la necessità del perdono

18 Lug

“Mi creda. per un motivo o per l’altro, li sbagliamo sempre” Il ragazzo viene strappato via dal suo magico mondo di paranoie e ansie, grazie all’intervento vocale dell’uomo anziano seduto accanto a lui, su quella panchina del parco.

“Come? Questi? Li ho presi mezzora fa. Pensavo che possano andar bene, almeno per la mia ragazza. Ora non ne sono sicuro. Che gusti ha lei? Cosa le piace?” Domanda , più a sé stesso che al suo occasionale ascoltatore,  il giovane.

“Non è facile. Deve essere una questione, come dire? Di Dna. Dopo un po’ che ci parlano, rimaniamo incantati dalle loro voci e viaggiamo in altri mondi” Conviene l’anziano

“Un modo elegante e letterario per dire che ci facciamo i cazzi nostri” Ribatte sorridendo il ragazzo.  Ridono forte entrambi.

“Può darsi, può darsi. Magari in quei momenti di shopping, di chiacchiere su anelli, vestiti, borse, veramente – in automatico- cadiamo in un ‘altra dimensione. Non certamente migliore della loro. E poi sa una cosa ? Forse ora è troppo coinvolto, non so.. Comunque, nella vita, possono capitare cose che le fan venire voglia di sentirle ancora quelle parole su cose di cui a noi, sinceramente, poco cale. ” Sul volto dell’anziano passa qualcosa di breve, come l’ombra guerriera di un antico e feroce dolore, poi scompare .

“Cosa potrebbe capitare, ad esempio?” Chiede il giovane, che non cogliendo l’espressione fugace del vecchio, mantiene un tono cameratesco e divertito

“Potrebbe capitare che non vivete nello stesso paese. Sicché lei viene a trovarti. Tu passi la settimana con il cuore in gola, ti trema il sangue nelle vene. Non hai mai conosciuto davvero l’amore. Nulla di troppo preoccupante, la maggior parte delle persone, e degli uomini, campa una normale e tranquilla esistenza senza conoscerlo. Ma tu l’hai incontrato e ora cammina accanto a te, per le vie della tua grigia città Si guardano le vetrine, si va a mangiar sempre in quel ristorante che ormai è diventato quasi una seconda casa, s va al cinema. Piangi al cinema e  non te ne vergogni. Non hai più bisogno di fare il duro, o il pirla, come fanno gli uomini tra di loro. Vivi come vuoi e non come puoi. Insomma sei rinato. Cosa potrebbe accadere? Accade che è una giornata piovigginosa. Fate le solite cose, nonostante il tempo vi sentite allegri. Talmente allegri, che non vedete quanto tempo è passato, è capitato anche a te?” Domanda, abbandonando il suo discorso il vecchio.

“Cosa? Di fare o dire anche delle scemenze, ma non voler interrompere il tempo passato insieme? Si. Ma solo con Annalisa. Solo con lei” Risponde il ragazzo, seguendo con l’immaginazione alcune giornate grigie ed oziose, che la compagnia della sua amata aveva trasformato in giorni assolutamente deliziosi.

” Questo a me e Viviana succedeva sempre. Dal primo momento che ci siamo incontrati. Le persone ti prenderanno per matto, lo sai, no? Ma, pur se fosse, sarebbe una bella pazzia non credi?Viviamo tempi assurdi e, credimi, lo erano anche quando io ero un ragazzino. Alle persone par normale vivere chiusi nel proprio io, nella soddisfazione infantile dei loro desideri, che son quasi sempre dei piccoli e mediocri vizi. Va male un rapporto? Allora l’amore fa schifo, meglio star soli, con piccole avventure insignificanti da narrare agli amici al bar. Tutte cose che fanno bene al tuo ego, ma non a te. Sì, scusa è una banale lezione di morale,  ma son vecchio, che altro potremmo mai fare?”

“No, guardi! Non è banale, la penso anche io come lei. Solo che… Ecco lei è la mia prima ragazza, o quantomeno la prima storia seria.”

“Sei molto gentile ed educato, qualità che migliorano con un pizzico di elegante ipocrisia. Ti ringrazio, per sopportare la mia presenza e le mie parole. Che regalo nasconde quel pacchetto?” l’anziano indica con l’indice la piccola scatola blu, chiusa da un nastro dorato che il ragazzo si passa nervosamente da mano in mano.

“Un braccialetto. Ma non ricordo se è quello giusto! E me l’ha detto mille e mille volte. L’ho dimenticato Dimentico sempre tutto, no! Tutto no! Posso dirle che tempo c’era di tutti i giorni che ci siamo incontrati, quello si. O che grado di felicità lei avesse, che ne so? Media, alta, altissima. Rammento bene anche i litigi. Tutti. Un primo maggio, era una giornata piovigginosa e triste già di suo, ho temuto che mi lasciasse. E ora che vita potrei vivere se lei non fosse con me? ”

“Già, che vita vivresti..” L’anziano par perdersi di nuovo nei suoi pensieri e quel velo di malinconia  pesante, soffocante, torna di nuovo sul suo viso.

“Non potresti, mio giovane amico. Non potresti. Incominci a far lavorare la mente, razionalizzare, cercare tanti modi per non pensarci. Eppure tutto, ma proprio tutto ti parlerebbe e ti parla di lei. Come se ogni luogo, ogni attimo della tua vita, il tempo, avessero imparato l’arte della logorrea. Così cerchi di uscirne in tutti i modi. Gli amici ti presentano altre donne, ti portano a puttane, ti ubriachi, ma non fai altro che peggiorare la situazione. A me è successo. Dico di perdere la donna della mia vita” l’uomo abbassa lo sguardo verso terra, come se potesse trovar qualche prezioso tesoro o un aiuto inaspettato.

“Oh, mi dispiace! Mi scusi, ecco.. Forse sono inopportuno, ma cosa è successo?” Chiede, timidamente, il ragazzo.

” Se ne è andata via. Quel pomeriggio di cui ti stavo raccontando poco fa.” L’anziano si ferma di nuovo, come se la mente rielaborasse la trama di un film tanto complicato quanto doloroso. Troppo doloroso.

“Avevate litigato? Preso un regalo sbagliato? Come il mio! ” Il giovane sorride ironicamente, quasi per cercare di rallegrare l’uomo che siede al suo fianco, ma costui non sorride, lo guarda malinconico e assorto. Poi riprende a parlare e la cosa che dice congela il sangue nelle vene del ragazzo

“Morta. L’ultima immagine che ho di lei, sai quale è? Un bacio, un abbraccio?Si, c’è stato, ma veloce, rapido, perché il treno stava partendo e poi non avrebbe fatto in tempo a tornare a casa sua. C’era.. mi pare ce ne fosse uno in Stazione Centrale, non vorrei sbagliarmi, verso le tre di notte. Così ci siamo salutati distrattamente, le ho detto : ” ti amo amore mio” mentre le porte si chiudevano. L’ho detto alla sua schiena.” L’uomo si ferma e inspira un po’ d’aria, in cerca di ossigeno, per riprendere il fiato sprecato nel dover esporre a uno sconosciuto un ricordo tanto doloroso.

“Scusi, non volevo…Cazzo, combino sempre disastri. Sono così goffo, faccio sempre delle figuracce! ” Il ragazzo vorrebbe sprofondare, sparire, si odia quando si comporta come uno sciocco, cosa che per anni era convinto di essere, ma poi succede un fatto inaspettato, che lo sorprende positivamente. L’anziano gli ha messo una mano sulla spalla destra e gli sta facendo una pacca amichevole.

“No, ma che ti scusi a fare? Sei uno di quelli che vive perennemente scusandosi, vero? Ti capisco. Diciamo che anche io ho avuto le mie belle scuse da dover dar al mondo. Alcune erano necessarie e altre no. Ma sai cosa è, veramente, l’unica cosa necessaria? Ti garba che un vecchio rincoglionito ti offra codesto piccolo segreto?”

“Oh, ma certo! Io sono talmente insicuro su cosa dovrei fare nella e della mia vita, cioè non penso che mi dica di farmi scoppiare in centro città, o rapinare una banca, no?” Ecco, ma perché non si limita a dir sì o no, invece di voler far il simpatico? Mica sei in un film di Tarantino dove tutti devono dire frasi ad effetto,  piuttosto l’individuo accanto a te assomiglia a quell’agente della C.I.A.; quello buono… Non ricordi più il titolo del film e come si chiamava il personaggio.

“No, no, niente di tutto questo! La cosa, l’unica cosa, davvero necessaria nella nostra vita è: il perdono. Tutto qui. Saper perdonare e costringersi a perdonarsi. Perché a volte non sono gli altri a tormentarci, ma siamo noi. Che non riusciamo a distaccarci da un senso di colpa, da… Non sai quante volte, oh Cristo quante, ho visto e rivisto, nella mia mente, il film di quel dannato giorno, dannato ultimo giorno. Dove ho ritardato più del necessario, oppure: ma perché non l’hai fermata? Partiva il giorno successivo, a quelli della sua azienda avrebbe detto che stava male, ma lei era sincera. Non diceva mai bugie. Ed era buona, una qualità negativa per molti. Perché pensano che bontà significhi : ipocrisia, falsità, e allora vivono una sincera vita da pleonastiche teste di cazzo! No, no, lei non era per nulla ipocrita o altro. Era buona, te lo ridico. Perché anche tu mi sembri un buon ragazzo, non so… Forse mi sbaglio, ma ci sono tanti piccoli particolari, il non detto! Ecco diamo un’idea di noi stessi sopratutto con il modo di star seduti, di muovere le mani. In ogni caso: perdona e perdonati. Non giustifica e giustificati, quello lascialo a chi è in malafede. Perdona. ”  Una giovane donna che ride allegra mentre il suo cagnolino saltella e fa le feste, passa davanti a loro, entrambi sorridono conquistati da quella piccola scheggia di pura e perfetta gioia.

“E lei si perdona? Ci riesce?” Mormora il ragazzo arrossendo. Come se la risposta dell’uomo possa condannarlo a morte

“Ho imparato. Ho dovuto farlo. Perché stavo, o meglio volevo, uccidere un uomo Non solo, volevo che soffrisse ogni secondo della sua vita. Ogni piccolo, insignificante secondo della sua vita” Di nuovo il silenzio, carico di pensieri.

Pensieri pesanti, cupi, pensieri che vorresti eliminare, ma che vengono a trovarti.

“Cosa ha combinato quell’uomo? Perché…oh, scusi! Era per via della morte..”

“Di Viviana. Lei stava tornando a casa. Dalla stazione a casa sua non ci vuole molto in bus. però decise di farla a piedi quella strada. Mancava poco a Natale e infatti il suo ultimo sms, l’ultima cosa che mi rimane di lei è : “La città è meravigliosa tutta illuminata per Natale” più o meno diceva questo. Pensava a che regalo mi avrebbe fatto, al pranzo che avremmo passato insieme. Pensava e una macchina l’ha falciata mentre attraversava la strada, davanti a casa sua.  Lei era sulla strisce pedonali. Non ha sofferto, dicono. Come se questo particolare mi fosse d’aiuto.  Lo è, in qualche modo. Perché è una difesa, per allontanare e alleviare il tuo – egoista del cazzo- dolore. Come quando ti dicono: ” Dispiace, ma almeno così non soffre più” Oppure: ” aveva una certa età” Oppure…”

“E’ solo un cane.” Dice con la voce spezzata, rotta da un antico dolore, il ragazzo

“Già. Perché non ti aiutano a vivere fino in fondo il tuo dolore, la tua disperazione? Perché devono sempre trovarti una medicina,  una pillola di filosofia spicciola. Poi ci sono quelli, per me i peggiori, che non vogliono esser aiutati oppure non ti aiutano con la scusa: solo io, solo tu, sai come ci si sente! E l’empatia, cazzo! Ma non vi hanno mai spiegato nulla circa  essa? Comunque, allora, io ero uno di quelli che si chiuse nel suo dolore. Tanto e bene da costruirmi tutta una serie di alibi, abitudini, certezze. Non mi fu difficile dal dolore passar al rancore, poi dal rancore all’odio e infine al desiderio di vendetta.”

Un bimbo, traballando sulle insicure gambette, corre ridendo sul prato. Chissà cosa pensa e cosa vede? Quale immensa meraviglia! I due provano una breve invidia per il piccolo e per quella gioia che per anni hanno voluto dimenticare e negare.

” Ho passato, riprende l’anziano, giorni, settimane, mesi, a ubriacarmi e piangere. Spesso entrambe le cose nello stesso momento. Il senso di colpa, la perdita, non so. Ero io il debole della coppia, se la gente ci vedeva come una bellissima coppia, non era per me. No, era per lei.Poi un giorno, sentì una voce interna. Chiara, limpida, forte e calma. Oh, dio quanto era calma e ragionevole: fallo soffrire. Io stavo male perché un coglione non si è fermato in prossimità, nelle vicinanze, davanti, a delle stupide strisce pedonali, capisci? Lui era il mio problema. Lui mi rovinava la vita.Così, con grande fatica e con numerose cadute alla fine ottenni quello che volevo.” L’uomo si ferma un momento per soffiarsi il naso.

“Cosa voleva?” Chiese, con un filo di esitazione, il giovane

“Incontrarlo. Vederlo. Per ucciderlo usando il suo stesso senso di colpa. Non l’avrei lasciato mai più.”

“Cosa fece? Il tizio non era in prigione?”

“Si, ragazzo mio. Era in prigione e io, con fatica e tanto tempo, ottenni infine il permesso di incontrarlo. La prima volta, quando lo vidi, ebbi un momento di esitazione. Era un piccolo, fragile uomo, con gli occhiali, la faccia gentile. Mi dissi: ” No, non può esser lui l’assassino! ” Sai me lo immaginavo pelato, con i tatuaggi, alla guida di un suv. La classica testa di cazzo, per me. Un pregiudizio, uno stupido pregiudizio che ho abbandonato con gli anni. Insomma arriva lui. Nervoso, trema un po’. Per rabbia, paura, non so. Non mi guarda mai negli occhi. Io invece lo fisso. Adoro che lui senta tutto il peso del mio sguardo. So che gli fa male. Così passano i minuti. In silenzio, perfetto silenzio. Lui non mi guarda, a parte due o tre volte, come se volesse dirmi qualcosa. Però si blocca sempre. Io, implacabile e con un’espressione che a stento blocca l’odio, la voglia di ucciderlo, non lo mollo mai.. Con qualche difficoltà più o meno grossa, indebitandomi con avvocati e altro riesco quasi sempre a vederlo. Lui non scappa mai. Potrebbe, dovrebbe, visto che la cosa lo fa star male. Ma rimane.”

“Voleva punirsi, no?” Vuol sapere il ragazzo.

“Più tardi mi avrebbe detto che era quello il motivo. Più tardi, molto più tardi. Un giorno presi delle foto di Viviana e me. Foto allegre, felici. E le mostrai a quel tizio. Lo vidi star malissimo, più del necessario. Un sorriso cattivo e divertito era fisso permanentemente sul mio volto. Gli parlai: ” Guardale. Hai visto chi hai ammazzato?” Lui si alzò di botto e se ne andò. Non mi permisero di andarlo a trovare. Non più. Era durata anche troppo, e avevano ragione. Io però non mi diedi per vinto. Quando non ero in carcere da lui, passavo il tempo a prender informazioni sulla sua vita. Su tutto quello che lo riguardava Vivevo solo per farlo soffrire, distruggerlo un pezzo alla volta. Mi riusciva benissimo, e ti dirò: mi sentivo bene! Avevo uno scopo. Alto, nobile, tutto mio: la vendetta. Una vendetta pulita, mi limitavo a tormentare il suo senso di colpa, ma portavo con me anche un coltello. Per la fase successiva: o glielo avrei dato e gli avrei imposto di suicidarsi con quello,e poi l’avrei visto morire, magari fumandomi un sigaro. Oppure l’avrei fatto a pezzi io. Ero indeciso, sai?”

“Cosa fece? Usò quel coltello?”

“No. Ma per tutti gli anni che dovette scontare non lo lasciai mai. Diventammo vecchi insieme. Dal carcere, passai a seguirlo mentre andava al lavoro, in una cooperativa, di giorno e poi tornava in prigione la sera. Lo seguivo. Lui mi vedeva. Aveva quell’espressione perenne del tipo: “Per favore, basta!” Non diceva nulla. Fui la prima e unica persona, che trovò all’uscita della galera. L’unica. Si incamminò verso casa. Lui sul marciapiede di destra, io quello di sinistra. Non lo mollai mai. Poteva agire, urlarmi in faccia qualcosa, invece non disse o fece nulla. Pareva un cristo. Un cristo laico, malmesso, solo, e io la sua croce e le sue spine. Mi piacque come idea. Deve esser dolorosa la morte in croce, ed era quello che volevo per lui.”

“Non trovò mai la voglia di innamorarsi di nuovo? Passò tutto quel tempo ad odiare e tormentare quel tizio?” Vuol  sapere il ragazzo.

“Si, ho passato decenni della mia vita a tormentarlo. E basta. Te l’ho detto; una mattina mi svegliai e scoprì con grande meraviglia di esser diventato un vecchio.Ho cominciato a tormentarlo a quaranta anni e sono arrivato ai sessanta e passa. Io e lui. Due uomini soli. Perché io non potevo perdonarlo e lui non poteva, voleva, perdonarsi. Quante brutte cose gli ho fatto, quanti giorni gli ho rovinato. A lui e sopratutto a me.Andavo al cimitero, parlavo con Viviana, le spiegavo i successi della mia missione. Lei non avrebbe mai voluto una cosa simile. Mai.Ho anche tradito la mia amata, non ho capito nulla di quello che mi aveva insegnato. Poi andavo dove abitava lui. Aspettavo che qualcuno entrasse in quel triste palazzo della piccola e mediocre borghesia. Gli lasciavo le stampe delle lettere nostre, mie e di mia moglie. Aspettavo che lui si decidesse ad uccidersi, e nel frattempo meditavo di ucciderlo, ma non l’ho mai fatto. Mai aggredito. Intanto passavano anni, decenni, non avevo più amici, avevo rotto tutti i ponti con il mondo esterno. C’era solo lui e la mia cazzo di missione. Mi alzavo e mi addormentavo pensando solo alla mia vendetta. Viviana non c’entrava più nulla, ormai.”

” Terribile, mi scusi, ma tutta questa vita. Tutto questo odio. Io pensavo di aver odiato tanto in vita mia, ma…Scusi, la sto giudicando e non ho il diritto di farlo, però…” Il giovane è confuso, scosso. Non tanto, o solo, per la storia dell’uomo, quanto si rende conto del tempo che egli stesso ha sacrificato ad odiare, provare rancore, gioire per le sofferenze altrui, togliendolo all’amore. Alla ricerca di una gioia quotidiana, di una felicità normale, come quella che sta provando ora.

Ora che lei è entrata nella sua vita.

“Hai ragione. Proprio questo che volevo dirti. Volevo insegnarti.Anche un grosso dolore, uno di quelli che ti fa smettere di ragionare, non dovrebbe allontanarti dalla voglia di vivere, di amare. Io e lui abbiamo perso tanto di quel tempo, eppure… Ultimamente, non ci crederai. mi lasciava il portone aperto. O rallentava il passo, così io lo potessi seguire meglio. Puoi in tanto dolore, trovare una redenzione? Non so… Qualcosa di simile. ” l’uomo anziano si ferma. Rimane in silenzio per un po’, come se- capendo di esser arrivato alla fine del suo racconto- le forze gli venissero meno, e avrebbe bisogno di più  tempo.

“Lui è morto tre ore fa. Tre settimane fa ho visto l’autoambulanza fuori da casa sua. Sono stato malissimo. Ho cominciato a pregare, io che sono ateo, che non fosse lui. “No, no, ti prego, qualcun altro! Prenditi pure un bambino, ma non lui!” Capisci? Ecco come mi ero, mi sono, ridotto. Si vede che a dio sto sul cazzo, così su quell’autoambulanza c’era lui. L’ho seguita e facendo un gran casino, ho cercato di seguirlo fino alla sua camera. Mi hanno allontanato. Ma io tornavo, e ritornavo. poteva mettersi male la cosa per me. Invece ieri, un infermiere mi ha detto di seguirlo, che lui aveva richiesto di me. Così sono entrato nella sua stanza. C’era quell’ordine asettico dell’ospedale, hai presente?”

“Certo. Fin troppo bene. Da bambino ero spesso ricoverato per delle forti bronchite asmatiche. Stavo in ospedale, aspettando che venissero a trovarmi i miei o qualche amichetto. Ma i miei lavoravano tutto il giorno, e di amichetti…Non li ho mai avuti. Leggevo e fantasticavo, ecco come passavo le giornate.”Ricorda amaramente il ragazzo.

“Bè. leggere e fantasticare, per quanto ne sappia, non ha mai ucciso nessuno. Anzi, semmai aiuta. Non diventerai mai una persona arida e sciocca” Sostiene con tono dolce l’uomo.  Quel ragazzo gli piace assai, si vede che è un tipo buono. E in questa epoca di stronzi, esser buoni è una grande virtù.

“Mi stava dicendo che è entrato nella sua stanza, e…” Il giovane è curioso vuol sapere cosa è capitato in quel luogo.

“Lo vedo steso sul letto. Ha quei macchinari, quelli che servono a farti respirare. Un mucchio d’ossa e senso di colpa, lì disteso. Non aveva nessuno. Non ho mai visto anima viva entrare nella sua stanza. Qualcuno che gli portasse dei biscotti, non so cose del genere. C’ero solo io. Così, timidamente, in modo impacciato, ho cominciato a prendermi cura di lui. Piccole cose, insignificanti, ma mi prendevo cura di lui. Gli ho portato quei famosi biscotti, ho letto il giornale, queste cose. Poi, oggi, prima di..Bè, prima di andarsene per un lungo viaggio, non si dice così? Lui mi ha parlato.”

Lunghe e calde lacrime scendono lungo il viso del vecchio. Che, dopo una piccola e sofferta pausa, riprende il suo racconto.

“Mi ha preso debolmente la mano e mi ha detto:” Non avevo mai avuto un grande amore, Maria lo era. Avevo costruito la mia vita basandomi su di lei. Dovevamo sposarci, io… Io ero felice come non sono mai stato in vita mia.  Poi quella sera mi manda un sms, dice che partiva. Non ricordo più per dove. Che non se la sentiva di sposarmi, non rammento nemmeno più per quale motivo.Forse giusto, forse no. Un sms. Dopo tutto quel tempo. Mi sono ubriacato, come si fa in queste occasioni. Non volevo ucciderla, io…” E scoppia a piangere.  Ora sai quanto veder piangere un altro uomo ci possa turbare, no? Ma se anche tu dovessi lasciarti andare e unirti a quel umanissimo pianto, vedresti che è la soluzione giusta. Avessimo pianto fin da subito, ci saremmo evitati tutti quei decenni di odio e colpa.

“Ti perdono, voglio che tu sappia questo. Hai sofferto e hai sprecato una vita, la tua, esattamente come me. Tu mi perdoni, sai che non volevo ucciderla”Mi chiede. Così, come se si rompesse una diga, di dolore represso, infelicità e solitudine incattivita, ho scoperto la pietà e compassione, per lui e per me. Con la voce spezzata dal pianto, io.. L’ho perdonato. Tenendogli la mano, fin quando è morto.Ora mi sto occupando della sua sepoltura e andrò al suo funerale. Non ha nessuno Solo me. Il perdono, ecco l’unica cosa necessaria, che ci rende umani, perdonare. No, non l’unica..L’altra è amare. Per cui anche se questo tuo regalo non dovesse esser quello giusto, non temere. Apprezzerà che parte del tuo tempo l’hai donato a lei, e che in quel regalo c’è qualcosa di te.  O forse no, e allora imparerai ad ascoltarla bene. Comunque l’amore resiste a queste cose ” Così dicendo, l’anziano batte una pacca amichevole sulla spalla del ragazzo, poi se ne va.

Il giovane rimane, per un lungo tempo, seduto solo sulla panchina. Si passa il pacchetto da una mano all’altra nervosamente. Poi prende il cellulare

“Babbo, si sono io. Si, è da tanto tempo…Ascolta, ecco…Ti perdono, per…Insomma per quello che è successo..”

Lentamente, mentre ascolta le parole del padre, sul viso del giovane compare un sorriso di lieve, tenera, profonda, felicità.

 

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