la stupida resistenza

18 Ago

D’altronde aveva ragione Marta : “Cosa lo porti a fare a Firenze, se Firenze non esiste più?” Ma lui a questa trovata del governo del : “niente è più come prima”, non aveva mai creduto. Così se avesse dato retta alla propaganda e alla moglie, non avrebbe mai fatto vedere a suo figlio, Mac P 100, dove si erano incontrati il suo babbo e la mamma Già che un robot a uso domestico voglia conoscere i posti dove i suoi genitori si erano incontrati, era alquanto bizzarro, ma che il suo padrone umano si lasciasse conquistare da quelle richieste,e decidesse di intraprendere un lungo viaggio, con tutte le bande di zingari e feroci banditi comunisti in giro, era roba da denuncia. E infatti Marta corse subito a denunciare il marito per abbandono di tetto coniugale e  abbandono della  casa. Nessun cittadino deve lasciare la sua abitazione, pena anche la  morte. La donna informò subito il giovane poliziotto, che forse era colpa del loro robot domestico, “Non è forse vero che le bande di zingari e comunisti hanno inventato dei robot terroristi?” Chiede apprensiva la donna. Allora forse non era il marito a esser impazzito, era quel robot! Il giovane agente rispose da bravo esecutore della legge, ma ogni volta dentro rideva più forte. La risata limpida, pura, di un bambino di fronte a degli adulti particolarmente scemi. Il problema era che il governo doveva guidare il suo popolo verso una lunga transizione e non sapevano come tenere a bada i cittadini sopravvissuti. Molti rammentavano la lunga rivolta dei reduci, i malati che giravano pazzi e assetati di sangue, tra le rovine del paese. Marta ci aveva perso un fratello, Enrico, mandato a combattere dal padre, per mostrare a tutti che le voci sulla presunta omosessualità del figlio erano bugie. Suo fratello, persona dolce e nevrotica, era morto da disertore. Anzi peggio, aveva lasciato un caporale notoriamente sadico, in balia delle bambine che l’uomo amava stuprare ogni sera. Il dolore di un figlio frocio  e disertore aveva fatto ammalare gravemente il padre di Marta. Lei si era presa la bega di assisterlo, nel delirio osceno della malattia, dove il padre aveva mostrato come possano davvero esistere esseri orribili Più volte pensò di ucciderlo, di farlo soffrire, ma alla fine il destino sistemò ogni cosa. Il giorno della morte del vecchio, Marta ballò fino allo sfinimento e rise più forte che poteva. Venne denunciata e rimase tre mesi in galera, per vilipendio alla memoria del padre. Giusto: una società traballante e che cerca di ridarsi un piccolo equilibrio sociale, si deve affidare alla vanagloria guerrafondaia maschilista, alla figura del padre-padrone. In carcere il tempo passava veloce. Enrico gli scriveva sempre e andava a trovarla sempre. Ricordavano Firenze. Il quartiere di San Jacopino, dove vissero i primi anni felici. Poco lavoro, denaro a tratti, ma progetti folli e potenti che li tenevano uniti. Che pena i mediocri con i  piccoli sogni, pensavano. Poi, un giorno, Enrico gli disse che guardando bene il vecchio cameriere e il vecchio cuoco del ristorante dove si fermava sempre a mangiar crostini toscani e ribollita, gli era venuto un flash: ” Quei due era felici, capisci?” Gli disse la sera stessa il suo amato. Eppure non erano mai usciti dalla loro trattoria in quel di Oltre Arno, una vita a fare e servire da mangiare, ma proprio quei loro gesti quotidiani, la gioia dei clienti, altre pochissime cose. Così abbandonarono i loro piani più strampalati, per trovare il senso più naturale e quotidiano dell’amore. In realtà erano arrivati i quaranta e per molti motivi, lui non riusciva a dar figli a lei. Il sesso era spesso argomento di scontro, di due modi diversi di intendere l’amore. Ma per motivi strani e ignoti alla logica loro non si lasciarono mai. Nemmeno la guerra, nemmeno la lotta tra fratelli. Loro continuavano a vivere. Solo che a lei i ricordi facevano troppo male,  era vecchia  e stanca ormai. Aveva pietà e compassione per la ragazza che era stata, ma la vita va avanti e va male. La gioia è effimera e passeggera. Come tutte le cose belle. Figurati quelle bellissime. Lui no. Non era solo un uomo chiuso in un mondo ormai scomparso, no : lui ci metteva gioia anche in questi tempi. Soffriva e piangeva spesso, ricorda che se un giorno qualcuno dovesse contare le lacrime di entrambi, bè senza ombra di dubbio, avrebbe vinto lui: “La mia fontana di trevi”, lo chiamava lei. Così un giorno lui arrivò a casa con quel robot . Ogni italiano ne aveva uno in casa: facevano lavori domestici, si occupavano degli anziani, bambini,malati, animali domestici. Erano programmati per esser affettuosi ed efficienti. Marta non lo accettò subito, ma poi si arrese. Viveva in equilibrio tra la sua vecchiaia fatta di piccole paure indotte dal governo, poca meraviglia nel cuore, e dolcissimi momenti in cui rammentava l’amore. E la voglia di uccidere il padre.

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Mac P 100 faceva molte domande, e per quanto fosse un robot, si stupiva: “Questi umani come sono complicati!” Avevano una cosa chiamata “amore”, che quanto pare faceva a loro tanto bene, ma anche malissimo. Il suo padre-padrone umano piangeva e rideva, ogni volta che rammentava i suoi tempi. Gli esseri umani invecchiano, si ammalano, muoiono. Allora maledicono e ricercano i ricordi della loro vita. Un bacio, una gita al mare, un giro in qualche città. E si aggrappano dannandosi per quella loro debolezza. Eppure ci cascano sempre.  Per questo aveva spinto il suo padre-padrone a portarlo a Firenze. Voleva vedere quei posti che tanto avevano contribuito a render felice l’uomo.

Enrico si era meravigliato della calma assoluta: niente bande di zingari e feroci comunisti. Certo, aveva visto gente abitare le antiche rovine della sua città. Ma non avevano intenzioni cattive: bevvero, mangiarono, risero, e ricordarono. Gli zingari rammentarono la repressione del governo, la loro unica colpa era di non aver scordato la felicità. Nel ballo, nel canto, nella bevuta tra amici. Nella vita libera e amarissima,ma pur sempre vita. Enrico pensò a quegli anni grigi di informazione giornalistica, di servizi sui pericoli che si incontrano andando in città, a sua moglie: donna splendida che ama profondamente ancora oggi. Anche se lei aveva rinunciato a ogni ricordo. Anche ad amare il ricordo del loro amore.

Passarono giorni per strada, nascondendosi dalle pattuglie della polizia e dagli occhi delle spie. Incontrarono altri vagabondi. Chi per amore, chi per stanchezza e noia nei confronti contro la propaganda del governo, per spirito di libertà. Lui amava quel mondo, prima e dopo la guerra, era così che viveva e che avrebbe vissuto.

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Li capiva quelli che scappavano. E a esser sinceri non gli piaceva dar loro la caccia. Lui non aveva vissuto nel mondo di prima, sapeva solo che era un posto orribile e che il governo voleva assicurare a tutti un mondo migliore. Per farlo occorreva usare metodi anche non proprio ortodossi, tenerli buoni con pericoli inventati e così via. Lui faceva solo il suo dovere. Sparare a quelli che abbandonavano la loro dimora. Così da un paio di giorni era sulle tracce del vecchio e del robot, pur loro si sono messi a interrogarsi su quelle cose come i ricordi e tutti i casini che portano. Boh, non sono cazzi suoi. Non amava affatto i delatori, le spie, ma quelli servivano per trovar i fuggitivi.

Così un giorno, una di queste luride spie, lo portò al rifugio dove soggiornavano l’uomo e il robot. Fu proprio quell’ammasso di ferro e fili elettronici a far più casino che l’uomo.  Il giovane poliziotto provò forte e devastante un dolore al cuore. Si, si, sono solo un lavoratore. Si, si, devo portare a termine il mio lavoro,ma…

“Mac, ascolta sei stato un bravissimo figlio. Non ho potuto darne a Marta, sai? Ed è stata per me fonte di grande dolore. Ma tu ci hai dato la felicità. Ecco, non disperarti. Questo è il nostro destino: dobbiamo morire, ma tu hai registrato i posti, la gente, falla vedere a Marta. Dille, mostrale che non è una stupida resistenza, esser felici. Fai questo” Disse il vecchio prima di consegnarsi al giovane poliziotto.

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“Ecco, non dovrei esser qui, ma dal momento che sono qui, bè, forse  vuol dire che non sono proprio d’accordo con il motto: faccio solo il mio lavoro. Non ho potuto salvare suo marito,ma è stato lui a chiedere di esser condannato. E sa una cosa? Cantava. Mentre lo portavano davanti al plotone di esecuzione, e sa una cosa? Anche gli altri condannati cantavano. Non di rabbia o di odio,ma una vecchia canzone d’amore. La cantava anche mia nonna. Ora ecco. La lascio con il suo robot. Ha registrato tutto il loro viaggio.” Il giovane poliziotto, li lasciò soli. Non sarebbe tornato in caserma, sarebbe fuggito. Si lo ammazzassero pure, ma un uomo felice muore una volta sola e per stupidità altrui.

Marta guardò negli occhi di Mac P100 , che fungevano da monitor, i giorni bellissimi passati insiemi dai due. E vide le colline, il fiume, la gente ridere, ballare, sperare, Vide tutto questo e come un fiume in piena arrivarono anche i suoi di ricordi. Gli occhi del fratello, sempre sorridenti, la dolcezza di Enrico, le vacanze e  i giorni di puro amore.

In sottofondo sentiva come un rumore strano, che non sapeva spiegarsi, poi si accorse che era Mac P 100 che piangeva, a modo suo. E così accarezzandolo, gli disse: “Non piangere figlio mio”

E sentì nel suo cuore, dopo tanto tempo, una felicità forte e profonda.

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