Desolazione

3 Ago

Giovanni non  riusciva a crederci. Il suo nuovo posto di lavoro obbligatorio lo avrebbe svolto in quel posto orribile e dimenticato da Dio ,evidentemente imbarazzato da tanta  bruttezza molesta. Certo meglio della ruota o di altre  simpatiche torture in voga nel paese. Detto questo: il paese era proprio brutto. Uno stradone pieno di buche , sarebbe dovuto essere, nelle intenzioni urbanistiche della giunta comunale, il centro del paese. Un misero bar, dove era probabile che ritenessero la parola “happy hour” una malattia temibile quanto la peste, l’ unica attrattiva per la vita, non diciamo mondana, ma di svago per la cittadinanza. Per non parlare delle case: cominciate e mai finite. Scheletri di mattoni a rammentare che ogni pretesa di realizzare qualcosa, aveva solo un’ unica conclusione: l’abbandono. E lui in quel paese doveva passarci i prossimi dieci anni, lavorando nell’albergo cittadino, che per farvi un piacere nemmeno descrivo. Non so se avete capito: dieci anni.

Così il povero Giovanni si ritrova dietro al bancone del portiere, e per giunta di notte ! Come se, per qualche strano e impellente motivo, uno sentisse il bisogno di fermarsi in quel posto , al calare delle tenebre Più il tempo passava e più si costruiva in lui l’ idea che un brutto paese crea brutte persone e brutte vite. Lo notava da piccolissimi particolari, piccole sciatterie di pensiero. Non arrivava nulla dal mondo, e non per opera della polizia politica, ma perché ai cittadini non importava un emerito cazzo. Però parlavano molto degli altri! Ogni straniero era un pericolo per il paese e per la sua gloriosa storia , che consisteva nel trovarsi a dieci chilometri di distanza dal campo di battaglia che il governo gesti contro i temibili rifugiati

Di notte Giovanni se ne stava dietro il bancone , nella sua ridicola uniforme da portiere di notte.  Guardava la porta d’entrata dell’albergo e sospirava. Pensava a chissà quali avvenimenti partecipassero i suoi colleghi diurni. Immaginava feste e simpatia a iosa, immaginava e la vita passava  Non si era accorto dei capelli che piano piano imbiancavano o cadevano, e non tornavano più. Non si era accorto che quel gran nulla, cioè la radice esistenziale del paese, lo aveva avvolto  nella sua spirale

Così non pensava o sognava più

Stava scomparendo nel grigio: vittima dell’  inedia di vivere. Delirava da solo sulla gloriosa storia del paese. Ogni tanto tornava in sè ed erano i momenti peggiori

Continuava a fissare quella maledetta porta , nella speranza che arrivasse qualcuno, ma era un dannarsi inutile Cosi, quando  era arrivata la morte a trovarlo , per lui fu un evento eccezionale e trattava la morte come un ospite d’onore:la stanza migliore, le lenzuola pulite, il frigo bar pieno. La morte,che non era abituata a quel trattamento, si era commossa  e per regalo e riconoscenza aveva deciso di far un bel dono a quel giovane cosi gentile, che le aveva fatto compagnia quella notte e riempita di attenzioni e parole dolci: a lui , donava l’ immortalità.

Per cui se qualcuno fosse passato da quelle parti nei decenni successivi, avrebbe visto un uomo segnato in viso, torvo, cupo, e con una sottile e disperata malinconia negli occhi. Nel mondo erano capitate molte cose, caduti governi tirannici, sostituiti da altri che in nome di libertà e democrazia, non lesinavano a colpire severamente gli avversari. Gli giunsero di tanto in tanto, molto raramente, anche notizie riguardante la morte di un amico, l’ex fidanzata che si era sposata, aveva avuto figli ed era diventata nonna, i nipoti cresciuti, diventati nel corso del tempo nonni anche loro. L’umanità avanza anche sotto le guerre e le dittature, il desiderio di amare qualcuno, avere una famiglia passa sopra ogni cosa.

Anche Giovanni sentiva questo desiderio, nel profondo. E allora gli veniva da piangere. Piangeva forte, tanto non lo sentiva nessuno. Non vedeva nessuno. Si erano dimenticati di lui nel mondo, forse problemi burocratici o forse quella lettera giunta decenni prima e che lui aveva gettato via, fatta a pezzi, durante un momento di sconforto. Il paese rimaneva identico a sé stesso. La bruttezza soffocante, le case mai finite,la speranza remota quasi dimenticata, che qualcuno si fermasse a far loro compagnia.

Ma loro chi? Visto che lavorando di notte, non aveva modo di veder anima viva. Era abitato quel paese, oppure tutti avevano preso armi e bagagli e via! Verso il sole.

Così la notte tentava di ammazzarsi, ma non si riusciva mai. Invocava la morte di tornare a riprendersi la sua fottuta immortalità, ma quella passava una volta sola, nella vita degli uomini.

Parlava, rideva, piangeva, da solo. Perso in una divisa sempre più lurida, fatta a pezzi, il viso stravolto fisso e fermo a un’età che da un pezzo non avrebbe più dovuto avere

Giovanni non poteva fare altro che rimanere seduto, accettare il fatto che per lui il tempo non sarebbe mai terminato, e che ogni secondo della sua esistenza sarebbe stato vissuto in compagnia di una sola e fedelissima compagna: la desolazione.

A lei le sue parole confuse, le sue risate isteriche, i pianti improvvisi.  Così, all’improvviso, tutto gli sembrò più giusto e tollerabile. Non una donna, un cane, un gatto, un amico,niente e nessuno di questo e questi. No, la sua vita aveva una compagna, una confidente. Invisibile, silenziosa, discreta, pudica, ma presente. Sempre.

“Cara desolazione…”

Cominciava così, ogni notte dietro il bancone dell’albergo abbandonato, i suoi dialoghi con la sua unica e adorabile amica.

 

 

 

 

 

 

 

 

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