino sistemò ogni cosa. Il giorno della morte del vecchio, Marta ballò fino allo sfinimento e rise più forte che poteva. Venne denunciata e rimase tre mesi in galera, per vilipendio alla memoria del padre. Giusto: una società traballante e che cerca di ridarsi un piccolo equilibrio sociale, si deve affidare alla vanagloria guerrafondaia maschilista, alla figura del padre-padrone. In carcere il tempo passava veloce. Enrico gli scriveva sempre e andava a trovarla sempre. Ricordavano Firenze. Il quartiere di San Jacopino, dove vissero i primi anni felici. Poco lavoro, denaro a tratti, ma progetti folli e potenti che li tenevano uniti. Che pena i mediocri con i  piccoli sogni, pensavano. Poi, un giorno, Enrico gli disse che guardando bene il vecchio cameriere e il vecchio cuoco del ristorante dove si fermava sempre a mangiar crostini toscani e ribollita, gli era venuto un flash: ” Quei due era felici, capisci?” Gli disse la sera stessa il suo amato. Eppure non erano mai usciti dalla loro trattoria in quel di Oltre Arno, una vita a fare e servire da mangiare, ma proprio quei loro gesti quotidiani, la gioia dei clienti, altre pochissime cose. Così abbandonarono i loro piani più strampalati, per trovare il senso più naturale e quotidiano dell’amore. In realtà erano arrivati i quaranta e per molti motivi, lui non riusciva a dar figli a lei. Il sesso era spesso argomento di scontro, di due modi diversi di intendere l’amore. Ma per motivi strani e ignoti alla logica loro non si lasciarono mai. Nemmeno la guerra, nemmeno la lotta tra fratelli. Loro continuavano a vivere. Solo che a lei i ricordi facevano troppo male,  era vecchia  e stanca ormai. Aveva pietà e compassione per la ragazza che era stata, ma la vita va avanti e va male. La gioia è effimera e passeggera. Come tutte le cose belle. Figurati quelle bellissime. Lui no. Non era solo un uomo chiuso in un mondo ormai scomparso, no : lui ci metteva gioia anche in questi tempi. Soffriva e piangeva spesso, ricorda che se un giorno qualcuno dovesse contare le lacrime di entrambi, bè senza ombra di dubbio, avrebbe vinto lui: “La mia fontana di trevi”, lo chiamava lei. Così un giorno lui arrivò a casa con quel robot . Ogni italiano ne aveva uno in casa: facevano lavori domestici, si occupavano degli anziani, bambini,malati, animali domestici. Erano programmati per esser affettuosi ed efficienti. Marta non lo accettò subito, ma poi si arrese. Viveva in equilibrio tra la sua vecchiaia fatta di piccole paure indotte dal governo, poca meraviglia nel cuore, e dolcissimi momenti in cui rammentava l’amore. E la voglia di uccidere il padre.

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Mac P 100 faceva molte domande, e per quanto fosse un robot, si stupiva: “Questi umani come sono complicati!” Avevano una cosa chiamata “amore”, che quanto pare faceva a loro tanto bene, ma anche malissimo. Il suo padre-padrone umano piangeva e rideva, ogni volta che rammentava i suoi tempi. Gli esseri umani invecchiano, si ammalano, muoiono. Allora maledicono e ricercano i ricordi della loro vita. Un bacio, una gita al mare, un giro in qualche città. E si aggrappano dannandosi per quella loro debolezza. Eppure ci cascano sempre.  Per questo aveva spinto il suo padre-padrone a portarlo a Firenze. Voleva vedere quei posti che tanto avevano contribuito a render felice l’uomo.

Enrico si era meravigliato della calma assoluta: niente bande di zingari e feroci comunisti. Certo, aveva visto gente abitare le antiche rovine della sua città. Ma non avevano intenzioni cattive: bevvero, mangiarono, risero, e ricordarono. Gli zingari rammentarono la repressione del governo, la loro unica colpa era di non aver scordato la felicità. Nel ballo, nel canto, nella bevuta tra amici. Nella vita libera e amarissima,ma pur sempre vita. Enrico pensò a quegli anni grigi di informazione giornalistica, di servizi sui pericoli che si incontrano andando in città, a sua moglie: donna splendida che ama profondamente ancora oggi. Anche se lei aveva rinunciato a ogni ricordo. Anche ad amare il ricordo del loro amore.

Passarono giorni per strada, nascondendosi dalle pattuglie della polizia e dagli occhi delle spie. Incontrarono altri vagabondi. Chi per amore, chi per stanchezza e noia nei confronti contro la propaganda del governo, per spirito di libertà. Lui amava quel mondo, prima e dopo la guerra, era così che viveva e che avrebbe vissuto.

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Li capiva quelli che scappavano. E a esser sinceri non gli piaceva dar loro la caccia. Lui non aveva vissuto nel mondo di prima, sapeva solo che era un posto orribile e che il governo voleva assicurare a tutti un mondo migliore. Per farlo occorreva usare metodi anche non proprio ortodossi, tenerli buoni con pericoli inventati e così via. Lui faceva solo il suo dovere. Sparare a quelli che abbandonavano la loro dimora. Così da un paio di giorni era sulle tracce del vecchio e del robot, pur loro si sono messi a interrogarsi su quelle cose come i ricordi e tutti i casini che portano. Boh, non sono cazzi suoi. Non amava affatto i delatori, le spie, ma quelli servivano per trovar i fuggitivi.

Così un giorno, una di queste luride spie, lo portò al rifugio dove soggiornavano l’uomo e il robot. Fu proprio quell’ammasso di ferro e fili elettronici a far più casino che l’uomo.  Il giovane poliziotto provò forte e devastante un dolore al cuore. Si, si, sono solo un lavoratore. Si, si, devo portare a termine il mio lavoro,ma…

“Mac, ascolta sei stato un bravissimo figlio. Non ho potuto darne a Marta, sai? Ed è stata per me fonte di grande dolore. Ma tu ci hai dato la felicità. Ecco, non disperarti. Questo è il nostro destino: dobbiamo morire, ma tu hai registrato i posti, la gente, falla vedere a Marta. Dille, mostrale che non è una stupida resistenza, esser felici. Fai questo” Disse il vecchio prima di consegnarsi al giovane poliziotto.

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“Ecco, non dovrei esser qui, ma dal momento che sono qui, bè, forse  vuol dire che non sono proprio d’accordo con il motto: faccio solo il mio lavoro. Non ho potuto salvare suo marito,ma è stato lui a chiedere di esser condannato. E sa una cosa? Cantava. Mentre lo portavano davanti al plotone di esecuzione, e sa una cosa? Anche gli altri condannati cantavano. Non di rabbia o di odio,ma una vecchia canzone d’amore. La cantava anche mia nonna. Ora ecco. La lascio con il suo robot. Ha registrato tutto il loro viaggio.” Il giovane poliziotto, li lasciò soli. Non sarebbe tornato in caserma, sarebbe fuggito. Si lo ammazzassero pure, ma un uomo felice muore una volta sola e per stupidità altrui.

Marta guardò negli occhi di Mac P100 , che fungevano da monitor, i giorni bellissimi passati insiemi dai due. E vide le colline, il fiume, la gente ridere, ballare, sperare, Vide tutto questo e come un fiume in piena arrivarono anche i suoi di ricordi. Gli occhi del fratello, sempre sorridenti, la dolcezza di Enrico, le vacanze e  i giorni di puro amore.

In sottofondo sentiva come un rumore strano, che non sapeva spiegarsi, poi si accorse che era Mac P 100 che piangeva, a modo suo. E così accarezzandolo, gli disse: “Non piangere figlio mio”

E sentì nel suo cuore, dopo tanto tempo, una felicità forte e profonda.

A mio padre

26 Lug

Come tutti sapete, le cattive notizie hanno un invidiabile senso dell’umorismo. Così mentre io ero alle prese con la separazione, non voluta ma subita, da Anna, giunse la telefonata di mio fratello Nanni. Ricordo ancora bene la scena: io stavo seduto sul nostro divano, in sala, e lei parlottando fitta fitta preparava la valigia. Cosa mi diceva? “Abbiamo caratteri diversi, non potrebbe funzionare. Cioè per un po’ va bene, ma questa convivenza…” Io le avevo detto più volte che i caratteri per forza sono diversi, mica mi innamoro di una fotocopia. Mi innamoro di una persona, che fra le tante cose ha anche dei difetti e fra i tanti difetti, alcuni anche brutti.Ma lei era già nella fase dove pare che non vi sia mai stato nulla di buono, meraviglioso, dolce, indimenticabile. No, per carità! Solo disgrazie,dolore, cose da rivendicare con astio. Le persone fanno così. A loro fa piacere far finta che nulla di buono sia rimasto, anche se una relazione dovesse concludersi. Quindi lei faceva le valigie, agitata, nervosa, ripetendomi: ” Lo vedi, lo capisci, anche tu” Sottolineando con quel “anche tu”, la totale semplicità della cosa. Pure un coglione come te, può capire certe cose

Non capivo. Non ho mai capito. La vigliaccheria ci porta a pensare che le relazioni finiscano perché entrambi giungono felici e contenti alla stessa conclusione, nello stesso momento: lasciamoci. Non è così. Qualcuno ci crede ancora. E non è sempre lui ad aver torto.

Comunque giunse la telefonata di Nanni. Nostro padre, con una tempistica eccezionale, pensò bene di lasciar questo mondo proprio il giorno che la mia convivenza fallì.

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Mio padre assomiglia molto a me. Nanni ha sempre amato i numeri e le certezze.Non in campo sentimentale, perché è uno di quelli convinti che anche l’amore abbia una sua formula, una spiegazione logica. Ecco mio fratello è logico. Sempre e comunque. 24 h su 24. Non è una cattiva persona, anzi. Ti risolve i problemi, offre sicurezza e affidabilità. Ama tanto lavorare. Gli orari, le scadenze, la puntualità. E ve lo dico con profondo rispetto per lui e il suo mondo.

Un mondo che però non ho mai condiviso. Nemmeno mio padre. Non che noi due facessimo una vita da scavezzacolli, pieni di vizi e sbronze colossali. No, ma per me e mio padre erano fondamentali le parole. Per me lo sono ancora oggi. Certo, Anna lamentava il fatto che io continuassi a scrivere, con massima calma, lo stesso romanzo da anni. Non solo, anche che ogni suo tentativo di farmi partecipare a concorsi letterari e robe simili, io non li considerassi neppure. Lei avrebbe dovuto sposarsi con Nanni. Visto che nel libro vedono un oggetto da mettere ben in vista, su qualche lussuosa libreria in legno pregiato.Come simbolo del successo. Io e mio padre ce ne siamo sempre fregati del successo. Ci piaceva scrivere. Non tanto perché fossimo talentuosi, ma semplicemente grafomani.

Quante storie, poesie, invettive, abbiamo scritto. Tantissimi! Forse era una sorta di malattia famigliare, in quanto mi giurano che pure mio nonno aveva sta abitudine.

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Mia madre, composta nel suo dolore, vegliava il cadavere di mio padre. Più la guardavo, e più il suo sguardo mi ricordava quello di Visone, il nostro amatissimo cane, morto da almeno una quindicina di anni. “Nanni, non ti pare che la mamma abbia lo stesso sguardo di Visone?” Chiesi, convinto di far cosa gradita, a mio fratello. Non fu così

“Ma che cosa dici? La mamma lo sguardo di quel cane?”Mormorò trattenendo la rabbia

“Non quel cane. Parlo di Visone, non lo ricordi? Non rammenti quanta voglia di piangere avevi…”Non mi lascia finire la frase. Rammentare a mio fratello che una volta nella vita, una sola volta, ebbe la tentazione di piangere, scatenò in lui una rabbia da uomo di logica: composta, trattenuta, razionale,ma io vidi benissimo che era furioso.

Povero Visone! Mio padre lo adorava. Il nome era quello di battaglia del partigiano Giovanni Pesce. Mio padre diceva che come tra gli umani, esistono anche i cani di destra e di sinistra. Lui voleva un cane di sinistra. Come le persone che frequentava. Tutti in famiglia siamo più o meno di sinistra. Direi tanto meno, ma mio padre si accontentava così.

Mi aveva insegnato a piangere. E se qualcuno, nel fior fiore della sua massima scemenza, esclamava: ” Non far la femminuccia”, lui rispondeva: “Cosa hanno di così terrificante, le femminucce, che noi maschietti non dovremmo copiare?”

Credeva nell’altra metà del cielo. Diceva sempre cose bellissime di mia madre. Per tutto il matrimonio. E lei sorrideva sempre contenta,e un pochino, invero, imbarazzata.Non che il loro matrimonio fosse perfetto. Mio padre non credeva nel lavoro. Per nulla. Sosteneva che era una catena inventata dai ricchi per costringere le masse a rovinarsi la vita in fabbrica, ufficio, caserme, miniere, con il fine di render ancora più piacevole la vita ai ricchi. Però lavorava. Non amava solo le inutili vanterie della gente senza talento alcuno. Diceva che le riconosci perché con un tono tra il mistico e il lagnoso, parlavano solo della loro fatica. Benedetta fatica che mi permetti di fare la morale agli altri. Lui odiava la fatica. E questa cosa me l’ha data in eredità. Mi spiego: essa esiste. Tutti quanti la conosciamo prima o poi, ma arrivare a farla pesare agli altri, per aver briciole di riconoscenza e ossi di “bravo, tu si che sei un vero lavoratore”,ecco: abbiamo una dignità, noi.

4

Mio padre credeva nelle parole. E questo ci lasciò in eredità. Due lunghissime lettere. A me e a mio fratello. Nanni la prese, la ripose velocemente nella sua elegante valigetta. Io l’ho letta. Si, mio padre ci ha lasciato solo parole. Poteva lasciarmi un po’ di soldi, ne avrei bisogno visto che , fra le altre cose, non avevo più nemmeno un tetto. Poteva lasciarmi case, terreni, titoli e targhe che testimoniavano la sua grandezza. No. Non è mai diventato quello scrittore che tanto gli sarebbe piaciuto essere,ma che, per pigrizia e inconcludenza, non fu mai. Però ci aveva lasciato la passione per la lettura, la musica, il cinema, il teatro e appunto: la parola. Diceva sempre “ti amo” a mia madre. In pubblico, sopratutto, e in particolare nelle occasioni più strampalate. Non aveva pubblicato nulla, non si era mai iscritto all’università di lettere moderne, non aveva mai imparato a suonare il basso, insomma non aveva vissuto la vita che avrebbe potuto vivere, ma, in quella lettera, mi esplicitava la sua totale e assoluta felicità

Perché, scriveva, alla fine aveva ottenuto il successo più grande che un uomo possa ottenere in vita sua: l’amore di mia madre.

Mentre la leggevo pensavo alla mia situazione. Non solo la mia, ma anche a quella di Nanni. Perché a noi non era andata così? Nanni era ancora sposato, ma una di quelle relazioni civili, fatta di banali frasi di circostanza, piccole e insignificanti gentilezze, per inerzia Entrambi hanno una vita piena di impegni, di cose concrete. Perché perder tempo con l’affetto, questa cosa stupida e sopravvalutata? Ma si! Dimentichiamo il nostro cane, il mitico Visone! Che veniva a svegliarci tutte le mattine a forza di invadenti e gioiose slinguazzate. Che esplodeva di felicità quando tornavamo a casa. Anche se la nostra assenza non avesse superato i trenta minuti. Povero imbecille di un cane, come i suoi padroni ! Gentaglia sentimentalista. Buonista, come si lamentava Anna. Lei che l’indomani della nostra separazione, su facebook, scriveva parole di fuoco e condanna contro di me e gli uomini che non sono più come un tempo. Mentre io pubblicavo le foto dei nostri tempi felici. Esistevano, e una loro importanza ce l’avevano, ce l’hanno ancora oggi, e ce l’avranno.

Io e mio padre eravamo per Nanni, Anna, e tanti altri, degli imbecilli. La cosa non mi pesava, non mi pesa, non mi peserà, nemmeno un po’.

5

Mio padre amava i Musical, così chiese in punta di morte, che tutti noi cantassimo “Did you hear the people sing” , un brano tratto dal suo film preferito: Les Miserables. Lo sappiamo a memoria, io e Nanni. A me piaceva tantissimo, mio fratello ci vedeva solo uno spunto per dirci di quanto sia fondamentale rispettare la legge, e che un Jean nel mondo reale non esiste

“Stanno seduti accanto a te”Rispondeva mia padre, indicando lui e me. Mio fratello si incazzava. Ah,quanto si incazzava.

Mi piacerebbe pensare che l’anima rimanga per un po’ su questa terra. Sarebbe stata una bella soddisfazione per mio padre, perché nonostante in molti lo ritenessero un sognatore scansafatiche, ecco: arrivarono molte persone per porgergli l’ultimo solenne saluto. E tutti cantarono. Inventandosi le parole, affidandosi a opportuni “lalalala”, stonando mostruosamente, cosa che urtò la “sensibilità” di Nanni, ma emozionò tanto mia madre. E me.

6

Così lo seppellimmo. Fu una specie di festa religiosa pagana e laica. Vennero gli amici di tanti anni, i suoi compagni di partito, i clienti della sua edicola, e i colleghi dei tanti lavoretti, venne la città di Livorno, visto che lui scappava da Firenze, senza dire nulla a nessuno, per passar tutto il giorno a parlare di politica,arte e mangiare il cinque e cinque, in quella meravigliosa cittadina. Piangemmo, ridemmo,ci abbandonammo a ricordi, abbellendo un po’ alla cazzo di cane la sua vita . Ma va bene così.

Mi piace pensare,ancora oggi, che lui stia in un bel posto. Con Visone. Un posto di sole,canzoni, lettere, parole. Sarebbe davvero bello.

E oggi?

Nanni si è separato. Vive solo, ma in un appartamento immenso. Contento lui. Non ci sta mai, è sempre in giro per lavoro. Nonostante ormai abbia una certa età. Ma appena si ferma si sente perso. Continua a dar sicurezze e risolvere problemi,ma non ha ancora incontrato qualcuno che l’ami.

La mamma ha vissuto ancora a lungo. Si è risposata, come voleva nostro padre. Un bravissimo uomo. Gentile,educato, pieno di attenzioni. Amavano entrambi il mare. E nel mare la spargemmo. Le sue ceneri viaggiarono per chilometri,  forse no.

Io mi sono sposato. Non abbiamo figli, e questo mi dispiace assai. Ma ci vogliamo bene. Come papà e mamma se ne volevano ai loro tempi. Piangiamo vedendo i film, passiamo tanto tempo fra mostre e teatro. Ridiamo spesso. Sono felice.

Anna continua a lamentarsi su facebook. Dice che gli uomini di un tempo non ci sono più

Per fortuna ci sono, invece, gli uomini come mio padre.

Una malattia chiamata felicità

23 Giu

A sessantotto anni, mio padre si ammalò gravemente di buon umore.

Tutto ebbe inizio una mattina, una delle solite mattine piovose, tipiche della nostra terra. Quella famosa mattina mio padre, svegliandosi, sorrise a mia madre augurandole una buona e felice giornata. Come se non bastasse aggiunge pure un azzardato e impudico :” Amore mio” Mia madre rimase sconvolta e scossa per tutta la giornata.

“Questo è matto! Mi sveglia per augurarmi buona giornata . Mi dice amore mio, ma che sarà mai!” Borbottò tra sé e s sé mia madre. La cosa, per quanto pittoresca, venne immediatamente sommersa dalle mille attività che noi nordici subiamo passivamente nella nostra vita. Io e mia sorella andammo al lavoro, mia madre si occupò forsennatamente della casa e di controllare i vicini di casa, vabbè che sono qui da noi da venticinque anni: ” Ma sai come sono quelli!”. E mio padre?

Contrariamente quanto fatto negli ultimi tempi, cioè dopo la pensione, non si recò ” a dar una mano” al vecchio signor Lissone e alla sacra causa della produzione di materiale ferroso. Antiquatamente ferroso, come pensavano pure i figlioli del vecchiaccio, ma per costui ai figli fece malissimo l’università e gli studi ingegneristici.

“Pezzi di carta! Roba da intellettuali che non fanno un cazzo! Va io cosa ho fatto da solo!” Tenete conto ottantacinque anni di vita così. Pavoneggiandosi di esser più ignorante dell’ignoranza, più avido del mercante di venezia, un piccolo uomo vissuto per il danaro, ma senza spender nemmeno un euro in caffè al bar. Lui, la sua brama di ricchezza, la sua fabbrichetta,e basta. Non vide mai un mare, “roba da terroni”, non vide mai un monte, “roba da tedeschi che ci trattano da pezzenti”, non vide nulla. Questo individuo per decenni fu l’eroe di mio padre.

Il quale dopo una vita da operaio in quella fabbrica, raggiunta la pensione, ci andò ancora per altri anni. Lavorando allegramente in nero, felicissimo che il suo principale gli dicesse ” Te si che sei un gran lavoratore! Mica sti neghèr dell’ostia!”

Nemmeno il nostro cane ebbe un amore così profondo e ridicolo per il suo mediocre padrone.

Sicché giungemmo alla fatidica mattina: mio padre alzandosi sorrise a mia madre e – cosa che impressionò tantissimo tutti noi- si sedette sul balcone con un vecchio libro, una copia logora de Il Corsaro Nero, fuori sul balcone.

“Ma non vai al lavoro?”Azzardò mia madre

“Perché? Sono in pensione. Ho di meglio da fare” Rispose mio padre

“Ma…Cosa? Cosa hai di meglio da fare?

“Leggere, per iniziare. Poi prendere quella vecchia sdraio in cantina e mettermi qui a prendere il sole. Una volta tanto che si degna di passare da queste parti. Poi prendere il treno e andar a Firenze. Un’ora e quaranta con le frecce rosse. Oppure dormire sulla sdraio e ascoltare un po’ di musica” Spiegò calmo mio padre. Poi ci guardò e ci sorrise. La prima volta in trenta anni di vita che lo vedemmo sorridere

“E voglio conoscere questi due ragazzi. I miei figli” Lucia mi disse , successivamente, che mio padre ebbe gli occhi lucidi mentre ci disse codeste cose.

Il telefono squillò. Mia madre si mise a lagnarsi piagnucolando, ripetendo come un mantra: “Che dico ora al signor Lissone? Che dico ora?” Dalle mie parti venerano e temono solo due cose: Dio e il ricco di paese.

“Passalo a me” Ordinò mio padre. Così lo vedemmo prendere la cornetta, sorridere allegramente e dire con un tono di voce assai gioioso: ” Uela, sciur Lissone! Va che oggi non vengo al lavoro. Avendo finito anni fa! Buona giornata. E mi raccomando : goditi un po’ i soldi che hai fatto, che forse non lo sai, ma sei un vecchio solo che sta sui coglioni a tutti. Ciao bella gioia!” Disse mio padre

Dall’altra parte si udì solo le varianti brianzole delle bestemmie più classiche.  Poi il silenzio

La famiglia fu scossa da codesto evento di sifatta portata. Io e Lucia ci lanciammo un’occhiata divertita, mia madre decise di interpretare la variante locale della piccola Reagan (l’esorcista )

Così quel giorno mio padre passò la giornata sul balcone: a leggere, ascoltare musica, prender il sole e rendersi conto che in casa aveva due esseri umani. E che alla fine trovò pure simpatici.

Le stranezze continuarono anche nei giorni successivi. Partì con una macchina carica di vecchi giocattoli, abiti, e varia oggettistica dimenticata chissà dove e chissà quando. Andò direttamente al campo nomade più vicino e regalò tutto. I bambini festeggiarono, le donne ringraziarono e lui si ubriacò, lui che a detta di tutti non bevve mai in vita sua, con gli uomini del campo. Lo fermarono appena in tempo, prima che rubasse una ruspa per abbattere la casa di un noto razzista locale..

Questo fatto fu chiacchierato assai. Tutto il paese parlò per giorni di quel loro povero concittadino. Diedero la colpa agli zingari, ai gay, ai comunisti. Inspiegabile per loro il suo buon umore, la sua beneficenza senza aver nemmeno – come ringraziamento- il nome stampato sul settimanale locale, o una targa data dal sindaco, o la prima fila davanti all’altare in chiesa. Mio padre passò una settimana intera a ridere e a piangere con i più disperati e meno desiderati esseri della nostra società. Pianse. Si perché imparò a fare anche quello: per gioia, tristezza, commozione.

La gente non seppe come comportarsi quando, senza nessun preavviso, lui pianse al funerale di un vecchio amico. E pianse tantissimo. No, non quel pianto trattenuto, ma quello operistico, devastante, assordante.” Va a Napoli” Disse qualche scemo. ” Bella idea” Rispondemmo in coro io e mio padre, Lucia sorrise. Mia madre mancò poco che chiese al morto se ci fosse stato posto nella sua bara.

E continuò a ridere e a piangere. Con tutti e per tutti. In paese dissero che era un buonista, un pappamolla ingenuo, sopratutto quando in pubblico si mise a difender l’amore. L’importanza di innamorarsi, di aprirsi agli altri,che mica è vero essi vogliono per forza ciularti e truffarti. L’applauso di un centinaio di suoi amici ebbe l’effetto di far rinchiudere nei loro dogmi da teste di cazzo, quegli esseri insignificanti e grigi che popolavano il mio vecchio paese.

Perdigiorno, fannulloni, terroni, negri,comunisti, ecco chi furono per il resto della sua vita, gli amici di mio padre.  Così li videro sempre gli abitanti del mio paese, ma lui ci vide degli esseri umani. Con ottime qualità ed enormi difetti. Ma anche ottime qualità.

Passammo così parecchio tempo con mio padre, ci raccontammo le nostre vite e i nostri progetti. Assaporammo le albe e i tramonti, bevendo e inventando suggestive leggende indiane. Mio padre, infatti, mi disse che quella mattina – la famosa mattina dove sorrise a mia madre- si ricordò che da bambino voleva essere un pellerossa. Sulla via del bisonte.E invece quel bimbo crebbe diventando un ometto impaurito, rancoroso nei confronti dei diversi, ligio al dovere, cioè quello di lavorare, lavorare, lavorare. Quante cose si perse scioccamente. Quante!

Viaggiammo: Firenze, Roma, Napoli. Gustò i sapori dei posti, fece amicizia con altri italiani come lui.E con stranieri di ogni provenienza. La gente di quei posti lo amò immediatamente. E noi fummo orgogliosi.

Perdemmo credibilità, rispetto, consenso e amicizie, più qualche parente, da noi. La malattia di nostro padre ci prese anche a noi. Poveretti! Ci dicevano. Poveretti! E noi a ogni accusa, a ogni faccia costernata per come le nostre vite si fossero rovinate, noi ridemmo sempre in faccia. La risata seppellisce tanti di quei pirla.

Guadagnammo nuove amicizie, amori, storie . Ci arricchimmo così.

Nondimeno alla fine l’ebbero vinta i morti viventi. Mio padre venne ritenuto incapace di intendere e volere. Parlò il sindaco, l’avvocato, il direttore della banca, il prete, il dottore. Tutti dissero che quella sua euforia, quella fiducia nella vita e sopratutto negli altri era una gravissima malattia mentale.

Lo rinchiusero in un manicomio e noi dopo la rabbia,la voglia di combattere,ci arrendemmo. Non del tutto. non fummo mai come loro, ma vivemmo a lungo con loro. Forse perché eravamo come loro.

Mio padre mori vecchio e malandato, su una panchina di una stazione ferroviaria. Amò fino all’ultimo i treni. Vi rimase due o tre giorni. Quella fu la fine che meritò quel folle, come dissero in paese.

Io fui tentato di rispondere, ma mia moglie mi disse di star zitto. Era il mio datore di lavoro che disse quelle cose.

Poi un giorno vedemmo passare per la via del paese una delegazione di zingari, seguita da un folto numero di stranieri, e poi una parata di senza fissa dimora, e gente: il barista di Napoli, il vecchio incontrato per caso a Roma, un pittore di firenze e tanta tanta tanta altra gente. Io corsi fuori dalla ditta dove da anni lavoravo svogliatamente

“Davide dove….” Il titolare non finì la frase. Lo atterrai con un pugno al mento. E scappai fuori. Chiamai Lucia. Lascia perdere, vieni! Devi vedere!

Dieci minuti dopo io e mia sorella,tenendoci per mano, sorridendo,ridendo e piangendo, vedemmo passare quel corteo di varia e viva umanità. Procedevano e circondavano alcuni di loro che portavano a spalla una sorta di trono.

Seduto sopra, sistemato come se fosse vivo, sorridente , c’era mio padre.

Quella gente per quel giorno portò in giro come fosse un re, un uomo qualunque. Lo fecero per la gioia, la felicità, l’affetto e l’attenzione che egli ebbe per loro. Umano tra gli umani

“Ma cosa fanno quelli?Non sono normali! Sono malati!” Borbottò sprezzante un tizio

“Si, ha ragione. Sono, siamo, malati. La nostra malattia si chiama :felicità” Disse sorridendo Lucia.

LA RISATINA

11 Mag

Una risatina.

Limpida, cristallina, gioiosa, infantile. Molto infantile. Troppo. Sulle prime Marika non ci fece caso : “ Sarà il dormiveglia”, si disse. Poi (durante il resto della giornata) ci pensò molto. “ Donde giunge questa risata?”  Perché il ricordo divenne sempre più chiaro e preciso, non stava dormendo affatto. Giancarlo ronfava beatamente ma lei no. Dopotutto come potrebbe dormire? Troppi pensieri. Brutti e ricorrenti pensieri. Volete conoscerne uno? Bè, potremmo cominciare dal fatto che il lavoro non ingranò per nulla. Lei e la sua idea gloriosa di ricoprire ruoli importanti, fare carriera. Nulla. I suoi progetti rovinati dal mercato, come si raccontò spesso e volentieri, ma in fondo (dove l’es si diverte a far brutti scherzetti alla nostra psiche) non ebbe mai dubbi: non fu mai all’altezza. Avete una piccola idea di cosa voglia dire la certezza di rendersi conto di essere inadatte? Mentre altre donne (ritenute deboli e perdenti) sorridono in centro con i loro figli e uomini, ritrovarsi ad aver superato i quaranta avendo vissuto di luce riflessa. La luce abbacinante e stordente dei sogni, di una giovinezza non risolta. La casa fu un altro problema non da poco. Bella, molto bella. Di quelle che fanno dire : “wow!” agli amici e ai colleghi. Una casa dove lei si sentì sempre un ospite. Mai vissuta pienamente come qualcosa di suo. Tante cose di Giancarlo, anzi diciamo tutto. E perché lei, così battagliera, sulla casa, non disse mai nulla? Non lottò mai abbastanza? A volte la disprezzava profondamente. La casa e quel maledetto paese di collina, in Brianza. Si può parlare di collina? Bè, quel dannato posto in culo al mondo. Deserto già dalle diciotto di sera. Un solo bar, fermo alla seconda guerra mondiale. Parlare di aperitivo, cibo etnico, vita, sarebbe tempo e concetti sprecati per quella gente.

E pensare che avrebbe potuto essere una persona invidiata, con tanti soldi. Se….

“Ciao amore” Quel tono gioioso monocorde. Sempre uguale, sempre lo stesso. Da…Dieci anni? Sono già dieci anni che sta con questo uomo? Lei che aveva avuto una vita sentimentale passionale e burrascosa, che prendeva solo il meglio delle relazioni, tanto poi arriva la noia e tutto finisce. Ecco: che successe? Perché si fermò proprio con lui?  “Rassicurante, buona posizione sociale, figo ma non impegna”  L’ultima frase la fece ridere di gusto.

“Ridi?” Anche lui per riflesso condizionato o per farle compagnia si mise a ridere. La risata di chi non ha abbastanza fantasia e sensibilità per esser in grado di divertirsi di cuore.

“Mi è venuto in mente un fatto buffo, come è andata oggi?” Tagliò corto lei.

” Sono venuti dei cinesi,a controllare le nostre macchine e…” Partì, come una freccia rossa diretta verso il paese della noia, un lunghissimo discorso sull’eccellenza in campo internazionale della sua ditta.  L’uomo si gongolò del proprio successo. Questo lo rendeva, un membro affidabile nella sua comunità…

“..di stronzi” Interruppe lei

“Come cara?” L’espressione di sbigottimento dipinto sul viso di suo marito, le procurò una piccola e intensa gioia.

“Niente, niente. Dunque, dimmi, tutto bene oggi al lavoro?” Richiese lei

“Si,quanto pare” Rispose lui, pensando che fosse meglio indirizzare la propria attenzione al cibo.

Cibo…..

Qualcosa di terrificante, copiato male,  da qualche terrificante libro di cucina per zitelle, in vena di avvelenar l’intera città.

Dove finì la vecchia Marika? Così energica, piena di idee, vulcanica. Lei e il suo progetto ambizioso. Le piacque da subito la sua dedizione al lavoro, al voler costruire – da sola- qualcosa. Come lui. Il lavoro è fondamentale per vivere,ed essere il padrone delle proprie idee, non dover dipendere da nessuno, un dovere di ogni cittadino. Qualcosa però (c’è sempre un però) non andò per il verso giusto. Non andò per entrambi. Perché a lui ancora bruciava quella decisione presa da Marika di…

“Hai sentito ridere questa notte?” La domanda, a bruciapelo, lo destò dal mondo dei brutti sogni, dove si era ritrovato senza accorgersene.

” Ridere? Dove?” S’informò Giancarlo

“In stanza” Rispose un po’ innervosita la donna.

“Non mi pare. Non credo proprio. Che tipo di risata?”

“Un bambino” Lei diede questa informazione con un tono di voce piatto, distante, a mezza voce. Come se questa informazione potesse rovinare un fragilissimo equilibrio.

Lui deglutì amaramente. “No. Nessuna risata. Tanto meno di un bambino” Calcò volutamente sul “ bambino”

2

Il loro incontro potremmo definirlo magico. Lui si dilettava a far il mago a un livello a dir poco dilettantesco . Lei si trovò in quel locale per dar l’addio a un tizio che era finito nella sua personale lista: Valium. Cioè da avventuriero del kamasutra si stava trasformando in Mr mettiamo su famiglia e andiamo a viver in un posto tranquillo.

Quella sera finì la relazione con quel tipo e anche la carriera di mago per Giancarlo, ma nacque il loro amore. Volevano diventare famosi, fare soldi, vivere sempre in modo eccitante. Essere liberi. LIBERI!

Cosa successe poi? Che lui venne richiamato a casa (il vecchio padre stava morendo) e ben presto ritrovò i ritmi e la mentalità di un provincialotto. Finì il tempo di una vita al massimo e spericolata, di ardite imprese, e si mise alla guida della fabbrica di famiglia.  Litigarono sul fatto di trasferirsi da Milano in quel posto abbandonato da tutti e da Dio per primo. Per quanto i suoi abitanti fossero convinti che Egli fosse un loro stretto parente.

” Potrai dedicarti al lavoro, tanto non hai bisogno di viver a Milano. Qui hai tutto” Invece di scappare a gambe levate, come molte sue amiche le consigliarono, decise e scelse di trasferirsi lì.

Le cose andarono avanti come vanno in questi casi. Si decise per inerzia di non badar affatto ai primi segnali di crisi. Si pensò fosse meglio dedicarsi con assidua testardaggine e forza a un’allegria di facciata, a prolungati silenzi, evitando ogni cosa potesse recar danno alla loro relazione e a loro.

Non fu una bella idea.

3

Eccola! Esattamente come la scorsa notte. Da dove arriva? Dalla mansarda? O dal corridoio? Possibile che lui continui a dormire? Come se nulla fosse? Come fa a non sentirla?”

La risatina partì lenta, zoppicante, quasi fosse un motore con difficoltà di avviamento, di accensione. Poi prese sempre più forza. Salendo di volume e ricoprendo, rimbalzando, colpendo, ogni punto della stanza. Fino a divenir insostenibile. Marika si coprì con forze le orecchie,ma essa (quella diabolica risatina) non diminuì minimamente di volume. Anzi : crebbe. Lei si agitò,si girò spaventata verso il marito, ma lui dormiva beato e tranquillo. Quella risatina infantile conquistò ogni spazio della sua mente, invase e ruppe dall’interno il suo corpo. Volle vedere di alzarsi e fuggire … Ma dove? Doveeeee??? 

Alla fine decise di far solo una cosa: urlare. Ma più si sforzò di gridare, più la risatina salì di impeto e forza. Dal tono,non fu difficile comprendere che il suo proprietario si stava divertendo sadicamente. Volle la pazzia della donna a tutti i costi e la ottenne .

4

Che strano uomo ho sposato?”  Marika non credette alle sue orecchie: Lui fu felice di divenire padre. Non pensò minimamente che la gravidanza possa mettere in difficoltà la sua impresa lavorativa, i suoi traguardi. Non erano più nel 1800 dove le donne servivano solo per metter al mondo bimbi e morire in ombra. L’ombra di quei coglioni dei mariti. Ora erano indipendenti, libere e potevano fare tutto quello che un uomo faceva nella sua inutile vita di spermatozoo con le gambe . Ma lui continuò a magnificare l’accaduto E disse un mucchio di scemenze: ” è un fatto naturale, un bambino non potrà che unirci ancora di più” Come potete notare, davvero tante stronzate.

Il periodo peggiore della loro relazione. Lui pretendeva di dir la sua . Quando la decisione di continuare una gravidanza spetta solo alla donna. Non pensava che la bloccava in un ruolo che lei non sentiva? Come poteva esser così sordo alle sue istanze? Ai suoi desideri ed obiettivi? Perché lui non la comprese mai in quei giorni?

Alla fine abortì. Avrebbe anche abbandonato il marito, quel posto di merda,ma i suoi sogni e obiettivi abbandonarono prima lei. Non era abbastanza per essi.

5

Giancarlo fumò una sigaretta distrattamente. Da quanto tempo non fumava più? Dalla morte del padre e da quando Marika partì per la clinica.  Si trovò a pensare al figlio . Come lo aveva immaginato durante tutto questo tempo. Con il sorriso mesto di suo padre, gli occhi malinconici  e profondi della madre, il carattere pratico suo e di Marika? In quel momento si rese conto di come la conoscesse così poco. Solo il fantasma di ciò che ella fu in passato.  Tentò di giustificarsi dicendosi che dopotutto, anche lei, lo conosceva così poco! Sbaglia sempre i regali. Non sa quale sia il suo piatto preferito o la canzone del cuore. Eppure un tempo furono convinti di essersi incontrati,conosciuti. Evidentemente non fu cosi. Mai.

“Signor Cazzaniga?” Il medico si rivolse a lui con un sorriso trionfale, o forse solo di circostanza?

“Si,dica..” In realtà avrebbe preferito che il dottore si ammutolisse, non volle sentire la sentenza

6

Facce, voci, quante passarono nella sua stanza. Piena di comfort, assistita da un personale altamente qualificato. Visi tutti uguali, parole penose, e poi fughe precipitose. La pazzia è contagiosa?

Almeno in quel luogo, la risatina non la raggiunse. Dal fondo della sua percettiva incoscienza Marika riprese a pensare, analizzare (confusamente e con fatica) la sua vita. Le colpe sue e di Giancarlo, le cose non dette, quelle taciute per convenienza e codardia. La maternità e paternità. Esiste davvero in natura? Ed è giusto essere puniti perché la si rifiuta? Giancarlo che ne sapeva della paternità. Giocare con i figli dei vicini non è come averli. E lei, proprio non riesce a vedersi con dei bimbi intorno.

Eppure certa gente è felice e contenta. Ci sono coppie che funzionano, le venne di nuovo da ridere. “ Quali?”

Forse una volta uscita sarebbe cambiata. Meritava di vivere, di riconquistare i suoi sogni, di scappare da quel posto.

Poi, da prima come una sorta di leggero ronzio, e man mano crescendo di intensità e volume… Eccola di nuovo: quella risatina.

Marika cercò con la mano sinistra di pigiar il bottone per chiamare l’infermiera. Ma quella risatina si impossessò della sua mente e del suo corpo. Come un pugnale rovente, scavò fino ai più bui recessi della sua psiche  e della sua anima.  Vide esplodere per primo il bicchiere dove teneva un po’ d’acqua. Poi fu la volta della piccola tv, dei vasi con i fiori, delle sedie, del crocefisso, delle mura,dei vetri della finestra. La donna si sentì sbalzare in alto, ebbe solo il tempo di comprendere che il letto era esploso riempendo la stanza di piume . Per un po’ provò una strana sensazione di pace.

“Questa è la morte? Non è così dolorosa . Fa più male una vita di illusioni e sconfitte. Questa cosa non mi spaventa”

Un lieve e dolce sorriso si dipinse sul volto di Marika. La pace, finalmente…

Mamma”   disse una voce. Un essere mostruoso, ricoperto di vermi e ferite ( dalle quali uscivano prepotenti le risatine da lei sentite per tutto quel tempo), aspettò che lei si schiantasse sul pavimento. Poi strisciando si avvicinò sempre di più a lei: ” Ho fame mamma! Ho tanta tanta tanta tanta fame, Mamma!!!!” 

L’ultima cosa che sentì, prima dei dentini aguzzi sulla gola, fu quella terrificante risatina. Solo che ora non rideva un bimbo, era la risata di Giancarlo.

7

Pianse, come sempre. Si accorse, troppo tardi, di quanto le volesse davvero bene. C’erano state altre donne, presentate da sua madre o da qualche amico, ma lui volle rispettare il suo lutto e la sua vedovanza. Si dedicò al lavoro e ai pochi veri affetti rimasti.

“Papà! Papà! Posso mettere dei fiori sulla tomba della mamma?”  Disse quell’essere che lui aveva trovato in camera mentre pasteggiava con le viscere di sua moglie.

In quel momento, nel suo cuore, sentì una profonda gioia e un dolore pungente.  Allora non era matto! Quell’esserino che avrebbe spaventato tutti ( ma non lui) esisteva davvero! Lo raccolse da terra, gli pulì delicatamente la bocca, lo aiutò a fare il ruttino e lo portò  a casa sua.

Lui e suo figlio. Soli. Di una solitudine dolcissima e commovente. Parlavano, ridevano, si amavano

“Si mettili. Era una brava persona sai?” Disse Giancarlo

Si, tanto buona!”

La risatina del figliolo risuonò per tutto il cimitero. Ben presto si unì quella del padre. Nel regno dei morti loro erano i custodi e così sarebbe stato per sempre

La tristezza è cenare da soli

22 Apr

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“Sai Anna, sai cosa è successo? Questa te la devo troppo raccontare! Ascolta: mi reco, come ogni mattina, da Arnold’s, sai quel locale dove andiamo sempre a far colazione da… Da quanto? Quindici…Forse quindici anni? Ricordi che mi aspettavi alla stazione di Santa Maria e poi andavamo lì. A bere, mangiare, ti ricordi no? Quanto ci piaceva! Insomma, ti stavo dicendo, codesta mattina vado lì come sempre e mi metto in fila. Ci sono tanti giovani, tanti stranieri. Quando vedo le coppie, poi..Mi viene quasi da piangere. Penso a te. Ti ricordi? Mi aspettavi alla staz..Te l’ho già detto! Scusa, scusa, si ripeto sempre le stesse cose. Insomma. ti dicevo, sono in fila. Con lo sguardo cerco qualche cameriere, qualcuno che ci conosceva. Manchi molto anche a loro.E insomma , ti dicevo, sono in fila e guardo: i clienti, le bariste, la cassiera. Ricordi come erano cordiali con noi?Io prendevo il caramellato, o l’american coffee freddo. Tu quella cosa…Quella cosa…Come si chiama? Come..Eppure lo ricordavo! Ieri sera ho pensato solo a quello: a ciò che bevevi quando andavamo da Arnold’s! Niente. Non ricordo. Insomma, ti stavo dicendo, sono in fila: ci sono i clienti, gente.. E tocca a me. Ora vado dalla cassiera e le dico:” i nostri soliti” Quindici anni che andiamo lì. Tutte le mattine e prendiamo sempre quelle. Lei dice: ” Non abbiamo nulla che si chiami “I Nostri Soliti” . Io dico: ma siamo i signori Rossi,veniamo sempre qui” E cerco, sai guardo in giro. C’era quella barista…Quella con i capelli biondi e corti.  Non dice nulla. Io insisto: ” Sono quindici anni, che veniamo qui. Siamo amici da quindici anni” Lei mi risponde che non le pare di avermi tra i suoi contatti di facebook. E io ….Bè, io le ho gridato negra di merda e ..Ecco. quella stronza della barista è intervenuta per cacciarmi fuori. Io cosa ho chiesto? Cosa? Il solito. Sono quindici anni del cazzo che andiamo in quel cazzo di locale a bere le solite cose del cazzo. Ma non vorrà dire qualcosa? Molto probabilmente quella gente, in vita loro, avranno visto più noi che i loro famigliari. E quindi mi cacciano fuori. La gente mi dava del vecchio coglione razzista e la barista, la tua preferita, mi ha detto di non farmi più vedere che le ho rotto le palle con le mie storie su di te. Mi ha detto:” è morta! Da un anno” E poi altre parole. Cattive parole. E io.. E io..”

Roberto non conclude la frase. Il pianto devastante, doloroso, irrefrenabile,esce come l’urlo di una bestia inferocita. Un uomo che non può perdonare Dio, il destino, il caos, il governo del suo paese, di avergli portato via la sua amatissima moglie.  Ferma, immobile, la sedia alla sua sinistra ( dove un tempo si sedeva la donna) è unica testimone di tutto questo dolore.

2

I primi tempi parlava con lei. Entrava in casa e con gioia le raccontava le giornate. Metteva su dischi di musica classica, De Andrè, e cantava per lei. Come era abituato fare, dopo un anno di fidanzamento e 20 di matrimonio. Sapeva (in cuor suo) che la maggior parte della gente lo riteneva un po’ bizzarro quantomeno. Ma a lui non importava. Avrebbe dovuto spiegar a loro che , mentre essi buttavano via la loro vita disprezzando ogni tentativo di uscire dalla mediocrità, lui si era impegnato a costruire un rapporto d’amore solido e duraturo

“Alti e bassi, ah si! Ricordi? Ti lamentavi che io non ti desiderassi. Che non ti baciavo abbastanza, non ti toccavo abbastanza. Hai sofferto molto per questo. Si, era una mia grandissima colpa. Questa e quella di non averti reso madre. Tu ci tenevi così tanto. Quella bimba..Quella dei nostri vicini. Ti ricordi come ti adorava? Io la reputavo una petulante scassacazzo. Ma tu…Mi commuovevo e mi rattristavo allo stesso tempo, quando ti guardavo giocare con lei. Non ci sono riuscito. Il sesso…Ti ho detto delle puttane, da giovane, ti ho detto dello schifo che ho provato ogni volta. Ma c’è questa cosa tra uomini: che devi farlo! Assolutamente. Quindi se sei uno sfigato, come ero io da ragazzo, cosa puoi fare? Lasciare che i tuoi amici ti portino da qualche puttana. Che schifo provavo per me. E che invidia per quelli che avevano i genitori prodighi di carezze e baci. Non ho mai abbracciato nessuno e mai baciato nessuno…Io,non lo so. Non succedeva. Non andava così. Non rammento un bacio da parte di mia madre. Per lei non erano cose. Dovevo stare attento a quelli troppo invadenti,diceva. Invadenti erano tutti per lei. Tutti. Ricordi che ti allontanavo quando volevi togliermi un sopra ciglia troppo lungo o cose così? Mi veniva l’istinto bloccarti le mani. Avevo paura che tu mi facessi male. Ma queste cose,ecco…Cosa potevo fare? Dire:”Io sono questo e non cambio” Oppure impegnarmi per cambiare e ce l’ho fatta. Volevo andar a chieder scusa alla cassiera. Ieri, te l’ho detto no? Da Arnold’s. Te l’ho detto? Bè, ero in fila e…”

La sedia alla sua sinistra, nella sua indifferenza di cosa inanimata, riascolta la storia dell’uomo.

3

Si all’inizio venivano a trovarlo. E lui era felicissimo. Non si era abituato all’idea della morte, ai “che vuoi farci capita a tutti”, ai ” forza, fatti coraggio”. Lui ringraziava, per educazione,ma era convinto che lei non se ne fosse andata del tutto. Come può un dio, il caos, il destino, il governo, permetter che tutto quel grande amore possa svanire. Per sempre

“C’era un bambino con la mamma. In centro, stamattina. Bè, era uno dei tuoi allievi. Del tuo asilo. Alessandro, il chiacchierone. L’ho salutato . Non mi ha riconosciuto. Nemmeno sua madre. E allora ho detto il tuo nome. Credo che ora faccia la quinta elementare. Si, sai cosa è successo? Si è ricordato di te. Uno,che si ricorda ancora di te! Che gioia. Anche sua madre a questo punto.. Scusa. Mi viene da piangere!”

L’uomo si interrompe. La sedia, se potesse, lo abbraccerebbe . Lei lo faceva sempre. Quando lui buttava via i suoi obiettivi ( laurearsi in storia del cinema, scrivere un libro o trovare un lavoro duraturo) lei era sempre lì. Litigavano, avevano momenti duri,ma poi si abbracciavano. Ricostruivano.

“E insomma erano dispiaciuti. Di non esser venuti al tuo funerale. C’era tanta gente, però..Ricordi? Quanta gente e io pensavo che questo ricordo ci avrebbe legato per sempre. Ho cercato, si insomma..Mi sono dato al bere. Tanto vale sbronzarmi, stordirmi, per dimenticarti, rovinarmi,morire. Te lo dicevo:”Morirò solo. Sul divano e mi ritroveranno dopo un mese.” Tu non volevi questo. Dicevi che dovevo esser felice. Rifarmi una vita,cose simili. Ma non posso! Come posso esser felice se sei morta! Morta, sparita, scomparsa, per sempre. Per sempre e non parlarmi di paradiso:porcodio! Porcodio non lo fare! Non …Ah, io non devo bestemmiare?Cristolamadonnadiuncanedidio! Ecco bestemmio! Ti fa male? Ti disturba? Non me ne frega un cazzo! Porcodio!!!!!! E tu? Tu non pensi a quanto male mi hai fatto? Perché sei morta per prima? Perché? Ora a me chi pensa?”

4

La tristezza è cenare da soli. Dopo che per tanto tempo hai cenato con il tuo unico e grande amore. Le risate, i grandi piani per il futuro, le litigate furiose e le riappacificazioni . Tutto a cena, tutto a tavola.

Ora solo una sedia. Vuota. E tu ci parli. Anzi parlavi. Poi con il tempo,anche le parole, sono finite. Ogni tanto piangevi, a metà cena. Una cena penosa, cucinata male o roba che porti a casa dai ristoranti cinesi. Ti viene in mente la cassiera dell’Arnold’s e della figura da imbecille razzista che hai fatto, ti viene in mente il tentativo fallito di diventare alcolizzato, i pugni che ti sei tirato, la disperazione nerissima. E lei. Sempre più sbiadita la sua immagine, pressoché dimenticata la voce.

Eppure è come se fosse lì accanto a te. Seduta su quella sedia.

“Non si cancella il bene che fai. Forse è quello che pesa. Una persona cinica e vigliacca dura poco nella nostra vita. Non ci perdi molto tempo. Ma chi ti ha dato la vita? Chi ti ha fatto capire che eri un uomo meritevole d’amore?Ci vuole tempo amore. Tanto e troppo. Mi son fatto male e ti ho delusa. Non era questo quello che volevi e mi dicevi.. Tu dicevi che dovevo esser felice. Ma io…Quanto è triste mangiare da soli, non avere nessuno con cui parlare, ridere, litigare anche. E questa sedia vuota per un anno mi ha devastato. Non potevo guardarla, ma non potevo buttarla via. Tu sei ancora viva per me. Lo sei stata a lungo, non sopportavo tutto questo! E vivi ancora per me. Sei e sarai sempre nel mio cuore. Quando chiuderò gli occhi per l’ultima volta, ecco…Penserò a te.

Però…Amore,ecco..Sai quella libreria? La Rochester? Ci piaceva tanto…Si, non so come dirtelo. Due settimane fa….C’era questa donna. Più o meno la nostra età. Era ferma davanti al settore narrativa, L’ho vista spaesata. Non sapevo che fare: aiutarla o ignorarla? Ero indeciso. Poi ci ha pensato lei. Mi ha chiesto se sapevo dove mettevano i libri di Pessoa. Perché al suo marito piaceva così tanto. Lei non li ha mai letti, mai e alla sua morte li ha buttati via. Così io le indico dove trovare Il libro dell’inquietudine. Le dico che era il tuo libro preferito. Parliamo . Ti sarebbe piaciuta, avreste potuto diventare buone amiche. Sai? L’opera lirica, la musica classica, tutte quelle cose.

Mi ha chiesto tre volte di vederci,mi ha obbligato a darle il numero di cellulare…Perché le ho dato il numero? Ecco,non so. Cosa sto combinando? Sto tradendo la tua memoria? Sono passati nove anni e mezzo..Troppo poco? Sono forse un vigliacco, come dicono quelli che mi evitavano perché continuavo a parlar di te e non mi costruivo una vita?

Amore, mi dispiace. Devo lasciarti. Mi costa tantissimo,ma devo farlo. Ora lei entrerà da quella porta. Si siederà qui dove stavi tu. Ma non sarai tu. Non farò questo errore. Sono vivo e sono pronto ad amare. Anna Eponine: ti ho amata, ti amo, ti amerò. Ora però..”

L’uomo non finisce la frase. La nuova vita ha appena suonato al suo campanello

su un ramo, in attesa

18 Mar

Fu un giorno, a tavola, se volesse sforzarsi potrebbe anche dirvi durante quale portata. Potrebbe, ma ora non ha senso. Improvvisamente lo assalì il panico: “Non ho nulla da dirle!”. Eppure loro parlavano tanto. La base della loro unione fu proprio l’amore per le parole e la chiarezza.

L’uomo cercò disperatamente un argomento, mentre lei si perse nell’osservazione degli altri turisti. Il locale pieno,la gente in fila per ore, giusto per gustarsi un piatto italiano. L’onore e la gloria della patria: la pasta.

“Potrei attaccare con …Cosa? Il tempo?E che argomento sarebbe? Il sole, che bella giornata,dovrei proprio abbassarmi a parlare di codeste cose? Nemmeno in negozio con i clienti. Il cinema? Forse. Ma l’ultimo film che abbiamo visto non ci ha molto entusiasmato. Ripeterei gli stessi concetti . Parlare di noi? Della nostra relazione?” E qui si fermò a rimuginare a lungo.  Scoprì che questo atto gli procurava un grosso dolore. Fu sempre sincero con sé stesso e la sua amatissima compagna? Cosa significa veramente amare qualcuno? Dove insegnano cosa significhi, veramente, amare una persona?

Lo assalì la paura di essersi coperto di ridicolo con gli amici, i famigliari, i clienti. Si era innamorato di quella donna o di un’idea limpida,pura, forte, dell’amore? Il cameriere chiese qualcosa, lui rispose un grazie mille, tanto per… Ebbe fortuna, in quanto l’uomo volle sapere se aveva finito e poteva portar via il suo piatto.

Lei si sistemò un po’ i capelli, distrattamente passò in rassegna il locale, una famiglia teutonica di obesi standardizzati, una chiassosa e ruspante compagnia di romani,e loro: in silenzio.

“Forse l’ho annoiato. Non dice nulla.” Questo pensiero la tormentò per gran parte della mattinata. Si stupì di come l’idea di un rapporto duraturo, basato sulla condivisione e conoscenza, molto probabilmente sarebbe rimasta solo una chimera. Perché c’erano sempre le piccole cose: un discorso ripetuto troppe volte, un’attenzione negata, una sbadataggine su qualcosa che per lei era fondamentale. Quel cercarsi affannosamente, in eterno, senza trovarsi del tutto.

Poi lo vide alzarsi e pagare il conto. Uscirono.

2

Venezia è per molti una città tristissima,ma non per lei. La sua atmosfera unica, l’arte, non seppe mai spiegarsi bene perché tutto quel grande amore per il capoluogo della regione Veneto. Piazza San Marco, il ponte dei sospiri, il lido. La gente intorno a loro: allegra,spensierata.

Lui non amò mai l’idea di folla, massa, problema non da poco per un comunista ortodosso. Si fermò ad osservare un piccione in volo : ” Comunista? Da molto che non milito più in nessun partito. E anche prima non è che abbia lasciato chissà che impronta”. Notò, con una certa ironia, che quella giornata avrebbe potuto chiamarla: giornata nazionale delle scoperte del cazzo. Titolo un po’ lungo,ma sicuramente più sentita dall’intera umanità. Con buona pace delle giornate per la memoria, della donna, dei nonni.

I progetti. Te li ricordi i nostri progetti? Quanti erano? E come ti sorridevano gli occhi, quando ne parlavamo. Cosa abbiamo concluso davvero? Poco. Sono rimasti ottimi pensieri. Io li amo. La vita ideale è quella pensata: pura, limpida, cristallina, invincibile. Non esistono ostacoli. O meglio se dovessero esserci potremmo sconfiggerli in tanti modi. Per inerzia, seguendo questo ultimo pensiero, un labile sorriso si disegnò sul volto del giovane uomo.

3

Fatti concreti. La vita è questa cosa. I progetti non sono fatti per diventare o rimanere o morire, come poesia. No. Lei ne fu sempre convinta. Quel giorno più che mai. I traguardi da raggiungere tanti, il tempo a disposizione non poco, ma nemmeno molto. Certo nella loro società, quella decadente occidentale, la vecchiaia scomparì tutto di un tratto, e venne sostituita con un surrogato di idiota eterna gioventù. I ridacchianti passarono la loro esistenza pleonastica da una risata in onore della loro santa infanzia, fino alla bara, senza comprendere nulla. Nessuna responsabilità, nessuna reale scelta. Un tutto mi è dovuto, l’esibizione triste dell’indipendenza dagli altri. Cazzata, se davvero fosse indipendente perché in questo momento il silenzio tra loro due la sta facendo impazzire? Non avrebbe sentito nulla.

4

” Ma davvero dovrei far finta di nulla? Lasciare che il tempo ci allontani poco a poco? Che metodo sarebbe? ” La rabbia verso sé stesso ribollì e ruppe i margini. Ecco cosa era in fondo: l’illusione che qualcuno lo amasse, gli fece perdere la vera natura sua: quella di un bamboccio mediocre, vanaglorioso,ma incapace di saper vivere.

Gli venne in mente la canzone Farawell, di Francesco Guccini. E quella frase, angosciante, terrificante: due  foglie attaccate a un ramo in attesa. Sentì che stava ritornando ad abituarsi alla sua solita vita. L’idealismo lo accecò anche in campo sentimentale, quale errore! Però manifestarlo, render noto a lei tutto questo cosa avrebbe portato? Magari, come spesso faceva, lei avrebbe trovato le parole giuste per fargli ricredere su tutta la linea, oppure- temette- questa volta lei avrebbe potuto confermarlo: ” Si,mi sono sbagliata su di te. Sei come dici di essere”

Una rivelazione simile che avrebbe comportato? Un risveglio brusco. Ma questo risveglio avrebbe davvero distrutto tutto il bello che fino a quel momento avevano condiviso? Quanta gioia. Persa? Evaporata? Perché come sostengono i falliti, per darsi un tono: ” Funziona così”

Perché? Chi l’ha deciso? “Davvero,( si chiese), vuoi tornare a essere quello che sei stato,ma non sarai più? Perché di tante cose stupide, una vera sull’amore, la dicono: ti cambia la vita. E in meglio. Ti accorgi di avere delle qualità che tenevi nascoste, ti ride il sangue nelle vene, stai malissimo o benissimo,ma in entrambe le situazioni sei terribilmente vivo.”

E poi guardala! Ti commuovi solo a pensarla. Le lacrime scendono lungo il tuo cuore ogni volta che l’immagini nella sua casa, al lavoro, alla stazione. A volte, stanne certo, rimarrai senza parole, ti annoierai, spesso litigherete, magari vi verrà anche voglia di fermarvi. Ci sono momenti brutti per tutti

Ma non sono quelli che formano la nostra vita. Non sono i modelli su cui basare i rapporti, le scelte. Vedi come ci si adagi su queste cose? Per paura. Non si vuole soffrire e al primo ostacolo? Meglio lasciarsi. Ma sai benissimo quanto sia una cazzata questa cosa.

5

” Perché ridi?” Domandò lei, in parte divertita. Amava vederlo ridere, contento, pensava che dopo tutto meritasse un po’ di gioia. Si accorse che a lei le aveva dato un bel po’ di felicità.  E anche dolori, tristezza,ma comprese fino in fondo quanto non volesse arrendersi,sentì che anche lui pensava la stessa cosa.

“Pensavo a Farewell” Rispose sorridendole lui.

“Cosa?”

“La canzone,sai. Ecco: chi l’ha detto che debba per forza finire in quel modo?” Chiese l’uomo.

“Io certamente no. Non ci ho mai creduto” Rispose lei. Timidamente le loro mani si sfiorano,e poi con maggior intensità si stringono.

Comunque vada cercheranno di vivere al meglio la loro relazione. Comunque vada