A mio padre

26 Lug

Come tutti sapete, le cattive notizie hanno un invidiabile senso dell’umorismo. Così mentre io ero alle prese con la separazione, non voluta ma subita, da Anna, giunse la telefonata di mio fratello Nanni. Ricordo ancora bene la scena: io stavo seduto sul nostro divano, in sala, e lei parlottando fitta fitta preparava la valigia. Cosa mi diceva? “Abbiamo caratteri diversi, non potrebbe funzionare. Cioè per un po’ va bene, ma questa convivenza…” Io le avevo detto più volte che i caratteri per forza sono diversi, mica mi innamoro di una fotocopia. Mi innamoro di una persona, che fra le tante cose ha anche dei difetti e fra i tanti difetti, alcuni anche brutti.Ma lei era già nella fase dove pare che non vi sia mai stato nulla di buono, meraviglioso, dolce, indimenticabile. No, per carità! Solo disgrazie,dolore, cose da rivendicare con astio. Le persone fanno così. A loro fa piacere far finta che nulla di buono sia rimasto, anche se una relazione dovesse concludersi. Quindi lei faceva le valigie, agitata, nervosa, ripetendomi: ” Lo vedi, lo capisci, anche tu” Sottolineando con quel “anche tu”, la totale semplicità della cosa. Pure un coglione come te, può capire certe cose

Non capivo. Non ho mai capito. La vigliaccheria ci porta a pensare che le relazioni finiscano perché entrambi giungono felici e contenti alla stessa conclusione, nello stesso momento: lasciamoci. Non è così. Qualcuno ci crede ancora. E non è sempre lui ad aver torto.

Comunque giunse la telefonata di Nanni. Nostro padre, con una tempistica eccezionale, pensò bene di lasciar questo mondo proprio il giorno che la mia convivenza fallì.

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Mio padre assomiglia molto a me. Nanni ha sempre amato i numeri e le certezze.Non in campo sentimentale, perché è uno di quelli convinti che anche l’amore abbia una sua formula, una spiegazione logica. Ecco mio fratello è logico. Sempre e comunque. 24 h su 24. Non è una cattiva persona, anzi. Ti risolve i problemi, offre sicurezza e affidabilità. Ama tanto lavorare. Gli orari, le scadenze, la puntualità. E ve lo dico con profondo rispetto per lui e il suo mondo.

Un mondo che però non ho mai condiviso. Nemmeno mio padre. Non che noi due facessimo una vita da scavezzacolli, pieni di vizi e sbronze colossali. No, ma per me e mio padre erano fondamentali le parole. Per me lo sono ancora oggi. Certo, Anna lamentava il fatto che io continuassi a scrivere, con massima calma, lo stesso romanzo da anni. Non solo, anche che ogni suo tentativo di farmi partecipare a concorsi letterari e robe simili, io non li considerassi neppure. Lei avrebbe dovuto sposarsi con Nanni. Visto che nel libro vedono un oggetto da mettere ben in vista, su qualche lussuosa libreria in legno pregiato.Come simbolo del successo. Io e mio padre ce ne siamo sempre fregati del successo. Ci piaceva scrivere. Non tanto perché fossimo talentuosi, ma semplicemente grafomani.

Quante storie, poesie, invettive, abbiamo scritto. Tantissimi! Forse era una sorta di malattia famigliare, in quanto mi giurano che pure mio nonno aveva sta abitudine.

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Mia madre, composta nel suo dolore, vegliava il cadavere di mio padre. Più la guardavo, e più il suo sguardo mi ricordava quello di Visone, il nostro amatissimo cane, morto da almeno una quindicina di anni. “Nanni, non ti pare che la mamma abbia lo stesso sguardo di Visone?” Chiesi, convinto di far cosa gradita, a mio fratello. Non fu così

“Ma che cosa dici? La mamma lo sguardo di quel cane?”Mormorò trattenendo la rabbia

“Non quel cane. Parlo di Visone, non lo ricordi? Non rammenti quanta voglia di piangere avevi…”Non mi lascia finire la frase. Rammentare a mio fratello che una volta nella vita, una sola volta, ebbe la tentazione di piangere, scatenò in lui una rabbia da uomo di logica: composta, trattenuta, razionale,ma io vidi benissimo che era furioso.

Povero Visone! Mio padre lo adorava. Il nome era quello di battaglia del partigiano Giovanni Pesce. Mio padre diceva che come tra gli umani, esistono anche i cani di destra e di sinistra. Lui voleva un cane di sinistra. Come le persone che frequentava. Tutti in famiglia siamo più o meno di sinistra. Direi tanto meno, ma mio padre si accontentava così.

Mi aveva insegnato a piangere. E se qualcuno, nel fior fiore della sua massima scemenza, esclamava: ” Non far la femminuccia”, lui rispondeva: “Cosa hanno di così terrificante, le femminucce, che noi maschietti non dovremmo copiare?”

Credeva nell’altra metà del cielo. Diceva sempre cose bellissime di mia madre. Per tutto il matrimonio. E lei sorrideva sempre contenta,e un pochino, invero, imbarazzata.Non che il loro matrimonio fosse perfetto. Mio padre non credeva nel lavoro. Per nulla. Sosteneva che era una catena inventata dai ricchi per costringere le masse a rovinarsi la vita in fabbrica, ufficio, caserme, miniere, con il fine di render ancora più piacevole la vita ai ricchi. Però lavorava. Non amava solo le inutili vanterie della gente senza talento alcuno. Diceva che le riconosci perché con un tono tra il mistico e il lagnoso, parlavano solo della loro fatica. Benedetta fatica che mi permetti di fare la morale agli altri. Lui odiava la fatica. E questa cosa me l’ha data in eredità. Mi spiego: essa esiste. Tutti quanti la conosciamo prima o poi, ma arrivare a farla pesare agli altri, per aver briciole di riconoscenza e ossi di “bravo, tu si che sei un vero lavoratore”,ecco: abbiamo una dignità, noi.

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Mio padre credeva nelle parole. E questo ci lasciò in eredità. Due lunghissime lettere. A me e a mio fratello. Nanni la prese, la ripose velocemente nella sua elegante valigetta. Io l’ho letta. Si, mio padre ci ha lasciato solo parole. Poteva lasciarmi un po’ di soldi, ne avrei bisogno visto che , fra le altre cose, non avevo più nemmeno un tetto. Poteva lasciarmi case, terreni, titoli e targhe che testimoniavano la sua grandezza. No. Non è mai diventato quello scrittore che tanto gli sarebbe piaciuto essere,ma che, per pigrizia e inconcludenza, non fu mai. Però ci aveva lasciato la passione per la lettura, la musica, il cinema, il teatro e appunto: la parola. Diceva sempre “ti amo” a mia madre. In pubblico, sopratutto, e in particolare nelle occasioni più strampalate. Non aveva pubblicato nulla, non si era mai iscritto all’università di lettere moderne, non aveva mai imparato a suonare il basso, insomma non aveva vissuto la vita che avrebbe potuto vivere, ma, in quella lettera, mi esplicitava la sua totale e assoluta felicità

Perché, scriveva, alla fine aveva ottenuto il successo più grande che un uomo possa ottenere in vita sua: l’amore di mia madre.

Mentre la leggevo pensavo alla mia situazione. Non solo la mia, ma anche a quella di Nanni. Perché a noi non era andata così? Nanni era ancora sposato, ma una di quelle relazioni civili, fatta di banali frasi di circostanza, piccole e insignificanti gentilezze, per inerzia Entrambi hanno una vita piena di impegni, di cose concrete. Perché perder tempo con l’affetto, questa cosa stupida e sopravvalutata? Ma si! Dimentichiamo il nostro cane, il mitico Visone! Che veniva a svegliarci tutte le mattine a forza di invadenti e gioiose slinguazzate. Che esplodeva di felicità quando tornavamo a casa. Anche se la nostra assenza non avesse superato i trenta minuti. Povero imbecille di un cane, come i suoi padroni ! Gentaglia sentimentalista. Buonista, come si lamentava Anna. Lei che l’indomani della nostra separazione, su facebook, scriveva parole di fuoco e condanna contro di me e gli uomini che non sono più come un tempo. Mentre io pubblicavo le foto dei nostri tempi felici. Esistevano, e una loro importanza ce l’avevano, ce l’hanno ancora oggi, e ce l’avranno.

Io e mio padre eravamo per Nanni, Anna, e tanti altri, degli imbecilli. La cosa non mi pesava, non mi pesa, non mi peserà, nemmeno un po’.

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Mio padre amava i Musical, così chiese in punta di morte, che tutti noi cantassimo “Did you hear the people sing” , un brano tratto dal suo film preferito: Les Miserables. Lo sappiamo a memoria, io e Nanni. A me piaceva tantissimo, mio fratello ci vedeva solo uno spunto per dirci di quanto sia fondamentale rispettare la legge, e che un Jean nel mondo reale non esiste

“Stanno seduti accanto a te”Rispondeva mia padre, indicando lui e me. Mio fratello si incazzava. Ah,quanto si incazzava.

Mi piacerebbe pensare che l’anima rimanga per un po’ su questa terra. Sarebbe stata una bella soddisfazione per mio padre, perché nonostante in molti lo ritenessero un sognatore scansafatiche, ecco: arrivarono molte persone per porgergli l’ultimo solenne saluto. E tutti cantarono. Inventandosi le parole, affidandosi a opportuni “lalalala”, stonando mostruosamente, cosa che urtò la “sensibilità” di Nanni, ma emozionò tanto mia madre. E me.

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Così lo seppellimmo. Fu una specie di festa religiosa pagana e laica. Vennero gli amici di tanti anni, i suoi compagni di partito, i clienti della sua edicola, e i colleghi dei tanti lavoretti, venne la città di Livorno, visto che lui scappava da Firenze, senza dire nulla a nessuno, per passar tutto il giorno a parlare di politica,arte e mangiare il cinque e cinque, in quella meravigliosa cittadina. Piangemmo, ridemmo,ci abbandonammo a ricordi, abbellendo un po’ alla cazzo di cane la sua vita . Ma va bene così.

Mi piace pensare,ancora oggi, che lui stia in un bel posto. Con Visone. Un posto di sole,canzoni, lettere, parole. Sarebbe davvero bello.

E oggi?

Nanni si è separato. Vive solo, ma in un appartamento immenso. Contento lui. Non ci sta mai, è sempre in giro per lavoro. Nonostante ormai abbia una certa età. Ma appena si ferma si sente perso. Continua a dar sicurezze e risolvere problemi,ma non ha ancora incontrato qualcuno che l’ami.

La mamma ha vissuto ancora a lungo. Si è risposata, come voleva nostro padre. Un bravissimo uomo. Gentile,educato, pieno di attenzioni. Amavano entrambi il mare. E nel mare la spargemmo. Le sue ceneri viaggiarono per chilometri,  forse no.

Io mi sono sposato. Non abbiamo figli, e questo mi dispiace assai. Ma ci vogliamo bene. Come papà e mamma se ne volevano ai loro tempi. Piangiamo vedendo i film, passiamo tanto tempo fra mostre e teatro. Ridiamo spesso. Sono felice.

Anna continua a lamentarsi su facebook. Dice che gli uomini di un tempo non ci sono più

Per fortuna ci sono, invece, gli uomini come mio padre.

Una malattia chiamata felicità

23 Giu

A sessantotto anni, mio padre si ammalò gravemente di buon umore.

Tutto ebbe inizio una mattina, una delle solite mattine piovose, tipiche della nostra terra. Quella famosa mattina mio padre, svegliandosi, sorrise a mia madre augurandole una buona e felice giornata. Come se non bastasse aggiunge pure un azzardato e impudico :” Amore mio” Mia madre rimase sconvolta e scossa per tutta la giornata.

“Questo è matto! Mi sveglia per augurarmi buona giornata . Mi dice amore mio, ma che sarà mai!” Borbottò tra sé e s sé mia madre. La cosa, per quanto pittoresca, venne immediatamente sommersa dalle mille attività che noi nordici subiamo passivamente nella nostra vita. Io e mia sorella andammo al lavoro, mia madre si occupò forsennatamente della casa e di controllare i vicini di casa, vabbè che sono qui da noi da venticinque anni: ” Ma sai come sono quelli!”. E mio padre?

Contrariamente quanto fatto negli ultimi tempi, cioè dopo la pensione, non si recò ” a dar una mano” al vecchio signor Lissone e alla sacra causa della produzione di materiale ferroso. Antiquatamente ferroso, come pensavano pure i figlioli del vecchiaccio, ma per costui ai figli fece malissimo l’università e gli studi ingegneristici.

“Pezzi di carta! Roba da intellettuali che non fanno un cazzo! Va io cosa ho fatto da solo!” Tenete conto ottantacinque anni di vita così. Pavoneggiandosi di esser più ignorante dell’ignoranza, più avido del mercante di venezia, un piccolo uomo vissuto per il danaro, ma senza spender nemmeno un euro in caffè al bar. Lui, la sua brama di ricchezza, la sua fabbrichetta,e basta. Non vide mai un mare, “roba da terroni”, non vide mai un monte, “roba da tedeschi che ci trattano da pezzenti”, non vide nulla. Questo individuo per decenni fu l’eroe di mio padre.

Il quale dopo una vita da operaio in quella fabbrica, raggiunta la pensione, ci andò ancora per altri anni. Lavorando allegramente in nero, felicissimo che il suo principale gli dicesse ” Te si che sei un gran lavoratore! Mica sti neghèr dell’ostia!”

Nemmeno il nostro cane ebbe un amore così profondo e ridicolo per il suo mediocre padrone.

Sicché giungemmo alla fatidica mattina: mio padre alzandosi sorrise a mia madre e – cosa che impressionò tantissimo tutti noi- si sedette sul balcone con un vecchio libro, una copia logora de Il Corsaro Nero, fuori sul balcone.

“Ma non vai al lavoro?”Azzardò mia madre

“Perché? Sono in pensione. Ho di meglio da fare” Rispose mio padre

“Ma…Cosa? Cosa hai di meglio da fare?

“Leggere, per iniziare. Poi prendere quella vecchia sdraio in cantina e mettermi qui a prendere il sole. Una volta tanto che si degna di passare da queste parti. Poi prendere il treno e andar a Firenze. Un’ora e quaranta con le frecce rosse. Oppure dormire sulla sdraio e ascoltare un po’ di musica” Spiegò calmo mio padre. Poi ci guardò e ci sorrise. La prima volta in trenta anni di vita che lo vedemmo sorridere

“E voglio conoscere questi due ragazzi. I miei figli” Lucia mi disse , successivamente, che mio padre ebbe gli occhi lucidi mentre ci disse codeste cose.

Il telefono squillò. Mia madre si mise a lagnarsi piagnucolando, ripetendo come un mantra: “Che dico ora al signor Lissone? Che dico ora?” Dalle mie parti venerano e temono solo due cose: Dio e il ricco di paese.

“Passalo a me” Ordinò mio padre. Così lo vedemmo prendere la cornetta, sorridere allegramente e dire con un tono di voce assai gioioso: ” Uela, sciur Lissone! Va che oggi non vengo al lavoro. Avendo finito anni fa! Buona giornata. E mi raccomando : goditi un po’ i soldi che hai fatto, che forse non lo sai, ma sei un vecchio solo che sta sui coglioni a tutti. Ciao bella gioia!” Disse mio padre

Dall’altra parte si udì solo le varianti brianzole delle bestemmie più classiche.  Poi il silenzio

La famiglia fu scossa da codesto evento di sifatta portata. Io e Lucia ci lanciammo un’occhiata divertita, mia madre decise di interpretare la variante locale della piccola Reagan (l’esorcista )

Così quel giorno mio padre passò la giornata sul balcone: a leggere, ascoltare musica, prender il sole e rendersi conto che in casa aveva due esseri umani. E che alla fine trovò pure simpatici.

Le stranezze continuarono anche nei giorni successivi. Partì con una macchina carica di vecchi giocattoli, abiti, e varia oggettistica dimenticata chissà dove e chissà quando. Andò direttamente al campo nomade più vicino e regalò tutto. I bambini festeggiarono, le donne ringraziarono e lui si ubriacò, lui che a detta di tutti non bevve mai in vita sua, con gli uomini del campo. Lo fermarono appena in tempo, prima che rubasse una ruspa per abbattere la casa di un noto razzista locale..

Questo fatto fu chiacchierato assai. Tutto il paese parlò per giorni di quel loro povero concittadino. Diedero la colpa agli zingari, ai gay, ai comunisti. Inspiegabile per loro il suo buon umore, la sua beneficenza senza aver nemmeno – come ringraziamento- il nome stampato sul settimanale locale, o una targa data dal sindaco, o la prima fila davanti all’altare in chiesa. Mio padre passò una settimana intera a ridere e a piangere con i più disperati e meno desiderati esseri della nostra società. Pianse. Si perché imparò a fare anche quello: per gioia, tristezza, commozione.

La gente non seppe come comportarsi quando, senza nessun preavviso, lui pianse al funerale di un vecchio amico. E pianse tantissimo. No, non quel pianto trattenuto, ma quello operistico, devastante, assordante.” Va a Napoli” Disse qualche scemo. ” Bella idea” Rispondemmo in coro io e mio padre, Lucia sorrise. Mia madre mancò poco che chiese al morto se ci fosse stato posto nella sua bara.

E continuò a ridere e a piangere. Con tutti e per tutti. In paese dissero che era un buonista, un pappamolla ingenuo, sopratutto quando in pubblico si mise a difender l’amore. L’importanza di innamorarsi, di aprirsi agli altri,che mica è vero essi vogliono per forza ciularti e truffarti. L’applauso di un centinaio di suoi amici ebbe l’effetto di far rinchiudere nei loro dogmi da teste di cazzo, quegli esseri insignificanti e grigi che popolavano il mio vecchio paese.

Perdigiorno, fannulloni, terroni, negri,comunisti, ecco chi furono per il resto della sua vita, gli amici di mio padre.  Così li videro sempre gli abitanti del mio paese, ma lui ci vide degli esseri umani. Con ottime qualità ed enormi difetti. Ma anche ottime qualità.

Passammo così parecchio tempo con mio padre, ci raccontammo le nostre vite e i nostri progetti. Assaporammo le albe e i tramonti, bevendo e inventando suggestive leggende indiane. Mio padre, infatti, mi disse che quella mattina – la famosa mattina dove sorrise a mia madre- si ricordò che da bambino voleva essere un pellerossa. Sulla via del bisonte.E invece quel bimbo crebbe diventando un ometto impaurito, rancoroso nei confronti dei diversi, ligio al dovere, cioè quello di lavorare, lavorare, lavorare. Quante cose si perse scioccamente. Quante!

Viaggiammo: Firenze, Roma, Napoli. Gustò i sapori dei posti, fece amicizia con altri italiani come lui.E con stranieri di ogni provenienza. La gente di quei posti lo amò immediatamente. E noi fummo orgogliosi.

Perdemmo credibilità, rispetto, consenso e amicizie, più qualche parente, da noi. La malattia di nostro padre ci prese anche a noi. Poveretti! Ci dicevano. Poveretti! E noi a ogni accusa, a ogni faccia costernata per come le nostre vite si fossero rovinate, noi ridemmo sempre in faccia. La risata seppellisce tanti di quei pirla.

Guadagnammo nuove amicizie, amori, storie . Ci arricchimmo così.

Nondimeno alla fine l’ebbero vinta i morti viventi. Mio padre venne ritenuto incapace di intendere e volere. Parlò il sindaco, l’avvocato, il direttore della banca, il prete, il dottore. Tutti dissero che quella sua euforia, quella fiducia nella vita e sopratutto negli altri era una gravissima malattia mentale.

Lo rinchiusero in un manicomio e noi dopo la rabbia,la voglia di combattere,ci arrendemmo. Non del tutto. non fummo mai come loro, ma vivemmo a lungo con loro. Forse perché eravamo come loro.

Mio padre mori vecchio e malandato, su una panchina di una stazione ferroviaria. Amò fino all’ultimo i treni. Vi rimase due o tre giorni. Quella fu la fine che meritò quel folle, come dissero in paese.

Io fui tentato di rispondere, ma mia moglie mi disse di star zitto. Era il mio datore di lavoro che disse quelle cose.

Poi un giorno vedemmo passare per la via del paese una delegazione di zingari, seguita da un folto numero di stranieri, e poi una parata di senza fissa dimora, e gente: il barista di Napoli, il vecchio incontrato per caso a Roma, un pittore di firenze e tanta tanta tanta altra gente. Io corsi fuori dalla ditta dove da anni lavoravo svogliatamente

“Davide dove….” Il titolare non finì la frase. Lo atterrai con un pugno al mento. E scappai fuori. Chiamai Lucia. Lascia perdere, vieni! Devi vedere!

Dieci minuti dopo io e mia sorella,tenendoci per mano, sorridendo,ridendo e piangendo, vedemmo passare quel corteo di varia e viva umanità. Procedevano e circondavano alcuni di loro che portavano a spalla una sorta di trono.

Seduto sopra, sistemato come se fosse vivo, sorridente , c’era mio padre.

Quella gente per quel giorno portò in giro come fosse un re, un uomo qualunque. Lo fecero per la gioia, la felicità, l’affetto e l’attenzione che egli ebbe per loro. Umano tra gli umani

“Ma cosa fanno quelli?Non sono normali! Sono malati!” Borbottò sprezzante un tizio

“Si, ha ragione. Sono, siamo, malati. La nostra malattia si chiama :felicità” Disse sorridendo Lucia.

LA RISATINA

11 Mag

Una risatina.

Limpida, cristallina, gioiosa, infantile. Molto infantile. Troppo. Sulle prime Marika non ci fece caso : “ Sarà il dormiveglia”, si disse. Poi (durante il resto della giornata) ci pensò molto. “ Donde giunge questa risata?”  Perché il ricordo divenne sempre più chiaro e preciso, non stava dormendo affatto. Giancarlo ronfava beatamente ma lei no. Dopotutto come potrebbe dormire? Troppi pensieri. Brutti e ricorrenti pensieri. Volete conoscerne uno? Bè, potremmo cominciare dal fatto che il lavoro non ingranò per nulla. Lei e la sua idea gloriosa di ricoprire ruoli importanti, fare carriera. Nulla. I suoi progetti rovinati dal mercato, come si raccontò spesso e volentieri, ma in fondo (dove l’es si diverte a far brutti scherzetti alla nostra psiche) non ebbe mai dubbi: non fu mai all’altezza. Avete una piccola idea di cosa voglia dire la certezza di rendersi conto di essere inadatte? Mentre altre donne (ritenute deboli e perdenti) sorridono in centro con i loro figli e uomini, ritrovarsi ad aver superato i quaranta avendo vissuto di luce riflessa. La luce abbacinante e stordente dei sogni, di una giovinezza non risolta. La casa fu un altro problema non da poco. Bella, molto bella. Di quelle che fanno dire : “wow!” agli amici e ai colleghi. Una casa dove lei si sentì sempre un ospite. Mai vissuta pienamente come qualcosa di suo. Tante cose di Giancarlo, anzi diciamo tutto. E perché lei, così battagliera, sulla casa, non disse mai nulla? Non lottò mai abbastanza? A volte la disprezzava profondamente. La casa e quel maledetto paese di collina, in Brianza. Si può parlare di collina? Bè, quel dannato posto in culo al mondo. Deserto già dalle diciotto di sera. Un solo bar, fermo alla seconda guerra mondiale. Parlare di aperitivo, cibo etnico, vita, sarebbe tempo e concetti sprecati per quella gente.

E pensare che avrebbe potuto essere una persona invidiata, con tanti soldi. Se….

“Ciao amore” Quel tono gioioso monocorde. Sempre uguale, sempre lo stesso. Da…Dieci anni? Sono già dieci anni che sta con questo uomo? Lei che aveva avuto una vita sentimentale passionale e burrascosa, che prendeva solo il meglio delle relazioni, tanto poi arriva la noia e tutto finisce. Ecco: che successe? Perché si fermò proprio con lui?  “Rassicurante, buona posizione sociale, figo ma non impegna”  L’ultima frase la fece ridere di gusto.

“Ridi?” Anche lui per riflesso condizionato o per farle compagnia si mise a ridere. La risata di chi non ha abbastanza fantasia e sensibilità per esser in grado di divertirsi di cuore.

“Mi è venuto in mente un fatto buffo, come è andata oggi?” Tagliò corto lei.

” Sono venuti dei cinesi,a controllare le nostre macchine e…” Partì, come una freccia rossa diretta verso il paese della noia, un lunghissimo discorso sull’eccellenza in campo internazionale della sua ditta.  L’uomo si gongolò del proprio successo. Questo lo rendeva, un membro affidabile nella sua comunità…

“..di stronzi” Interruppe lei

“Come cara?” L’espressione di sbigottimento dipinto sul viso di suo marito, le procurò una piccola e intensa gioia.

“Niente, niente. Dunque, dimmi, tutto bene oggi al lavoro?” Richiese lei

“Si,quanto pare” Rispose lui, pensando che fosse meglio indirizzare la propria attenzione al cibo.

Cibo…..

Qualcosa di terrificante, copiato male,  da qualche terrificante libro di cucina per zitelle, in vena di avvelenar l’intera città.

Dove finì la vecchia Marika? Così energica, piena di idee, vulcanica. Lei e il suo progetto ambizioso. Le piacque da subito la sua dedizione al lavoro, al voler costruire – da sola- qualcosa. Come lui. Il lavoro è fondamentale per vivere,ed essere il padrone delle proprie idee, non dover dipendere da nessuno, un dovere di ogni cittadino. Qualcosa però (c’è sempre un però) non andò per il verso giusto. Non andò per entrambi. Perché a lui ancora bruciava quella decisione presa da Marika di…

“Hai sentito ridere questa notte?” La domanda, a bruciapelo, lo destò dal mondo dei brutti sogni, dove si era ritrovato senza accorgersene.

” Ridere? Dove?” S’informò Giancarlo

“In stanza” Rispose un po’ innervosita la donna.

“Non mi pare. Non credo proprio. Che tipo di risata?”

“Un bambino” Lei diede questa informazione con un tono di voce piatto, distante, a mezza voce. Come se questa informazione potesse rovinare un fragilissimo equilibrio.

Lui deglutì amaramente. “No. Nessuna risata. Tanto meno di un bambino” Calcò volutamente sul “ bambino”

2

Il loro incontro potremmo definirlo magico. Lui si dilettava a far il mago a un livello a dir poco dilettantesco . Lei si trovò in quel locale per dar l’addio a un tizio che era finito nella sua personale lista: Valium. Cioè da avventuriero del kamasutra si stava trasformando in Mr mettiamo su famiglia e andiamo a viver in un posto tranquillo.

Quella sera finì la relazione con quel tipo e anche la carriera di mago per Giancarlo, ma nacque il loro amore. Volevano diventare famosi, fare soldi, vivere sempre in modo eccitante. Essere liberi. LIBERI!

Cosa successe poi? Che lui venne richiamato a casa (il vecchio padre stava morendo) e ben presto ritrovò i ritmi e la mentalità di un provincialotto. Finì il tempo di una vita al massimo e spericolata, di ardite imprese, e si mise alla guida della fabbrica di famiglia.  Litigarono sul fatto di trasferirsi da Milano in quel posto abbandonato da tutti e da Dio per primo. Per quanto i suoi abitanti fossero convinti che Egli fosse un loro stretto parente.

” Potrai dedicarti al lavoro, tanto non hai bisogno di viver a Milano. Qui hai tutto” Invece di scappare a gambe levate, come molte sue amiche le consigliarono, decise e scelse di trasferirsi lì.

Le cose andarono avanti come vanno in questi casi. Si decise per inerzia di non badar affatto ai primi segnali di crisi. Si pensò fosse meglio dedicarsi con assidua testardaggine e forza a un’allegria di facciata, a prolungati silenzi, evitando ogni cosa potesse recar danno alla loro relazione e a loro.

Non fu una bella idea.

3

Eccola! Esattamente come la scorsa notte. Da dove arriva? Dalla mansarda? O dal corridoio? Possibile che lui continui a dormire? Come se nulla fosse? Come fa a non sentirla?”

La risatina partì lenta, zoppicante, quasi fosse un motore con difficoltà di avviamento, di accensione. Poi prese sempre più forza. Salendo di volume e ricoprendo, rimbalzando, colpendo, ogni punto della stanza. Fino a divenir insostenibile. Marika si coprì con forze le orecchie,ma essa (quella diabolica risatina) non diminuì minimamente di volume. Anzi : crebbe. Lei si agitò,si girò spaventata verso il marito, ma lui dormiva beato e tranquillo. Quella risatina infantile conquistò ogni spazio della sua mente, invase e ruppe dall’interno il suo corpo. Volle vedere di alzarsi e fuggire … Ma dove? Doveeeee??? 

Alla fine decise di far solo una cosa: urlare. Ma più si sforzò di gridare, più la risatina salì di impeto e forza. Dal tono,non fu difficile comprendere che il suo proprietario si stava divertendo sadicamente. Volle la pazzia della donna a tutti i costi e la ottenne .

4

Che strano uomo ho sposato?”  Marika non credette alle sue orecchie: Lui fu felice di divenire padre. Non pensò minimamente che la gravidanza possa mettere in difficoltà la sua impresa lavorativa, i suoi traguardi. Non erano più nel 1800 dove le donne servivano solo per metter al mondo bimbi e morire in ombra. L’ombra di quei coglioni dei mariti. Ora erano indipendenti, libere e potevano fare tutto quello che un uomo faceva nella sua inutile vita di spermatozoo con le gambe . Ma lui continuò a magnificare l’accaduto E disse un mucchio di scemenze: ” è un fatto naturale, un bambino non potrà che unirci ancora di più” Come potete notare, davvero tante stronzate.

Il periodo peggiore della loro relazione. Lui pretendeva di dir la sua . Quando la decisione di continuare una gravidanza spetta solo alla donna. Non pensava che la bloccava in un ruolo che lei non sentiva? Come poteva esser così sordo alle sue istanze? Ai suoi desideri ed obiettivi? Perché lui non la comprese mai in quei giorni?

Alla fine abortì. Avrebbe anche abbandonato il marito, quel posto di merda,ma i suoi sogni e obiettivi abbandonarono prima lei. Non era abbastanza per essi.

5

Giancarlo fumò una sigaretta distrattamente. Da quanto tempo non fumava più? Dalla morte del padre e da quando Marika partì per la clinica.  Si trovò a pensare al figlio . Come lo aveva immaginato durante tutto questo tempo. Con il sorriso mesto di suo padre, gli occhi malinconici  e profondi della madre, il carattere pratico suo e di Marika? In quel momento si rese conto di come la conoscesse così poco. Solo il fantasma di ciò che ella fu in passato.  Tentò di giustificarsi dicendosi che dopotutto, anche lei, lo conosceva così poco! Sbaglia sempre i regali. Non sa quale sia il suo piatto preferito o la canzone del cuore. Eppure un tempo furono convinti di essersi incontrati,conosciuti. Evidentemente non fu cosi. Mai.

“Signor Cazzaniga?” Il medico si rivolse a lui con un sorriso trionfale, o forse solo di circostanza?

“Si,dica..” In realtà avrebbe preferito che il dottore si ammutolisse, non volle sentire la sentenza

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Facce, voci, quante passarono nella sua stanza. Piena di comfort, assistita da un personale altamente qualificato. Visi tutti uguali, parole penose, e poi fughe precipitose. La pazzia è contagiosa?

Almeno in quel luogo, la risatina non la raggiunse. Dal fondo della sua percettiva incoscienza Marika riprese a pensare, analizzare (confusamente e con fatica) la sua vita. Le colpe sue e di Giancarlo, le cose non dette, quelle taciute per convenienza e codardia. La maternità e paternità. Esiste davvero in natura? Ed è giusto essere puniti perché la si rifiuta? Giancarlo che ne sapeva della paternità. Giocare con i figli dei vicini non è come averli. E lei, proprio non riesce a vedersi con dei bimbi intorno.

Eppure certa gente è felice e contenta. Ci sono coppie che funzionano, le venne di nuovo da ridere. “ Quali?”

Forse una volta uscita sarebbe cambiata. Meritava di vivere, di riconquistare i suoi sogni, di scappare da quel posto.

Poi, da prima come una sorta di leggero ronzio, e man mano crescendo di intensità e volume… Eccola di nuovo: quella risatina.

Marika cercò con la mano sinistra di pigiar il bottone per chiamare l’infermiera. Ma quella risatina si impossessò della sua mente e del suo corpo. Come un pugnale rovente, scavò fino ai più bui recessi della sua psiche  e della sua anima.  Vide esplodere per primo il bicchiere dove teneva un po’ d’acqua. Poi fu la volta della piccola tv, dei vasi con i fiori, delle sedie, del crocefisso, delle mura,dei vetri della finestra. La donna si sentì sbalzare in alto, ebbe solo il tempo di comprendere che il letto era esploso riempendo la stanza di piume . Per un po’ provò una strana sensazione di pace.

“Questa è la morte? Non è così dolorosa . Fa più male una vita di illusioni e sconfitte. Questa cosa non mi spaventa”

Un lieve e dolce sorriso si dipinse sul volto di Marika. La pace, finalmente…

Mamma”   disse una voce. Un essere mostruoso, ricoperto di vermi e ferite ( dalle quali uscivano prepotenti le risatine da lei sentite per tutto quel tempo), aspettò che lei si schiantasse sul pavimento. Poi strisciando si avvicinò sempre di più a lei: ” Ho fame mamma! Ho tanta tanta tanta tanta fame, Mamma!!!!” 

L’ultima cosa che sentì, prima dei dentini aguzzi sulla gola, fu quella terrificante risatina. Solo che ora non rideva un bimbo, era la risata di Giancarlo.

7

Pianse, come sempre. Si accorse, troppo tardi, di quanto le volesse davvero bene. C’erano state altre donne, presentate da sua madre o da qualche amico, ma lui volle rispettare il suo lutto e la sua vedovanza. Si dedicò al lavoro e ai pochi veri affetti rimasti.

“Papà! Papà! Posso mettere dei fiori sulla tomba della mamma?”  Disse quell’essere che lui aveva trovato in camera mentre pasteggiava con le viscere di sua moglie.

In quel momento, nel suo cuore, sentì una profonda gioia e un dolore pungente.  Allora non era matto! Quell’esserino che avrebbe spaventato tutti ( ma non lui) esisteva davvero! Lo raccolse da terra, gli pulì delicatamente la bocca, lo aiutò a fare il ruttino e lo portò  a casa sua.

Lui e suo figlio. Soli. Di una solitudine dolcissima e commovente. Parlavano, ridevano, si amavano

“Si mettili. Era una brava persona sai?” Disse Giancarlo

Si, tanto buona!”

La risatina del figliolo risuonò per tutto il cimitero. Ben presto si unì quella del padre. Nel regno dei morti loro erano i custodi e così sarebbe stato per sempre

La tristezza è cenare da soli

22 Apr

1

“Sai Anna, sai cosa è successo? Questa te la devo troppo raccontare! Ascolta: mi reco, come ogni mattina, da Arnold’s, sai quel locale dove andiamo sempre a far colazione da… Da quanto? Quindici…Forse quindici anni? Ricordi che mi aspettavi alla stazione di Santa Maria e poi andavamo lì. A bere, mangiare, ti ricordi no? Quanto ci piaceva! Insomma, ti stavo dicendo, codesta mattina vado lì come sempre e mi metto in fila. Ci sono tanti giovani, tanti stranieri. Quando vedo le coppie, poi..Mi viene quasi da piangere. Penso a te. Ti ricordi? Mi aspettavi alla staz..Te l’ho già detto! Scusa, scusa, si ripeto sempre le stesse cose. Insomma. ti dicevo, sono in fila. Con lo sguardo cerco qualche cameriere, qualcuno che ci conosceva. Manchi molto anche a loro.E insomma , ti dicevo, sono in fila e guardo: i clienti, le bariste, la cassiera. Ricordi come erano cordiali con noi?Io prendevo il caramellato, o l’american coffee freddo. Tu quella cosa…Quella cosa…Come si chiama? Come..Eppure lo ricordavo! Ieri sera ho pensato solo a quello: a ciò che bevevi quando andavamo da Arnold’s! Niente. Non ricordo. Insomma, ti stavo dicendo, sono in fila: ci sono i clienti, gente.. E tocca a me. Ora vado dalla cassiera e le dico:” i nostri soliti” Quindici anni che andiamo lì. Tutte le mattine e prendiamo sempre quelle. Lei dice: ” Non abbiamo nulla che si chiami “I Nostri Soliti” . Io dico: ma siamo i signori Rossi,veniamo sempre qui” E cerco, sai guardo in giro. C’era quella barista…Quella con i capelli biondi e corti.  Non dice nulla. Io insisto: ” Sono quindici anni, che veniamo qui. Siamo amici da quindici anni” Lei mi risponde che non le pare di avermi tra i suoi contatti di facebook. E io ….Bè, io le ho gridato negra di merda e ..Ecco. quella stronza della barista è intervenuta per cacciarmi fuori. Io cosa ho chiesto? Cosa? Il solito. Sono quindici anni del cazzo che andiamo in quel cazzo di locale a bere le solite cose del cazzo. Ma non vorrà dire qualcosa? Molto probabilmente quella gente, in vita loro, avranno visto più noi che i loro famigliari. E quindi mi cacciano fuori. La gente mi dava del vecchio coglione razzista e la barista, la tua preferita, mi ha detto di non farmi più vedere che le ho rotto le palle con le mie storie su di te. Mi ha detto:” è morta! Da un anno” E poi altre parole. Cattive parole. E io.. E io..”

Roberto non conclude la frase. Il pianto devastante, doloroso, irrefrenabile,esce come l’urlo di una bestia inferocita. Un uomo che non può perdonare Dio, il destino, il caos, il governo del suo paese, di avergli portato via la sua amatissima moglie.  Ferma, immobile, la sedia alla sua sinistra ( dove un tempo si sedeva la donna) è unica testimone di tutto questo dolore.

2

I primi tempi parlava con lei. Entrava in casa e con gioia le raccontava le giornate. Metteva su dischi di musica classica, De Andrè, e cantava per lei. Come era abituato fare, dopo un anno di fidanzamento e 20 di matrimonio. Sapeva (in cuor suo) che la maggior parte della gente lo riteneva un po’ bizzarro quantomeno. Ma a lui non importava. Avrebbe dovuto spiegar a loro che , mentre essi buttavano via la loro vita disprezzando ogni tentativo di uscire dalla mediocrità, lui si era impegnato a costruire un rapporto d’amore solido e duraturo

“Alti e bassi, ah si! Ricordi? Ti lamentavi che io non ti desiderassi. Che non ti baciavo abbastanza, non ti toccavo abbastanza. Hai sofferto molto per questo. Si, era una mia grandissima colpa. Questa e quella di non averti reso madre. Tu ci tenevi così tanto. Quella bimba..Quella dei nostri vicini. Ti ricordi come ti adorava? Io la reputavo una petulante scassacazzo. Ma tu…Mi commuovevo e mi rattristavo allo stesso tempo, quando ti guardavo giocare con lei. Non ci sono riuscito. Il sesso…Ti ho detto delle puttane, da giovane, ti ho detto dello schifo che ho provato ogni volta. Ma c’è questa cosa tra uomini: che devi farlo! Assolutamente. Quindi se sei uno sfigato, come ero io da ragazzo, cosa puoi fare? Lasciare che i tuoi amici ti portino da qualche puttana. Che schifo provavo per me. E che invidia per quelli che avevano i genitori prodighi di carezze e baci. Non ho mai abbracciato nessuno e mai baciato nessuno…Io,non lo so. Non succedeva. Non andava così. Non rammento un bacio da parte di mia madre. Per lei non erano cose. Dovevo stare attento a quelli troppo invadenti,diceva. Invadenti erano tutti per lei. Tutti. Ricordi che ti allontanavo quando volevi togliermi un sopra ciglia troppo lungo o cose così? Mi veniva l’istinto bloccarti le mani. Avevo paura che tu mi facessi male. Ma queste cose,ecco…Cosa potevo fare? Dire:”Io sono questo e non cambio” Oppure impegnarmi per cambiare e ce l’ho fatta. Volevo andar a chieder scusa alla cassiera. Ieri, te l’ho detto no? Da Arnold’s. Te l’ho detto? Bè, ero in fila e…”

La sedia alla sua sinistra, nella sua indifferenza di cosa inanimata, riascolta la storia dell’uomo.

3

Si all’inizio venivano a trovarlo. E lui era felicissimo. Non si era abituato all’idea della morte, ai “che vuoi farci capita a tutti”, ai ” forza, fatti coraggio”. Lui ringraziava, per educazione,ma era convinto che lei non se ne fosse andata del tutto. Come può un dio, il caos, il destino, il governo, permetter che tutto quel grande amore possa svanire. Per sempre

“C’era un bambino con la mamma. In centro, stamattina. Bè, era uno dei tuoi allievi. Del tuo asilo. Alessandro, il chiacchierone. L’ho salutato . Non mi ha riconosciuto. Nemmeno sua madre. E allora ho detto il tuo nome. Credo che ora faccia la quinta elementare. Si, sai cosa è successo? Si è ricordato di te. Uno,che si ricorda ancora di te! Che gioia. Anche sua madre a questo punto.. Scusa. Mi viene da piangere!”

L’uomo si interrompe. La sedia, se potesse, lo abbraccerebbe . Lei lo faceva sempre. Quando lui buttava via i suoi obiettivi ( laurearsi in storia del cinema, scrivere un libro o trovare un lavoro duraturo) lei era sempre lì. Litigavano, avevano momenti duri,ma poi si abbracciavano. Ricostruivano.

“E insomma erano dispiaciuti. Di non esser venuti al tuo funerale. C’era tanta gente, però..Ricordi? Quanta gente e io pensavo che questo ricordo ci avrebbe legato per sempre. Ho cercato, si insomma..Mi sono dato al bere. Tanto vale sbronzarmi, stordirmi, per dimenticarti, rovinarmi,morire. Te lo dicevo:”Morirò solo. Sul divano e mi ritroveranno dopo un mese.” Tu non volevi questo. Dicevi che dovevo esser felice. Rifarmi una vita,cose simili. Ma non posso! Come posso esser felice se sei morta! Morta, sparita, scomparsa, per sempre. Per sempre e non parlarmi di paradiso:porcodio! Porcodio non lo fare! Non …Ah, io non devo bestemmiare?Cristolamadonnadiuncanedidio! Ecco bestemmio! Ti fa male? Ti disturba? Non me ne frega un cazzo! Porcodio!!!!!! E tu? Tu non pensi a quanto male mi hai fatto? Perché sei morta per prima? Perché? Ora a me chi pensa?”

4

La tristezza è cenare da soli. Dopo che per tanto tempo hai cenato con il tuo unico e grande amore. Le risate, i grandi piani per il futuro, le litigate furiose e le riappacificazioni . Tutto a cena, tutto a tavola.

Ora solo una sedia. Vuota. E tu ci parli. Anzi parlavi. Poi con il tempo,anche le parole, sono finite. Ogni tanto piangevi, a metà cena. Una cena penosa, cucinata male o roba che porti a casa dai ristoranti cinesi. Ti viene in mente la cassiera dell’Arnold’s e della figura da imbecille razzista che hai fatto, ti viene in mente il tentativo fallito di diventare alcolizzato, i pugni che ti sei tirato, la disperazione nerissima. E lei. Sempre più sbiadita la sua immagine, pressoché dimenticata la voce.

Eppure è come se fosse lì accanto a te. Seduta su quella sedia.

“Non si cancella il bene che fai. Forse è quello che pesa. Una persona cinica e vigliacca dura poco nella nostra vita. Non ci perdi molto tempo. Ma chi ti ha dato la vita? Chi ti ha fatto capire che eri un uomo meritevole d’amore?Ci vuole tempo amore. Tanto e troppo. Mi son fatto male e ti ho delusa. Non era questo quello che volevi e mi dicevi.. Tu dicevi che dovevo esser felice. Ma io…Quanto è triste mangiare da soli, non avere nessuno con cui parlare, ridere, litigare anche. E questa sedia vuota per un anno mi ha devastato. Non potevo guardarla, ma non potevo buttarla via. Tu sei ancora viva per me. Lo sei stata a lungo, non sopportavo tutto questo! E vivi ancora per me. Sei e sarai sempre nel mio cuore. Quando chiuderò gli occhi per l’ultima volta, ecco…Penserò a te.

Però…Amore,ecco..Sai quella libreria? La Rochester? Ci piaceva tanto…Si, non so come dirtelo. Due settimane fa….C’era questa donna. Più o meno la nostra età. Era ferma davanti al settore narrativa, L’ho vista spaesata. Non sapevo che fare: aiutarla o ignorarla? Ero indeciso. Poi ci ha pensato lei. Mi ha chiesto se sapevo dove mettevano i libri di Pessoa. Perché al suo marito piaceva così tanto. Lei non li ha mai letti, mai e alla sua morte li ha buttati via. Così io le indico dove trovare Il libro dell’inquietudine. Le dico che era il tuo libro preferito. Parliamo . Ti sarebbe piaciuta, avreste potuto diventare buone amiche. Sai? L’opera lirica, la musica classica, tutte quelle cose.

Mi ha chiesto tre volte di vederci,mi ha obbligato a darle il numero di cellulare…Perché le ho dato il numero? Ecco,non so. Cosa sto combinando? Sto tradendo la tua memoria? Sono passati nove anni e mezzo..Troppo poco? Sono forse un vigliacco, come dicono quelli che mi evitavano perché continuavo a parlar di te e non mi costruivo una vita?

Amore, mi dispiace. Devo lasciarti. Mi costa tantissimo,ma devo farlo. Ora lei entrerà da quella porta. Si siederà qui dove stavi tu. Ma non sarai tu. Non farò questo errore. Sono vivo e sono pronto ad amare. Anna Eponine: ti ho amata, ti amo, ti amerò. Ora però..”

L’uomo non finisce la frase. La nuova vita ha appena suonato al suo campanello

su un ramo, in attesa

18 Mar

Fu un giorno, a tavola, se volesse sforzarsi potrebbe anche dirvi durante quale portata. Potrebbe, ma ora non ha senso. Improvvisamente lo assalì il panico: “Non ho nulla da dirle!”. Eppure loro parlavano tanto. La base della loro unione fu proprio l’amore per le parole e la chiarezza.

L’uomo cercò disperatamente un argomento, mentre lei si perse nell’osservazione degli altri turisti. Il locale pieno,la gente in fila per ore, giusto per gustarsi un piatto italiano. L’onore e la gloria della patria: la pasta.

“Potrei attaccare con …Cosa? Il tempo?E che argomento sarebbe? Il sole, che bella giornata,dovrei proprio abbassarmi a parlare di codeste cose? Nemmeno in negozio con i clienti. Il cinema? Forse. Ma l’ultimo film che abbiamo visto non ci ha molto entusiasmato. Ripeterei gli stessi concetti . Parlare di noi? Della nostra relazione?” E qui si fermò a rimuginare a lungo.  Scoprì che questo atto gli procurava un grosso dolore. Fu sempre sincero con sé stesso e la sua amatissima compagna? Cosa significa veramente amare qualcuno? Dove insegnano cosa significhi, veramente, amare una persona?

Lo assalì la paura di essersi coperto di ridicolo con gli amici, i famigliari, i clienti. Si era innamorato di quella donna o di un’idea limpida,pura, forte, dell’amore? Il cameriere chiese qualcosa, lui rispose un grazie mille, tanto per… Ebbe fortuna, in quanto l’uomo volle sapere se aveva finito e poteva portar via il suo piatto.

Lei si sistemò un po’ i capelli, distrattamente passò in rassegna il locale, una famiglia teutonica di obesi standardizzati, una chiassosa e ruspante compagnia di romani,e loro: in silenzio.

“Forse l’ho annoiato. Non dice nulla.” Questo pensiero la tormentò per gran parte della mattinata. Si stupì di come l’idea di un rapporto duraturo, basato sulla condivisione e conoscenza, molto probabilmente sarebbe rimasta solo una chimera. Perché c’erano sempre le piccole cose: un discorso ripetuto troppe volte, un’attenzione negata, una sbadataggine su qualcosa che per lei era fondamentale. Quel cercarsi affannosamente, in eterno, senza trovarsi del tutto.

Poi lo vide alzarsi e pagare il conto. Uscirono.

2

Venezia è per molti una città tristissima,ma non per lei. La sua atmosfera unica, l’arte, non seppe mai spiegarsi bene perché tutto quel grande amore per il capoluogo della regione Veneto. Piazza San Marco, il ponte dei sospiri, il lido. La gente intorno a loro: allegra,spensierata.

Lui non amò mai l’idea di folla, massa, problema non da poco per un comunista ortodosso. Si fermò ad osservare un piccione in volo : ” Comunista? Da molto che non milito più in nessun partito. E anche prima non è che abbia lasciato chissà che impronta”. Notò, con una certa ironia, che quella giornata avrebbe potuto chiamarla: giornata nazionale delle scoperte del cazzo. Titolo un po’ lungo,ma sicuramente più sentita dall’intera umanità. Con buona pace delle giornate per la memoria, della donna, dei nonni.

I progetti. Te li ricordi i nostri progetti? Quanti erano? E come ti sorridevano gli occhi, quando ne parlavamo. Cosa abbiamo concluso davvero? Poco. Sono rimasti ottimi pensieri. Io li amo. La vita ideale è quella pensata: pura, limpida, cristallina, invincibile. Non esistono ostacoli. O meglio se dovessero esserci potremmo sconfiggerli in tanti modi. Per inerzia, seguendo questo ultimo pensiero, un labile sorriso si disegnò sul volto del giovane uomo.

3

Fatti concreti. La vita è questa cosa. I progetti non sono fatti per diventare o rimanere o morire, come poesia. No. Lei ne fu sempre convinta. Quel giorno più che mai. I traguardi da raggiungere tanti, il tempo a disposizione non poco, ma nemmeno molto. Certo nella loro società, quella decadente occidentale, la vecchiaia scomparì tutto di un tratto, e venne sostituita con un surrogato di idiota eterna gioventù. I ridacchianti passarono la loro esistenza pleonastica da una risata in onore della loro santa infanzia, fino alla bara, senza comprendere nulla. Nessuna responsabilità, nessuna reale scelta. Un tutto mi è dovuto, l’esibizione triste dell’indipendenza dagli altri. Cazzata, se davvero fosse indipendente perché in questo momento il silenzio tra loro due la sta facendo impazzire? Non avrebbe sentito nulla.

4

” Ma davvero dovrei far finta di nulla? Lasciare che il tempo ci allontani poco a poco? Che metodo sarebbe? ” La rabbia verso sé stesso ribollì e ruppe i margini. Ecco cosa era in fondo: l’illusione che qualcuno lo amasse, gli fece perdere la vera natura sua: quella di un bamboccio mediocre, vanaglorioso,ma incapace di saper vivere.

Gli venne in mente la canzone Farawell, di Francesco Guccini. E quella frase, angosciante, terrificante: due  foglie attaccate a un ramo in attesa. Sentì che stava ritornando ad abituarsi alla sua solita vita. L’idealismo lo accecò anche in campo sentimentale, quale errore! Però manifestarlo, render noto a lei tutto questo cosa avrebbe portato? Magari, come spesso faceva, lei avrebbe trovato le parole giuste per fargli ricredere su tutta la linea, oppure- temette- questa volta lei avrebbe potuto confermarlo: ” Si,mi sono sbagliata su di te. Sei come dici di essere”

Una rivelazione simile che avrebbe comportato? Un risveglio brusco. Ma questo risveglio avrebbe davvero distrutto tutto il bello che fino a quel momento avevano condiviso? Quanta gioia. Persa? Evaporata? Perché come sostengono i falliti, per darsi un tono: ” Funziona così”

Perché? Chi l’ha deciso? “Davvero,( si chiese), vuoi tornare a essere quello che sei stato,ma non sarai più? Perché di tante cose stupide, una vera sull’amore, la dicono: ti cambia la vita. E in meglio. Ti accorgi di avere delle qualità che tenevi nascoste, ti ride il sangue nelle vene, stai malissimo o benissimo,ma in entrambe le situazioni sei terribilmente vivo.”

E poi guardala! Ti commuovi solo a pensarla. Le lacrime scendono lungo il tuo cuore ogni volta che l’immagini nella sua casa, al lavoro, alla stazione. A volte, stanne certo, rimarrai senza parole, ti annoierai, spesso litigherete, magari vi verrà anche voglia di fermarvi. Ci sono momenti brutti per tutti

Ma non sono quelli che formano la nostra vita. Non sono i modelli su cui basare i rapporti, le scelte. Vedi come ci si adagi su queste cose? Per paura. Non si vuole soffrire e al primo ostacolo? Meglio lasciarsi. Ma sai benissimo quanto sia una cazzata questa cosa.

5

” Perché ridi?” Domandò lei, in parte divertita. Amava vederlo ridere, contento, pensava che dopo tutto meritasse un po’ di gioia. Si accorse che a lei le aveva dato un bel po’ di felicità.  E anche dolori, tristezza,ma comprese fino in fondo quanto non volesse arrendersi,sentì che anche lui pensava la stessa cosa.

“Pensavo a Farewell” Rispose sorridendole lui.

“Cosa?”

“La canzone,sai. Ecco: chi l’ha detto che debba per forza finire in quel modo?” Chiese l’uomo.

“Io certamente no. Non ci ho mai creduto” Rispose lei. Timidamente le loro mani si sfiorano,e poi con maggior intensità si stringono.

Comunque vada cercheranno di vivere al meglio la loro relazione. Comunque vada

LE PAROLE

16 Dic

Chissà dove finiscono le parole! Eppure costui, credetemi signori e signore, è sempre stato un uomo molto ordinato. Viene quasi voglia di aiutarlo ! Dirgli : “Sono vicinissime a te. Imprigionate tra i denti. Moribonde sulle labbra” Ma non è mia intenzione intervenire. D’altronde come potrei? Sarebbe fuori luogo. Dio non si prende briga di metter ordine nelle nostre teste e di farci trovare quelle parole adatte e giuste per quel determinato momento. Non mi pare faccia questo.
Quindi lascerò che gli eventi procedano come devono. Cosa è successo? Di cosa sto scrivendo? Scusate! Avete ragione anche voi.
Dunque, i fatti sono questi: non più tardi di un giorno fa,ma anche meno, è successo un piccolo evento nella casa dei signori Bianchi.
Il loro unico figlio , Daniele, ha trovato lavoro. Bene, e allora?Quale il dramma? Quale il fatto talmente importante da scriverci un racconto?
Il fatto? Ecco…Dunque..Ah,certo! Il lavoro , Daniele, ce l’aveva già. Un negozio a conduzione famigliare,come tutto qui . Un piccolo modesto paese del nord. Con i vecchi ricchi del paese che cercano pateticamente di darsi ancora il tono dei padri padroni di quel grigio e mortifero agglomerato di orrori in stile libero e tanto cemento.
La notizia che a Firenze abbia trovato un altro lavoro, ( come cassiere Coop), e che lo vogliono operativo dopodomani ha un poco movimentato gli animi.
Così dopo 40 anni di permanenza in casa, al vecchio Olindo si palesa davanti gli occhi e cosa ancora più complessa, nel cuore, la toccante verità di aver avuto per tutto questo tempo , ( a casa sua), un essere umano di cui sa pochissimo e che ora, ( chissà perché), vorrebbe conoscere meglio.
Solo che il figlio, già ansioso di natura, sta bestemmiando contro il servizio prenotazione biglietti delle Ferrovie Statali, ( non trova il codice della sua tessera Frecciarossa), sospeso tra l’immensa gioia di ricominciare una vita a Firenze con la sua amatissima Virginia, ( “Come la Woolf!” Ricorda che Daniele l’aveva presentata così, la prima volta che diede a loro la notizia del suo fidanzamento),ma dall’altra sente nel cuore una profondissima tristezza e malinconia,voglia di piangere , perché ora vede bene i suoi genitori. Due esseri minuti,di poche parole e molte ansie,ma spesso anche giuste. Non avevano conosciuto altro che quel posto, da lui sempre detestato, due bravissime persone. Vorrebbe, in quel momento sospeso tra il digitare il codice della tessera delle ferrovie e quello di mandare un sms a Virginia, abbracciarli , baciarli, dire a loro che li ama , ( anche se non vanno sempre d’accordo,ma che c’entra! Nella vita litighi con le persone a cui tieni di più,no? No! Ma è un bel modo lo stesso di interessarsi a qualcuno), solo che non l’ha mai fatto e nemmeno loro con lui, forse li metterebbe in imbarazzo.
Olindo guarda il figlio trafficare sul computer, bestemmiare, digitare cose a lui incomprensibili sul cellulare . Vorrebbe dirgli: “Fermati un momento! Fatti abbracciare figlio mio. Come è giusto te ne vai,ma voglio dirti quanto amo te e quello che sei. Abbracciami,che sono vecchio e non so per quanto tempo ancora le mie braccia saranno abbastanza forti per..” Non finisce il pensiero. Sente che sta per piangere. Che roba! Non si fa, non si usa dalle nostra parti. Non vogliamo dare spettacolo ,come se fossimo meridionali!
Così , per questa sciocca convinzione, non dice nulla al figlio e il figlio non dice nulla a lui e a sua moglie.
Solo il cane abbaiando e correndo tra i due uomini e la donna seduta sul traballante sgabello di legno e paglia,sembra aver capito cosa stia accadendo e che solo un forte abbraccio,le lacrime, urlare al mondo : ti voglio bene,ecco , solo queste cose potrebbero dare un senso a questa mattinata.
2
A casa, l’ultima sera nella vecchia casa dei genitori, davanti a una pizza, forse – pensa l’uomo- ci sarà tempo per parlare. Ma si! Vede la moglie ansiosa e già ci sono stati due battibecchi con il figlio, forse dovrebbe dire una parola … Una di quelle buone, come se fosse un film americano. Loro sanno sempre sistemare tutto con una frase. Invece mangiano, c’è la tv con il telegiornale liberal-capitalista e le consuete cazzate, poi si ricorda che gioca l’Inter e gira su una tv locale. Ma non segue con attenzione. Urlante in testa una voce lo tormenta:” Questo è l’addio. Stai salutando una persona che non conosci affatto. Non dire che codesta cosa non sia vera! Lo sai benissimo. Non sai i suoi gusti, non conosci i suoi libri preferiti,le canzoni, gli dai ordini sul mettere in ordine,di aiutarti nell’orto, e poi?Avevi quaranta anni a disposizione. Non sono pochi,sai?”
Ora gli parlo! L’uomo si gira verso il figlio, che ha appena finito di mangiare, “Senti Da….” Ma il giovane uomo si è alzato con in mano il cellulare, parlando con la sua compagna.
Segue una distratta visione di un film bellico, i rumori in sottofondo,il cane ai piedi , con gli occhi imploranti attenzione e desiderio di uscire, la moglie sul divano a fare le parole crociate. “Quando ha finito di parlare al cellulare gli dico qualcosa!” Qualcosa? Dire qualcosa a un figlio che lascia la casa? Tutto qui? E poi cosa?
Ne avrebbe di cose bellissime da dire! Sapesse dove stanno, sapesse che a suo figlio non creerebbero problemi. La gola brucia e le lacrime scendono sul volto rugoso,segnato dalla vita placida e scontata della provincia. Le asciuga velocemente, sperando che nemmeno il cane se ne sia accorto.
3
Non l’hanno preso alla fine. Lo avevano chiamato per un colloquio, e lui si era fatto prendere da un facile entusiasmo,dalla voglia di evadere , lasciare il paese. Ma non si è dato per vinto e con Virginia passa di negozio in negozio,di centro commerciale in centro commerciale a lasciare i curriculum.
Ogni tanto pensa al suo cane, lassù nel profondo nord, gli viene il magone. Sempre. Non lo vedrà morire e chissà se lui soffre la distanza,come l’avverte in questo momento il povero Daniele. Ma la vita qui è piena di eventi, scoperte, possibilità. Vivono bene lui e Virgy. Dicendosi tutto,condividendo ogni attimo della loro vita, scoprendo ogni giorno cose nuove l’un dell’altra, non rimanendo prigionieri di stupide gelosie sul passato del partner. Costruendo ogni giorno il loro rapporto.
“Devo telefonare ai miei!” Pensa. Non che non l’abbia mai fatto,ma sempre con quel modo quasi di essere in fuga.Entrambi i genitori molto asciutti, lui mascherando la mancanza di lavoro parlando della bellezza della sua nuova città In particolare quella che lui chiama: la piazzetta. Piazza Santa Maria Novelli,ma è così che si chiama? Mai imparato il nome di quella cazzo di stazione.
Solo che la sua vita è come l’acqua che ha rotto una diga. Troppo potente ora da fermare,ma sempre – durante il giorno e durante la notte- la malinconia per i suoi genitori e per il suo cane è pungente,straziante, e allora piange silenziosamente. Virginia lo accarezza dolcemente. Non ha paura che lui se ne vada,ma comprende quanto sia complicato cambiare ambiente,vita,città. In un colpo.
4
Parlano tutti. La gente della sua cittadina è fatta così. Non avendo una vita vera, vivendo reclusi dentro le loro cazzo di villette,non perdono tempo per farsi i cazzi altrui. Non entra nella testa di quella gente che un uomo viva d’amore,relazioni, felicità. Che ne sanno costoro? Gente che nasce,vive,muore nelle loro botteghe, fabbriche,che hanno un sacco di soldi e piangono sempre miseria?Mai contenti? Olindo è stufo di raccontare la stessa storia a tutti. E se all’inizio rispettava la decisione del figlio,ma non provava un reale interesse, ora è orgoglioso. E tanto! Hai fatto bene ad abbandonare questo covo di serpi avvelenate dalla loro vita di merda.
Il negozio con immensa fatica e perdendoci del denaro,l’ha sbolognato. Torna di tanto in tanto nella zona. Gioca a carte con gli amici del bar,va a casa per mangiare. Vede qualche film,dorme, porta fuori il cane. Aspetta una telefonata dal figlio, non è un velocista come la moglie- quando sente suonare il telefono- ma gli piacerebbe che ci fosse Daniele dall’altra parte della cornetta..Non capita quasi mai e il tempo da un giorno è diventato una settimana, un mese e infine un anno.
Però è felice lo stesso . Anche se non l’ha detto al diretto interessato: “ Ma lui lo sa” Si ripete. Una delle scuse più abusate da queste parti. E una delle più cretine.

5
Ha trovato un lavoro presso la Feltrinelli alla fine. Niente di che,ma va bene così. La città è bellissima, ogni sera con Virginia si divertono a vedere un film, scrivere il libro che da una vita sta cercando di finire, il teatro, un corso dedicato alla lingua coreana. E la vita scorre placida. Lontano altre vite scorrono .Più arrugginite, per via dell’età. Una di quelle , una mattina di maggio,senza troppo rumore, senza disturbare , ha trovato la strada per il ponte sull’arcobaleno. Senza vergognarsi,ritornando un bimbo,Olindo piange disperatamente la morte del cane. Qualcuno avrebbe da ridire: ma andassero a fanculo! Per troppo tempo ha dato retta al “qualcuno potrebbe” Decide di piangere tutte le lacrime trattenute in sessantacinque anni di vita.
6
Così alla fine Omero, il suo vecchio cane, è diventato il protagonista di un suo romanzo. Quello d’esordio , dai soddisfacenti riscontri commerciali. Una storia amarissima di solitudini, di delicate emozioni. Virginia l’ha scritto per metà. Correggendo gli errori,spronandolo a finirlo e a mandare a fanculo una volta per tutte i centri commerciali . Così si gode la sua nuova popolarità,e pensa che deve telefonare al padre e alla madre. L’ultima volta erano troppo presi a piangere Omero
E quanto aveva fatto bene entrambi piangere. Quanto.

7
Getta la copia del libro di suo figlio sul tavolo del Beretta, uno scapolone acido e petulante,summa di tutta la ciurma di quella gente che per troppo anni ha avvelenato la sua vita. Si è ricordato che anche lui da ragazzo aveva talento per la scrittura e la recitazione,ma non erano cose da uomini e gente seria. No,quindi a malincuore era finito a fare l’impiegato. Olindo però aveva parole ,in gioventù, e sogni in cinemascope che non trovano spazio in questa piccola,rancorosa,città di viventi morti
Ha venduto casa e con sua moglie si è stabilito a Mandello,un bel paese in provincia di Lecco. Prima hanno anche viaggiato un po’ Venezia,e basta. Perché non andare a Firenze?
“ Non senti il cellulare?”La voce della moglie lo sveglia dal suo letargo pomeridiano,mentre in tv urlano quelli di Uomini e Donne.
“Pronto?”Chiede Olindo, con la voce impastata di sonno
“Ciao papà, sono io! Ascolta ,sono breve che non voglio disturbarti” Comincia Daniele. “Ma non mi disturbi,non l’hai mai fatto! Parlami! Parliamo per tutto il giorno!”Pensa il vecchio
“Per tutto il giorno?E neanche te mi disturbi , papà! “Dice Daniele con voce tremolante per l’emozione.
“Ho parlato? Ero convinto che stavo solo pensando..Ecco da dove cominciamo?”L’uomo sente che sta per piangere,il cuore pompa sangue e felicità Per la prima volta: felicità.
“Non lo so..Comincia tu!”
Per un po’ stanno in silenzio. Dove sono le parole? Chi le ha nascoste? Poi …..

La giornata

4 Dic

“Hanno rubato i fiori dalla tomba di Roberto” Borbotta stizzito l’uomo anziano,mentre si leva le scarpe e a fatica indossa le ciabatte .

“Cosa?” La voce della moglie gli giunge dalla cucina, dove – come al solito- è impegnata a cucinare piatti troppo complicati e pesanti per due pensionati . “ Due pensionati che si avviano tristemente al capolinea” Pensa l’uomo.

D’altro canto qualora non fosse in cucina sarebbe a scrivere quella dannata lettera. Da quanto tempo la sta scrivendo? Subito dopo la morte di Roberto.  E non ha ancora smesso!  Lei gli diceva: “voglio scrivere alla madre di quel ragazzo. Voglio parlarle e dividere il nostro dolore”

Dividere il nostro dolore? Ah, quindi loro figlio, ( il loro unico figlio avuto in tarda età ), sarebbe sulla stessa barca con quel criminale?La questione della lettera aveva spezzato definitivamente il loro rapporto. Stavano insieme,ma erano persi , naufraghi su isole troppo lontane tra di loro. In mezzo l’oceano di rabbia, dolore, tristezza, pianti, disperazione.

“Ho detto: “Hanno rubato quei cazzo di fiori! Quei cristo di una madonna di fiori dalla tomba di Roberto!” Cristo!” Rincara la dose l’uomo

“Non bestemmiare!” Lo rimprovera con un tono di voce stanco la donna. Si è affacciata sulla porta della cucina Il grembiule macchiato di sugo la fa sembrare una feroce serial killer,cosa ironica visto la sua predisposizione al perdono.

“Non bestemmiare?” Ripete l’uomo in tono di sfida. Non rimane che litigare. Oramai i loro rapporti vanno avanti solo su questa linea. Ogni scusa è buona  per una scenata, per un litigio e poi lo sa: lui scoppierà in pianti.

Ci voleva la tua morte Roberto, ci voleva quella per farmi piangere.

“Sai che mi dà fastidio. Non capisco che bisogno ci sia….”

“Porcodio! Ti va bene così? Stai male così? Eh! Ti dico: “Hanno rubato i fiori dalla tomba di nostro figlio!” Nostro figlio, cazzo! E tu ? Sei preoccupata per la bestemmia! Il tuo dio del cazzo mi ha tolto il figlio. Il tuo….( sente che gli manca il fiato e si ferma due secondi. La donna è ritornata ai fornelli. Ormai fa sempre così: lui va avanti a sacramentare,poi si calma. ), nostro figlio- nostro- ce l’ha portato via. E ora un…Non so nemmeno come definirlo porta via i fiori dalla sua tomba.  Per fare cosa? Dove li mette? Ho fatto il giro del cimitero. Niente. Eppure deve essere quello…  Sai, quel terrone vicino alla nostra tomba.” Orlando ha bisogno di trovare un nemico,da sempre. Non va avanti se non dovesse aver qualcuno da maledire,sarebbe un uomo finito. Il problema è che sbaglia sempre l’obiettivo. Si fida di tre o quattro pregiudizi e così vive.  A essere sinceri quando aveva conosciuto  Sara era cambiato. L’amore ci migliora. Non ci sono storie, niente balle signori! Lei , come spesso fanno le donne, lo aveva migliorato. La nascita del figlio sembrava il culmine di tanta felicità. Fino a quando non l’avevano ammazzato. Aveva 18 anni.

“Ma se hai detto che non hai trovato i fiori su nessuna tomba, perché devi dar la colpa al signor Esposito? Povero ha perso la moglie e la sorella in quel incidente.” Lo rimprovera la moglie. A lui non infastidisce il rimprovero,ma il tono di voce di lei: neutro,distante,come se parlasse con un bimbo idiota o una persona sconosciuta.

“Chi è stato? Dicono che vi sia una banda di zingari…”

“No, ci mancano solo gli zingari ora!”La donna lo osserva dalla cucina mentre sistema i piatti . Lui è fermo immobile nella semioscurità del corridoio.

“Bè,ma allora chi se li prende quei fiori? Sono i miei fiori, Sono per mio figlio. Perché non mi lasciano mettere i fiori per mio figlio?” L’uomo sente che sta arrivando il pianto. Lui  piange sempre. Sua moglie mai. Non aveva pianto quando l’avevano informata della morte di Roberto, non aveva pianto al funerale, né dopo.  Lei voleva scrivere quella lettera. Voleva conoscere quel ragazzo.

Lui voleva solo ucciderlo. Per anni la vendetta era stato il centro del suo pensiero. Solo quella. Talora sua moglie gli parlava,ma lui non ascoltava: stava torturando quel farabutto. Un padre, un uomo vero farebbe così. Lo voleva uccidere lentamente, che gridasse, che urlasse, che piangesse. A pezzi. Uno a settimana.

Non aveva fatto nulla. Era  rimasto a guardare la giustizia in azione. Era rimasto con pochi anni di galera, un carcere minorile e poi …

“Vieni a tavola, è pronto” Dice la donna.

Così pranzano evitando accuratamente di guardarsi. No, non è vero quello che vi scrivo. Perché, ora che noto bene, la donna lancia delle occhiate veloci al suo marito. Occhi supplicanti, dolci, desiderosi di dialogo. Cosa impedisce che questo avvenga? Nulla, e tutto.

Lui non parla altro che di vendetta prima. Poi ha smesso. La sua giornata è organizzata sempre alla stessa maniera: 1) mattina al cimitero, 2) la panchina ai vecchi giardini,3) tentativo di parlare con il giudice per riaprire il processo, 4) cena. In rabbioso silenzio, 5) andare a letto il prima possibile.

Lei rimane sola in soggiorno. Scrive quella lettera e poi la butta. Troppe cose da dire, nessuna voce per esplicarle.

“Andrò a prenderli di nuovo. La terza volta,cazzo.” Si lamenta, parlando con la bocca piena, l’uomo.

“Certo amore” Dice lei distrattamente.  Pensa che vorrebbe parlare di altro, vorrebbe tornare a quei tempi quando per ore e ore e ore parlavano di tutto.  Ma come fai ? Il tempo non torna.

“Almeno i fiori. Non sono stato un buon padre per lui. Non sono stato nemmeno capace di vendicarlo!” Il pungo che tira sul tavolo fa sussultare la bottiglia di vino e i bicchieri.

“Ancora! Ma cosa avresti risolto? Cosa avresti ottenuto?Il carcere e niente altro. La vendetta è una cosa stupida! Stupida ! La vuoi…”

“Ah, certo! Perdoniamo! Ma si: hai ucciso mio figlio? Bene! Ti perdono! Sicuramente meriti di vivere e di rimediare a quanto fatto! Che povero! Ma che povero ragazzo! Non è colpa tua. Ti annoiavi,no? E allora perché non tirare un pugno in faccia al primo che vedi passare sulla tua strada? Perché non farlo?”

“Non stavo…” La donna cerca di far valere il suo pensiero,ma l’uomo è furioso. Non vuole che lei finisca il discorso,

“Ma no! Niente vendetta! Scriviamo una cazzo di lettera alla madre,porcodio! Facciamolo! Io quello stronzo lo voglio vedere morto. E anche male! Sai perché? Lo vuoi sapere?”

“Mangiamo,ora…”

“Mangiamo! Ora cosa? Io lo voglio vedere morto perché io amo Roberto. Io ho pianto la sua morte. Io. Tu l’hai fatto? Non mi pare.” Dice l’uomo alzandosi dalla sedia e andando in corridoio

La donna , in silenzio, continua a mangiare. Piangendo silenziosamente e cercando di finire il cibo nel  piatto.

 

2

Il giardino del quartiere cerca di mantenere una certa dignità. Forse rammenta i tempi andati,quando quel quartiere era popolato da indiani metropolitani, artisti,operai felici di vivere la rivoluzione, militanti di gruppi extraparlamentari. Poi sono arrivati i drogati, poi i clandestini, poi nessuno. Tranne quel vecchio.

Orlando sta per ore seduto sulla panchina. Oltre le siepi vede il poco traffico cittadino.  Talmente poco che possiamo ben dire che non ci sia assolutamente.  Chissà dove sono finiti tutti.

I pensieri viaggiano autonomamente nella sua  testa. Non sono pensati da lui, ma arrivano e lui ci si perde dentro.

Un rumore lo  distoglie dai suoi fiori , cosa è stato? Un cane. Un pincher, così si chiamano no?  Si muove insicuro, smarrito, correndo da una panchina all’altra, guaendo ,emettendo una sorta di pianto che spezza il cuore a chi lo dovesse sentire.

Il cane si ferma davanti a lui.

“Ti hanno abbandonato? Anche a te,vero? Pure a me è successa la stessa cosa. Il primo è stato mio figlio. Si chiamava Roberto. L’ho avuto tardi. Si perché mi sono sposato tardi e … Bè,avevo delle difficoltà ad avere i figli.  Lui è arrivato però.  Sai, avevo sognato di  fargli prendere il mio posto in ditta. Ma lui scriveva. Cosa cazzo scrivesse non l’ho mai capito. Mia moglie è quella che scrive. Io gli dicevo solo di non farsi troppi sogni: un lavoro, una donna, una casa. Come me e tua madre.  Lui aveva queste idee sul mondo. Non so: tipo… Sai? Non ha mai giocato a pallone . Mai. L’ho iscritto a una scuola di calcio,per farlo ..Come si dice? Socializzare. Ma lui non ne voleva sapere. Non che a me interessasse il pallone,ma tutti i ragazzini vogliono farlo, no? Tutti vogliono giocare a palla. No, lui no.

Stava ora in camera sua a sentire la musica e a scrivere.. Amava la storia e scriveva di quella. Delle battaglie e di come gli uomini anche sotto la guerra siano in grado di amare. Cose che gli ha messo in testa sua madre.  E insomma: non lo conoscevo. Mio figlio, io, l’ho conosciuto solo dopo. Quando me l’hanno portato via. A volte temo che nemmeno questo mi abbia mai dato qualcosa di mio figlio. Per te è possibile? Dico avere sto bambino  e poi giovane uomo, e poi uomo e poi morire: senza conoscersi?Non lo so. So solo che gli compro dei bellissimi fiori. E me li rubano. Ecco cosa so.

Tu sei stato abbandonato una volta sola: dai tuoi padroni.  Farabutti. Meglio così, meglio così per voi cani. Credimi.

Dopo sono arrivati i colleghi.  Qualche condoglianza e poi loro continuavano a vivere. Ridevano, sognavano,desideravano,e mi dimenticavano. 40 anni in quella ditta. Mi hanno messo in pensione, una stretta di mano veloce e stop. Non li vedo più. A volte penso anche a loro. Poi mi dico che mi hanno dimenticato e allora cosa cazzo li penso a fare? Dico :  “ 40 anni di vita in comune,quaranta! Sono amici miei!” Forse ho sopravvalutato l’amicizia.

Infine : mia moglie.  Non ha mai pianto sai? Mai. E scrive quella cazzo di lettera. Non vuole farsi consumare dall’odio, mi disse una volta. Proprio così. Usò proprio queste parole.

Fatto sta che mentre io andavo a controllare dove stava di casa quel figlio di puttana, lei passava il tempo in  chiesa a fare opere di bene per gli altri. Capisci per gli altri,non per me o per suo figlio. Poteva darmi una mano. Li avrei uccisi io e lei mi avrebbe aiutato a sbarazzarmi dei corpi. No! Opere di bene, siamo tutti umani, perdoniamo.

Dici che fa bene? E che cazzo ne sai? Sei un cane. Sei solo come me. Sai una cosa , amico? Ti auguro di venire investito al più presto. Te lo auguro davvero. Meglio, ascoltami è meglio così”

Il cane si allontana in preda al terrore e alla speranza di trovare i suoi padroni. L’uomo aspetta che arrivi l’ora della sua gita al palazzo di giustizia. Vuole rivedere ancora la faccia dell’avvocato della difesa,del giudice, di tutta  quella gente incapace di sistemare una volta per tutte i cattivi.

E i fiori? Chi cazzo gli ruba i suoi fiori?

 

3

La città da molto tempo è deserta. Ci sono macchine parcheggiate, saracinesche di negozi alzate,ma nessuno in giro.  Da molto tempo, da quando è morto Roberto,come se anche lei fosse rinchiusa in un lutto senza fine.

L’uomo attraversa queste strade , un tempo piene di chiasso e vita, diretto al grande palazzo di giustizia. Salendo i gradini sente il ginocchio sinistro scricchiolare sinistramente. La vecchiaia e troppi gradini saliti  e scesi, Per troppo tempo.

E’ vasto l’interno del palazzo. Vasto e bianco, immacolato.  Troppo bianco. Accecante, Infatti lui non vede nulla e corre a destra e a mancina nella speranza , sempre negata, di trovare qualcuno.

Vede delle ombre,sente i brusii ,ma lui si perde. Corre di qui, si trascina di là. Loro ci sono: avvocati,giudici, ci sono eccome! Ma non lo vedono e  lui non vede loro.

Vorrebbe parlare di Roberto, dei fiori, di sua moglie e anche di quel cane, quel cane trovato ai giardinetti. Perché non condannate l’infelicità? Perché non gli date l’ergastolo? Urla l’uomo,ma il suo urlo , diventando eco, si disperde all’interno del palazzo di giustizia

 

4)

 

Torna stanco. Vorrebbe dire alla moglie del cane. Cosa dovrebbe dirle? Nulla. Lei è in cucina  e parla al telefono.  Si, è disponibile per la cena in favore dei rifugiati politici. Certo, non mancherà. Come può mancare, lei?

La cena è pronta. Lei , quanto pare, ha già mangiato. Lui cenerà da solo. Una novità! Finalmente! Vorrebbe quasi  saltare ,cantare,prendere sua moglie e ballare. Lo facevano spesso. Prima.

Invece si siede e in  silenzio mangia. Poi la vede. La lettera. Imbustata.

“La spedirò domani. Io non ho mai creduto nella tua vendetta e non sono rimasta legata all’odio. Non mi sono lasciata consumare. Voglio parlare, voglio solo capire. Ecco, perché hai smesso di capire?” Negli occhi di Anna si legge ancora un briciolo di amore per lui. Orlando vorrebbe piangere,dirle che tornerà come prima. Ma le parole e le lacrime gli muoiono in qualche posto , nascosto e buio, in quella che una volta era la sua meravigliosa anima

5)

Roberto sorride. Stanno camminando al lago di Segrino. Suo figlio ama fare il giro del lago,accarezzare i cani che gli corrono incontro, ( attento! Urla Orlando, “ Non ti fanno niente papà” Risponde ridendo lui. Ha fiducia, come sua madre, nelle persone e negli animali. Orlando vorrebbe dirgli che si sbaglia,che lo uccideranno,ma vuole che nel sogno tutto funzioni),  stanno insieme . Stanno bene.

“Io sto bene qui . Non devi vendicarmi, papà! Non serve a niente. Dai, io sto bene qui. In questo lago, con te e la mamma. Non voglio altro” Roberto sorride. Il sorriso perfetto e luminoso di sua madre. Lo riconoscerebbe anche al buio.

Nel sogno Orlando piange. Un pianto lungo e disperato

“Perdonami, perdonami , Roberto!”Ripete l’uomo

“Ti perdono papà . Non ti preoccupare” Dice il figlio abbracciandolo.

Il calore del corpo del figlio  scalda i sussulti del suo corpo , dovuti al pianto

“Scusami! Scusami!” Ripete,mentre il figlio gli accarezza dolcemente la testa

Vorrebbe fermare il tempo . Vorrebbe stare per sempre tra le braccia del figlio, e accarezzarlo e dirgli fai come vuoi. Ama, scrivi,fai quello che vuoi….

Vorrebbe,ma il sogno finisce e un’altra giornata comincia

Chi cazzo ha rubato quei maledetti fiori?

IL FABBRICANTE DI EROI

11 Nov

Arrivano tutti i giorni.  Tutte le ore, sette giorni su sette. Cambiano di faccia, corporatura,ma alla fine – dopo quasi venti anni di servizio- sono tutti un unico grande corpo: quello dei soldati semplici. Figli di contadini, operai, piccoli artigiani, invisibili bottegai. Si sentono importanti perché , nelle mani spesso tremanti e sudaticce , tengono la lista dei caduti.  I nostri eroi. Lista che viene consegnata a loro direttamente dall’Alto Comando. Molti di loro, forse senza supporlo, finiranno nella prossima di lista.

La gloria si fabbrica con il sangue di eroi. E io, da quasi venti anni- ve l’ho già detto, nevvero? Ebbene abbiate pietà di codesto povero anziano-fabbrico eroi.

In cosa consiste il mio umile lavoro? Scrivo lettere per le famiglie dei caduti. In poche parole: le guerre si vincono più a casa ,che al fronte. Perché un popolo convinto di fare un’impresa eccezionale, di essere imbattibile, di avere soldati coraggiosi e forti,ecco – vi dicevo- codesto popolo sosterrà ogni decisione della Giunta Militare.  Sempre. Anche quando magari saremo in difficoltà . Almeno, ma questo è un pensiero che spetta solo a noi romantici rottami , avranno un ottimo ricordo da consegnare ai posteri e alla storia

La storia non si scrive da sola. Ha bisogno di un piccolo, leggero aiuto. Io faccio questo.

Peraltro, scusatemi per l’inopportuno sfogo, sottolineare come il nostro lavoro “creativo” sia fondamentale, anche per una società come la nostra: pratica, militarizzata,efficace, produttiva. Bè, noi produciamo storie, leggende, eroi. Siamo la spina dorsale di questo regime. Creiamo la sua eternità. Nondimeno non veniamo mai accolti nelle stanze dei generali, mai invitati alle feste ufficiali, non siamo mai sul campo di battaglia- e questo è un bene assolutamente- non leggerete mai i nostri nomi.  Da nessuna parte.

Siamo fantasmi che scrivono di morti. Tutto molto macabro,ma al contempo pure romantico .

” Cara famiglia Kanazis,

L’Alto Comando Per La Difesa Della Patria e Dei Sani Principi Democratici, è orgoglioso di darvi codesta notizia : vostro figlio Jorge è da ieri sera , ( ore 17: 30), nell’Olimpo Dei Grandi Eroi della Santa Patria.

Avendo sacrificato la propria giovane vita, che avrebbe sicuramente dato prestigio alla sua famiglia e alla Patria , per salvare tre compagni di guerra dalle orde selvagge e disumane dei nostri reietti nemici.  Causando immense e pesanti perdite tra le file dei barbari, incutendo paura e soggezione per via del suo indomito coraggio e alla fine caduto per mano traditrice e vigliacca.  Colpito alle spalle, da un civile serbo Proprio lui , proprio noi, che con umanità e sincera partecipazione affettiva, siamo qui, lontani da casa, per il solo interesse della Libertà, Pace, Fratellanza

L’ALTO COMMANDO , i compagni di guerra, la cittadinanza serba- che ha fatto giustizia personalmente del vile attentatore- porgono le più sincere condoglianze a un figlio tanto eroico,coraggioso,fedele ai valori famigliari e della sua nazione.

Siate orgogliosi sempre di lui e mantenete vivo il suo ricordo parlando del suo eroismo ai giovani delle scuole. Che sia il faro illuminante della nostra leggendaria gioventù. ”

 

Ho perso il conto di quante lettere come queste io scriva in un solo giorno. Tantissime. Ho cominciato prestissimo a venti anni.  Oggi ne ho quaranta.

Alla fine anche l’eroismo diventa un fatto meccanico, anche la creatività diventa un lavoro da catena montaggio. Eppure io sono felice di scrivere cose buone per le famiglie dei caduti. Mi capita, quando sono in Patria , nella nostra Amatissima Casa, di sentire padri che recitano a memoria le nostre lettere. Sono commossi, pensano che i loro figli siano morti da eroi. La morte, la Bella Morte , è fondamentale per il nostro regime. Meglio vivere le pigre vite dei barbari, o sfidare la sorte con i propri compagni di guerra

” Un ordine di Comparizione davanti all’ ALTO COMANDO, per assegnarle la Medaglia di Fedele Servitore Dello Stato”

Per poco non abbraccio e bacio il giovane soldatino che mi ha dato questa notizia.  La Medaglia è tra le più ambite onorificenze da parte dei cittadini che lavorano per lo Stato.

Emozionato , sistemo la cravatta e mi sistemo alla svelta.  Il soldato mi aspetta per accompagnarmi a ritirare il mio premio.

 

Il Generale in persona mi consegna la Medaglia per i miei anni di servizio. Tantissime lettere, troppe vite.  Troppo giovani. C’è un piccolo banchetto, molto spartano.

Strette di mano calorose da parte dei pezzi grossi dell’esercito e dei miei colleghi: quelli che scrivono le lettere per i soldati al fronte, quelli che censurano le lettere in entrato e in uscita  ,( lavorano nello stesso ufficio hanno il complicato mestiere di tenere a bada le malinconie e timori di casa e dei soldati al fronte. In realtà la censura serve non tanto per le truppe , che sono analfabeti,ma più che altro per gli ufficiali. Capita che talora essi possano avere dei cedimenti,ripensamenti,umanissimi,ma dannosi per il regime),e poi , chiaramente , io.

” Possiamo parlare in privato, cittadino  Kirov?” Mi chiede il segretario personale del Generale

“Certo” Rispondo facendo un vigoroso saluto militare.

Ci accomodiamo in una stanza poco illuminata, mi pare una specie di ripostiglio o roba simile. Appena entro mi consegna un foglio.

” Una grana. Capita a volte. I vigliacchi purtroppo stanno nascosti anche nelle file dei nostri uomini più valorosi. Un sergente ha cercato di disertare. Lo abbiamo eliminato. Il problema è questo: si tratta di un figlio del  tenente Bernestein. Lei lo conosce molto bene ,vero?”

Certo, è un mio carissimo fraterno amico e quel ragazzino lo conosco benissimo.  Sergente alla sola età di 19 anni, uscito con gli onori dalla più prestigiosa accademia militare. Che disonore per Otto,  che brutto guaio.

Quindi , per non far perdere la faccia al Regime, dovrei trasformare codesto codardo in un eroe nazionale.

” So che questa volta il compito sia particolarmente odioso. Bernestein l’ha fatta assumere, vi conoscete da moltissimo tempo. Lui è un nostro eroe nazionale , il figlio….Bè, lo faccia per la Patria e per il suo amico. ” Il segretario mi stringe calorosamente la mano , poi esce dalla stanza.

Che fare ora? Un vigliacco potrà mai diventare un eroe? Un esempio per i giovani? Otto farà una festa enorme per il suo figlio, ne parlerà con i toni del padre orgoglioso di aver avuto un eroe in famiglia.

Così ritorno frastornato nel mio ufficio.  Passo una notte agitata, inventando una storia plausibile. Un uomo che scappa dal suo dovere, certo,ma che ne so io di quello che davvero capita al fronte? Cosa è davvero la vigliaccheria e il coraggio? Ho scritto molto di esso,ma mai visto.

Con questi pensieri mi avvio al bar, per bere qualcosa .

” Posso sedermi?” Una voce famigliare alle mie spalle. Mi volto e vedo Schmidt , il responsabile della censura. Uomo piccolo , in tutti i sensi, di scarsa capacità intellettuale e di ancor meno memorabili pensieri o parole. Taciturno e ottimo, zelante , lavoratore. E basta.

” Fai” Dico

“Senti,ecco…Hai già scritto la lettera?”

“Si, e non è stato facile. Devo trasformare in eroe un disertore, un vigliacco…”

“Kirov,ma davvero pensi che sia il primo? In oltre venti anni di carriera?Ma tu credi nelle storie che scrivi?

“Credo in un uomo forte, moralmente forte. Che sia d’esempio. Ci metto del mio, sono io quello che finisce su quelle lettere. Io non ho un fisico atto alla guerra. Tutti lo sanno, e tutti mi giudicano per quello. Lo so. Ma io quando parlo di quei giovani morti, e quando scrivo della loro morte , non parlo di loro,ma di me. E , sì,anche di loro. L’ideale , la coscienza immacolata, ecco cosa scrivo in quelle lettere. Perché so che abbiamo paura, siamo deboli, miseri, umanamente..” Non finisco la frase

” Questo è un vero eroe. Questo ragazzo è forse l’unico che si merita tanto onore. Tanto onore per il figlio, eroico del tuo migliore amico. ”

Schmidt , si accende una sigaretta con calma e mi passa delle lettere.

“Originali,mi fido di te. Forse faccio male, ma io sono un codardo. Non sono come i coraggiosi che hanno sempre un piano di riserva, io mi lascio guidare solo dalla mia coscienza. Che non è immacolata, eroica, come la tua. Solo umana, giusto. E per questo dalla parte giusta. Leggile. Poi decidi tu

 

Su quelle lettere nere su bianco c’è la verità: il povero ragazzo non era un disertore. Stava solo facendo scappare una ragazzina serba di undici anni, una delle tantissime che noi imprigioniamo e costringiamo a diventare i giocattoli sessuali dei membri dell’ALTO COMANDO.

Ecco cosa è un eroe: un uomo che salva una vita umana ,non che pone fine ai giorni degli altri. Poteva farsi i cazzi suoi, poteva non guardare, non fare nulla. Ma ha rischiato. La ragazzina è fuggita. Non l’hanno ancora presa e  forse , visto come va male la guerra per noi,non la cercheranno..

Rimango tutta la notte con la biro in mano. Che scrivere?

Scmidt, come da copione , è stato ucciso da un serbo. Ha pagato anche lui con la vita,ma ha lasciato a me una grande responsabilità. Ora che tutta la verità su questa guerra, su questo regime, è davanti a me , posso fingere come ho sempre fatto?

Altro che eroe, coscienza immacolata! Sono complice, perché non ho mai detto o fatto nulla. MAI. 20 anni di menzogne, di retorica squallida, di orribili cretinerie. Li ho uccisi e traditi anche io ,come i capi militari.

Ho paura ,ecco tutto.  Non sono come quel ragazzo o Schmidt. Non lo sono affatto.

Dopo otto mesi, giunsero all’estero foto di bambine serbe prigioniere sessuali dei valorosi guerrieri  venuti da ******* , il caso suscitò indignazione in tutto il mondo, che durò quanto deve durare per definirsi civili e increduli. Sopratutto per quelle Nazioni con cui la nostra è sempre stata molto vicina.

Nacque uno sgangherato esercito di liberazione, formato da alcuni ex reduci e da giovani stanchi delle retoriche oscene contenute nelle lettere che ho continuato a scrivere.  Morirono alcuni membri importanti della giunta militare. Arrivarono altri. Finiti i rifornimenti e le armi, i ribelli vennero trucidati come traditori

Bernestein lesse la lettera in ricordo di suo figlio. Vi erano numerosissimi pezzi grossi, tutti clienti di quel bordello.

Fu durissima per lui leggere la verità . Fu divertentissimo per me vedere le facce di quei codardi violentatori diventare cupe, la vergogna li stava sotterrando.

Arrivati al culmine dello scandalo e visto l’importanza per il regime di Bernestein , ci furono diverse fucilazioni . Per ripulire l’ambiente. Non fu proprio così,ma sai..

E io? Da anni ormai vivo braccato. Sui monti, insieme ai miei nuovi amici. Io, la mia penna, il fucile, l’amore per una donna , l’affetto per questa gente. E la speranza che nessuno , dovessi morire, mi rammenti come un eroe: siamo solo uomini.

Ed è una cosa bellissima.

Prima di dormire

6 Nov

Come ogni sera, da ormai ben ottantacinque anni, il signor Rossi si prepara per una sana e , ” speriamo” pensa tra sé e sé,  lunga dormita. La giornata ormai volge al termine e seppure con un po’ di spavento è felicissimo di come siano andate le cose.  Chi l’avrebbe detto che  il caro,vecchio, Marco si sarebbe fatto vivo proprio oggi! Dopo… Quanto tempo? Forse trentanni!. Ma no ! No! Di più ! Erano entrambi giovani e volevano fondare una compagnia teatrale. ” Viviamo per l’arte!” Erano soliti dire, durante quei spensierati giorni di gioia scomposta , sguaiata, tipicamente tardo adolescenziale.  Parlavano, (in quei tempi che ora nella sua mente sono confusi e ridotti a pochi brandelli di sorrisi,corse,cadute,lacrime), sempre di fare grandi cose. Svecchiare il teatro, diventare i numeri uno nel campo dei fumetti ,o imparare a suonare uno strumento.

” Ti ricordi Marco, quanti insulti ci prendevamo perché non eravamo campioni in nessuna disciplina sportiva?” Domanda il signor Rossi al suo amico . Entrato in camera sua come un vecchio malfermo,ma appena egli si siede accanto al vecchio allettato , agli occhi di questo ultimo torna , ( come per magia),quel giovane dai capelli disordinati e dalla barba fatta crescere con pieno spirito anarchico. E il sorriso tagliente di chi è troppo timido e spaventato dal mondo,da tutto. Come lui.

” Ricordo. Ma non è mai stato un dramma per me . E per te?” Domanda l’amico

“No.  Poi ti abitui alla cretineria delle masse amorfe.” Il signor Rossi distoglie lo sguardo dal volto dell’amico e malinconicamente cerca di catturare un po’ di luce, la quale filtra debolmente dalla tapparella abbassata. Gli mancherà il sole? Possibile? Per tutta la vita non ha fatto altro che sfuggirgli! Non è vero che smettiamo di imparare appena finite le scuole, “Prendi me!” Vorrebbe dire il vecchio. Proprio ora ho avuto una bella lezione: in ottanta e passa anni di vita, non mi ero mai accorto di quanto fosse bello il sole.

Non erano diventati famosi. Lui e Marco. Per nulla, a parte qualche e book stampato tanto per metter su carta i loro pensieri filosofici. Uno era dedicato a Leopardi che combatteva gli zombi a Napoli. Una cagata. Una cosa a dir poco oscena. Ma divertente.

Così la vita li aveva separati e resi due signor nessuno fra tanti signori anonimi.

“Ma non è questa gran tragedia” Mormora il vecchio, rivolgendosi all’amico. Non riceve risposta e con grossa fatica gira la testa dalla parte dell’ospite ,  per aver la certezza che costui abbia compreso le sue parole.  Non c’è.  Scomparso. Ma ci sarà mai stato davvero? Non era forse morto suicida trentanni prima? O quello era Claudio? Suo figlio? Il suo amatissimo figlio!

“Claudio! Claudio ,perdonami!” Urla silenziosamente, esplodendo ogni parola e invocazione nella sua mente ormai debole, chissà forse ora potrà rivederlo e piangere tutte le lacrime che aveva trattenuto. Rimembra quanto quel suo atteggiamento avesse creato problemi , con annesse litigate furibonde, con la moglie.

Un unico figlio, avuto tardi, voluto e cercato come i vecchi pionieri cercavano l’oro nel vecchio west.  Lui però aveva sbagliato tutto: suo figlio doveva diventare assolutamente un musicista di fama. D’altronde il Signor Rossi amava alla follia la musica ,ma non era portato. Per nulla. Così vedeva nel figlio il suo riscatto.

“Che storia banale, nemmeno nel rovinarti la vita sono stato originale!” Borbotta il vecchio moribondo.

Nella sua breve vita, il povero ragazzo, non aveva conosciuto un padre. Ma un rompipalle che pretendeva da lui senza informarsi, senza voler conoscere quali fossero le ambizioni del giovane.

“Ciao , papà!” Una voce lo richiama indietro , nel mondo dei vivi. Mondo che gli appartiene ancora per poco.

“Claudio?”  Vuoi vedere che è già in paradiso! O forse…Forse è l’inferno!

“Si, sono io. Sono uscito per prender da mangiare. Non ho fatto tardi?” Domanda l’uomo al vecchio padre.

“Ma…Sono già morto?”

“Che dici? Come sei già…” L’uomo lascia cadere le borse della spesa per terra. I deliri di quel vecchio lo stanno ossessionando.  Lo sa : deve portare pazienza. Dopotutto è un uomo anziano, che soffre di demenza senile e da anni non si muove dal letto.

Non c’è mai stato un gran rapporto tra di loro,cosa invece che il padre aveva con la sorella: Mara. Lei era la gloria di casa, la musicista da esibire come trofeo, la gioia negli occhi del padre.  Poi l’incidente.  Il rapporto tra lui , ( mediocre e anonimo, giusto la vecchia edicola del padre  poteva ereditare), e il padre era diventato un muto accusarsi. Perché il figlio sbagliato? Chiedeva il padre.  O forse era lui che si faceva questa idea.

“Ma certo che lo è!” Sua madre, appena tornata dalla farmacia dove ha preso le medicine per il suo uomo, lo sta aiutando a metter a posto i generi alimentari presi al supermercato.  ” Certo che è un’idea tua. Tuo padre ti ha sempre voluto bene. E nel suo piccolo te lo dimostrava. Dimentichi le carezze che ti dava ogni volta che tu stavi studiando , o ascoltando musica? Lui passava e ti accarezzava. Sai quanto tempo ci ho messo per fargli capire di non aver paura dei sentimenti?Di esplicarli. Lui era convinto che bastasse il pensiero,ma come fai a toccare,accarezzare, baciare, amare , un pensiero? Quante volte gli dissi codeste cose” La donna lancia un’occhiata verso il corridoio. Come se la camera da letto , con il suo uomo compreso, potesse sparire o scappare via.  ” Sta morendo. Io riuscirò ad accettare questa cosa? Ora?” Si chiede.

 

In camera sua, come se avvertisse il pensiero della moglie, l’uomo ripensa alla sua “rinascita”.  Così gli piace ricordare l’avvenimento più importante della sua vita: l’incontro con sua moglie.

E di come l’amore avesse cambiato un uomo di trentasette anni , ormai sicuro di invecchiare malissimo. Solo e abbandonato. D’altronde per decenni l’unico contatto con l’altro sesso era avvenuto attraverso la pornografia e qualche donna di dubbia moralità. Si diceva che solo quelle potevano starci con lui, che tanto chi avrebbe mai perso tempo con una simile mediocrità Nonostante qualcosa nel profondo della sua anima puntasse ad altro: amore, famiglia, una vita da spendere con una persona. Però ogni volta che questo lato buono veniva a galla, si vergognava e ricacciava indietro questi pensieri. Fossero suoi  . Gli altri dovevano conoscerlo come un vizioso sfigato. Se lo meritava.

Ricorda ancora bene lo schifo che l’assaliva ogni estate, la sua vigliacca adesione alla ricerca di donnine facili e tutto il resto. Poi aveva detto basta, ricorda anche questo. Non era stato facile , per nulla. Ma lui meritava di più. Cosa aveva di così terrificante? Perché umiliarsi in quel modo squallido?Gli amici ridevano: ” ma si tanto poi ci ricasca” e invece lui aveva tirato dritto.

Ora, nel buio della stanza, il vecchio piange silenziose lacrime di orgoglio.

Cosa era successo? La sua volontà di migliorare, cambiare, vivere come voleva e non come poteva. Si, lui non faceva parte per nulla di quella compagnia di uomini rozzi, volgari, che giustificano cose orribili con la scusa del divertimento personale. Lui credeva nell’umanità e nell’amore.

 

“Ti ho raccontato come ho conosciuto tuo padre?” Chiede la signora anziana al figlio,mentre è impegnata a spellare le patate.

“Si. Tramite quella cosa che andava di moda ai vostri tempi…Come si chiamava?”

“Facebook. No,ma io lo conoscevo da prima. Aveva commentato un mio intervento sul blog di una nostra conoscente. Poi piano, piano… Tutto il resto. Lui era talmente timido che ho dovuto scrivergli una mail nella quale gli dicevo che ero innamorata di lui, solo così ha trovato la forza per dichiararsi. Tuo padre è stato sempre un uomo molto dolce. Anche con te e con Mara.” Il pensiero della figlia la turba profondamente , come sempre.

Il figlio vorrebbe ribattere che non è stato sempre così. Suo padre era iracondo e collerico. ” Non ricordi mamma le litigate quando lui partiva per la tangente? Il suo giustizialismo che hai sempre odiato?”

Eppure, si stupisce, ha ragione anche sua madre: le carezze, le piccole attenzioni, ( non gli faceva mai mancare la porzione più grande di patatine fritte, contorno che adorava anche lui,perché sapeva che il figlio ne era ghiotto), come ascoltava ogni cosa che diceva. E poi giudicava.

“Forse ci fermiamo troppo spesso al primo tempo delle cose. Non andiamo oltre. Forse in questo tempo ho giudicato mio padre dal punto di vista di un eterno figlio e mai come un uomo dovrebbe giudicare e amare un altro uomo”  Per un po’ rallenta la preparazione del pranzo. Sente delle lacrime che bruciano negli occhi e stanno per uscire. Dovrebbe fare come suo padre: che piange sempre e senza controllo per ogni film , libro, per la gioia di sua madre.

Sono davvero una coppia meravigliosa. Tanti anni insieme, alti e bassi,ma sempre uniti. Condividono, dialogano, credono nell’umanità E lui, si sorprende, non è tanto diverso.

Per esempio: con Anna, quante litigate! Ma mai una volta le ha prese come pretesto per rompere o tradirla.

“Il tradimento è una cosa schifosa”, quante volte il suo vecchio l’ha detto e ridetto.  Aveva ed ha ragione.

Forse i suoi genitori desideravano altro,come molti,ma non erano sicuramente amareggiati oppure offesi contro la vita. Perché si erano trovati ed amati.  Di un amore piccolo,ma robusto.

Suo padre aveva cominciato a superare , piano piano, le sue paure: andare al cinema da solo, prendere il treno, l’aereo, aveva imparato a piangere di gioia e di dolore, a non fuggire mai di fronte alle cose brutte che capitano nella vita, a pensare e vivere tenendo conto del Noi,ma di un Io infantile e frustrato.

Era rinato e maturato grazie a sua madre. Ecco, se a lui ora voi domandaste: ” Cosa è la felicità ,per lei?” Vi risponderebbe, trattenendo a stento la commozione.  Sua madre se ne deve esser accorta, perché si è alzata dalla sedia e lo abbraccia. Come faceva quando era piccolo e come ha continuato a fare per tutta la vita.

Più tardi, come faceva oltre quarantanni di relazione, la donna si sdraia di fianco al marito. Gli tiene la mano , che se no non riesce ad addormentarsi, e gli parla. Della loro vita, dei loro figli, dei viaggi,di questa piccola meraviglia chiamata amore. Sicuramente non ferma le guerre, non fa rivoluzioni,ma nel suo piccolo ci rende gente migliore.

Mentre lei dice per l’ennesima volta che uomo meraviglioso lui sia, il vecchio , (sorridendo ), decide di addormentarsi. Per sempre.

L’ARMADIO

25 Apr

“ Caro, mi prendi il mio vestito ? Quello rosso! Nell’armadio”

Alessandro sente un brivido freddo che gli sale sulla schiena.  Ogni volta che viene a passare dei giorni di meritato riposo a casa di Lucia, la felicità di ritrovarsi, fare l’amore, vivere ogni attimo della loro vita come fosse un ‘eroica avventura, viene spezzata da quella strana sensazione.

L’armadio. Perché temere un modesto mobile preso per pochi euro su E bay? Cosa ha di così inquietante e terrificante ? Nulla.

“ Le medicine. Si, loro mi hanno rovinato” L’uomo preferisce darsi quella spiegazione.  Dieci anni di t.s.o. , di cure, psichiatri e medicine.

Ecco! Ci risiamo! I ricordi ora stanno arrivando . Proprio mentre la sua donna si sta facendo bella per una serata importante , ( il loro anniversario: un anno di grande amore. “Di salvezza” come ama dire lui. ), quelli hanno deciso di passare da quelle parti e riportare tutto a galla.

Un colpo di sonno. Un piccolo,breve, insignificante colpo di sonno. Eppure Marco è morto . Proprio per quello.

Il suo piccolo angelo.  Solo sei anni.  La loro prima vacanza insieme, dopo che per due anni la sua ex moglie non voleva lasciarglielo vedere. Era ferita per i troppi tradimenti. Ferita per il modo volgare e annoiato con cui la trattava.

“Ci sei amore? O l’armadio ha mangiato anche te?” Chiede ridendo divertita Lucia. La sua risata:acuta,cristallina,da bambina .  I ricordi , a quel suono , si dissolvono nel nulla .

“No,cara. Ora te lo prendo” . Alessandro va spedito in camera della donna. Si sente bene . Chi avrebbe mai detto che l’amore sarebbe tornato nella sua vita? Un amore talmente forte.  Per la prima volta l’uomo si accorge …  L’anta dell’armadio è socchiuso

Perché? Si chiede sentendo il terrore bucargli lo stomaco e uno strano bisogno di orinare. “Non mi piscerò addosso è?Non farlo..” Eppure l’anta è socchiuso.

Lentamente si avvicina ….

 

Alessandro si era presentato in preda ai demoni della colpa e dell’alcol al  funerale del piccolo.  C’era sua moglie, che cercava di mantenere dietro a un aspetto altero e sicuro , un dolore troppo potente  e atroce da sopportare. Come il buco nel collant dimostrava. Una trascuratezza che una donna precisa e sempre attenta a far “bella figura” , non si sarebbe mai permessa se fosse stata in buona salute.

La vista della bara bianca lo aveva fatto impazzire . Perché proprio in quel momento si era reso conto di averlo perso davvero suo figlio. Per sempre.

“Perdono!!!! Marco, perdonami! Perdonooooo”  Era crollato in ginocchio , con i pugni colpiva  il pavimento della chiesa.

Poi delle mani lo avevano afferrato  e sbattuto fuori dalla chiesa. Suo suocero,suo cognato,e il nuovo compagno della moglie.  Gente seria,lavoratrice,senza grilli per la testa.

“Ma come osi presentarti? Infame di un drogato! Perché ti eri drogato come tuo solito , vero?Merda che non sei altro” Aveva detto a denti stretti suo suocero, mentre lo spintonava giù dai gradini dell’entrata in chiesa.

 

Alessandro si avvicina all’armadio. “L’avrà lasciata così Lucia. Spesso è distratta” Afferra l’anta e apre l’armadio.

Quanti vestiti! Come la sua ex. Solo che Lucy ha gusti più colorati e vintage,a parte l’elegantissimo vestito rosso.  Dove sarà? Alessandro lotta con quell’ammucchiamento di stoffe e materiale di vario genere. Attaccati come impiccati sugli appendi abito.

La ricerca viene bloccata da una spiacevole sensazione.  Quel buio che vede oltre i vestiti.  Lo ha sempre inquietato.  Si sente stupido. Un uomo grande e grosso,che ha paura del buio come un bimbo piscia sotto.  Ridacchia nervoso. Vorrebbe trovare il coraggio,ma il terrore  continua a far casino nel suo stomaco.

Perché quello non è un buio normale..Non è normale ecco.

 

“E chi lo è? “Gli diceva Lucia,solo dopo dieci minuti che si erano conosciuti per caso. Sul bus.

Lui era distrutto , dopo che il suocero lo aveva cacciato dal funerale del suo unico figlio. Seduto  accanto al finestrino , guardando distrattamente la gente correre a far le compere, camminare mano nella mano con il loro amore, portare a spasso cani,donne,bambini, le lacrime scendevano copiose sul suo viso.

“Tenga”Una voce dolce. Una donna.

Così lui si era girato e l’aveva vista.  Fragile, emaciata, con i capelli lunghi sottili castano scuro lasciati cascare in modo disordinato sulle sue spalle. Era lì che gli stava offrendo un fazzoletto di carta.

E per la prima volta, dopo l’incidente, Alessandro aveva sorriso.

 

Fermo davanti all’armadio l’uomo non sa che fare. Si sente come fosse incollato,anzi incarnato nel pavimento. Come se al posto dei piedi avesse le piastrelle  del pavimento della camera.

“Scappa” ,quanto vorrebbe. Ma non può.  Il buio.. Così denso, profondo,minaccioso,eppure seducente. “Mi sta chiamando. Qualcosa là dentro mi sta chiamando”

E poi il freddo. Dall’interno dell’armadio arriva come una sorta di freddo venticello.  Sottile,quasi impercettibile. “ Non c’è fine. Lui vuole inghiottirti e tu sparirai nel nulla per sempre. “

 

La casa di Lucia era pienissima di libri.  Tutti suoi. Tutte auto pubblicazioni. Scatoloni pieni.

“Scrivevo tre libri o anche più a settimana. Ero molto ispirata. Ai tempi seguivo una mia idea fissa” Le diceva lei , quando si fermava con l’aria tra la sconsolata e la fierezza ad osservare i suoi libri.

“E che idea era?” Chiedeva lui

“Era sul dolore.”

“Il dolore?” Perché parlare di queste cose? Perché ora? Dopotutto lui aveva sofferto troppo. Anche la cura per  abbandonarlo al passato, a un passato lontano e ormai innocuo,aveva richiesto dolore. Troppo

“Si,perché sono convinta che il dolore sia un Dio. Anzi è dio e per farci vivere pretende un tributo, un sacrificio”

Lui aveva ritenuto il caso di non approfondire troppo.

 

Alessandro allunga la mano. Vuole toccare il fondo dell’armadio.  Avere la certezza sentendo il compensato , o chissà quale altro materiale si userà,  che le sue paure siano immaginarie. Forse dovrebbe riprendere la cura , forse ha abbandonato troppo presto  le medicine. Lucia gli aveva detto che i dottori usano i loro pazienti per esperimenti non troppo chiari . Lui rideva delle sue fisse complottiste,ma  l’amava anche per quello.

Così allunga la mano destra e mentre lo fa, per la prima volta in vita sua , prega dio.

 

La vita , lentamente, era tornata a sorridergli.  Lucia si dimostrava giorno dopo giorno come una donna meravigliosa. Dolce,spiritosa,attenta. E lui scopriva il lato più buono del suo carattere. Amare una donna non solo per la sua avvenenza o perché figlia di gente prestigiosa, non considerarla solo un animale da letto, o un trofeo da mostrare in giro per fare bella figura in società.

Tutto procedeva benissimo fino a quando lei un giorno gli aveva dato la notizia del nuovo acquisto: un armadio.

 

Sente le dita immergersi in quel buio che – non è possibile ,non è vero,si dice l’uomo a bassa voce-  pare incollarsi e avvolgerlo come fosse domo pack o pece . Lo sente  pulsare. E poi perdersi. Il vuoto totale. Ora la sua mano è completamente persa in quella oscurità senza fine

 

“Senza fine. Il mio amore per te. “ Alessandro dormiva sereno tra le braccia della sua donna. Sentiva il respiro regolare di lei. Le sue dita accarezzare delicatamente i suoi capelli.

Quella notte, nel bel mezzo della notte, un rumore lo destava all’improvviso.  Fu allora che cominciò la sua paura irrazionale e totale per quell’armadio.

L’anta era aperta. Spalancata e dall’interno di esso,impercettibile,arrivava un rumore.  E freddo. Tanto freddo,come se da lì dentro uscisse un vento di montagna o roba simile.

Era rimasto a lungo,immobile , a fissarlo.  La paura lo aveva immobilizzato,bloccato.  Cosa diceva quella strana voce,quella melodia,flebile,lontanissima,eppure..Un richiamo , qualcosa che non prometteva nulla di buono.

Dopo un po’ si era deciso ad alzarsi e chiudere l’anta. Ma l’immagine dei vestiti che si gonfiavano e prendevano il volo lo aveva fermato.  I vestiti venivano verso di lui,volando elegantemente nell’aria e poi si adagiavano sul suo viso,le sue gambe,petto ,braccia. Sentiva la freschezza della seta e il profumo di lei sulla pelle e  nelle narici.  Inebriato dal sapore delle sua donna , non si accorgeva che ormai era completamente  avvolto dagli abiti della donna,come una mummia. Poi una forza,come un milione di forti e robuste mani, che lo avvinghiano e strattonano con violenza inaudita dentro l’armadio. L’urlo di terrore soffocato nella gola  dalla seta che preme sulla bocca,e poi il nulla.

“Cosa hai amore?”Lucia, al suo fianco, sembrava spaventata. L’armadio chiuso ,pareva un mobile come tutti gli altri.

“Un incubo. Un brutto incubo” Mormorava lui cercando di riprendersi. Ma mentre lei lo abbracciava,per quella notte e per quelle successive,continuava a fissar e terrorizzato quel maledetto mobile.

L’armadio era in attesa.

 

Ora il braccio destro e la spalla sono completamente immerse nell’oscurità.

“Allontanati da lì! Subito” Pensa disperato  Alessandro,ma quella forza lo sta trascinando all’interno .  Con terrore l’uomo scopre che non è costretto a procedere, è come se una parte volesse esser e inghiottito dal buio e perdersi nell’Altrove. Con altri dannati che vagano lamentandosi e chiedendo,supplicando , il perdono per qualcosa che hanno fatto . Qualcosa che non vogliono lasciare. E che li imprigiona nel grande nulla,in quel vuoto senza fine ,nel freddo di una morte da scontare vivi. Per sempre.

L’oscurità ormai ha avvolto tutta la parte destra del suo corpo . Vede fili sottili di oscurità arrampicarsi sul petto,sulla gamba sinistra Ora lo sta spingendo con forza dentro l’armadio. Sente quella forza pronta a trascinarlo . Si attacca disperatamente all’anta. Cerca appiglio  nei vestiti .

La paura esplode nella testa,sente caldo al basso inguine. Si è pisciato addosso, comincia a piangere come un bambino spaventato.

“A caro sei qui” La  voce di Lucia . Dolce,gentile,come è lei. La sua salvezza,la sua felicità

“Lucia..ti prego…aiu..” Alessandro non finisce la frase,lei con calma e sorridendo soddisfatta chiude l’anta dell’armadio

L’ultima cosa che l’uomo sente , prima di esser inghiottito e disperdersi per sempre nell’Altrove, è la voce della donna che dice con tono allegro

“Te l’avevo detto: “Il dolore è un dio” E pretende un sacrificio per la nostra felicità. Per  la mia felicità”

L’armadio,  chiuso,  attende il prossimo uomo.