la vergogna

27 Lug

Giunto a metà  frase, Matteo, si bloccò.  Sulle prime non capì. Controllò il post, niente. Le solite cose, le sue classiche invettive contro quei dannati rifugiati, il sostegno a un prete che pretendeva il rogo per i gay. Tutto regolare. Rammentò persino di aver difeso quel bravo padre italiano che volle difender dalla sgradevolezza di aver dei disabili psichici, termine orribile, chiamiamoli : pazzi da legare, come ospiti nell’agriturismo dove costui passò le sue tanto sospirate vacanze. Per i figli! I bambini! Mica perché i pazzi andrebbero cotti con l’elettro schock! No, noi siamo civili.

Eppure, Matteo, continuò a non capire. Rilesse il post fino al punto in cui si bloccò.  Gli parve tutto giusto e sacrosanto. Pane al pane, vino al vino, linguaggio diretto e semplice che la sua gente doveva capire.

La mia gente. Al solo pensiero sentì, avvertì, fortissima una fitta al cuore. Tanto forte che si spaventò e pensò a un attacco cardiaco. Invece no, il cuore continuava a far il suo mestiere. Bravo cuore settentrionale che fa il suo lavoro.

No, non fu quello a farlo star male. Si alzò dalla scrivania e si avvicinò alla finestra. Osservò la strada sottostante. Il bar dove tutte le mattine beveva il suo caffè. Veloce, rapido, ma con sempre una battuta sui neri o sui gay per far ridere gli avventori

“E quelli ridono delle mie battute!”

Di nuovo quella fitta, potentissima e dolorosa. Ma da dove partì e cosa colpì? Non il cuore, il cervello.. Cosa?

Si recò a letto. Si distese sul materasso e si abbandonò a un riposo salvifico, o almeno così si augurò.

“La mia gente, le mie battute, i miei interventi quotidiani “pane al pane, vino al vino”

Il pensiero di queste cose lo tormentò tanto, che si alzò dal letto. Niente riposo, non riusciva a riposare. Decise di uscire e di far colazione al solito bar.

Finalmente in strada! Si diresse quasi correndo verso il suo solito bar.  Eccoli i suoi tanto amati avventori, che ormai conosceva benissimo.

“Uela, eccolo qua il Matteo! Hai visto?Altri pesci africani sul fondo del mediterraneo” Sorrise soddisfatto il barista

Matteo non apprezzò quella battuta.  Pesci africani?  Si trovò, stupefatto, a pensare che quel barista fosse proprio un pirla.

Ricordò le immagini dell’ultima barca affondata, le parole sommerse nelle lacrime, di una giovane donna che perse i genitori, il marito e la loro unica piccola figliola.

Persi, non come oggetti , che poi magari vai all’ufficio oggetti smarriti e li ritrovi. No. Persi nel senso di morti. Provò una stranissima cosa per quella donna:  empatia.

Fu così spontanea e prepotente, che non seppe nemmeno come spiegarsela.

Seppe solo che lo colse il bisogno forte e sincero di andar ad abbracciare l’africano che stava, con la sua misera merce, là fuori da anni. E da anni umiliato e offeso in tutti i modi.

Sulle prime l’uomo fece resistenza, poi accadde qualcosa che stupì entrambi

Matteo pianse e chiese scusa.  La supplicò quasi, sta scusa.  Il giovane nigeriano si commosse e rispose con fraterna dolcezza: “ Va tutto bene amico”

Matteo, improvvisamente, capì. Vergogna. Pura, profonda, giusta e necessaria. 

Per ogni pensiero e parola spese ad alimentare ignoranza e paure, per il danno che lui fece al paese e agli abitanti. Un paese dove delle madri reputarono giusto prendersela con la direzione di un centro estivo per l’infanzia, in quanto, tra i lavoratori, vi era un rifugiato. Provo schifo e vergogna per quel padre che reputò disdicevole passare le vacanze in un campeggio avendo dei disabili come vicini. Provò schifo e vergogna per lui, per le scemenze scritte solo per alimentare quel clima di paura, piccolo e disgustoso odio verso l’altro. Si sentì male di fronte a quel matteo disgraziato e sciocco, lui -si rese conto- non era così, non volle mai più esser così. Ecco che furono tutti quei piccoli disturbi di quella mattina. Vergogna, che arrivò a salvarlo, come ultima e preziosa redenzione.

Così inspirò tutta quella brutta atmosfera di frasi idiote e scritti deliranti e li espirò con violenza,allontanandole da sè e dal mondo.

Poi, leggero e in pace con sè stesso e il mondo, ritornò al bar. Guardò tutte quelle persone. Comprese la loro infelicità, si arrabbiò per quanto fatto a loro, sarebbero stati cittadini anche dotati di umanità e buon senso, se lui non li avesse spinti sulla strada facile dell’odio facile e meschino.

“Io mi vergogno. Mi vergogno di aver collaborato a render voi e il paese, peggiore di quanto sia in realtà” Tutti lo guardarono meravigliati, straniti, basiti

Ma cosa dice…

Poi, uno a uno, sentirono uno strano, ma potentissimo dolore. Non venne dal cuore, non fu la testa….

 

 

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