2 novembre

2 Nov

Ci sono poche persone. Lo sapevo. D’altronde ho passato tutta la mia vita a immaginare il mio funerale, di cosa dovrei stupirmi? Otto. Mio figlio con la nuora, la mia nipote e il suo marito. Un tizio che incontravo sempre in edicola. Più due vecchiette di chiesa, quelle non mancano mai! Il prete che mi chiama “Fratello Davide”, e mi piace!  Si, mi sarebbe piaciuto aver un fratello.  Condividere la gioia sciocca della gioventù e la rassegnazione amare e solitaria della vecchiaia.

Invece i miei hanno deciso di fermarsi al primo figliolo. Forse hanno fatto bene, non so. Potrei domandarglielo personalmente. Mi aspettano tra una decina di minuti, dicono vi siano anche i parenti.  Vorrei ci fosse solo mia moglie ad aspettarmi. No, andrebbe bene anche Mirtilla e Achille, i miei animali domestici.

Me ne sono andato così. Senza rumore, senza nulla di speciale o memorabile. Mio figlio ha pensato che a me avrebbe fatto piacere un funerale religioso, ah si? Non ho mai messo piede in una chiesa. Non volevo nemmeno esser sotterrato qui. In questa terra che mi ha dato poco o nulla, a esser precisi anche mia moglie avrebbe preferito altro funerale: come questo. A lei piacevano i canti religiosi. Credeva in Dio, forse l’ha incontrato.

Da quanto ho potuto comprendere, spero di non essermi sbagliato, mi par che sia una specie di comune. Tutti insieme appassionatamente.

Fatto sta che ha avuto un funerale non degno di lei. Dove la testimonianza della sua gioia? Del piacere che provava per ogni preghiera o canzone stonata con allegria? C’era più gente, ma era tutto così falso. Così sbrigativo. Molti erano pronti per il ponte, pregavano ma pensavano alla spiaggia di Marina di Cecina o Viareggio. C’era poco di lei nel suo ultimo viaggio. La cosa mi ha addolorato; non solo io, ma anche la mia adorata nipotina, non era per nulla felice del funerale riservato alla sua adorata nonna.

Mi si accusava di aver dimostrato poca dignità, perché non ho retto alla separazione e mi son gettato sulla bara. Come puoi spiegare l’amore a chi non è in grado di concepirlo? Colpa mia, senza ombra di dubbio. Non sono stato un buon padre, è evidente. D’altronde mio figlio è così distante da noi. Perché ? Non so. Comunque ora ho tutta l’eternità per pensarci.  Poi quando ci raggiungerà, sommeremo le nostre infinite esistenze celesti per capirci, conoscerci. Forse il paradiso serve a questo: tipo un grande centro d’aiuto.. Non so come spiegarlo. Sai, tipo le cose  che non hai detto in vita, o non hai fatto, potrai farle e dirle in tutto quel cazzo di bianco pacifico e accogliente. Io rivoglio le mani di mia moglie che stringano di nuovo le mie

In sette ci si son messi, la notte che è morta, per staccare le mie mani da lei. Non capivano che era come staccare la spina della corrente? Sì, dopo la sua morte il black out. Ho vissuto parlando alla sua fotografia, pianto accarezzando i suoi vestiti. Sordo alla voce di chi mi diceva che dovevo dimenticare, che aveva vissuto una lunga vita. Strano come si comprendano tutte quelle cose complicate circa la scienza, di quanti successi abbia collezionato l’uomo nella sua vita, eppure.. Di fronte al dolore non riusciamo a capirlo, ad esser d’aiuto per gli altri. ” Passerà”, ” ci devi sprofondare”, dicono questo. Cosa devi fare tu? Di fronte a questa cosa così inspiegabile che è la morte?

Forse a mio figlio la mia sensibilità ha fatto male. Non è da tutti aver un padre che piange la morte di un cane, di una gatta, della moglie, oppure per un film, una canzone. Prendi il “Canon in d di Pachelbel”. Volevo quella musica ad accompagnarmi verso la fine. L’ho ascoltata per giorni quando sono morti Mirtilla, Achille, mia moglie.   Ho pianto le lacrime del mondo e dell’universo, tutte le volte che l’ascoltavo. Per la sua capacità di render con le note la dolcezza amara di una perdita.  Quella di una donna meravigliosa, quella di chi ho amato.

Insomma volevo che suonasse anche per me; oggi. Avevo solo questo desiderio. Che suonasse per la mia anima, che mi accompagnasse. Invece mi hanno fatto questo funerale: veloce, rapido, pieno di parole senza un minimo di verità. le facce assenti, un dolore che sarebbe ben presto diventato un affare economico: ” Una bella tomba, mi raccomando!” Avrebbe detto mio figlio.  Non me ne frega un cazzo della bella tomba. Volevo solo esser accompagnato da un brano musicale, avere i miei amici intorno, e un minimo di fottuta sincerità, di dolore non trattenuto

Quale vergogna dovrebbe celarsi nel cedere al pianto? Alla disperazione? La morte ci rende soli e disperati. Perché non possiamo accettarlo? Le persone ci mancano, e la loro mancanza non è sostituibile con altro o altri. Ognuno di noi è qualcosa di irripetibile, ognuno di noi ha un particolare, leggero, modo di esser felici o disperati. Non conta morire a 4 anni o a 90, quelle persone non ci saranno più. Non sentiremo le loro risate, i loro momenti di ira, l’attesa di una carezza, un abbraccio. E poi… Poi sai cosa è la cosa peggiore?

La solitudine del ricordo. Dopo poco tempo diventi quel noioso  vedovo che vuol parlare della moglie.  Ti diranno: “Si, si, comprendo!” Ma non comprenderanno mai un cazzo. Nulla. Dai fastidio, ricordi a loro cose che non valgono la pena esser ricordate:  l’amore, la fedeltà, la gioia, la felicità. E il dolore di non saperle più ritrovare. Devono correre andare, come queste persone che sono venute oggi, al mio funerale.

Comunque sia: il tempo è scaduto. Ora mi portano al cimitero. Vengono mio figlio, mia nuora, la mia adorata nipote e suo marito. In questi due giovani vedo un po’ quello che io e mia moglie siamo stati. Mi fa piacere. Sono stato un buon nonno e un pessimo padre. Mi dispiace, figlio mio.

 

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“Un buon funerale. Mio padre sarà stato sicuramente felice di questo.Lui e mia madre erano credenti. Purtroppo non ho potuto chiamare molti suoi amici. Vero è che son vecchi, non penso che vogliano spostarsi per venire fin qui, in Toscana. Poi mio padre aveva rotto con la Brianza, sai? L’ultima volta che è tornato alla sua terra, è stato.. Dunque, si quando è morta sua madre.  Io ero molto piccolo, non ricordo quasi nulla. Comunque c’erano quelli a cui teneva di più. Ma Francesca devi piangere ancora? Non sai che al nonno non piacevano questi momenti? Il dolore va vissuto con dignità. No, vabbè anche mio padre. Purtroppo, a volte, era così. Non si controllava. In ogni caso..”

L’uomo non finisce la frase. Un violento colpo al tavolo del salotto lo fa sussultare: ” Che cosa è successo? ” Chiede a sé stesso l’uomo.

“Nemmeno nella morte… Nemmeno per una cosa talmente intima, ma come fai? Cosa ti è successo che non riesci minimamente a comprendere gli altri? Sarei curiosa di sentirti quando parli di me, davvero! Chi è tua figlia? Chi era tuo padre? Per te persone deboli. Si, a me e a nonno piaceva piangere insieme riguardando le foto di nonna, o ascoltando quel brano, non so come chiamarlo, di musica classica. Ci piaceva piangere, mentre ci abbracciavamo. Lo trovi disdicevole? Nel tuo perfetto mondo del cazzo dove comandi tutti, dove sistemi ogni cosa, dove non c’è spazio per provare dolore e quindi.. Nemmeno gioia, ecco dimmi : ci vivi bene? Da quanto tempo non parlavi con nonno? Non l’ascoltavi?  Lui ha tentato diverse volte. Certo: goffo, commosso, come era lui. Non era un uomo di successo, non provocava l’invidia dei parenti e colleghi. E allora? Ti aveva chiesto solo una cosa. Una : che gli facessi un funerale come desiderava. L’hai fatto? No, per te era meglio questa cazzata di cerimonia. Parole vuote, gesti automatici. Qualche lacrima da nascondere, che ti ho visto sai? Ho visto, cazzo, che stavi piangendo! Ma in silenzio. Non devono vedere o sentire. Mio nonno piangeva, sempre. Non era un debole, perché i deboli mostrano muscoli e nascondono i sentimenti. Lui no!

Lui aveva questo desiderio: un funerale civile, accompagnato dalle note del Canon D e dai suoi amici sopravvissuti. Tutto qui. Tu però hai pensato ai vicini di casa, a cosa diranno in paese, a tutto tranne che a lui.   E la cosa stupida è questa: tu vorresti piangerlo, tu vorresti buttarti sulla sua tomba e supplicarlo di perdonarti, tu avresti voluto parlare e senza vergogne con lui. Non l’hai fatto. Hai preferito strozzar queste cose.

Che te ne fai della tua vita ordinata? Dei tuoi ordini da rispettare? Delle cose da dire o non dire? Tuo padre sarà stato un debole, ma quanto ero libera di esser me stessa. Sempre. Nel bene e nel male. Lui ascoltava, mi abbracciava e aveva sempre una parola, niente di eccezionale, ma una parola. E un abbraccio.

Voleva un funerale laico, un po’ di musica che tanto amava e visi veri e sinceri. Voleva che per un momento tu provassi la felicità di piangere. Ma te la sei negata per tanto, troppo tempo. E queste cose te le avrei dovute dire prima”

La donna esce dalla casa dei suoi genitori, in cortile ad aspettarla c’è il marito. Sta guardando sull’iphone alcune foto di località prestigiose per le vacanze. Sa che non hanno i soldi nemmeno per un week end a Pontesieve.  Si sente malinconico e inadatto, vorrebbe donare più stabilità e felicità a sua moglie, ma si perde sempre in cose futili. Lei lo ama percché è un libro aperto, incapace di mentire.

“Torniamo a Grosseto?” Chiede lui

“Si” Risponde la donna.

Poi mentre escono dalla via e a stento si immettono sulla strada provinciale, lei dice: “No, aspetta un momento!”

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“Spero sia una buona registrazione” Dice lei mentre traffica con il suo I pad. Sta cercando su youtube Canon D di Pachelbel. La tomba è un omaggio allo sfarzo che piace a suo padre, non certamente al nonno

“Bè, a tuo nonno piacerà. Sarà davvero contento di questo tuo pensiero” Dice il giovane uomo abbracciando il fianco di sua moglie.

“Certo, ne sono convinta”

Le prime note del pianoforte partono quasi timide. Scusando quel posto dominato dal silenzio, dalle voci sommesse in preghiere stanche, per la sua intrusione. Poi arriva il crescendo ed è come se la vita fosse venuta, per l’ultima volta, a donar un po’ di affetto a quel uomo, ai suoi sogni, ai suoi fallimenti, al suo lungo viaggio.

La giovane donna piange mentre la musica procede verso il finale. Pensa che in qualche modo suo nonno sarà contento di questa cosa.

 

Lei pensa e immagina. Non può fare altro.

Non può vedere, proprio lì, accanto a lei, un uomo anziano che tiene per mano una donna anziana.

Entrambi stanno sorridendo felici.

 

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La caccia: supermarket

30 Set

Salvatore… Salvatore” 

Lo stanno chiamando.   Voci che sussurrano, bisbigliano,sopratutto ridono.  Il ragazzo le riconosce. Sono Anna,  se l’era sbattuta un paio di volte come testimonia i video girati a insaputa della ragazza, con il suo cellulare; l’altro invece è Claudio. Quel piccolo e ciccione occhialuto, tante volte deriso e offeso. Sono al banco informazioni e giocano con l’altoparlante. Nel silenzio del supermercato il suo nome rimbomba da un reparto all’altro. Un suono sinistro, minaccioso, una terribile promessa di morte.

Lui li ha visti.  Al solo pensiero sente le gambe tremare e lacrime di paura scendere lungo le guance. “ Un vero uomo non piange! Non piangere, finocchio!”  Salvatore si dice queste cose mentalmente, evocando la voce pastosa e catramosa di suo padre.

I suoi genitori… Li rivedrà ancora? Riuscirà ad uscire da lì? Nella mano sinistra tiene ben salda una bottiglia di vino nero, che arma del cazzo! Come se potesse fermarli con quella.

Si muovono  velocissimi. Non riesce a metterli a fuoco bene, ma avverte la loro presenza.

“Le risatine” Si, quelle risate infantili eppure così disumane. Come se un gruppo di demoni sputati dall’inferno si fossero ritrovati a veder un film comico tutti insieme.

Quanto piacciono i film comici a Salvatore! Non è tipo da andar al cinema, si rompe le scatole, appena appena la trama è un po’ più complessa dei frizzi e lazzi di qualche volgare comico televisivo.Lui si annoia e comincia a urlare : ” buuuu”. Fare battute che reputa divertenti, ridendo stonato, e facendo incazzare tutti i presenti . Che tanto quelli sono un gruppo di froci radical chic. Li vede che si cacano addosso quando passano ai giardinetti dove lui è il re. Sì, lui si sente il Re senza macchia e paura delle Case Bianche, così vengono chiamate quelle fatiscenti case popolari situate alla periferia sud della grande città.

Terra di sottoproletari, piccoli spacciatori, e di gente che si fa un culo tanto ogni giorno, mentre i radical chic e i comunisti se la spassano alla grande. Per fortuna ultimamente ci sono quelli di Casa Pound, e di altre formazioni politiche che pensano a quelli come lui.

2

“Dai, forza! Devi scappare da qui!” Mormora a sé stesso il ragazzo. Strisciando e cercando di non far rumore abbandona il suo nascondiglio.  Accanto al reparto profumeria, c’è quello dei detergenti intimi, shampoo, docciaschiuma, per arrivarci deve passar la grande corsia centrale.

Tump! Tump!

Che succede? Cosa è questo rumore? Salvatore non comprende subito, poi capisce. Ad una ad una si stanno spegnendo tutte le luci.

Il buio avanza.  Lui corre lungo la corsia principale, deve raggiungere l’uscita. Corre come se alla calcagna avesse un mostro infernale, con forchetta e coltello, pronto a divorarlo. E non è questo che loro fanno?

Con la coda dell’occhio li vede: si muovono a scatti, parallelamente a lui. Non riesce a riconoscerli, ma ha visto la divisa bianca, ancora sporca di farina e di sangue.

Il pensiero di quello che è successo tre ore prima ritorno a galla.

 

3

Enrico, il grosso e tatuato capo reparto, fa la voce grossa. Dice che il Gran Capo, noto per l’abitudine di cacciar a casa senza complimenti i dipendenti che secondo lui sono scarsi, è appena arrivato. “Non sentite i lamenti e le lacrime di quei comunisti fannulloni del cazzo, che lui caccia a pedate nel culo da qui?”Tuona con la sua voce roca, gonfiando il petto, da gradasso. Lui ha una vera e propria venerazione per la sua azienda e sopratutto per due persone: 1) il Gran Capo, uno con i coglioni,  che fa tremare quegli schiavetti dei suoi dipendenti, 2) Serena, del reparto cellulari, anche se oggi li chiamano i phone o robe simili.

Le piace tanto sbattersela, quella “troietta”, come gentilmente la chiama lui.  Si sua moglie forse ha capito qualcosa, d’altronde lavorano nello stesso reparto- panetteria- ma provi ad aprire bocca.   Salvatore ammira Enrico. Dopo tutto basta lavorare sodo, esser veloci, svegli, e il ragazzo sa che son doti che non gli mancano certamente.  Per questo fa di tutto per compiacerlo, e il capo reparto ne è felice.

Tanto che lo dice anche agli altri quando si lamentano dei precari, della scarsità dei loro sottoposti. Aspettando che arrivi il Grande Capo a liberarli da quella zavorra. Ultimamente c’era stato anche un casino a livello di stampa. Una loro dipendente si era pisciata addosso perché non la lasciavano andar al cesso. ” Si prenda un pannolino!”  Sbotta ilare Franco del reparto elettrodomestici. Tutti sghignazzano.

Poi si passa a ragionare su come fargliela pagare a quella. Si sprecano i “dovremmo spaventarla”, “quando c’era lui le donne lo succhiavano e basta”, ” sta africana del cazzo, ma non capisce che lavorerebbe meglio sul viale”, insomma,  discorsi civili tra uomini adulti.

A Enrico viene in mente un’idea brillante: mandare uno di quelli che ronzano intorno al loro capo nella speranza di esser presi a tempo indeterminato. Gli piace circondarsi di lavoratori che denunciano i loro simili, che riportano ogni loro discorso. Con quel tono di riverente complicità, nella speranza, un giorno, di diventare capi reparto.

Enrico ride.

“So come sistemarla”

4

Tutto buio, non si vede nulla. Salvatore avanza a tentoni. Ora non si trattiene più. Piange, nel silenzio del supermercato, si sente solo la sua voce: ” Mi dispiace! Mi dispiace!” I suoi lamenti vengono ingoiati dalle tenebre.

Dove sono finiti tutti? Non li sente che si muovono furtivi tra una corsia e l’altra, non li sente più ridere mentre attaccano e ..”Oh, dio non farmi pensare! ” Prega il ragazzo.

Non li sente, ma sa una cosa: lo stanno osservando.

“Come fanno i gatti” Gli viene in mente la sua piccola Stella, quanto vuol bene alla sua gatta! L’affetto, l’amore, la tenerezza, che tanto detesta donare agli altri, li riserva tutti per lei. Non l’ha mai detto a nessuno, perché sono cose che ti marchiano come frocio a vita, ma quando la sua gatta si addormenta sul suo petto, facendo le fusa, lui si commuove. Non pensa alla sua brutta casa, ai genitori che si ritrovano vecchi e con pochissimi soldi, suo padre una vita a spaccarsi mani e schiena nei cantieri, lavorando a giornata, e la madre che fa le pulizie nelle case dei ricchi, ormai senza lavoro, perché i ricchi preferiscono le “negre”. Quando accarezza Stella pensa che esista davvero l’amore e lui potrebbe esser diverso.Per esempio: non avrebbe fatto quella cosa a Fatima, nei bagni dei dipendenti.Non l’avrebbe minacciata, non l’avrebbe fatta piangere, a fanculo Enrico.

Perso nei suoi pensieri, Salvatore ritorna bruscamente alla realtà quando qualcuno gli salta addosso.

5

Mani che colpiscono, gambe che scalciano, ” VIA! VAI VIA”urla con voce strozzata il ragazzo, cercando di divincolarsi dall’altro: anzi, altra. Una donna.

“Fermati! Fermati! Sono Rossana!”

Salvatore si rilassa. Rossana, la tigre dei ribaltabili, come dice sempre Vito, una guardia giurata che tanto vorrebbe esser Martin Riggs e invece passa il giorno a combattere contro pericolosi terroristi quali: vecchietti affamati, ma senza soldi, zingarelli, clpetomani.

Rossana è una a posto. Non amata dalle altre cassiere, ma d’altronde il posto bisogna difenderlo in ogni modo. Lei capisce lui e lui comprende lei.

“Shhhh, non fiatare! Loro ci sentono!”Mormora con la voce spezzata dalla paura la ragazza.

“Si, si, lo so! Li ho visti. Io..”Salvatore vorrebbe raccontarle cosa ha visto, ma lei gli fa un cenno con la mano. Come per zittirlo, e gli indica un posto oltre le casse

“Hanno chiuso l’entrata principale al supermercato. Guarda!”Il ragazzo segue il braccio della collega che indica la grande saracinesca abbassata.

“Merda!” Esclama Salvatore

“Sì.Potremmo scappare forse dall’uscita dove ci sono gli uffici. Oppure il magazzino! Se non erro c’è il bottone per aprire e chiudere il portone,no?”

“Enrico..Stava urlando a quello nuovo, quel imbranato nano occhialuto e ciccione di Claudio. Io, Raffaele, Antonio partecipavamo sfottendolo. Lo facevo sempre. Sempre, oh dio mio! Lui a un certo punto, non so..Comincia a ridacchiare

“Anche da noi. Le due nuove: Lucia e Manuela. Una risatina..”Rossana si blocca. Come se il ricordo fosse troppo brutale.

Continuano a camminare cercando di arrivare alla porta che li conduce verso l’uscita sul retro, quella usata dai lavoratori. Dove ci sono spogliatoi e portineria.

“Enrico si incazza. Dice qualcosa come: “Ora viene il Grande Capo” e improvvisamente anche Valeria, Alessandra, Paolo, insomma i precari come me. Ridono, nello stesso modo stridulo, acido, divertito e crudele di Claudio. Enrico è furioso si avvicina a Claudio e quello con una velocità che non mi sarei mai aspettato lo colpisce violentemente in faccia con il matterello. E gli altri si avventano su di noi. Dio! Cazzo! Ho visto quei bastardi fare a pezzi tutti gli altri, ma non la moglie di Enrico. Alessandra e Paolo si sono avvicinati a lei, e la.. Usmavano, come se fosse del cibo e loro non sapevano se era guasto o no, capisci? Poi l’hanno lasciata andare Dove sia finita non lo so” Un lungo brivido corre lungo la schiena del ragazzo. Ora il supermercato sembra calmo, come se non fosse successo nulla. Una insolita atmosfera, per quanto surreale e strana, di pace domina il posto.

“Ci conviene passare per il magazzino, sai!Che idioti! Come si fa a scordare che l’uscita sul retro sta oltre quella saracinesca! Che stupida! Non so come..” La ragazza sta per avere una crisi isterica. Salvatore pensa che ciò sia una pessima idea. Così la stringe a sé per calmarla.

“Sono impazzite, alle casse! Io..Mi sono salvata per culo! Fatima, dio mio come era fuori!Ridevano e attaccavano, come un branco di lupi. Hanno ucciso Daniela la capo cassa, quella stronza, ma sai io le stavo appresso. Magari, mi avrebbero preso. Ho bisogno di soldi, di lavorare, non sono una cattiva persona io. Non sono..”

Un rumore alle loro spalle zittisce la giovane donna. Passi veloci, come di un gruppo di persone che cammini con urgenza e fretta. Il magazzino non è lontano. Sono nel reparto scatolame, alimentari e roba del genere, sulla destra una porta composta da due ante di plastica dura, indicano l’entrata in magazzino

“Corri! ” Urla Salvatore alla collega. Sbandando, cadendo e rialzandosi, i due cercano di prendere la via della salvezza.

Un urlo alle sue spalle, blocca il ragazzo. Trattiene il fiato, ha paura di voltarsi, non vuole vedere, ma deve.

Rossana è a terra. Il braccio sinistro teso verso di lui.” Aiutami” Mormora piangendo lei.

Salvatore istintivamente fa per avvicinarsi alla giovane donna. “Salvati figliolo! Ricorda che in questo mondo siamo soli. Fatti sempre i cazzi tuoi e pensa alla tua vita” La voce del padre gli  squilla forte nel cervello, come un allarme che non voglia spegnersi.

“Ti pre..” Salvatore si gira di scatto e corre verso il magazzino. Non vede, ma sente, che qualcuno afferra per le gambe la ragazza e la trascina nella corsia dei formaggi. Un solo urlo secco e breve. Per Rossana la fuga finisce qui.

 

6

Di nuovo quella calma apparente. Quel senso di indifferente tranquillità che dovrebbe aver il supermercato quando è chiuso. Salvatore respira affannosamente. Sente il peso di aver abbandonato Rossana. Avverte la paura avvolgerlo come un fottuto boa o pitone, insomma uno di quei serpenti del cazzo, che tanto lo terrorizzano. Il magazzino è vasto,diviso per merci. Ci sono i muletti fermi, l’odore del cartone, anche di chiuso.  Il ragazzo cammina in punta di piedi, trattenendo il fiato e controllando che nessuno lo stia seguendo.

Improvvisamente vede qualcosa passargli a pochi centimetri dal naso. Poi un rumore infernale quando va a sbattere contro la parete. Un estintore, qualcuno ha cercato di rompergli la faccia con quell’arnese.

Salvatore si gira nella direzione del lancio dell’oggetto e vede nella corsia degli i phone e tablet, un tizio in giacca e cravatta: giovanissimo e con l’aria di quelli che si sentono i dominatori del mondo. Li vede tanti che accompagnano il Grande Capo. Gasati e ridicoli.

“Cazzo fai, zio! Ti stacco la testa, coglione!”Sal insulta il tizio e ci gode pure a farlo.

“Scusa! Scusa! Pensavo che tu fossi.. Insomma, ero convinto..” Il ragazzo non finisce la frase . Si lascia cader per terra piangendo. Salvatore è imbarazzatissimo. Vorrebbe consolarlo, ma la voce di suo padre gli rimbomba nella testa: “ sono cose da femminucce”

“Calmati e dimmi che ti è successo” Vuol sapere il giovane precario. L’altro, con grossa fatica, tenta di darsi un contegno. Ci riesce a metà

“Ho accompagnato il Grande Capo per la sua classica perlustrazione dei suoi supermercati, in orario di chiusura.Sai è uno spettacolo veder come fa tremare i suoi dipendenti. Ogni volta ce ne andiamo liberando questi posti da tutta sta zavorra di sfaticati e coglioni vari. Ripeto uno spettacolo! Mi piace accompagnarlo, imparo tanto per il mio futuro. Cioè: bisogna produrre, vendere, fare soldi. Mi dispiace per le persone, ma oggi c’è la crisi e ..”

“Oh, tipo me ne frego i coglioni delle tue lezioni di economia. Cosa è successo? Dove è il Grande Capo? Dove sono tutti?”Salvatore pensa a Enrico e agli altri: che fine hanno fatto i cadaveri?

“Io, scusa, voglio solo spiegare cosa facciamo e chi siamo. Anzi, sei fortunato che.. Dimmi il tuo nome, io ti faccio cacciare dal Grande Capo, hai capito! Pezzente non alzar..” Un pugno colpisce alla bocca dello stomaco il giovine damerino del leccaculismo capitalista.

Il ragazzo si accascia a terra.  Dolorante e lamentoso.

“Non ti azzardare a far il capo con me. Dimmi cosa è accaduto.”

7

“Non ci sono tanti clienti. Io e il boss camminiamo lungo le corsie. I dipendenti frenetici lavorano lanciandoci occhiate di ammirazione e terrore, direi di : rispetto. Tipo la canzone di Zucchero, non so se… Ok, ok, non divago! Dico: io e il capo camminiamo lungo le corsie. Ci sono anche i capi reparti tutti con i petti gonfi, felicissimi di farsi notare da questa leggenda vivente. Uno che ha aperto supermercati e centri commerciali in tutta Italia, che non c’è crisi o complotto comunista che possa abbatterlo. In realtà ce ne è uno: Fabrizio del reparto frutta e verdura, che ..Insomma è un grandissimo lavoratore, ma è anche così poco attratto dalla figura mitica o mitologica del Grande Capo. Lui infatti non vede l’ora di cacciarlo, sa che ha simpatie comuniste. Anzi si è anche candidato con Rifondazione Comunista o un partito simile, però.. Cazzo è un grande lavoratore e fa benissimo il suo lavoro. Pensavamo di chieder a qualcuno dei nostri di fargli del mobbing, non so.  In ogni caso camminiamo, camminiamo e arriviamo al reparto degli affettati. Dietro al bancone c’è una ragazza. Carina. Insomma una botta e via, giusto?” Chiede il tizio con aria complice e cameratesca a Salvatore

Lui pensa chi potrebbe esser quella ragazza carina, forse ” Francesca”  . Anche lei assunta a tempo determinato. In attesa del posto fisso.

“In ogni caso, il vecch..Il Grande Capo le fa: ” Mi dia un etto di prosciutto crudo” Aggiunge qualcosa, non ricordo bene. Ma è tipo Rovagnati, San Daniele, sai le marche o qualità non so, del prosciutto. Al che vedo un lampo di panico negli occhi della ragazza e mi viene un’erezione, giuro! Cazzo è così eccitante quando ne becchi uno di questi incompetenti, ruba stipendio del cazzo.,no?  Ovviamente non parlo di te, amico! Cioè, io… Mi riferisco a quella tizia.”Mi dispiace signore, dice la ragazza, non ce l’abbiamo più è finito. Torna domani mattina” Balbetta costei, ma sai: abbiamo capito che non ha voglia di far un cazzo. Finito? Ma davvero? Per me vuole andar a casa,l’hanno trattenuta oltre il suo orario di lavoro e magari c’è uno che aspetta per montarsela,no? Ora , però, ascolta bene cosa dice quel grande uomo che era il vecchio di merda: ” Bene, domani mattina arriverà il prosciutto e lei se ne andrà fuori dalle palle!” Capito? Che stile! Conciso, forte. Aspettiamo che si metta a piangere, una cosa che ci fa sempre tanto ridere, sai? Il vecchio testa di cazzo ci alleva così: sprezzanti e coglioni, sai? Bene: lei non piange. No. Ride. Noi l’abbiamo lasciata alle spalle, ma quella risatina: infantile, di scherno, ma sopratutto strafottente ci induce a tornar indietro. Il vecchio figlio di puttana è incazzato nero, io cerco di imitare la sua ridicola rabbia da padrone di sto cazzo, capisci? In quel momento c’è anche dietro al bancone il capo reparto: furioso anche lui.” Cazzo ridi, stronza!” Urla il capo della tizia. Sai ci tiene a non perder il posto , se non si mostra duro con i dipendenti, potrebbe far la fine che farà un giorno Fabrizio, capito? E lei? Continuando a ridere, guardando davanti a sè, afferra veloce un coltello sul banco e senza guardare colpisce al cuore il suo capo. La mano.. Oh, dio! Non farmi ricordare! L’ha attraversato completamente. Tutto. Entra nello sterno ed esce dalla schiena. Lei ride. Noi..Bè, il capo mi afferra e mi getta contro di lei , contro il bancone, che ci separa. E tenta di scappare.Lo vedi uno stronzo cacasotto, un uomo da nulla, eccolo! Ma lei ridendo, con la mano destra, indica verso le corsie alle nostre spalle. Mi giro lentamente. Ho paura, sai? Ma so già cosa vedrò. Sento le loro risate. Come versi di animali psicopatici. Sono tutti lì. Davanti a loro i cadaveri dei capi reparto, manca Fabrizio, l’hanno lasciato fuggire. Come anche altri lavoratori. Sai, ci danno la caccia. Sanno chi colpire e chi no”

8

“Hai ragione. Anche da me è successa una cosa simile. Hanno “usmato” si sono avvicinati annusando la moglie cornuta del mio capo. Lei trema, piange, ha visto cosa hanno fatto al suo uomo e agli altri,ma loro la lasciano andare e si gettano su di me. Io però di risse ne ho fatte e vinte, così riesco a scappare. Ma con fatica, sono veloci e forti. Uniti sopratutto, comunque dobbiamo uscire da qui. Andiamo verso il portellone grande, dove arrivano i camion…”Salvatore si alza e si dirige verso la libertà, ma..

” Siamo bloccati. Hanno distrutto tutto. Non puoi uscire. Ho tentato prima anche io. Siamo fottuti. Come il Grande Capo. L’ho visto morire sai? Si è pisciato sotto, il vecchio stronzo. Per fuggire ho cominciato a imitare le loro risate. e gli ho tirato due pedate . Così ho preso tempo. Lo  hanno massacrato di botte. Spezzato dito per dito, le mani, le gambe, la schiena, schiacciato la testa, E poi l’hanno attaccato nella corsia …Non so, non so dove, ma con un cartello: ” Offerta speciale del giorno”. Io sono scappato, e mi sono ritrovato qui.. Fregato. Come te!” Il giovane comincia a ridere a crepapelle . E a piangere.

“No, coglione! Io vivrò! Me ne andrò da qui! Ho una gatta che mi aspetta! Lei è fantastica e io le dico tante cose. Cose che se le sentisse mio padre… E ho da pensare ai miei, capito? Non sono un borghese del cazzo come te! Io devo sopravvivere! In quelle case del cazzo. Brutte, piene di rifiuti e spazzatura umana. Persi in zone dove non c’è nulla e stai ai giardini a fare il bullo. Io ne ho piene le palle.Voglio un lavoro, uno stipendio, e aiutare i miei. Poi prendo la gatta e me ne vado!”

Proprio mentre Salvatore finisce la sua sfuriata, in fondo al magazzino, si sente, leggera leggera, una risatina.”Salvatore”  La voce di Claudio. Dio, se non l’avesse così tanto deriso e offeso, picchiato! “Salvatore”  la voce di Fatima.

“Perdonatemi, vi prego! Perdonatemi! Sono loro” Sal afferra il giovane leccaculo dell’ex Gran Capo, e lo strattona tenendolo davanti a sé, ” Sono loro che ci fanno impazzire e far questa lotta idiota tra noi poveracci! Io..Io…” Un dolore forte al petto. Quello stronzo l’ha accoltellato. Le gambe cominciano a cedere. ” Così in fretta? ” Si chiede Salvatore.

“Pezzenti!Non siete un cazzo! Crepate! Io sono Dio! Sono il grande capo! Io comando! Io sono il potere!Non posso morire, non si uccide il libero mercato! Pezzenti! Crepa!” Urla in preda alla follia l’uomo. Brandendo il coltello, rubato nel reparto salumeria, come fosse una spada , sarebbe pronto a sferrare un altra coltellata a Salvatore, ma un fortissimo dolore alla mano che stringe l’arma lo fa desistere e piegare in due dalla sofferenza,

Uno di quegli esseri l’ha colpito violentemente con l’estintore e gli ha spappolato la mano.

Salvatore, agonizzante a terra, segue la scena tra un momento di lucidità e una caduta nell’abisso più nero e oscuro.  Vede quel verme strisciare per raggiungere, immagina, forse l’uscita del magazzino, ma viene subito preso dai suoi colleghi.

Buio.

Ora ha l’immagine del bastardo colpito ferocemente sulle ginocchia con l’estintore. Lo sente urlare e invocare pietà

Buio

Lo lasciano andare. Si divertono come il gatto con il topo. Ridono. Quella risata.

Buio

Gli saltano a turno sulla testa. Con calcolata lentezza. Ormai lui non dice più nulla.

Buio

9

“prrrrr” Cosa è questo rumore? Salvatore, stiracchiandosi, apre gli occhi.  Eccola! Stella, la sua gatta, accovacciata sul suo petto, fa le fusa. “Ciao amore, ciao piccolina” Dice il ragazzo. L’accarezza, ama sentire le dita perdersi nel pelo di essa.Lui è felice, che bello dormire e riposarsi, una volta sveglio, accarezzando la gatta.”Dai, fammi alzare! Devo andare ” Non sa dove, sa solo che “deve andare”. Così sbadigliando e strofinandosi le dita sugli occhi, si alza dal letto ed esce dalla stanza.

“Hanno dipinto le mura?” Pensa. C’è qualcosa nella sua casa… Come se fosse casa sua e allo stesso tempo un altro luogo. Gira a sinistra dove c’è la cucina. Sente delle voci giungere da lì. C’è anche quella di suo padre. Non è incazzosa, non è la voce di un uomo reso duro dalle sconfitte e amarezze. ” Sta cantando!”Pensa il ragazzo e quasi scoppia a ridere, ma c’è un tono di commossa tenerezza nella voce paterna, che non ha mai sentito e gli viene quasi da piangere anche a lui.

La cucina è piena di gente: suo padre, sua madre, gli amici del giardini, e i colleghi di lavoro: Claudio, Fatima, tutti. Sono seduti a tavola. Sorridenti, commossi, allegri e malinconici. Fanno un brindisi, ma a chi?

“Eccolo! Il mio figliolo! Ti voglio bene Salvatore! Io e tua madre ti amiamo tantissimo!” Dice il padre, alzando il calice e brindando a lui. Sta abbracciando, con l’arto libero,  la moglie, anche lei visivamente commossa. Ma diversa rispetto al solito: “Si è fatta la messa in piega! Ha un vestito elegante e nuovo!” Pensa Salvatore.

“Hai visto, amore? Sono venuti i tuoi amici! Oggi è un giorno importante e ci siamo tutti per festeggiarti” Dice la donna e poi scoppia a piangere di felicità. Anche suo padre è un torrente di lacrime

“Papò, ma che fai piangi?” Chiede meravigliato Salvatore.

“Solo i cretini non piangono mai. Solo i cretini” Risponde il padre

Salvatore si sente felice come non gli è mai successo. Stella è balzata fra le sue braccia, con la testolina si struscia sul suo petto e contro il volto del padrone. Fa le fusa. Genitori e amici, brindano e ridono. Anche lui comincia a ridere e a piangere di gioia

“Grazie! Grazie a tutti voi! Vi amo tutti!” Si stupisce di tutto quel sentimento così smielato, di quella tenerezza così profonda e forte. Vede Claudio che lo fissa. Salvatore, con la gatta fra le braccia, si avvicina al collega. Ora che lo vede bene, osserva che si trova davanti a un uomo. Uno come lui, uno che fa un lavoro di merda, circondato da gente di merda,sopratutto uno che non ha mai meritato tutte quelle offese, mai.

“Scusa!” Mormora commosso Salvatore.

“E di che?Vedi siamo tutti qui. Ti vogliamo bene. C’è anche Fatima. Ti perdona, io ti perdono. Tutti quanti ti hanno perdonato. Sei  uno di noi” Conclude con un sorriso dolce ,ma allo stesso tempo terrificante, Claudio.

“Uno di noi! Uno di noi! Uno di noi!” Improvvisamente tutti si mettono a ripetere freneticamente questa frase. Poi ridono. Quella risata..

 

10

Salvatore si sveglia. Un sogno, un maledetto sogno. Sente un rumore lontano. Una voce. Concitata. Non comprende bene le parole

“Cominciata nei centri commerciali… Un numero imprecisato di vittime. Massacri.. La polizia non interviene..Sono tutti lavoratori precari, sotto pagati, sfruttati.. Ancora presto per dire se si tratta di terrorismo..”

Una radio. Stanno sentendo una radio Pur debolissimo e prossimo a un viaggio di sola andata verso il buio eterno, Salvatore comprende cosa sta succedendo. Giovani lavoratori come lui, in tutti i posti di lavoro, stanno massacrando i responsabili della loro situazione economica, delle loro vite. Salvatore tossisce sangue.

Prima di morire, ha il tempo di sentire le voci degli altri. Sono tutti intorno a lui. Con voci gracchianti, come uncini che grattano un vetro, dicono: ” Uno di noi! Uno di noi!”

L’ultima immagine che vede è : Claudio, che si avvicina strascicando per terra l’estintore.

Non saprà mai se lo colpirà o no

“Uno di noi”

 

 

la torta

20 Set

La torta! Ecco cosa mancava!

Enrico si colpì la fronte con il palmo della mano,come faceva ogni volta che non rammentava qualcosa. Ultimamente ne dimenticava di cose,pensò se fosse il caso di spaventarsi, ritenne di no. Avrebbe scritto dei piccoli appunti d’ora in poi. Trovò l’idea abbastanza soddisfacente, si complimentò con sé stesso.

Il lavoro, ecco il vero problema! Gli stavano tutti con il fiato sul collo. Nemmeno lo salutavano, quando erano in fila a timbrare il cartellino. Quella lunga fila di uomini in camice blu e le donne di colore verde. C’era chi sbadigliava, chi parlottava, qualche temerario rideva.

Cosa avevano da ridere lo sa la madonna! L’odore delle scatole, del cartone, il movimento delle ruote dei muletti elettrici,  lo scotch per chiudere i cartoni con le magliette contate, pronte per il grande viaggio nei migliori negozi o centri commerciali del paese.  E ora la notizia della probabile chiusura, o quantomeno di un drastico taglio al personale.

Improvvisamente tutti Che Guevara diventarono, lui passò da “comunista di merda”, a “nostro salvatore pensaci tu”. Sorrise pensando a questi ultimi tempi. Ci fu un grosso movimento anche da parte dei grandi capi del sindacato. il loro magazzino era molto noto in città.

Comunque: la torta! Per l’anniversario del loro matrimonio. Claudia. La tristezza per la scomparsa della loro gatta, segnò gli ultimi mesi di sua moglie.Nonché l’idea balzana di suo padre di rifarsi una vita, “fin che mi rimane da respirare”, e a settantasei anni andar a vivere con ” lo zio Anselmo”, così lei chiamò da sempre, l’amico di suo padre, dai tempi che erano giovani cadetti all’accademia militare di Modena. Fu un fulmine a ciel sereno, per la figlia e per la devota e umile moglie.Da sempre spettatrici delle decisioni e scelte del capo famiglia. Due soldati in pensione, poterono dichiarare il loro amore. Taciuto in caserma e fuori.

Insomma tra : lavoro, gatta scomparsa, suocero che lascia la moglie dopo quaranta anni di occupazione militare della vita di costei, non potette certo lamentarsi.

Cominciò a piovere, lui odiava guidar con la pioggia. Girò a lungo per trovare un parcheggio, poi avrebbe proceduto a piedi.

“L’ombrello!” Gli balzò alla mente l’immagine del suo ombrello che riposava nel suo armadietto, in magazzino.

Mentre maledì la sua mancanza di memoria, notò che una fiat panda, lasciava libero un posto . “Colpo di culo!” Rise tra sé e sé. Almeno una cosa positiva!

Scese dalla vettura e si bagnò con le gocce di pioggia , imprecò contro i suoi amici di facebook e i loro post in favore del ritorno di sua Santità: l’inverno.

Enrico non amò mai questa stagione.  Fu sempre uomo di sole, mare, la luce fino alle nove e mezzo di sera. Sua moglie Claudia invece, malinconica come fu da sempre, preferì fin dalla più tenera età, il clima rigido e carico di mestizia della stagione invernale.

Una suoneria, con una canzonetta allora di moda, lo richiamò alla realtà. Enrico lottò goffamente con le tasche dei pantaloni, poi estrasse l’i phone, vide che era sua moglie a chiamarlo, sospirò e recitò un convinto: ” Ciao cara!”

“Ciao amore, ma l’hai sentito l’idraulico, per la perdita in bagno? Sei passato a prender la torta? Ascolta, passeresti a metter i volantini per Ginevra? Magari, non so.. Potrebbe esser andata verso il centro. Piove e hai lasciato qui l’ombrello!” Disse tutte queste cose con un pizzico di apprensione e dolcezza. In fondo si amarono sempre. Fedelmente e a piccoli morsi. Un amore quotidiano, normale, di quelli tanto disprezzati dalle riviste femminili, ma resistenti nel tempo.

“Resistenti”Enrico pensò che gli piaceva vedersi come resistente. Il lavoro, le piccole e grandi ingiustizie, la precarietà nei sentimenti, tante cose negative , eppure lui e sua moglie, resistevano.  Si scusò con la moglie per l’ombrello lasciato a casa  e inventò di sana pianta di aver attaccato volantini e di aver chiamato l’idraulico.  Poi si dedicò alla ricerca di un negozio, una pasticceria aperta e con una bella torta. Lo meritavano tutte e due.

“Oh! Oh! Enrico!” Qualcuno lo chiamò.Ecco chi: Mainardi. Uno di quelli che per anni ebbe sempre da ridire sul sindacato, senza aver per questo la tessera o aver mai partecipato a un’assemblea, un crumiro medaglia d’oro nel leccar culi padronali, il quale- improvvisamente- si scoprì un estremista massimalista da “barricata subito!” E infatti..

“Saliamo tutti sul tetto e non scendiamo fino a quando quelli non cedono. Oppure ci leghiamo davanti ai cancelli, ci sdraiamo sull’autostrada, facciamo…” Lo travolse con le sue iniziative rivoluzionarie, trattenendolo per un braccio e stordendolo con la bocca troppo vicino all’orecchio di Enrico.

“Va bene, va bene, Mainardi! Ne parliamo, ok? Lunedì c’è un assemblea…”

“Ma quale assemblea! Le bombe, Enrico! Le bombe! Buuuum!” L’idea dinamitarda piacque tanto al vecchio operaio, che lasciò il giovane collega salutandolo con ampi gesti che sottolineò urlando : “buuuum!” Amava quel suono, forse Mainardi fu sempre un futurista senza saperlo.

 

il sindacalista affrettò i suoi passi, ormai mancava poco alla chiusura dei negozi. Svoltò verso via Cavour, c’era ” Marisa”, la miglior pasticceria del paese. Accelerò l’andatura e fece i complimenti a dio poiché smise di piovere.

Si sentì afferrare da una mano assai robusta. Ci mancava solo il suocero.

Il vecchio capitano in pensione, si nascondeva male dietro all’anziano casual versione  Briatore dei poveracci.

“Mettici una buona parola con Claudia, falla ragionare! Non c’è nulla di più bello che esser liberi! Insegnali tu questo! Fare come ti pare, ti salva da una vita monocorde, mediocre! Perché voi giovani siete così.. Aiutami a trovare l’insulto giusto! No, non vuoi nemmeno aiutarmi. Va bene, va bene! Ma vi avverto sono andato da notaio! Tutto  ad Anselmo!” Disse col tono della voce, ora implorante ora più risoluto, da persona abituata a comandare. D’altra parte decise tutto, ma proprio tutto, nella e della vita di Claudia. Tranne il fidanzato. Un uomo che mente a sé stesso per tutta la vita, cosa potrebbe mai insegnare agli altri?

“Sì, senta… Riferirò! Ora sono in ritardo per la torta” Tagliò corto Enrico, cercando di svincolarsi dalle mani del suocero, che lo trattenevano, attaccate come cozze agli scogli, per le braccia.

“Torta? E che si festeggia? ” L’idea che sua figlia e quello scriteriato del genero potessero festeggiare qualcosa, lo divertiva assai.

“Il nostro anniversario di matrimonio” Spiegò il giovane sindacalista.

“Ah, già! Pensa, son sempre convinto che sia una battuta molto comica associare mia figlia, te e una cosa seria come il matrimonio!” Rispose sprezzante e sarcastico il vecchio.

” A me fa ridere pensare al senso dell’umorismo di Dio, quando ha creato lei! Ora siamo pari, mi lasci, cazzo! Chiude il negozio!” Così Enrico lasciò il vecchio solo, per strada, e si avviò innervosito verso la pasticceria Marisa.

Svoltò e girò perdendosi tra i vicoli, maledicendo il suo ridicolo senso dell’orientamento.

Infine giunse davanti al negozio.  Vide la saracinesca abbassarsi. Sospirò. Non andava bene niente. Il lavoro, la gattina dispersa, una sottile noia di vivere che avvolgeva come pellicola ogni suo giorno. Stette fermo per un po’ ad osservare quel negozio chiuso. Come la sua vita: chiusa per ogni tipo di fortuna.

Poi avvertì la vibrazione del cellulare, nella tasca dei suoi pantaloni. Meccanicamente prese il cellulare: Claudia. Che dirle ora?

“Amore, dove sei?”Chiese la donna

“Davanti a Marisa. Purtroppo è chiusa.Mi son perso, e… Scusami, non faccio mai niente di giusto. Come fai a sopportarmi?” Domandò l’uomo

“Ma che dici? Cosa c’entra? Piuttosto, lascia stare la torta! Non ha importanza! Indovina? Scintilla è tornata a casa! Povera micina, tutta sporca e spaventata, ma è a casa! Alla torta pensiamo domani, ora torna  a casa! Amore mio!” Disse lei col tono della voce decisamente allegro.

Enrico tornò sui suoi passi. Si perse di nuovo tra i vicoli. Raggiunse la macchina e guidò, con il cuore un po’ più leggero, verso casa.

Perlomeno la gatta era tornata a casa.

 

vita

16 Set

Saul Hoffman, spazza lentamente, con la sua inseparabile scopa,  mozziconi di sigarette, foglie cadute dopo una gloriosa esistenza estiva, carte varie. Cinquanta anni di onorato servizio in quel quartiere di rapinatori, drogati, matti. Il suo negozio, uno spaccio di alcolici, quante volte è stato rapinato? Ha perso il conto.Mentre rientra nel locale, massaggiandosi con la mano destra il rene impazzito,pensa che potrebbe anche chiuderla questa maledetta topaia. L’ha forse reso ricco quel lavoro? No! L’ha forse reso un uomo migliore? Nemmeno. Certo, ci sono tanti ricordi, ma…

“Ehi, Saul bello! Dai mi passi la bottiglia di Vodka?Sai, che son in ritardo su tutto, ma non sulla mia sbronza delle otto di mattina! Che cera! Ma non hai dormito? Ah, metti sul conto! Che poi appena mi pubblicano il romanzo..” Arnie Horowitz. Chi altro? Tutte le mattine, per trecentosessantacinque giorni all’anno. Venti quattro ore su venti quattro. Lui e la sua storia del romanzo.

Saul si chiede perché non lo caccia, ma è fatto così. Lui vede il dolore negli occhi degli altri e in quel posto, che è America, ma non è America, hai voglia! Quanta gente sta male per sogni di gloria o per la tragica realtà. Lui è l’unico negozio rimasto aperto e…

Arnie? Horowitz?

Saul si gira e fissa il suo cliente fisso. La solita coppola marrone, il pesante giubbotto di renna, la faccia tonda, larga, con evidenti problemi di carie, quando fa quel sorriso cattivo e dispettoso, si insomma è lui! Ma non può esser lui

“Bè, che hai stamattina? Mi passi la mia Vodka?”il cliente lo fissa come se fosse normale, per un morto, presentarsi nel suo negozio preferito e richiedere da bere

“Ma..Arnie? Che ci ..”

“Che c’è Saul? Hai mai visto un alcolizzato prender una bottiglia di torcibudella? Mi sa che ne hai visti molti! Poi in questo quartiere di merda!” Arnie strizza l’occhiolino al vecchio, e ride. Quella sua risata catarrosa, fangosa, eppure carica di vita.

Vita, quella che questo negozio mi ha resa tutta uguale! Vorrà dir qualcosa il fatto di veder e parlare con i morti? Sono forse…

“No, vecchio bolscevico ebreo dei poveracci, non lo sei! Io? Eh, diciamo che ho superato da un po’ il problema di dovermi occupare della mia vita. ” Arnie sorride di nuovo, codesta volta è un sorriso amaro, di teneri rimpianti

“Mica l’ho pubblicato il romanzo, non l’ho mai nemmeno scritto. Solo che un tizio, il quale ogni mattina ti porta via una bottiglia di vodka, per..Quanti anni, Saul? Diciamo.. Venti?”

“Venticinque, Arnie”Saul fissa il non morto e si accorge di quanto tempo sia passato, sembrando fosse una sola giornata.

“Insomma, lo sai come è? Ce ne siamo accorti, dico : io e gli altri. Tu hai questo potere, questa cosa bella, vedi le persone vive. Cioè il contrario di quel pistolino che vedeva la gente morta, sai? No, non sai. Perché al cinema hai smesso di andarci quando avevi..”

“Diciotto anni, Arnie. Poi il vecchio è morto e io mi sono occupato del negozio. “Mormora con mestizia il vecchio proprietario dello spaccio di veleno alcolico.

“Si, tanti anni vero?Ci hai riempito le vene, danneggiato il fegato, procurato delirium tremens. Tu e quel fottuto armeno di Mickey, giù alla sesta strada Ci avete avvelenato, sai? La nostra poteva esser una bella vita, se non ci fosse stati voi a …Come dire?Hai presente le ragazze che vanno in giro semi nude? Che ammiccano? Ecco! Tu e Mickey, per non parlare di quel fottuto italiano del bar sulla settima. Ci avete avvelenati. E quindi…”

“Quindi cosa?”Domanda per inerzia Saul.

“Ma sto davvero parlando con un morto, che mi accusa. Di cosa poi?”

“Oh, dai! Non volevi chiudere il negozio? Non volevi ritirarti? Ecco!”Arnie sorride , pochissimi denti, stranamente aguzzi, stranamente sporchi. Di rosso.

“Io.. Io voglio godermi la vita! Ho passato cinquanta lunghi anni ad ascoltarvi, a parlare con voi! Aprendo il negozio anche quando era chiuso, cazzo! Anche quando era chiuso! Quante lacrime ti ho asciugato, Arnie? Quante? Tu e gli altri, e le vostre cazzo di vite! Almeno vi siete ubriacati, avete potuto perderla la vostra vita! Io? Qui dentro, sempre. Cosa ci ho ricavato, cosa? Che parlo con un morto vivente! Alle 8 di mattina di un piovoso venerdi di settembre!” Si infuria il vecchio, mentre l’amico lancia occhiate nervose all’entrata.

“E poi..Forse sto sognando. I vecchi confondono il sogno col vero, non sai? ” Borbotta tra sé e sé, Saul.

“Dici che sogni?”Chiede Arnie, accompagnando la domanda con un sorriso beffardo.

“Certo che sogno! Non vedo l’ora di svegliarmi, ma sto..” Saul non finisce la frase, perché il cliente gli butta una coppia tutta stropicciata di un giornale.

“Che sarebbe..”

“Leggi, Saul.”

Arnie, con un sorriso sarcastico, osserva il vecchio leggere l’articolo di cronaca nera, situato nella pagina centrale.

“Letto? Due baristi scomparsi. Qui, nel nostra quartiere. La porta del bar aperta. Bicchieri sul bancone, tutto come se stessero lavorando normalmente. E infatti normalmente lavoravano. Tanto normalmente ci hanno servito da bere, altrettanto normalmente li abbiamo, come dire? Un po’ mangiati! Ehi, non guardarmi così eh! Io con questi cazzo di denti che vuoi.. Cosa, pensi, che faccia? Un morsichettino! Nemmeno da zombi me la cavo bene! Bene, insomma: dovevamo esser morti. Io e i ragazzi. Chi prima e chi dopo, questa è la storia. Stavamo nel nulla, nel silenzio eterno. Ci sei tu non c’è il silenzio, c’è il silenzio tu chissà dove cazzo stai! In ogni caso, in quel silenzio, continuavamo a sentire dei rumori. Piccoli, come dei suoni che riesci a captare ma per metà. Frequenze sonore, ma non so come spiegarti la cosa. Comunque bravo, che non tenti di scappare o di sparare, come quel cazzo di italiano. Cioè. non funziona proprio come nei films. No, no. Ma cosa ti stavo dicendo? Erano i pensieri dei vivi che si lamentavano della loro vita. Non solo, si lamentavano della loro e si incazzavano per gli altri. Sai, cose del tipo: spero che tizio si lasci con la donna, che non è giusto! Perché quello ha trovato una moglie e io no? Oppure è morto tal dei tali, e giù a ridere. Insomma, questi infelici che sprecano le loro vite, mentre a noi una nuova ci farebbe tanto comodo, che dici Saul? Ci farebbe comodo? Io..Io vorrei scrivere,davvero! Angela non vorrebbe battere più il marciapiede e danzare, Romeo si vorrebbe godere la sua barca, al lago, e così tutti gli altri. Tu li conosci tutti. Brutta cosa la morte, brutta e ingiusta. Per cui, ecco, noi siamo qui a divorare i vivi che non vogliono vivere e che, particolare importante, fanno di tutto per rovinare la vita agli altri. Nel senso, la povera Carrie White, si non vuol vivere.. Ma cazzo, quanto è brava! Così a lei abbiamo offerto un passaggio per il grande balzo in avanti, ma quieto. Senza dolore, lo vuoi vedere Saul?” Domanda Arnie

“Cosa?”Sussurra Saul

“Quello che.. La cosa! La cosa che abbiamo organizzato per lei!” Sorride Arnie, un sorriso buono. Pure il suo viso, i suoi vestiti, i suoi denti, che bellezza! l’uomo è sempre lui, ma c’è qualcosa…Qualcosa di buono.

E la luce? I palloncini? Il locale stesso, sembra più grande e spazioso.

Saul si guarda le mani, che hanno? Sembrano quelle di un ragazzino. E il vestito? Mai stato così elegante.

“Ok, allora, ecco.. Li faccio entrare, ok? Tu stai tranquillo, cioè più di Mickey, quel porco fascista, diciamo che non era molto tranquillo steso sul bancone, mentre noi..ok, lasciamo stare. Cazzo anche come cena ti sta sullo stomaco!” Arnie apre la porta del negozio, che è ridiventato la solita vecchia betola

Ed eccoli lì: ci sono tutti e tutte! Quante facce, quante storie e vite disperate, eppure se la raccontavano, se la cantavano e ballavano, da perdenti, da sconfitti, ma l’hanno fatto.

E tu , vecchio Saul, ad ascoltarli, invogliarli, perché lo sapevi: la vita non è meravigliosa, ma porco diavolo, se vale la pena.

Il vecchio sorride. Eccoli li, belli e contenti. Il negozio è diventato un’elegante sala da ballo

“Vuoi ballare?” Gli chiede Angela.

“Si” Risponde il vecchio

E ballando, ballando, ridendo, perdendosi nella felicità eterna dei suoi amici, dopo cinquanta lunghi anni, Saul lascia il negozio.

Desolazione

3 Ago

Giovanni non  riusciva a crederci. Il suo nuovo posto di lavoro obbligatorio lo avrebbe svolto in quel posto orribile e dimenticato da Dio ,evidentemente imbarazzato da tanta  bruttezza molesta. Certo meglio della ruota o di altre  simpatiche torture in voga nel paese. Detto questo: il paese era proprio brutto. Uno stradone pieno di buche , sarebbe dovuto essere, nelle intenzioni urbanistiche della giunta comunale, il centro del paese. Un misero bar, dove era probabile che ritenessero la parola “happy hour” una malattia temibile quanto la peste, l’ unica attrattiva per la vita, non diciamo mondana, ma di svago per la cittadinanza. Per non parlare delle case: cominciate e mai finite. Scheletri di mattoni a rammentare che ogni pretesa di realizzare qualcosa, aveva solo un’ unica conclusione: l’abbandono. E lui in quel paese doveva passarci i prossimi dieci anni, lavorando nell’albergo cittadino, che per farvi un piacere nemmeno descrivo. Non so se avete capito: dieci anni.

Così il povero Giovanni si ritrova dietro al bancone del portiere, e per giunta di notte ! Come se, per qualche strano e impellente motivo, uno sentisse il bisogno di fermarsi in quel posto , al calare delle tenebre Più il tempo passava e più si costruiva in lui l’ idea che un brutto paese crea brutte persone e brutte vite. Lo notava da piccolissimi particolari, piccole sciatterie di pensiero. Non arrivava nulla dal mondo, e non per opera della polizia politica, ma perché ai cittadini non importava un emerito cazzo. Però parlavano molto degli altri! Ogni straniero era un pericolo per il paese e per la sua gloriosa storia , che consisteva nel trovarsi a dieci chilometri di distanza dal campo di battaglia che il governo gesti contro i temibili rifugiati

Di notte Giovanni se ne stava dietro il bancone , nella sua ridicola uniforme da portiere di notte.  Guardava la porta d’entrata dell’albergo e sospirava. Pensava a chissà quali avvenimenti partecipassero i suoi colleghi diurni. Immaginava feste e simpatia a iosa, immaginava e la vita passava  Non si era accorto dei capelli che piano piano imbiancavano o cadevano, e non tornavano più. Non si era accorto che quel gran nulla, cioè la radice esistenziale del paese, lo aveva avvolto  nella sua spirale

Così non pensava o sognava più

Stava scomparendo nel grigio: vittima dell’  inedia di vivere. Delirava da solo sulla gloriosa storia del paese. Ogni tanto tornava in sè ed erano i momenti peggiori

Continuava a fissare quella maledetta porta , nella speranza che arrivasse qualcuno, ma era un dannarsi inutile Cosi, quando  era arrivata la morte a trovarlo , per lui fu un evento eccezionale e trattava la morte come un ospite d’onore:la stanza migliore, le lenzuola pulite, il frigo bar pieno. La morte,che non era abituata a quel trattamento, si era commossa  e per regalo e riconoscenza aveva deciso di far un bel dono a quel giovane cosi gentile, che le aveva fatto compagnia quella notte e riempita di attenzioni e parole dolci: a lui , donava l’ immortalità.

Per cui se qualcuno fosse passato da quelle parti nei decenni successivi, avrebbe visto un uomo segnato in viso, torvo, cupo, e con una sottile e disperata malinconia negli occhi. Nel mondo erano capitate molte cose, caduti governi tirannici, sostituiti da altri che in nome di libertà e democrazia, non lesinavano a colpire severamente gli avversari. Gli giunsero di tanto in tanto, molto raramente, anche notizie riguardante la morte di un amico, l’ex fidanzata che si era sposata, aveva avuto figli ed era diventata nonna, i nipoti cresciuti, diventati nel corso del tempo nonni anche loro. L’umanità avanza anche sotto le guerre e le dittature, il desiderio di amare qualcuno, avere una famiglia passa sopra ogni cosa.

Anche Giovanni sentiva questo desiderio, nel profondo. E allora gli veniva da piangere. Piangeva forte, tanto non lo sentiva nessuno. Non vedeva nessuno. Si erano dimenticati di lui nel mondo, forse problemi burocratici o forse quella lettera giunta decenni prima e che lui aveva gettato via, fatta a pezzi, durante un momento di sconforto. Il paese rimaneva identico a sé stesso. La bruttezza soffocante, le case mai finite,la speranza remota quasi dimenticata, che qualcuno si fermasse a far loro compagnia.

Ma loro chi? Visto che lavorando di notte, non aveva modo di veder anima viva. Era abitato quel paese, oppure tutti avevano preso armi e bagagli e via! Verso il sole.

Così la notte tentava di ammazzarsi, ma non si riusciva mai. Invocava la morte di tornare a riprendersi la sua fottuta immortalità, ma quella passava una volta sola, nella vita degli uomini.

Parlava, rideva, piangeva, da solo. Perso in una divisa sempre più lurida, fatta a pezzi, il viso stravolto fisso e fermo a un’età che da un pezzo non avrebbe più dovuto avere

Giovanni non poteva fare altro che rimanere seduto, accettare il fatto che per lui il tempo non sarebbe mai terminato, e che ogni secondo della sua esistenza sarebbe stato vissuto in compagnia di una sola e fedelissima compagna: la desolazione.

A lei le sue parole confuse, le sue risate isteriche, i pianti improvvisi.  Così, all’improvviso, tutto gli sembrò più giusto e tollerabile. Non una donna, un cane, un gatto, un amico,niente e nessuno di questo e questi. No, la sua vita aveva una compagna, una confidente. Invisibile, silenziosa, discreta, pudica, ma presente. Sempre.

“Cara desolazione…”

Cominciava così, ogni notte dietro il bancone dell’albergo abbandonato, i suoi dialoghi con la sua unica e adorabile amica.

 

 

 

 

 

 

 

 

la vergogna

27 Lug

Giunto a metà  frase, Matteo, si bloccò.  Sulle prime non capì. Controllò il post, niente. Le solite cose, le sue classiche invettive contro quei dannati rifugiati, il sostegno a un prete che pretendeva il rogo per i gay. Tutto regolare. Rammentò persino di aver difeso quel bravo padre italiano che volle difender dalla sgradevolezza di aver dei disabili psichici, termine orribile, chiamiamoli : pazzi da legare, come ospiti nell’agriturismo dove costui passò le sue tanto sospirate vacanze. Per i figli! I bambini! Mica perché i pazzi andrebbero cotti con l’elettro schock! No, noi siamo civili.

Eppure, Matteo, continuò a non capire. Rilesse il post fino al punto in cui si bloccò.  Gli parve tutto giusto e sacrosanto. Pane al pane, vino al vino, linguaggio diretto e semplice che la sua gente doveva capire.

La mia gente. Al solo pensiero sentì, avvertì, fortissima una fitta al cuore. Tanto forte che si spaventò e pensò a un attacco cardiaco. Invece no, il cuore continuava a far il suo mestiere. Bravo cuore settentrionale che fa il suo lavoro.

No, non fu quello a farlo star male. Si alzò dalla scrivania e si avvicinò alla finestra. Osservò la strada sottostante. Il bar dove tutte le mattine beveva il suo caffè. Veloce, rapido, ma con sempre una battuta sui neri o sui gay per far ridere gli avventori

“E quelli ridono delle mie battute!”

Di nuovo quella fitta, potentissima e dolorosa. Ma da dove partì e cosa colpì? Non il cuore, il cervello.. Cosa?

Si recò a letto. Si distese sul materasso e si abbandonò a un riposo salvifico, o almeno così si augurò.

“La mia gente, le mie battute, i miei interventi quotidiani “pane al pane, vino al vino”

Il pensiero di queste cose lo tormentò tanto, che si alzò dal letto. Niente riposo, non riusciva a riposare. Decise di uscire e di far colazione al solito bar.

Finalmente in strada! Si diresse quasi correndo verso il suo solito bar.  Eccoli i suoi tanto amati avventori, che ormai conosceva benissimo.

“Uela, eccolo qua il Matteo! Hai visto?Altri pesci africani sul fondo del mediterraneo” Sorrise soddisfatto il barista

Matteo non apprezzò quella battuta.  Pesci africani?  Si trovò, stupefatto, a pensare che quel barista fosse proprio un pirla.

Ricordò le immagini dell’ultima barca affondata, le parole sommerse nelle lacrime, di una giovane donna che perse i genitori, il marito e la loro unica piccola figliola.

Persi, non come oggetti , che poi magari vai all’ufficio oggetti smarriti e li ritrovi. No. Persi nel senso di morti. Provò una stranissima cosa per quella donna:  empatia.

Fu così spontanea e prepotente, che non seppe nemmeno come spiegarsela.

Seppe solo che lo colse il bisogno forte e sincero di andar ad abbracciare l’africano che stava, con la sua misera merce, là fuori da anni. E da anni umiliato e offeso in tutti i modi.

Sulle prime l’uomo fece resistenza, poi accadde qualcosa che stupì entrambi

Matteo pianse e chiese scusa.  La supplicò quasi, sta scusa.  Il giovane nigeriano si commosse e rispose con fraterna dolcezza: “ Va tutto bene amico”

Matteo, improvvisamente, capì. Vergogna. Pura, profonda, giusta e necessaria. 

Per ogni pensiero e parola spese ad alimentare ignoranza e paure, per il danno che lui fece al paese e agli abitanti. Un paese dove delle madri reputarono giusto prendersela con la direzione di un centro estivo per l’infanzia, in quanto, tra i lavoratori, vi era un rifugiato. Provo schifo e vergogna per quel padre che reputò disdicevole passare le vacanze in un campeggio avendo dei disabili come vicini. Provò schifo e vergogna per lui, per le scemenze scritte solo per alimentare quel clima di paura, piccolo e disgustoso odio verso l’altro. Si sentì male di fronte a quel matteo disgraziato e sciocco, lui -si rese conto- non era così, non volle mai più esser così. Ecco che furono tutti quei piccoli disturbi di quella mattina. Vergogna, che arrivò a salvarlo, come ultima e preziosa redenzione.

Così inspirò tutta quella brutta atmosfera di frasi idiote e scritti deliranti e li espirò con violenza,allontanandole da sè e dal mondo.

Poi, leggero e in pace con sè stesso e il mondo, ritornò al bar. Guardò tutte quelle persone. Comprese la loro infelicità, si arrabbiò per quanto fatto a loro, sarebbero stati cittadini anche dotati di umanità e buon senso, se lui non li avesse spinti sulla strada facile dell’odio facile e meschino.

“Io mi vergogno. Mi vergogno di aver collaborato a render voi e il paese, peggiore di quanto sia in realtà” Tutti lo guardarono meravigliati, straniti, basiti

Ma cosa dice…

Poi, uno a uno, sentirono uno strano, ma potentissimo dolore. Non venne dal cuore, non fu la testa….

 

 

tanti auguri

24 Lug

Eccolo, sulla poltrona, che ronfa beatamente. Oggi che è il suo compleanno e tra poco arrivano gli ospiti. Lei vorrebbe svegliarlo, ma ricorda bene gli ultimi giorni. Dolorosi, per tutte e due. Dopo venti anni la loro gatta ha detto: addio. Ha chiuso gli occhi, ed è partita verso un lungo viaggio, lasciandoli soli. Lui si è chiuso in mutismo denso di sofferenza,passando il resto di quei giorni chiusi nel suo studio a scrivere poesie per la gatta.

Tipico di mio marito! 

Pensa lei. Ed è vero, quell’uomo- che ha sposato venti e passa anni fa- comunica benissimo con la parola scritta, tanto da far diventare ciò un lavoro anche redditizio, un po’ meno con le mani e l’attenzione verso di lei e gli altri. Ci tenta e ci ha tentato, ma è più forte di lui: deve chiudersi in studio e riempire pagine di parole. Lei, al massimo, è una spettatrice autorizzata. Lei e Fiore, la loro gatta. Essa si adagiava sulle ginocchia del suo adorato padrone e lo fissava o dormicchiava, mentre costui scriveva i suoi dotti saggi geopolitici.

Lui si era iscritto a 40 anni all’università, per bisogno personale, lei si era laureata per aver un pezzo di carta. Almeno i suoi genitori erano felici. Sai quanto avrebbero rosicato i zii di Pisa? Che la loro figliola, al massimo, si era laureata in scrivere post deliranti su facebook.

Lei lo guarda dormire e si sente felice. Ogni piccolo, insignificante, secondo della sua vita, della vita del suo marito, ad ella è sempre parso importante. Le viene naturale provare empatia profonda per gli altri. Interessarsi sinceramente alle loro storie, problemi, sogni. In questo anche suo marito le è uguale. Sa che ogni mercoledì, il giorno della spesa alla Coop, lui compra vivere di ogni genere per un signore anziano, come loro, che chiede umilmente la carità.

Ecco, di una cosa è orgogliosa di suo marito: che vive secondo i suoi ideali. Non è stato facile, assolutamente! Mancava poco che finisse- durante gli anni duri del regime- in galera per le sue idee socialiste. Aveva già alle spalle tre libri che trattavano codesto argomento. Eppure non aveva abiurato. Certo non gli diedero la possibilità di scrivere per anni, vissero del magro stipendio di lei, perché – tanto bravi e democratici, secondo le parole del loro leader- per lui era diventato proibitivo trovare lavoro. Un sovversivo!

Pure i parenti si erano messi. Tutti a criticarlo, considerarlo uno scemo. Ricorda benissimo, mentre ora lo osserva dormire sulla poltrona dove un tempo coccolava la sua gatta, le litigate con il padre, anni dopo sarebbe stato suo marito a far in modo che i rapporti riprendessero normalmente.

“Anna, lo vedi tuo padre? Avrà tanti difetti, ma è un uomo- uno dei pochi- di grandi sentimenti. Si, si, spesso non espressi, ma di grandi sentimenti!”

La donna mormora codesta frase a bassa voce. Quasi impercettibile, ma sa che il suo piccolo angelo la starà ascoltando. Da qualche parte, magari in compagnia di Fiore

Aborto spontaneo, dicono.  Fatto sta che tanto ci avevano messo per aver un figlio e quello, spontaneamente, ha deciso di non far nemmeno un giro di controllo, su questa terra.

In compenso hanno avuto tanti bimbi in affidamento, e oggi, per il compleanno di suo marito, almeno una decina di essi sarebbero arrivati.

Manca solo la loro Anna. Chissà, magari si sarebbe sposata e avrebbe avuto tanti figlioli.

Una lacrima, come sempre quando pensa a lei, scende sul suo viso. Lei non l’asciuga nemmeno, lascia che le bagni la guancia e il collo.

 

Che ore sono? Oh, ma è tardi! Quasi quasi lo sveglio! No, no! Lasciamolo dormire ancora un po’. Se lo merita, non ha dormito bene da quando Fiore è morta.

Lei sa che la morte è un fatto naturale, poi c’è il paradiso. Lui le invidia la fede. Dice che a un ateo rimane solo l’oblio e la polvere. La verità, ma talora una pietosa bugia servirebbe

La donna passa in osservazione la casa. Tutto deve esser pronto. Si sente soddisfatta. Piatti e bicchieri , sedie, dolci e salati, tutto in ordine, nella grande sala.

Guarda l’orologio. Tra poco sarebbero arrivati gli ospiti. Si sarebbe riso, parlato, sarà una bellissima serata.

Lei entra nello studio del marito. Lui dorme. L donna gli accarezza dolcemente la testa. Chissà, magari nel sonno, lui è in compagnia della figliola e di Fiore, non l’avrebbe svegliato. Gli ospiti, avrebbero capito.

“Tanti auguri” Bisbiglia lei. Sorridendo e lacrimando forte

Lui dorme, ma lei sa, che da qualche parte lui la sta ascoltando e che le sorride, come ha sempre fatto in tutti quegli anni.

Decide di lasciarlo dormire ancora, tanto gli ospiti, quando arriveranno, arriveranno!

Tanti auguri”