la torta

20 Set

La torta! Ecco cosa mancava!

Enrico si colpì la fronte con il palmo della mano,come faceva ogni volta che non rammentava qualcosa. Ultimamente ne dimenticava di cose,pensò se fosse il caso di spaventarsi, ritenne di no. Avrebbe scritto dei piccoli appunti d’ora in poi. Trovò l’idea abbastanza soddisfacente, si complimentò con sé stesso.

Il lavoro, ecco il vero problema! Gli stavano tutti con il fiato sul collo. Nemmeno lo salutavano, quando erano in fila a timbrare il cartellino. Quella lunga fila di uomini in camice blu e le donne di colore verde. C’era chi sbadigliava, chi parlottava, qualche temerario rideva.

Cosa avevano da ridere lo sa la madonna! L’odore delle scatole, del cartone, il movimento delle ruote dei muletti elettrici,  lo scotch per chiudere i cartoni con le magliette contate, pronte per il grande viaggio nei migliori negozi o centri commerciali del paese.  E ora la notizia della probabile chiusura, o quantomeno di un drastico taglio al personale.

Improvvisamente tutti Che Guevara diventarono, lui passò da “comunista di merda”, a “nostro salvatore pensaci tu”. Sorrise pensando a questi ultimi tempi. Ci fu un grosso movimento anche da parte dei grandi capi del sindacato. il loro magazzino era molto noto in città.

Comunque: la torta! Per l’anniversario del loro matrimonio. Claudia. La tristezza per la scomparsa della loro gatta, segnò gli ultimi mesi di sua moglie.Nonché l’idea balzana di suo padre di rifarsi una vita, “fin che mi rimane da respirare”, e a settantasei anni andar a vivere con ” lo zio Anselmo”, così lei chiamò da sempre, l’amico di suo padre, dai tempi che erano giovani cadetti all’accademia militare di Modena. Fu un fulmine a ciel sereno, per la figlia e per la devota e umile moglie.Da sempre spettatrici delle decisioni e scelte del capo famiglia. Due soldati in pensione, poterono dichiarare il loro amore. Taciuto in caserma e fuori.

Insomma tra : lavoro, gatta scomparsa, suocero che lascia la moglie dopo quaranta anni di occupazione militare della vita di costei, non potette certo lamentarsi.

Cominciò a piovere, lui odiava guidar con la pioggia. Girò a lungo per trovare un parcheggio, poi avrebbe proceduto a piedi.

“L’ombrello!” Gli balzò alla mente l’immagine del suo ombrello che riposava nel suo armadietto, in magazzino.

Mentre maledì la sua mancanza di memoria, notò che una fiat panda, lasciava libero un posto . “Colpo di culo!” Rise tra sé e sé. Almeno una cosa positiva!

Scese dalla vettura e si bagnò con le gocce di pioggia , imprecò contro i suoi amici di facebook e i loro post in favore del ritorno di sua Santità: l’inverno.

Enrico non amò mai questa stagione.  Fu sempre uomo di sole, mare, la luce fino alle nove e mezzo di sera. Sua moglie Claudia invece, malinconica come fu da sempre, preferì fin dalla più tenera età, il clima rigido e carico di mestizia della stagione invernale.

Una suoneria, con una canzonetta allora di moda, lo richiamò alla realtà. Enrico lottò goffamente con le tasche dei pantaloni, poi estrasse l’i phone, vide che era sua moglie a chiamarlo, sospirò e recitò un convinto: ” Ciao cara!”

“Ciao amore, ma l’hai sentito l’idraulico, per la perdita in bagno? Sei passato a prender la torta? Ascolta, passeresti a metter i volantini per Ginevra? Magari, non so.. Potrebbe esser andata verso il centro. Piove e hai lasciato qui l’ombrello!” Disse tutte queste cose con un pizzico di apprensione e dolcezza. In fondo si amarono sempre. Fedelmente e a piccoli morsi. Un amore quotidiano, normale, di quelli tanto disprezzati dalle riviste femminili, ma resistenti nel tempo.

“Resistenti”Enrico pensò che gli piaceva vedersi come resistente. Il lavoro, le piccole e grandi ingiustizie, la precarietà nei sentimenti, tante cose negative , eppure lui e sua moglie, resistevano.  Si scusò con la moglie per l’ombrello lasciato a casa  e inventò di sana pianta di aver attaccato volantini e di aver chiamato l’idraulico.  Poi si dedicò alla ricerca di un negozio, una pasticceria aperta e con una bella torta. Lo meritavano tutte e due.

“Oh! Oh! Enrico!” Qualcuno lo chiamò.Ecco chi: Mainardi. Uno di quelli che per anni ebbe sempre da ridire sul sindacato, senza aver per questo la tessera o aver mai partecipato a un’assemblea, un crumiro medaglia d’oro nel leccar culi padronali, il quale- improvvisamente- si scoprì un estremista massimalista da “barricata subito!” E infatti..

“Saliamo tutti sul tetto e non scendiamo fino a quando quelli non cedono. Oppure ci leghiamo davanti ai cancelli, ci sdraiamo sull’autostrada, facciamo…” Lo travolse con le sue iniziative rivoluzionarie, trattenendolo per un braccio e stordendolo con la bocca troppo vicino all’orecchio di Enrico.

“Va bene, va bene, Mainardi! Ne parliamo, ok? Lunedì c’è un assemblea…”

“Ma quale assemblea! Le bombe, Enrico! Le bombe! Buuuum!” L’idea dinamitarda piacque tanto al vecchio operaio, che lasciò il giovane collega salutandolo con ampi gesti che sottolineò urlando : “buuuum!” Amava quel suono, forse Mainardi fu sempre un futurista senza saperlo.

 

il sindacalista affrettò i suoi passi, ormai mancava poco alla chiusura dei negozi. Svoltò verso via Cavour, c’era ” Marisa”, la miglior pasticceria del paese. Accelerò l’andatura e fece i complimenti a dio poiché smise di piovere.

Si sentì afferrare da una mano assai robusta. Ci mancava solo il suocero.

Il vecchio capitano in pensione, si nascondeva male dietro all’anziano casual versione  Briatore dei poveracci.

“Mettici una buona parola con Claudia, falla ragionare! Non c’è nulla di più bello che esser liberi! Insegnali tu questo! Fare come ti pare, ti salva da una vita monocorde, mediocre! Perché voi giovani siete così.. Aiutami a trovare l’insulto giusto! No, non vuoi nemmeno aiutarmi. Va bene, va bene! Ma vi avverto sono andato da notaio! Tutto  ad Anselmo!” Disse col tono della voce, ora implorante ora più risoluto, da persona abituata a comandare. D’altra parte decise tutto, ma proprio tutto, nella e della vita di Claudia. Tranne il fidanzato. Un uomo che mente a sé stesso per tutta la vita, cosa potrebbe mai insegnare agli altri?

“Sì, senta… Riferirò! Ora sono in ritardo per la torta” Tagliò corto Enrico, cercando di svincolarsi dalle mani del suocero, che lo trattenevano, attaccate come cozze agli scogli, per le braccia.

“Torta? E che si festeggia? ” L’idea che sua figlia e quello scriteriato del genero potessero festeggiare qualcosa, lo divertiva assai.

“Il nostro anniversario di matrimonio” Spiegò il giovane sindacalista.

“Ah, già! Pensa, son sempre convinto che sia una battuta molto comica associare mia figlia, te e una cosa seria come il matrimonio!” Rispose sprezzante e sarcastico il vecchio.

” A me fa ridere pensare al senso dell’umorismo di Dio, quando ha creato lei! Ora siamo pari, mi lasci, cazzo! Chiude il negozio!” Così Enrico lasciò il vecchio solo, per strada, e si avviò innervosito verso la pasticceria Marisa.

Svoltò e girò perdendosi tra i vicoli, maledicendo il suo ridicolo senso dell’orientamento.

Infine giunse davanti al negozio.  Vide la saracinesca abbassarsi. Sospirò. Non andava bene niente. Il lavoro, la gattina dispersa, una sottile noia di vivere che avvolgeva come pellicola ogni suo giorno. Stette fermo per un po’ ad osservare quel negozio chiuso. Come la sua vita: chiusa per ogni tipo di fortuna.

Poi avvertì la vibrazione del cellulare, nella tasca dei suoi pantaloni. Meccanicamente prese il cellulare: Claudia. Che dirle ora?

“Amore, dove sei?”Chiese la donna

“Davanti a Marisa. Purtroppo è chiusa.Mi son perso, e… Scusami, non faccio mai niente di giusto. Come fai a sopportarmi?” Domandò l’uomo

“Ma che dici? Cosa c’entra? Piuttosto, lascia stare la torta! Non ha importanza! Indovina? Scintilla è tornata a casa! Povera micina, tutta sporca e spaventata, ma è a casa! Alla torta pensiamo domani, ora torna  a casa! Amore mio!” Disse lei col tono della voce decisamente allegro.

Enrico tornò sui suoi passi. Si perse di nuovo tra i vicoli. Raggiunse la macchina e guidò, con il cuore un po’ più leggero, verso casa.

Perlomeno la gatta era tornata a casa.

 

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vita

16 Set

Saul Hoffman, spazza lentamente, con la sua inseparabile scopa,  mozziconi di sigarette, foglie cadute dopo una gloriosa esistenza estiva, carte varie. Cinquanta anni di onorato servizio in quel quartiere di rapinatori, drogati, matti. Il suo negozio, uno spaccio di alcolici, quante volte è stato rapinato? Ha perso il conto.Mentre rientra nel locale, massaggiandosi con la mano destra il rene impazzito,pensa che potrebbe anche chiuderla questa maledetta topaia. L’ha forse reso ricco quel lavoro? No! L’ha forse reso un uomo migliore? Nemmeno. Certo, ci sono tanti ricordi, ma…

“Ehi, Saul bello! Dai mi passi la bottiglia di Vodka?Sai, che son in ritardo su tutto, ma non sulla mia sbronza delle otto di mattina! Che cera! Ma non hai dormito? Ah, metti sul conto! Che poi appena mi pubblicano il romanzo..” Arnie Horowitz. Chi altro? Tutte le mattine, per trecentosessantacinque giorni all’anno. Venti quattro ore su venti quattro. Lui e la sua storia del romanzo.

Saul si chiede perché non lo caccia, ma è fatto così. Lui vede il dolore negli occhi degli altri e in quel posto, che è America, ma non è America, hai voglia! Quanta gente sta male per sogni di gloria o per la tragica realtà. Lui è l’unico negozio rimasto aperto e…

Arnie? Horowitz?

Saul si gira e fissa il suo cliente fisso. La solita coppola marrone, il pesante giubbotto di renna, la faccia tonda, larga, con evidenti problemi di carie, quando fa quel sorriso cattivo e dispettoso, si insomma è lui! Ma non può esser lui

“Bè, che hai stamattina? Mi passi la mia Vodka?”il cliente lo fissa come se fosse normale, per un morto, presentarsi nel suo negozio preferito e richiedere da bere

“Ma..Arnie? Che ci ..”

“Che c’è Saul? Hai mai visto un alcolizzato prender una bottiglia di torcibudella? Mi sa che ne hai visti molti! Poi in questo quartiere di merda!” Arnie strizza l’occhiolino al vecchio, e ride. Quella sua risata catarrosa, fangosa, eppure carica di vita.

Vita, quella che questo negozio mi ha resa tutta uguale! Vorrà dir qualcosa il fatto di veder e parlare con i morti? Sono forse…

“No, vecchio bolscevico ebreo dei poveracci, non lo sei! Io? Eh, diciamo che ho superato da un po’ il problema di dovermi occupare della mia vita. ” Arnie sorride di nuovo, codesta volta è un sorriso amaro, di teneri rimpianti

“Mica l’ho pubblicato il romanzo, non l’ho mai nemmeno scritto. Solo che un tizio, il quale ogni mattina ti porta via una bottiglia di vodka, per..Quanti anni, Saul? Diciamo.. Venti?”

“Venticinque, Arnie”Saul fissa il non morto e si accorge di quanto tempo sia passato, sembrando fosse una sola giornata.

“Insomma, lo sai come è? Ce ne siamo accorti, dico : io e gli altri. Tu hai questo potere, questa cosa bella, vedi le persone vive. Cioè il contrario di quel pistolino che vedeva la gente morta, sai? No, non sai. Perché al cinema hai smesso di andarci quando avevi..”

“Diciotto anni, Arnie. Poi il vecchio è morto e io mi sono occupato del negozio. “Mormora con mestizia il vecchio proprietario dello spaccio di veleno alcolico.

“Si, tanti anni vero?Ci hai riempito le vene, danneggiato il fegato, procurato delirium tremens. Tu e quel fottuto armeno di Mickey, giù alla sesta strada Ci avete avvelenato, sai? La nostra poteva esser una bella vita, se non ci fosse stati voi a …Come dire?Hai presente le ragazze che vanno in giro semi nude? Che ammiccano? Ecco! Tu e Mickey, per non parlare di quel fottuto italiano del bar sulla settima. Ci avete avvelenati. E quindi…”

“Quindi cosa?”Domanda per inerzia Saul.

“Ma sto davvero parlando con un morto, che mi accusa. Di cosa poi?”

“Oh, dai! Non volevi chiudere il negozio? Non volevi ritirarti? Ecco!”Arnie sorride , pochissimi denti, stranamente aguzzi, stranamente sporchi. Di rosso.

“Io.. Io voglio godermi la vita! Ho passato cinquanta lunghi anni ad ascoltarvi, a parlare con voi! Aprendo il negozio anche quando era chiuso, cazzo! Anche quando era chiuso! Quante lacrime ti ho asciugato, Arnie? Quante? Tu e gli altri, e le vostre cazzo di vite! Almeno vi siete ubriacati, avete potuto perderla la vostra vita! Io? Qui dentro, sempre. Cosa ci ho ricavato, cosa? Che parlo con un morto vivente! Alle 8 di mattina di un piovoso venerdi di settembre!” Si infuria il vecchio, mentre l’amico lancia occhiate nervose all’entrata.

“E poi..Forse sto sognando. I vecchi confondono il sogno col vero, non sai? ” Borbotta tra sé e sé, Saul.

“Dici che sogni?”Chiede Arnie, accompagnando la domanda con un sorriso beffardo.

“Certo che sogno! Non vedo l’ora di svegliarmi, ma sto..” Saul non finisce la frase, perché il cliente gli butta una coppia tutta stropicciata di un giornale.

“Che sarebbe..”

“Leggi, Saul.”

Arnie, con un sorriso sarcastico, osserva il vecchio leggere l’articolo di cronaca nera, situato nella pagina centrale.

“Letto? Due baristi scomparsi. Qui, nel nostra quartiere. La porta del bar aperta. Bicchieri sul bancone, tutto come se stessero lavorando normalmente. E infatti normalmente lavoravano. Tanto normalmente ci hanno servito da bere, altrettanto normalmente li abbiamo, come dire? Un po’ mangiati! Ehi, non guardarmi così eh! Io con questi cazzo di denti che vuoi.. Cosa, pensi, che faccia? Un morsichettino! Nemmeno da zombi me la cavo bene! Bene, insomma: dovevamo esser morti. Io e i ragazzi. Chi prima e chi dopo, questa è la storia. Stavamo nel nulla, nel silenzio eterno. Ci sei tu non c’è il silenzio, c’è il silenzio tu chissà dove cazzo stai! In ogni caso, in quel silenzio, continuavamo a sentire dei rumori. Piccoli, come dei suoni che riesci a captare ma per metà. Frequenze sonore, ma non so come spiegarti la cosa. Comunque bravo, che non tenti di scappare o di sparare, come quel cazzo di italiano. Cioè. non funziona proprio come nei films. No, no. Ma cosa ti stavo dicendo? Erano i pensieri dei vivi che si lamentavano della loro vita. Non solo, si lamentavano della loro e si incazzavano per gli altri. Sai, cose del tipo: spero che tizio si lasci con la donna, che non è giusto! Perché quello ha trovato una moglie e io no? Oppure è morto tal dei tali, e giù a ridere. Insomma, questi infelici che sprecano le loro vite, mentre a noi una nuova ci farebbe tanto comodo, che dici Saul? Ci farebbe comodo? Io..Io vorrei scrivere,davvero! Angela non vorrebbe battere più il marciapiede e danzare, Romeo si vorrebbe godere la sua barca, al lago, e così tutti gli altri. Tu li conosci tutti. Brutta cosa la morte, brutta e ingiusta. Per cui, ecco, noi siamo qui a divorare i vivi che non vogliono vivere e che, particolare importante, fanno di tutto per rovinare la vita agli altri. Nel senso, la povera Carrie White, si non vuol vivere.. Ma cazzo, quanto è brava! Così a lei abbiamo offerto un passaggio per il grande balzo in avanti, ma quieto. Senza dolore, lo vuoi vedere Saul?” Domanda Arnie

“Cosa?”Sussurra Saul

“Quello che.. La cosa! La cosa che abbiamo organizzato per lei!” Sorride Arnie, un sorriso buono. Pure il suo viso, i suoi vestiti, i suoi denti, che bellezza! l’uomo è sempre lui, ma c’è qualcosa…Qualcosa di buono.

E la luce? I palloncini? Il locale stesso, sembra più grande e spazioso.

Saul si guarda le mani, che hanno? Sembrano quelle di un ragazzino. E il vestito? Mai stato così elegante.

“Ok, allora, ecco.. Li faccio entrare, ok? Tu stai tranquillo, cioè più di Mickey, quel porco fascista, diciamo che non era molto tranquillo steso sul bancone, mentre noi..ok, lasciamo stare. Cazzo anche come cena ti sta sullo stomaco!” Arnie apre la porta del negozio, che è ridiventato la solita vecchia betola

Ed eccoli lì: ci sono tutti e tutte! Quante facce, quante storie e vite disperate, eppure se la raccontavano, se la cantavano e ballavano, da perdenti, da sconfitti, ma l’hanno fatto.

E tu , vecchio Saul, ad ascoltarli, invogliarli, perché lo sapevi: la vita non è meravigliosa, ma porco diavolo, se vale la pena.

Il vecchio sorride. Eccoli li, belli e contenti. Il negozio è diventato un’elegante sala da ballo

“Vuoi ballare?” Gli chiede Angela.

“Si” Risponde il vecchio

E ballando, ballando, ridendo, perdendosi nella felicità eterna dei suoi amici, dopo cinquanta lunghi anni, Saul lascia il negozio.

Desolazione

3 Ago

Giovanni non  riusciva a crederci. Il suo nuovo posto di lavoro obbligatorio lo avrebbe svolto in quel posto orribile e dimenticato da Dio ,evidentemente imbarazzato da tanta  bruttezza molesta. Certo meglio della ruota o di altre  simpatiche torture in voga nel paese. Detto questo: il paese era proprio brutto. Uno stradone pieno di buche , sarebbe dovuto essere, nelle intenzioni urbanistiche della giunta comunale, il centro del paese. Un misero bar, dove era probabile che ritenessero la parola “happy hour” una malattia temibile quanto la peste, l’ unica attrattiva per la vita, non diciamo mondana, ma di svago per la cittadinanza. Per non parlare delle case: cominciate e mai finite. Scheletri di mattoni a rammentare che ogni pretesa di realizzare qualcosa, aveva solo un’ unica conclusione: l’abbandono. E lui in quel paese doveva passarci i prossimi dieci anni, lavorando nell’albergo cittadino, che per farvi un piacere nemmeno descrivo. Non so se avete capito: dieci anni.

Così il povero Giovanni si ritrova dietro al bancone del portiere, e per giunta di notte ! Come se, per qualche strano e impellente motivo, uno sentisse il bisogno di fermarsi in quel posto , al calare delle tenebre Più il tempo passava e più si costruiva in lui l’ idea che un brutto paese crea brutte persone e brutte vite. Lo notava da piccolissimi particolari, piccole sciatterie di pensiero. Non arrivava nulla dal mondo, e non per opera della polizia politica, ma perché ai cittadini non importava un emerito cazzo. Però parlavano molto degli altri! Ogni straniero era un pericolo per il paese e per la sua gloriosa storia , che consisteva nel trovarsi a dieci chilometri di distanza dal campo di battaglia che il governo gesti contro i temibili rifugiati

Di notte Giovanni se ne stava dietro il bancone , nella sua ridicola uniforme da portiere di notte.  Guardava la porta d’entrata dell’albergo e sospirava. Pensava a chissà quali avvenimenti partecipassero i suoi colleghi diurni. Immaginava feste e simpatia a iosa, immaginava e la vita passava  Non si era accorto dei capelli che piano piano imbiancavano o cadevano, e non tornavano più. Non si era accorto che quel gran nulla, cioè la radice esistenziale del paese, lo aveva avvolto  nella sua spirale

Così non pensava o sognava più

Stava scomparendo nel grigio: vittima dell’  inedia di vivere. Delirava da solo sulla gloriosa storia del paese. Ogni tanto tornava in sè ed erano i momenti peggiori

Continuava a fissare quella maledetta porta , nella speranza che arrivasse qualcuno, ma era un dannarsi inutile Cosi, quando  era arrivata la morte a trovarlo , per lui fu un evento eccezionale e trattava la morte come un ospite d’onore:la stanza migliore, le lenzuola pulite, il frigo bar pieno. La morte,che non era abituata a quel trattamento, si era commossa  e per regalo e riconoscenza aveva deciso di far un bel dono a quel giovane cosi gentile, che le aveva fatto compagnia quella notte e riempita di attenzioni e parole dolci: a lui , donava l’ immortalità.

Per cui se qualcuno fosse passato da quelle parti nei decenni successivi, avrebbe visto un uomo segnato in viso, torvo, cupo, e con una sottile e disperata malinconia negli occhi. Nel mondo erano capitate molte cose, caduti governi tirannici, sostituiti da altri che in nome di libertà e democrazia, non lesinavano a colpire severamente gli avversari. Gli giunsero di tanto in tanto, molto raramente, anche notizie riguardante la morte di un amico, l’ex fidanzata che si era sposata, aveva avuto figli ed era diventata nonna, i nipoti cresciuti, diventati nel corso del tempo nonni anche loro. L’umanità avanza anche sotto le guerre e le dittature, il desiderio di amare qualcuno, avere una famiglia passa sopra ogni cosa.

Anche Giovanni sentiva questo desiderio, nel profondo. E allora gli veniva da piangere. Piangeva forte, tanto non lo sentiva nessuno. Non vedeva nessuno. Si erano dimenticati di lui nel mondo, forse problemi burocratici o forse quella lettera giunta decenni prima e che lui aveva gettato via, fatta a pezzi, durante un momento di sconforto. Il paese rimaneva identico a sé stesso. La bruttezza soffocante, le case mai finite,la speranza remota quasi dimenticata, che qualcuno si fermasse a far loro compagnia.

Ma loro chi? Visto che lavorando di notte, non aveva modo di veder anima viva. Era abitato quel paese, oppure tutti avevano preso armi e bagagli e via! Verso il sole.

Così la notte tentava di ammazzarsi, ma non si riusciva mai. Invocava la morte di tornare a riprendersi la sua fottuta immortalità, ma quella passava una volta sola, nella vita degli uomini.

Parlava, rideva, piangeva, da solo. Perso in una divisa sempre più lurida, fatta a pezzi, il viso stravolto fisso e fermo a un’età che da un pezzo non avrebbe più dovuto avere

Giovanni non poteva fare altro che rimanere seduto, accettare il fatto che per lui il tempo non sarebbe mai terminato, e che ogni secondo della sua esistenza sarebbe stato vissuto in compagnia di una sola e fedelissima compagna: la desolazione.

A lei le sue parole confuse, le sue risate isteriche, i pianti improvvisi.  Così, all’improvviso, tutto gli sembrò più giusto e tollerabile. Non una donna, un cane, un gatto, un amico,niente e nessuno di questo e questi. No, la sua vita aveva una compagna, una confidente. Invisibile, silenziosa, discreta, pudica, ma presente. Sempre.

“Cara desolazione…”

Cominciava così, ogni notte dietro il bancone dell’albergo abbandonato, i suoi dialoghi con la sua unica e adorabile amica.

 

 

 

 

 

 

 

 

la vergogna

27 Lug

Giunto a metà  frase, Matteo, si bloccò.  Sulle prime non capì. Controllò il post, niente. Le solite cose, le sue classiche invettive contro quei dannati rifugiati, il sostegno a un prete che pretendeva il rogo per i gay. Tutto regolare. Rammentò persino di aver difeso quel bravo padre italiano che volle difender dalla sgradevolezza di aver dei disabili psichici, termine orribile, chiamiamoli : pazzi da legare, come ospiti nell’agriturismo dove costui passò le sue tanto sospirate vacanze. Per i figli! I bambini! Mica perché i pazzi andrebbero cotti con l’elettro schock! No, noi siamo civili.

Eppure, Matteo, continuò a non capire. Rilesse il post fino al punto in cui si bloccò.  Gli parve tutto giusto e sacrosanto. Pane al pane, vino al vino, linguaggio diretto e semplice che la sua gente doveva capire.

La mia gente. Al solo pensiero sentì, avvertì, fortissima una fitta al cuore. Tanto forte che si spaventò e pensò a un attacco cardiaco. Invece no, il cuore continuava a far il suo mestiere. Bravo cuore settentrionale che fa il suo lavoro.

No, non fu quello a farlo star male. Si alzò dalla scrivania e si avvicinò alla finestra. Osservò la strada sottostante. Il bar dove tutte le mattine beveva il suo caffè. Veloce, rapido, ma con sempre una battuta sui neri o sui gay per far ridere gli avventori

“E quelli ridono delle mie battute!”

Di nuovo quella fitta, potentissima e dolorosa. Ma da dove partì e cosa colpì? Non il cuore, il cervello.. Cosa?

Si recò a letto. Si distese sul materasso e si abbandonò a un riposo salvifico, o almeno così si augurò.

“La mia gente, le mie battute, i miei interventi quotidiani “pane al pane, vino al vino”

Il pensiero di queste cose lo tormentò tanto, che si alzò dal letto. Niente riposo, non riusciva a riposare. Decise di uscire e di far colazione al solito bar.

Finalmente in strada! Si diresse quasi correndo verso il suo solito bar.  Eccoli i suoi tanto amati avventori, che ormai conosceva benissimo.

“Uela, eccolo qua il Matteo! Hai visto?Altri pesci africani sul fondo del mediterraneo” Sorrise soddisfatto il barista

Matteo non apprezzò quella battuta.  Pesci africani?  Si trovò, stupefatto, a pensare che quel barista fosse proprio un pirla.

Ricordò le immagini dell’ultima barca affondata, le parole sommerse nelle lacrime, di una giovane donna che perse i genitori, il marito e la loro unica piccola figliola.

Persi, non come oggetti , che poi magari vai all’ufficio oggetti smarriti e li ritrovi. No. Persi nel senso di morti. Provò una stranissima cosa per quella donna:  empatia.

Fu così spontanea e prepotente, che non seppe nemmeno come spiegarsela.

Seppe solo che lo colse il bisogno forte e sincero di andar ad abbracciare l’africano che stava, con la sua misera merce, là fuori da anni. E da anni umiliato e offeso in tutti i modi.

Sulle prime l’uomo fece resistenza, poi accadde qualcosa che stupì entrambi

Matteo pianse e chiese scusa.  La supplicò quasi, sta scusa.  Il giovane nigeriano si commosse e rispose con fraterna dolcezza: “ Va tutto bene amico”

Matteo, improvvisamente, capì. Vergogna. Pura, profonda, giusta e necessaria. 

Per ogni pensiero e parola spese ad alimentare ignoranza e paure, per il danno che lui fece al paese e agli abitanti. Un paese dove delle madri reputarono giusto prendersela con la direzione di un centro estivo per l’infanzia, in quanto, tra i lavoratori, vi era un rifugiato. Provo schifo e vergogna per quel padre che reputò disdicevole passare le vacanze in un campeggio avendo dei disabili come vicini. Provò schifo e vergogna per lui, per le scemenze scritte solo per alimentare quel clima di paura, piccolo e disgustoso odio verso l’altro. Si sentì male di fronte a quel matteo disgraziato e sciocco, lui -si rese conto- non era così, non volle mai più esser così. Ecco che furono tutti quei piccoli disturbi di quella mattina. Vergogna, che arrivò a salvarlo, come ultima e preziosa redenzione.

Così inspirò tutta quella brutta atmosfera di frasi idiote e scritti deliranti e li espirò con violenza,allontanandole da sè e dal mondo.

Poi, leggero e in pace con sè stesso e il mondo, ritornò al bar. Guardò tutte quelle persone. Comprese la loro infelicità, si arrabbiò per quanto fatto a loro, sarebbero stati cittadini anche dotati di umanità e buon senso, se lui non li avesse spinti sulla strada facile dell’odio facile e meschino.

“Io mi vergogno. Mi vergogno di aver collaborato a render voi e il paese, peggiore di quanto sia in realtà” Tutti lo guardarono meravigliati, straniti, basiti

Ma cosa dice…

Poi, uno a uno, sentirono uno strano, ma potentissimo dolore. Non venne dal cuore, non fu la testa….

 

 

tanti auguri

24 Lug

Eccolo, sulla poltrona, che ronfa beatamente. Oggi che è il suo compleanno e tra poco arrivano gli ospiti. Lei vorrebbe svegliarlo, ma ricorda bene gli ultimi giorni. Dolorosi, per tutte e due. Dopo venti anni la loro gatta ha detto: addio. Ha chiuso gli occhi, ed è partita verso un lungo viaggio, lasciandoli soli. Lui si è chiuso in mutismo denso di sofferenza,passando il resto di quei giorni chiusi nel suo studio a scrivere poesie per la gatta.

Tipico di mio marito! 

Pensa lei. Ed è vero, quell’uomo- che ha sposato venti e passa anni fa- comunica benissimo con la parola scritta, tanto da far diventare ciò un lavoro anche redditizio, un po’ meno con le mani e l’attenzione verso di lei e gli altri. Ci tenta e ci ha tentato, ma è più forte di lui: deve chiudersi in studio e riempire pagine di parole. Lei, al massimo, è una spettatrice autorizzata. Lei e Fiore, la loro gatta. Essa si adagiava sulle ginocchia del suo adorato padrone e lo fissava o dormicchiava, mentre costui scriveva i suoi dotti saggi geopolitici.

Lui si era iscritto a 40 anni all’università, per bisogno personale, lei si era laureata per aver un pezzo di carta. Almeno i suoi genitori erano felici. Sai quanto avrebbero rosicato i zii di Pisa? Che la loro figliola, al massimo, si era laureata in scrivere post deliranti su facebook.

Lei lo guarda dormire e si sente felice. Ogni piccolo, insignificante, secondo della sua vita, della vita del suo marito, ad ella è sempre parso importante. Le viene naturale provare empatia profonda per gli altri. Interessarsi sinceramente alle loro storie, problemi, sogni. In questo anche suo marito le è uguale. Sa che ogni mercoledì, il giorno della spesa alla Coop, lui compra vivere di ogni genere per un signore anziano, come loro, che chiede umilmente la carità.

Ecco, di una cosa è orgogliosa di suo marito: che vive secondo i suoi ideali. Non è stato facile, assolutamente! Mancava poco che finisse- durante gli anni duri del regime- in galera per le sue idee socialiste. Aveva già alle spalle tre libri che trattavano codesto argomento. Eppure non aveva abiurato. Certo non gli diedero la possibilità di scrivere per anni, vissero del magro stipendio di lei, perché – tanto bravi e democratici, secondo le parole del loro leader- per lui era diventato proibitivo trovare lavoro. Un sovversivo!

Pure i parenti si erano messi. Tutti a criticarlo, considerarlo uno scemo. Ricorda benissimo, mentre ora lo osserva dormire sulla poltrona dove un tempo coccolava la sua gatta, le litigate con il padre, anni dopo sarebbe stato suo marito a far in modo che i rapporti riprendessero normalmente.

“Anna, lo vedi tuo padre? Avrà tanti difetti, ma è un uomo- uno dei pochi- di grandi sentimenti. Si, si, spesso non espressi, ma di grandi sentimenti!”

La donna mormora codesta frase a bassa voce. Quasi impercettibile, ma sa che il suo piccolo angelo la starà ascoltando. Da qualche parte, magari in compagnia di Fiore

Aborto spontaneo, dicono.  Fatto sta che tanto ci avevano messo per aver un figlio e quello, spontaneamente, ha deciso di non far nemmeno un giro di controllo, su questa terra.

In compenso hanno avuto tanti bimbi in affidamento, e oggi, per il compleanno di suo marito, almeno una decina di essi sarebbero arrivati.

Manca solo la loro Anna. Chissà, magari si sarebbe sposata e avrebbe avuto tanti figlioli.

Una lacrima, come sempre quando pensa a lei, scende sul suo viso. Lei non l’asciuga nemmeno, lascia che le bagni la guancia e il collo.

 

Che ore sono? Oh, ma è tardi! Quasi quasi lo sveglio! No, no! Lasciamolo dormire ancora un po’. Se lo merita, non ha dormito bene da quando Fiore è morta.

Lei sa che la morte è un fatto naturale, poi c’è il paradiso. Lui le invidia la fede. Dice che a un ateo rimane solo l’oblio e la polvere. La verità, ma talora una pietosa bugia servirebbe

La donna passa in osservazione la casa. Tutto deve esser pronto. Si sente soddisfatta. Piatti e bicchieri , sedie, dolci e salati, tutto in ordine, nella grande sala.

Guarda l’orologio. Tra poco sarebbero arrivati gli ospiti. Si sarebbe riso, parlato, sarà una bellissima serata.

Lei entra nello studio del marito. Lui dorme. L donna gli accarezza dolcemente la testa. Chissà, magari nel sonno, lui è in compagnia della figliola e di Fiore, non l’avrebbe svegliato. Gli ospiti, avrebbero capito.

“Tanti auguri” Bisbiglia lei. Sorridendo e lacrimando forte

Lui dorme, ma lei sa, che da qualche parte lui la sta ascoltando e che le sorride, come ha sempre fatto in tutti quegli anni.

Decide di lasciarlo dormire ancora, tanto gli ospiti, quando arriveranno, arriveranno!

Tanti auguri”

la necessità del perdono

18 Lug

“Mi creda. per un motivo o per l’altro, li sbagliamo sempre” Il ragazzo viene strappato via dal suo magico mondo di paranoie e ansie, grazie all’intervento vocale dell’uomo anziano seduto accanto a lui, su quella panchina del parco.

“Come? Questi? Li ho presi mezzora fa. Pensavo che possano andar bene, almeno per la mia ragazza. Ora non ne sono sicuro. Che gusti ha lei? Cosa le piace?” Domanda , più a sé stesso che al suo occasionale ascoltatore,  il giovane.

“Non è facile. Deve essere una questione, come dire? Di Dna. Dopo un po’ che ci parlano, rimaniamo incantati dalle loro voci e viaggiamo in altri mondi” Conviene l’anziano

“Un modo elegante e letterario per dire che ci facciamo i cazzi nostri” Ribatte sorridendo il ragazzo.  Ridono forte entrambi.

“Può darsi, può darsi. Magari in quei momenti di shopping, di chiacchiere su anelli, vestiti, borse, veramente – in automatico- cadiamo in un ‘altra dimensione. Non certamente migliore della loro. E poi sa una cosa ? Forse ora è troppo coinvolto, non so.. Comunque, nella vita, possono capitare cose che le fan venire voglia di sentirle ancora quelle parole su cose di cui a noi, sinceramente, poco cale. ” Sul volto dell’anziano passa qualcosa di breve, come l’ombra guerriera di un antico e feroce dolore, poi scompare .

“Cosa potrebbe capitare, ad esempio?” Chiede il giovane, che non cogliendo l’espressione fugace del vecchio, mantiene un tono cameratesco e divertito

“Potrebbe capitare che non vivete nello stesso paese. Sicché lei viene a trovarti. Tu passi la settimana con il cuore in gola, ti trema il sangue nelle vene. Non hai mai conosciuto davvero l’amore. Nulla di troppo preoccupante, la maggior parte delle persone, e degli uomini, campa una normale e tranquilla esistenza senza conoscerlo. Ma tu l’hai incontrato e ora cammina accanto a te, per le vie della tua grigia città Si guardano le vetrine, si va a mangiar sempre in quel ristorante che ormai è diventato quasi una seconda casa, s va al cinema. Piangi al cinema e  non te ne vergogni. Non hai più bisogno di fare il duro, o il pirla, come fanno gli uomini tra di loro. Vivi come vuoi e non come puoi. Insomma sei rinato. Cosa potrebbe accadere? Accade che è una giornata piovigginosa. Fate le solite cose, nonostante il tempo vi sentite allegri. Talmente allegri, che non vedete quanto tempo è passato, è capitato anche a te?” Domanda, abbandonando il suo discorso il vecchio.

“Cosa? Di fare o dire anche delle scemenze, ma non voler interrompere il tempo passato insieme? Si. Ma solo con Annalisa. Solo con lei” Risponde il ragazzo, seguendo con l’immaginazione alcune giornate grigie ed oziose, che la compagnia della sua amata aveva trasformato in giorni assolutamente deliziosi.

” Questo a me e Viviana succedeva sempre. Dal primo momento che ci siamo incontrati. Le persone ti prenderanno per matto, lo sai, no? Ma, pur se fosse, sarebbe una bella pazzia non credi?Viviamo tempi assurdi e, credimi, lo erano anche quando io ero un ragazzino. Alle persone par normale vivere chiusi nel proprio io, nella soddisfazione infantile dei loro desideri, che son quasi sempre dei piccoli e mediocri vizi. Va male un rapporto? Allora l’amore fa schifo, meglio star soli, con piccole avventure insignificanti da narrare agli amici al bar. Tutte cose che fanno bene al tuo ego, ma non a te. Sì, scusa è una banale lezione di morale,  ma son vecchio, che altro potremmo mai fare?”

“No, guardi! Non è banale, la penso anche io come lei. Solo che… Ecco lei è la mia prima ragazza, o quantomeno la prima storia seria.”

“Sei molto gentile ed educato, qualità che migliorano con un pizzico di elegante ipocrisia. Ti ringrazio, per sopportare la mia presenza e le mie parole. Che regalo nasconde quel pacchetto?” l’anziano indica con l’indice la piccola scatola blu, chiusa da un nastro dorato che il ragazzo si passa nervosamente da mano in mano.

“Un braccialetto. Ma non ricordo se è quello giusto! E me l’ha detto mille e mille volte. L’ho dimenticato Dimentico sempre tutto, no! Tutto no! Posso dirle che tempo c’era di tutti i giorni che ci siamo incontrati, quello si. O che grado di felicità lei avesse, che ne so? Media, alta, altissima. Rammento bene anche i litigi. Tutti. Un primo maggio, era una giornata piovigginosa e triste già di suo, ho temuto che mi lasciasse. E ora che vita potrei vivere se lei non fosse con me? ”

“Già, che vita vivresti..” L’anziano par perdersi di nuovo nei suoi pensieri e quel velo di malinconia  pesante, soffocante, torna di nuovo sul suo viso.

“Non potresti, mio giovane amico. Non potresti. Incominci a far lavorare la mente, razionalizzare, cercare tanti modi per non pensarci. Eppure tutto, ma proprio tutto ti parlerebbe e ti parla di lei. Come se ogni luogo, ogni attimo della tua vita, il tempo, avessero imparato l’arte della logorrea. Così cerchi di uscirne in tutti i modi. Gli amici ti presentano altre donne, ti portano a puttane, ti ubriachi, ma non fai altro che peggiorare la situazione. A me è successo. Dico di perdere la donna della mia vita” l’uomo abbassa lo sguardo verso terra, come se potesse trovar qualche prezioso tesoro o un aiuto inaspettato.

“Oh, mi dispiace! Mi scusi, ecco.. Forse sono inopportuno, ma cosa è successo?” Chiede, timidamente, il ragazzo.

” Se ne è andata via. Quel pomeriggio di cui ti stavo raccontando poco fa.” L’anziano si ferma di nuovo, come se la mente rielaborasse la trama di un film tanto complicato quanto doloroso. Troppo doloroso.

“Avevate litigato? Preso un regalo sbagliato? Come il mio! ” Il giovane sorride ironicamente, quasi per cercare di rallegrare l’uomo che siede al suo fianco, ma costui non sorride, lo guarda malinconico e assorto. Poi riprende a parlare e la cosa che dice congela il sangue nelle vene del ragazzo

“Morta. L’ultima immagine che ho di lei, sai quale è? Un bacio, un abbraccio?Si, c’è stato, ma veloce, rapido, perché il treno stava partendo e poi non avrebbe fatto in tempo a tornare a casa sua. C’era.. mi pare ce ne fosse uno in Stazione Centrale, non vorrei sbagliarmi, verso le tre di notte. Così ci siamo salutati distrattamente, le ho detto : ” ti amo amore mio” mentre le porte si chiudevano. L’ho detto alla sua schiena.” L’uomo si ferma e inspira un po’ d’aria, in cerca di ossigeno, per riprendere il fiato sprecato nel dover esporre a uno sconosciuto un ricordo tanto doloroso.

“Scusi, non volevo…Cazzo, combino sempre disastri. Sono così goffo, faccio sempre delle figuracce! ” Il ragazzo vorrebbe sprofondare, sparire, si odia quando si comporta come uno sciocco, cosa che per anni era convinto di essere, ma poi succede un fatto inaspettato, che lo sorprende positivamente. L’anziano gli ha messo una mano sulla spalla destra e gli sta facendo una pacca amichevole.

“No, ma che ti scusi a fare? Sei uno di quelli che vive perennemente scusandosi, vero? Ti capisco. Diciamo che anche io ho avuto le mie belle scuse da dover dar al mondo. Alcune erano necessarie e altre no. Ma sai cosa è, veramente, l’unica cosa necessaria? Ti garba che un vecchio rincoglionito ti offra codesto piccolo segreto?”

“Oh, ma certo! Io sono talmente insicuro su cosa dovrei fare nella e della mia vita, cioè non penso che mi dica di farmi scoppiare in centro città, o rapinare una banca, no?” Ecco, ma perché non si limita a dir sì o no, invece di voler far il simpatico? Mica sei in un film di Tarantino dove tutti devono dire frasi ad effetto,  piuttosto l’individuo accanto a te assomiglia a quell’agente della C.I.A.; quello buono… Non ricordi più il titolo del film e come si chiamava il personaggio.

“No, no, niente di tutto questo! La cosa, l’unica cosa, davvero necessaria nella nostra vita è: il perdono. Tutto qui. Saper perdonare e costringersi a perdonarsi. Perché a volte non sono gli altri a tormentarci, ma siamo noi. Che non riusciamo a distaccarci da un senso di colpa, da… Non sai quante volte, oh Cristo quante, ho visto e rivisto, nella mia mente, il film di quel dannato giorno, dannato ultimo giorno. Dove ho ritardato più del necessario, oppure: ma perché non l’hai fermata? Partiva il giorno successivo, a quelli della sua azienda avrebbe detto che stava male, ma lei era sincera. Non diceva mai bugie. Ed era buona, una qualità negativa per molti. Perché pensano che bontà significhi : ipocrisia, falsità, e allora vivono una sincera vita da pleonastiche teste di cazzo! No, no, lei non era per nulla ipocrita o altro. Era buona, te lo ridico. Perché anche tu mi sembri un buon ragazzo, non so… Forse mi sbaglio, ma ci sono tanti piccoli particolari, il non detto! Ecco diamo un’idea di noi stessi sopratutto con il modo di star seduti, di muovere le mani. In ogni caso: perdona e perdonati. Non giustifica e giustificati, quello lascialo a chi è in malafede. Perdona. ”  Una giovane donna che ride allegra mentre il suo cagnolino saltella e fa le feste, passa davanti a loro, entrambi sorridono conquistati da quella piccola scheggia di pura e perfetta gioia.

“E lei si perdona? Ci riesce?” Mormora il ragazzo arrossendo. Come se la risposta dell’uomo possa condannarlo a morte

“Ho imparato. Ho dovuto farlo. Perché stavo, o meglio volevo, uccidere un uomo Non solo, volevo che soffrisse ogni secondo della sua vita. Ogni piccolo, insignificante secondo della sua vita” Di nuovo il silenzio, carico di pensieri.

Pensieri pesanti, cupi, pensieri che vorresti eliminare, ma che vengono a trovarti.

“Cosa ha combinato quell’uomo? Perché…oh, scusi! Era per via della morte..”

“Di Viviana. Lei stava tornando a casa. Dalla stazione a casa sua non ci vuole molto in bus. però decise di farla a piedi quella strada. Mancava poco a Natale e infatti il suo ultimo sms, l’ultima cosa che mi rimane di lei è : “La città è meravigliosa tutta illuminata per Natale” più o meno diceva questo. Pensava a che regalo mi avrebbe fatto, al pranzo che avremmo passato insieme. Pensava e una macchina l’ha falciata mentre attraversava la strada, davanti a casa sua.  Lei era sulla strisce pedonali. Non ha sofferto, dicono. Come se questo particolare mi fosse d’aiuto.  Lo è, in qualche modo. Perché è una difesa, per allontanare e alleviare il tuo – egoista del cazzo- dolore. Come quando ti dicono: ” Dispiace, ma almeno così non soffre più” Oppure: ” aveva una certa età” Oppure…”

“E’ solo un cane.” Dice con la voce spezzata, rotta da un antico dolore, il ragazzo

“Già. Perché non ti aiutano a vivere fino in fondo il tuo dolore, la tua disperazione? Perché devono sempre trovarti una medicina,  una pillola di filosofia spicciola. Poi ci sono quelli, per me i peggiori, che non vogliono esser aiutati oppure non ti aiutano con la scusa: solo io, solo tu, sai come ci si sente! E l’empatia, cazzo! Ma non vi hanno mai spiegato nulla circa  essa? Comunque, allora, io ero uno di quelli che si chiuse nel suo dolore. Tanto e bene da costruirmi tutta una serie di alibi, abitudini, certezze. Non mi fu difficile dal dolore passar al rancore, poi dal rancore all’odio e infine al desiderio di vendetta.”

Un bimbo, traballando sulle insicure gambette, corre ridendo sul prato. Chissà cosa pensa e cosa vede? Quale immensa meraviglia! I due provano una breve invidia per il piccolo e per quella gioia che per anni hanno voluto dimenticare e negare.

” Ho passato, riprende l’anziano, giorni, settimane, mesi, a ubriacarmi e piangere. Spesso entrambe le cose nello stesso momento. Il senso di colpa, la perdita, non so. Ero io il debole della coppia, se la gente ci vedeva come una bellissima coppia, non era per me. No, era per lei.Poi un giorno, sentì una voce interna. Chiara, limpida, forte e calma. Oh, dio quanto era calma e ragionevole: fallo soffrire. Io stavo male perché un coglione non si è fermato in prossimità, nelle vicinanze, davanti, a delle stupide strisce pedonali, capisci? Lui era il mio problema. Lui mi rovinava la vita.Così, con grande fatica e con numerose cadute alla fine ottenni quello che volevo.” L’uomo si ferma un momento per soffiarsi il naso.

“Cosa voleva?” Chiese, con un filo di esitazione, il giovane

“Incontrarlo. Vederlo. Per ucciderlo usando il suo stesso senso di colpa. Non l’avrei lasciato mai più.”

“Cosa fece? Il tizio non era in prigione?”

“Si, ragazzo mio. Era in prigione e io, con fatica e tanto tempo, ottenni infine il permesso di incontrarlo. La prima volta, quando lo vidi, ebbi un momento di esitazione. Era un piccolo, fragile uomo, con gli occhiali, la faccia gentile. Mi dissi: ” No, non può esser lui l’assassino! ” Sai me lo immaginavo pelato, con i tatuaggi, alla guida di un suv. La classica testa di cazzo, per me. Un pregiudizio, uno stupido pregiudizio che ho abbandonato con gli anni. Insomma arriva lui. Nervoso, trema un po’. Per rabbia, paura, non so. Non mi guarda mai negli occhi. Io invece lo fisso. Adoro che lui senta tutto il peso del mio sguardo. So che gli fa male. Così passano i minuti. In silenzio, perfetto silenzio. Lui non mi guarda, a parte due o tre volte, come se volesse dirmi qualcosa. Però si blocca sempre. Io, implacabile e con un’espressione che a stento blocca l’odio, la voglia di ucciderlo, non lo mollo mai.. Con qualche difficoltà più o meno grossa, indebitandomi con avvocati e altro riesco quasi sempre a vederlo. Lui non scappa mai. Potrebbe, dovrebbe, visto che la cosa lo fa star male. Ma rimane.”

“Voleva punirsi, no?” Vuol sapere il ragazzo.

“Più tardi mi avrebbe detto che era quello il motivo. Più tardi, molto più tardi. Un giorno presi delle foto di Viviana e me. Foto allegre, felici. E le mostrai a quel tizio. Lo vidi star malissimo, più del necessario. Un sorriso cattivo e divertito era fisso permanentemente sul mio volto. Gli parlai: ” Guardale. Hai visto chi hai ammazzato?” Lui si alzò di botto e se ne andò. Non mi permisero di andarlo a trovare. Non più. Era durata anche troppo, e avevano ragione. Io però non mi diedi per vinto. Quando non ero in carcere da lui, passavo il tempo a prender informazioni sulla sua vita. Su tutto quello che lo riguardava Vivevo solo per farlo soffrire, distruggerlo un pezzo alla volta. Mi riusciva benissimo, e ti dirò: mi sentivo bene! Avevo uno scopo. Alto, nobile, tutto mio: la vendetta. Una vendetta pulita, mi limitavo a tormentare il suo senso di colpa, ma portavo con me anche un coltello. Per la fase successiva: o glielo avrei dato e gli avrei imposto di suicidarsi con quello,e poi l’avrei visto morire, magari fumandomi un sigaro. Oppure l’avrei fatto a pezzi io. Ero indeciso, sai?”

“Cosa fece? Usò quel coltello?”

“No. Ma per tutti gli anni che dovette scontare non lo lasciai mai. Diventammo vecchi insieme. Dal carcere, passai a seguirlo mentre andava al lavoro, in una cooperativa, di giorno e poi tornava in prigione la sera. Lo seguivo. Lui mi vedeva. Aveva quell’espressione perenne del tipo: “Per favore, basta!” Non diceva nulla. Fui la prima e unica persona, che trovò all’uscita della galera. L’unica. Si incamminò verso casa. Lui sul marciapiede di destra, io quello di sinistra. Non lo mollai mai. Poteva agire, urlarmi in faccia qualcosa, invece non disse o fece nulla. Pareva un cristo. Un cristo laico, malmesso, solo, e io la sua croce e le sue spine. Mi piacque come idea. Deve esser dolorosa la morte in croce, ed era quello che volevo per lui.”

“Non trovò mai la voglia di innamorarsi di nuovo? Passò tutto quel tempo ad odiare e tormentare quel tizio?” Vuol  sapere il ragazzo.

“Si, ho passato decenni della mia vita a tormentarlo. E basta. Te l’ho detto; una mattina mi svegliai e scoprì con grande meraviglia di esser diventato un vecchio.Ho cominciato a tormentarlo a quaranta anni e sono arrivato ai sessanta e passa. Io e lui. Due uomini soli. Perché io non potevo perdonarlo e lui non poteva, voleva, perdonarsi. Quante brutte cose gli ho fatto, quanti giorni gli ho rovinato. A lui e sopratutto a me.Andavo al cimitero, parlavo con Viviana, le spiegavo i successi della mia missione. Lei non avrebbe mai voluto una cosa simile. Mai.Ho anche tradito la mia amata, non ho capito nulla di quello che mi aveva insegnato. Poi andavo dove abitava lui. Aspettavo che qualcuno entrasse in quel triste palazzo della piccola e mediocre borghesia. Gli lasciavo le stampe delle lettere nostre, mie e di mia moglie. Aspettavo che lui si decidesse ad uccidersi, e nel frattempo meditavo di ucciderlo, ma non l’ho mai fatto. Mai aggredito. Intanto passavano anni, decenni, non avevo più amici, avevo rotto tutti i ponti con il mondo esterno. C’era solo lui e la mia cazzo di missione. Mi alzavo e mi addormentavo pensando solo alla mia vendetta. Viviana non c’entrava più nulla, ormai.”

” Terribile, mi scusi, ma tutta questa vita. Tutto questo odio. Io pensavo di aver odiato tanto in vita mia, ma…Scusi, la sto giudicando e non ho il diritto di farlo, però…” Il giovane è confuso, scosso. Non tanto, o solo, per la storia dell’uomo, quanto si rende conto del tempo che egli stesso ha sacrificato ad odiare, provare rancore, gioire per le sofferenze altrui, togliendolo all’amore. Alla ricerca di una gioia quotidiana, di una felicità normale, come quella che sta provando ora.

Ora che lei è entrata nella sua vita.

“Hai ragione. Proprio questo che volevo dirti. Volevo insegnarti.Anche un grosso dolore, uno di quelli che ti fa smettere di ragionare, non dovrebbe allontanarti dalla voglia di vivere, di amare. Io e lui abbiamo perso tanto di quel tempo, eppure… Ultimamente, non ci crederai. mi lasciava il portone aperto. O rallentava il passo, così io lo potessi seguire meglio. Puoi in tanto dolore, trovare una redenzione? Non so… Qualcosa di simile. ” l’uomo anziano si ferma. Rimane in silenzio per un po’, come se- capendo di esser arrivato alla fine del suo racconto- le forze gli venissero meno, e avrebbe bisogno di più  tempo.

“Lui è morto tre ore fa. Tre settimane fa ho visto l’autoambulanza fuori da casa sua. Sono stato malissimo. Ho cominciato a pregare, io che sono ateo, che non fosse lui. “No, no, ti prego, qualcun altro! Prenditi pure un bambino, ma non lui!” Capisci? Ecco come mi ero, mi sono, ridotto. Si vede che a dio sto sul cazzo, così su quell’autoambulanza c’era lui. L’ho seguita e facendo un gran casino, ho cercato di seguirlo fino alla sua camera. Mi hanno allontanato. Ma io tornavo, e ritornavo. poteva mettersi male la cosa per me. Invece ieri, un infermiere mi ha detto di seguirlo, che lui aveva richiesto di me. Così sono entrato nella sua stanza. C’era quell’ordine asettico dell’ospedale, hai presente?”

“Certo. Fin troppo bene. Da bambino ero spesso ricoverato per delle forti bronchite asmatiche. Stavo in ospedale, aspettando che venissero a trovarmi i miei o qualche amichetto. Ma i miei lavoravano tutto il giorno, e di amichetti…Non li ho mai avuti. Leggevo e fantasticavo, ecco come passavo le giornate.”Ricorda amaramente il ragazzo.

“Bè. leggere e fantasticare, per quanto ne sappia, non ha mai ucciso nessuno. Anzi, semmai aiuta. Non diventerai mai una persona arida e sciocca” Sostiene con tono dolce l’uomo.  Quel ragazzo gli piace assai, si vede che è un tipo buono. E in questa epoca di stronzi, esser buoni è una grande virtù.

“Mi stava dicendo che è entrato nella sua stanza, e…” Il giovane è curioso vuol sapere cosa è capitato in quel luogo.

“Lo vedo steso sul letto. Ha quei macchinari, quelli che servono a farti respirare. Un mucchio d’ossa e senso di colpa, lì disteso. Non aveva nessuno. Non ho mai visto anima viva entrare nella sua stanza. Qualcuno che gli portasse dei biscotti, non so cose del genere. C’ero solo io. Così, timidamente, in modo impacciato, ho cominciato a prendermi cura di lui. Piccole cose, insignificanti, ma mi prendevo cura di lui. Gli ho portato quei famosi biscotti, ho letto il giornale, queste cose. Poi, oggi, prima di..Bè, prima di andarsene per un lungo viaggio, non si dice così? Lui mi ha parlato.”

Lunghe e calde lacrime scendono lungo il viso del vecchio. Che, dopo una piccola e sofferta pausa, riprende il suo racconto.

“Mi ha preso debolmente la mano e mi ha detto:” Non avevo mai avuto un grande amore, Maria lo era. Avevo costruito la mia vita basandomi su di lei. Dovevamo sposarci, io… Io ero felice come non sono mai stato in vita mia.  Poi quella sera mi manda un sms, dice che partiva. Non ricordo più per dove. Che non se la sentiva di sposarmi, non rammento nemmeno più per quale motivo.Forse giusto, forse no. Un sms. Dopo tutto quel tempo. Mi sono ubriacato, come si fa in queste occasioni. Non volevo ucciderla, io…” E scoppia a piangere.  Ora sai quanto veder piangere un altro uomo ci possa turbare, no? Ma se anche tu dovessi lasciarti andare e unirti a quel umanissimo pianto, vedresti che è la soluzione giusta. Avessimo pianto fin da subito, ci saremmo evitati tutti quei decenni di odio e colpa.

“Ti perdono, voglio che tu sappia questo. Hai sofferto e hai sprecato una vita, la tua, esattamente come me. Tu mi perdoni, sai che non volevo ucciderla”Mi chiede. Così, come se si rompesse una diga, di dolore represso, infelicità e solitudine incattivita, ho scoperto la pietà e compassione, per lui e per me. Con la voce spezzata dal pianto, io.. L’ho perdonato. Tenendogli la mano, fin quando è morto.Ora mi sto occupando della sua sepoltura e andrò al suo funerale. Non ha nessuno Solo me. Il perdono, ecco l’unica cosa necessaria, che ci rende umani, perdonare. No, non l’unica..L’altra è amare. Per cui anche se questo tuo regalo non dovesse esser quello giusto, non temere. Apprezzerà che parte del tuo tempo l’hai donato a lei, e che in quel regalo c’è qualcosa di te.  O forse no, e allora imparerai ad ascoltarla bene. Comunque l’amore resiste a queste cose ” Così dicendo, l’anziano batte una pacca amichevole sulla spalla del ragazzo, poi se ne va.

Il giovane rimane, per un lungo tempo, seduto solo sulla panchina. Si passa il pacchetto da una mano all’altra nervosamente. Poi prende il cellulare

“Babbo, si sono io. Si, è da tanto tempo…Ascolta, ecco…Ti perdono, per…Insomma per quello che è successo..”

Lentamente, mentre ascolta le parole del padre, sul viso del giovane compare un sorriso di lieve, tenera, profonda, felicità.

 

La grossa differenza

7 Giu

Dio, o chi per lui, non si era nemmeno degnato di dargli una depressione vera. Sai di quelle che ti segnano come un novello appestato o , se vivi in Brianza: un fannullone. Sicché doveva contentarsi di quel suo sottile, fragile, mediocre, malessere di vivere. Abitudine che gli teneva compagnia da un tempo a dir poco sconsiderato, visto che si stava avvicinando ai quaranta.

Spesso si chiedeva se tutto questo fosse vero o solo una sua sensazione ingigantita. Capitava che sentisse chiara da dove giungesse l’acqua nera del torrente dei suoi guai. Si convincesse e immaginasse una sua reazione, spesso scomposta e ridicola, ma poi bastava una canzone, un film, una passeggiata e, sempre, del tempo perché quel dolore scomparisse.

Daniele da sempre si riteneva una persona diversa rispetto a quello, che malauguratamente , credeva, a volte, di essere.

E questa altalena tra felicità e tristezza era snervante. Lui pensava di risolvere lasciando che la vita gli scorresse addosso. Aveva tanti progetti, ma li lasciava lì. Doveva fare telefonate, incontrare persone, cominciare a studiare? Diceva: ” lo faccio!” Poi lasciava che tutto scorresse. Che nessuno abbia qualcosa da ridire! Lui metteva in pratica la lezione di Eraclito: tutto passa.

Nondimeno, se dovessimo guardarlo più attentamente, potremmo scorgere in questo piccolo e insignificante essere umano, qualcosa che si possa definire: Bellezza. Nelle più remote profondità del suo essere, signori miei, stento pure io a crederci, esisteva un’anima a suo modo pura. Era celata una personalità resistente,  capace di fare cose concrete, di mettersi in gioco. quasi la temesse non la metteva mai in evidenza. Né con se stesso, né con i suoi , né con i suoi amici. La purezza che aveva lo spaventava in qualche modo. Non era bello, non era desiderabile, nessuna si sarebbe innamorata di lui, non aveva grandi doti intellettuali, men che meno manuali, sul lavoro era sempre goffo e pasticcione, non avrebbe trovato nessun lavoro.  I suoi a volte si domandavano da dove venisse quello strano essere, ogni tanto aveva anche l’ardire di metter in discussione qualche regola, che poi regole…Tra tutti avevano i loro bei problemi, risolti male, risolti nel creare sensi di colpa, nel rifugiarsi in un dolore che non può esser superato o condiviso. Generatori automatici di ansia. Per pigrizia, comodo, e anche perchè tanto era inutile si facevano cose, si viveva come si poteva. Eppure quanto amava i suoi genitori, anche se non lo ha mai detto a parole, come si conviene in certe parti, ma sapeva anche che un figlio non può vivere a lungo con i suoi. Non avrà mai una sua personalità, ma il risultato delle scelte dei genitori. Per questo il padre insisteva con la storia dell’assicurazione della macchina. In pratica la macchina e assicurazione risultavano intestati a lui, ma a pagarla era il padre. Tutto per non spender 500 euro di passaggio di un mezzo che Daniele non usava mai.  Lui aveva detto e ridetto più volte che quella cosa non la voleva fare, aveva fatto presente che suo padre considerava inopportuno perché inutile avvisarlo di quello che stava facendo. Questa cosa lo gettava nella rabbia più assoluta e in una presa di posizione che non amava avere: questa volta è no. Ma sapeva anche quanto era debole. Il senso di colpa, l’affetto che provava comunque per i suoi, tante cose e alla fine avrebbe detto si. NO! Si diceva con rabbia.

Questa è una piccola cosa, come piccolissime erano state altre esperienze negative. No c’è un vero dramma in questa storia. Perché se ci fosse, sicuramente, tutti sapremmo chi condannare, chi giustificare. Potremmo se Daniele vivesse un dramma psicologico devastante e profondo, aiutarlo per compassione o respingerlo. Qui invece è tutto più sfumato, grigio. eppure esiste.

Come esistono i suoi pensieri di violenza. il tipo dell’eni che pretende di leggere la sua bolletta del gas, il titolare di una nota catena di supermercati, il professore universitario che sicuramente lo deriderà,il giorno degli esami per un concorso pubblico al fine di occupare un posto che con lui non c’entra nulla. Quando ha questi pensieri li accompagna anche con le mani come se davvero picchiasse qualcuno. Si vergogna di questo.

Come si vergogna del porno, delle seghe, delle donne di dubbia moralità,  del pensiero costante, sesso= punizione. Perché uomo.

Eppure è da anni che ha chiuso brillantemente la sua carriera di possibile maniaco sessuale. Anche se il pensiero sesso= niente amore / punizione, forse quello è difficile da superare.

Lui stava bene se ascoltava musica, vedeva films, scriveva, leggeva. Era anche di compagnia, eh! Aveva i suoi amici, la sua attività politica, considerato dai suoi clienti come una persona gentile e buona. Ecco cosa era: una brava persona. Che a volte cedeva a un sua deformata personalità. Un interminabile saliscendi.

Così era arrivata l’abitudine, il non chieder più nulla alla vita, la rassegnazione. Fino al gesto sciocco di voler a tutti i costi far innervosire persone che avrebbe tanto voluto aver come amiche.

Nondimeno vi era anche una furiosa gioia, una grande empatia, una voglia di innamorarsi, sposarsi, vivere in pace con tutti. Quanto desiderava che fosse possibile viver in pace con l’universo e le persone che si incontrano lungo la strada. Come vi ho già ampiamente informato, precedentemente, viveva in un continuo sali e scendi. Impercettibile, fragile, tutto quello che vuoi, nessuno che gridi al dramma, nessuno che lo possa veder- nemmeno lui- eppure… Eppure eccolo lì agitarsi nei suoi pensieri.

2

La storia non segue mai una logica ferrea, e il destino, lo sappiamo bene, ama stupirci con atroci scherzi e dolci meraviglie. Così, mentre lui si godeva il suo vivacchiare e si immaginava morto e dimenticato per mesi in casa sua; a una certa età, si intende. L’amore arrivò.

Non si era manifestato subito, non era un colpo di fulmine, ma era arrivato piano piano con il pudore e il passo lieve delle cose belle e che rimangono.  La prima cosa che aveva scosso e colpito, Daniele, era l’attenzione alla parola, il sentirsi compreso, quando nemmeno lui lo capiva, e poi c’erano altre cose più profonde e misteriose. Quando non sei abituato all’amore non sai nemmeno dar un nome ai suoi elementi più cristallini.

Ma lei c’era. Aveva preso l’abitudine di inviarle un buona notte, prima di coricarsi, e si era meravigliato che lei rispondesse sempre, anzi che le facesse piacere. Guardavano film e serie tv, il sabato e il martedì, ognuno da casa propria, ma sentendosi per cellulare o scrivendosi sms

Così era cominciato tutto, sopratutto perché lei decise di render noto che il sentimento d’amore valeva per entrambi.

Sai cosa vuol dire rinascere? Ecco come si sentiva lui.

Ora che volete che vi dica? Vissero felici e contenti. No, vissero: come esseri umani. A volte felici e contenti e altre volte no. Daniele si portava ancora dietro quel suo sottile malessere, quel non saperselo spiegare, lei si lamentava della mancanza di attenzioni fisiche da parte del marito, di coccole. A volte litigavano e stavano male entrambi.

Potevano fare come molti: dirsi addio. Ma entrambi quando sceglievano, era per sempre.

Per cui, eccolo Daniele! Seduto nella sala d’attesa della sua psicologa. Oggi la prima volta, il primo appuntamento, la prima seduta. Lo stanzone bianco e gli altri pazienti non gli danno gioia e voglia di esprimersi, ma ha deciso che deve farlo

La grossa differenza sta qui: quando stai o pensi di star male, ma non sei solo non vuoi adagiarti su alibi e abitudini. Hai paura, non sai che dire o fare, ma va bene così.

Oggi:7 giugno 2016 stai cominciando a risalire

 

“Mi chiamo Daniele, e sono nato due volte. La prima il 1-9-77, e poi quando mi sono sposato”