Una cosa in comune

17 Lug

Lei si chiama Leila, ma non è una principessa. Vive in un modesto monolocale, nella periferia di una grande città d’arte e cultura italiana. A volte lavora in nero come “shampista”, per una sua amica , incallita fumatrice e mamostosa cronica. Qualche volta fa anche la promoter in qualche stand, rigorosamente a provvigione, rigorosamente senza far nessun contratto.

Se interrogata, vuoi dalla polizia, dalla madre apprensiva e fervente devota di San Maria da Mediaset, vuoi anche dalla sua coscienza, su chi essa sia, risponderà: ” Sono una donna libera, indipendente, moderna. Una che vive a pieno la sua libertà individuale, senza sensi di colpa alcuno. Amo follemente e senza pensieri, perchè, non so se ve l’ho detto: ” sono libera”  Non la chiesa, lo stato, nessuno è mio padrone. Decido io”

Tutte queste parole per dire che è una quarantenne nevrotica, insoddisfatta, incapace di vivere decentemente.Non ama che si parli di responsabilità, preferisce fare la femminista versione damigella di “Non è la rai”. Così passa il tempo su Facebook a maledire l’oscurantismo della chiesa, il fatto che gli uomini siano tutti farabutti, e a coltivare un’imbarazzante adolescenza, anzi un’adolescenza che sarebbe imbarazzante anche per chi, causa dati anagrafici, è veramente adolescente.

Ha delle passioni, anche gradevoli, ma che lei col suo stile da ritardata etica e sociale,  trasforma nella fiera delle scemenze e delle cazzate.

Leila è una donna forte. Tanto forte che fa amicizia solo con persone che sono quasi una sua fotocopia, tutto quello che è diverso da lei la spaventa. Non riesce a sostenere una discussione nemmeno su quale sia il caffè migliore bevuto in due bar diversi, in città.

Per questo ha messo su un gruppo che paiono delle Charlie’s Angeles, di donne orami non più giovanissime e con gravi problemi di adattamento sociale.

Lei e le sue amiche hanno sogni confusi su cosa fare da grande. Qualcuna ha un lavoro decente,  altre spettegolano in modo indecente. Ridono risate registrate nello show: ” La nostra splendida vita del cazzo” . Cioè la loro esistenza ventiquattro ore su ventiquattro.

Si sentono tutte progressiste, dalla mentalità aperta e talora si avventurano in pericolosi discorsi politici,. Lì si trasformano: un tono da professoresse diplomate nell’istituto per banalità assortite, P. Coelho.

Sognano tutte di vivere in altri posti. Questo offre loro la forza di sentirsi vive e diverse dalle altre donne. Quelle che si lasciano intrappolare dal matrimonio, famiglia, che hanno scordato la sigla di Lady Oscar o i nomi dei personaggi dei Goonies. Quelle, per esse, sono prigioniere di un mondo oscuro e maschilista. Poi tanto finiscono tutte per divorziare e stare male, loro almeno si godono la vita.

Il fatto di godersi la vita le rende sicure e felici in superficie, ma il loro Es ridacchia dalla mattina alla sera, sapendo quanto vivano assolutamente male.

Leila,  fa tanto sesso. In totale armonia e libertà con sé stessa e il mondo. Talora, un po’ per sorellanza un po’ perché geneticamente stronza, si diverte a consigliare alla sua migliore amica, Arianna, questa inestimabile perla di saggezza: ” Tromba di più”

Lo dice con un tono in perfetto equilibrio tra reale attenzione verso la sventurata,  e un certo vanto personale. Arianna la ringrazia per la sua dolcezza e se non ci fosse lei che le vuole così tanto bene. Leila ridacchia in cuor suo soddisfatta.

2

Però è sola. Non nel senso che è sola, in questo momento. No: lo è da tutta la vita. Certo le basta prendere l’agenda, qualche spasimante lo trova. Se non fosse impegnato colla famiglia, o con un’altra donna libera, moderna, spregiudicata, che consiglia alle sue amiche di trombare di più.

A volte ella è molto sincera con sé stessa.  Pochi attimi, a sorpresa. Può capitare mentre mangia, è al lavoro a lavare la testa a qualche vecchia che non accetta di esser a un passo dalla morte, quando è colle sue amiche. Ultimamente questa paura di essere sola la prende anche quando fa sesso.

Reagisce scrivendo post su facebook nei quali attacca il mondo oscurantista, che non ti permette di essere te stessa, ma ti sommerge di responsabilità del tutto pleonastiche. Ostenta sicurezza, vorrebbe far credere che le altre siano cretine e sbagliate, ma in fondo in quel pozzo nero dove dimora, irrequieto il suo Es, sa che non è proprio così.

Vivere con un grosso vuoto emotivo e morale è divenuto metodo così comune, che nemmeno ci si interroga sul perché stiamo davvero male. Noi esseri umani preferiamo vivere una felicità adolescenziale eterna e mostrare agli altri quanto si sballa, quanto siamo sempre pazzi e selvaggi. Poi l’oblio ci prenderà uno alla volta e in quel momento capiremo che non ci siamo divertiti affatto, e che il nostro “sballo” era una pratica comune e anche un po’ conformista. Dai, però prendiamola bene. poi il buio ci avvolge e noi scompariamo per sempre. Non avremmo nemmeno l’occasione per piangere la nostra libera vita del cazzo.

Ora, descritta in questo modo, si potrebbe pensare che Leila sia una persona sgradevole e sciocca. Sì, ammetto : potrebbe sembrare proprio così. Però è una parte, quella esteriore, quella che con masochismo senza orgasmo, pretendiamo di far conoscere agli altri. Questo è il grosso errore di una donna anche molto dolce e sognatrice come Leila.

Ama i fiori, non ha il pollice verde, ma l’amore nella sua perfezione è sempre imperfetto.  Le piace stare seduta sulla panchina situata lungo l’argine del fiume della sua città. Sa godersi una giornata a pieno, stando seduta, la mente sgombra da pensieri inutili. Solo lei, una bella giornata, le voci di qualche bambino o anziano in sottofondo.

Le piace immaginare la vita degli altri e prova tenerezza per le persone.  Quando vede una donna della sua età pensa se anche costei fa di tutto per apparire moderna e vincente, oppure se quella donna, come per magia, avesse capito che vittoria e modernità sono altre cose: più serie, più vere.

Leila ogni volta che è seduta su quella panchina si innamora.

Vede un ragazzo, un uomo, seduto a leggere, o al telefono, oppure fermo a non  fare niente e si innamora di lui.

Immagina come potrebbe esser la loro vita. Queste cose qui  Banali, scontate, certo: come la maggior parte delle cose che ci capitano vivendo. Che poi , se dovessimo guardale meglio, sarebbero anche quelle che nutrono le radici della nostra esistenza.

Per esempio, si chiede Leila, quel tizio seduto collo sguardo perso nel nulla, l’aria di chi cerca di ostentare sicurezza..Chissà a che pensa, come vive.

 

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Davide Lanzotta, spaccia droga ai ricchi della città. Vive in un bel appartamento in una zona molto chic della grande città d’arte e cultura. Ha una moglie, tre bambini. Spesso, con sottile disgusto, si sente come una summa dei luoghi comuni sui meridionali e i settentrionali. In quei momenti si abbandona a tale verità e ci dò dentro coll’entusiasmo per il “lavoro”, poi passa in tutti i negozi di alimentari e torna a casa con provoloni, caciocavallo, pomodori, peperoncini, ostentando un tono da camorrista visto in qualche pessimo film. I figli vanno tutti in scuole private: extralusso. Sono sempre promossi anche se non sanno nemmeno scrivere quasi, d’altronde: o i direttori sono suoi clienti abituali, o gli basta far la parte del feroce killer della camorra che tutti si cagano in mano.  Lui sta sempre malissimo quando fa queste cose. A modo suo è un ragazzo onesto e sincero. Però il lavoro rende benissimo, gli permette di vestirsi in modo elegante, di frequentare gente elegante, di mangiare in ristoranti eleganti

Ultimamente pensa anche di far la cacca in modo elegante.

Non è mai stato un ragazzo povero, anzi: al paese era tra quelli in vista. Suo padre era un noto e stimato farmacista. I fratelli sono ingegneri in qualcosa, sempre in giro per il mondo. Una sorella è il capo dei capi di un noto ospedale della capitale.

Eppure non è mai abbastanza. I soldi chiamano soldi, questo è il suo lato settentrionale che parla, ragionando per luoghi comuni.

La sua vita è una festa e se doveste vederlo per caso, giudicandolo dal comportamento e dal suo abbigliamento, potreste pensare che sia un dinamico e moderno manager, magari nel settore vendita, cosa che non sarebbe così tanto distante dalla realtà

Lui vende ed è un manager del settore. Tra chi spaccia cocaina e contratti, assicurazioni e menate varie, non c’è tanta differenza. Solo che il primo, quando è tragicamente fuori di testa, è perché ha pippato. Il secondo è coglione al naturale.

Davide cerca di non andar mai su di giri. Non si droga, o almeno non troppo.. Ha tre smartphone e due portatili sempre con sé. Passa la sua vita a rispondere alle telefonate di clienti in crisi di astinenza. Alcuni li ha visti rovinarsi economicamente e fisicamente per via della droga.  Piangono come maiali al mattatoio, per uno sconto. Le donne offrono sesso, c’è una contessa di 70 e passa anni che si ostina a pagarlo in pompini.

Lui rifiuta sempre: è fedelissimo alla moglie. Il suo grande unico amore. Dopo la bella vita, le feste, quella sensazione eccitante, meglio di una scopata, di sentire il rispetto e la paura degli altri. Tutti lo vogliono, tutti lo invitano. Lui per stare al gioco calca l’accento, si scrive a casa monologhi fichissimi. Deve solo star attento che non vi siano cinefili tra i suoi clienti, altrimenti gli smontano tutto il lavoro

“Eh, ma questo pare preso pari pari da un  film di Tarantino” Gli disse una volta un suo cliente.  Risero divertiti per ore.

Soldi, soldi, soldi. E non saper cosa cazzo comprare o regalare. Non conosce i gusti di sua moglie, così va sul sicuro: gioielli. Solo che non comprende che a sua moglie i gioielli che compra non piacciono. Ha, appunto, altri gusti. Lo stesso coi suoi figlioli: li ha iscritti alla giovanile della squadra di calcio locale. Loro odiano il calcio. D’altronde pensa sempre al lavoro, a produrre e creare profitto

La sua merce è la migliore in circolazione, meglio di quella dei suoi rivali.

Sta sempre in riunioni, a pranzi e cene d’affari.  Conosce la gente che conta ed è amato da essa.

Però: che schifo. Ecco come sintetizza la sua vita. Un grande e profondo schifo. Tutto plastificato, falsato, disumanizzato, Nemmeno il brivido di un pericolo, non è la città giusta. Non sa che farsene di tutti quei soldi, perché in realtà non li desidera. Non ama le feste perché crede che siano valvole di sfogo per il ridicolo senza la grazia di esser veramente ridicoli. Come quelle ragazze dell’altra sera..C’era una poi, tutta la sera a far la donna libera, indipendente, moderna e sbarazzina, ma lui ha visto quel vuoto tanto comune che brilla di luce oscura negli occhi delle persone sole come lui e quella donna.

Davide si annoia e non sente più nessun contatto con la vita. Non ha emozioni, sentimenti, dolori, Nulla. Si limita a prender atto, contare i soldi, smerciare la roba, scambiare battute coi colleghi e i clienti. Come un manager o imprenditore di merda qualsiasi.

L’unica cosa che gli piace fare è stare su quella panchina, a guardar il fiume. Non pensa, non sente, non fa nulla.

Ecco: non fare assolutamente nulla è la vera gioia e libertà.

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Leila ha deciso di andare in terapia. Ha scoperto che non è così forte, libera, felice e realizzata come pensava fino a poco tempo prima, Il lavoro è duro, ma piano piano qualcosa si muove. In meglio.

Ha trovato una nuova amica.  L’avrebbe considerata pallosa fino a qualche giorno prima. Ora invece sta bene in sua compagnia. Una donna di quarant’anni, piena di interessi culturali, normale. Ha una relazione con un uomo: solida, pratica. Si sposeranno. Leila sente una sottile gioia per questa sua nuova amica. E tanta tristezza per quello che lei era.

Certo il cambiamento è lento e spesso ritorna a essere quella che disastrosamente è stata per anni Post adolescenziali compresi.

Dove sta veramente bene, se deve dirla tutta, è al parco vicino casa.

Seduta sulla panchina a osservare la vita e godersela, senza far niente

Ecco: non fare assolutamente nulla è la vera libertà e gioia.

 

Davide si abbandona sulla panchina. Pensa che forse un biglietto di sola andata verso il Brasile, potrebbe esser la sua degna conclusione di professionista dello spaccio. Si porterebbe la famiglia e vivrebbe al sole per sempre. Un luogo comune più trito e ritrito di questo, dove potremmo mai scovarlo?

Fosse sincero con sé stesso rimarrebbe lì. Sulla panchina. A non far nulla.

Fanculo la roba, fanculo i clienti, fanculo la città, mentre pensa queste cose, nella testa sente la voce di Ferruccio Amendola, che doppia De Niro: niente non possiamo sfuggire dai e agli luoghi comuni.

L’uomo si guarda un po’ in giro. Nota che su una panchina vi è una tipa che ha visto da qualche parte, chissà dove. Anche lei lo sta guardando.

“Sono fedelissimo” Lui mormora verso la donna. Si accorge che è l’unica verità assoluta della sua vita.  La fedeltà nei confronti di Valentina.

Leila ha notato che lui la fissa Ha pure detto qualcosa, ne è sicura! Si sente rabbrividire dentro Forse questa è la felicità? Lei di solito così sicura nel prender un maschio e usarlo per una notte, ma in realtà è sempre lei l’oggetto tra i due e riconoscerlo le è costato troppo dolore,  si sente piccola e fragile di fronte a quel tizio. Ci ha fantasticato su tanto. Perché non far diventare i suoi sogni, realtà?

Così si alza e va verso di lui.

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Davide ha deciso che non risponderà. Suonino pure maledetti cellulari aziendali del cazzo, lui non risponderà perché è in vacanza. Il suo sguardo viene però rapito dalla visione di una persona che si avvicina a lui. Passo veloce, sicuro, portamento di chi ha qualcosa di urgente da fare o dire.

” E ora? Che vuole da me? ” Pensa l’uomo

Leila si sente volare, ha già in mente cosa dire. Nella sua testa si vede in chiesa, con tutti parenti e amiche in lacrime: si è sposata! Poi una famiglia. Qualcuno con cui parlare, affrontare la vita, anche litigare e soffrire, ma comunque vivere. Che roba assurda essere indipendenti quando si ha troppa paura di dipendere dagli altri, quella mica è indipendenza, è un nascondiglio per conigli che si vogliono spacciare per leoni.

Eccolo lui la sta guardando

 

Eh, si viene proprio da lui. Davide si mette a seder più rigido sulla panchina, che vorrà da lui?

Amore, ecco cosa vuole da lui, solo tanto amore. Leila sente il sangue tremare nelle vene

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“Ciao io mi c..” Leila non finisce la frase. Presa, rapita come era dall’amore per quel bel sconosciuto, non ha visto l’uomo cbe si dirigeva nella stessa sua direzione.  Sente solo il colpo e un dolore forte dietro la schiena , forse al polmone.

Davide non se l’aspettava che il conte Marzanti gli sparasse. Quel tizio è sempre stato una grana. Non accetta di non contare più un cazzo, di vivere in un lurido monolocale, nelle vicinanze del parco, in totale disgrazia economica . Pretende la roba, buona e gratis che lui da giovane…

Davide è pronto alla morte, ma quella ragazza si è messa in mezzo.

“La mia vicina! Oddio! Ho sparato alla mia vicina! ” Urla il conte scappando sconvolto verso il ponte che collega il loro quartiere popolare, con uno ancora più da poracci alla canna del gas.

Davide sente l’uomo urlare in lontananza, poi un rumore come se qualcosa cadesse nel fiume

“Aiuto! Aiuto! Non so nuot..” Le ultime parole di quel essere ridicolo e ignobile, prima di scomparire nelle profondità del fiume.

Davide rimane fermo, immobile. Colle braccia e le ginocchia sostiene il peso di lei.

Sembra sorridente, felice. Lui sente il desiderio forte di piangere. Sente i muscoli della faccia che si preparano per il gran pianto finale, ma dai suoi occhi fuoriescono solo poche lacrime.

Rimane fermo e inerte, a osservare, come se fosse in un’altra galassia, il viso di quella donna morta.

Ora ricorda benissimo chi era: la cretina della festa.

In un attimo sente di aver qualcosa in comune con ella: quel vuoto che brucia di luce oscura negli occhi delle persone sole.

Tre lettere

22 Feb

La lettera rimase sul tavolo in cucina, per quattro, lunghi anni. Forse cinque? No, ora che mi fai pensare meglio: dieci.

Cristo santo, dieci anni su quel tavolo. Nel mezzo, come se fosse un..come si chiama? Quella cosa spesso… No, non so nemmeno che materiale usino per farli: il centro tavola! Il centrino! Ecco, si quella lettera divenne il centrino, o centro tavola di casa nostra.

Il 23 dicembre, di dieci anni fa.  Io avevo undici anni, mi sveglio per andare in bagno, e passando davanti al salone, noto che mio padre era immobile, davanti al tavolo della cucina.

Vedevo solo la sua nuca, le spalle, la schiena. Lui era alto e robusto, aveva quel modo di camminare, che pareva il re del mondo. Mi piacevano i suoi racconti di bevute, risse, e poi c’era sempre qualche amico messo male e lui lo aiutava sempre. Una volta ha dato tutto lo stipendio, che aveva preso in nero spaccandosi la schiena e le mani in un cantiere di merda, gestito da un tipo che poi, in quel cantiere, sarebbe finito a far il fossile dentro il cemento. Insomma, c’era questo suo amico, non aveva più un soldo e rischiava lo sfratto, non era giovanissimo, sai? Così lui prende quei soldi e li dà tutti a questo disgraziato. Il quale, prende un treno per la Liguria, affitta un cazzo di smoking, o uno di quei vestiti tanto eleganti, sai? Uno di quelli, insomma! E perde tutto al casinò di Sanremo.

Mia madre , ti dirò la comprendo, è andata su tutte le furie!  Le sembrava già un miracolo che mio padre avesse trovato lavoro, era già felice che ci sarebbe stato un secondo stipendio e invece..Però, per quanto abbia ragione mia madre, è giusto svilire un gesto così generoso? Cioè, oggi viviamo ossessionati dal lavoro. A esso dedichiamo due volte la vita: come Francesco, un mio amico di Facebook, morto nella fabbrica in cui lavorava. Oppure dedicandogli la vita. I nostri giorni migliori, le stagioni più calde, per cosa? Far diventare ricco gente vestita di merda, con delle facce troppo abbronzate o sogghignanti. Il peggio è quando giudicano.. Ora ti dico questo: mio padre, per quanto fosse un lavoratore mediocre, uno a cui non affideresti mai un ruolo decisivo all’interno della tua azienda, era una persona meravigliosa. Quando non beveva, o mi diceva: ” Dai, non ti preoccupare! Tanto il nostro spettacolo finisce in fretta e non ci sono repliche” Parlava della sua vita.

Questa frase la ripeteva spesso. Dopo che mamma ci ha lasciati.

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Ti stavo dicendo che era immobile, in cucina.. La lettera in mano, in pigiama.  Il suo pigiama preferito: regalo di Natale della mamma. Non di quel Natale, mi par chiaro. Lui ci teneva tanto. Mio padre, ecco: non capiva un cazzo di vestiti e robe simili. Si era messo in testa che H&M fosse un marchio che ” Armani spostati, va!” Capisci?  Lo adorava così tanto che negli ultimi tempi, poco prima che la mamma ci lasciasse, lo indossava sempre.

Non cercava più lavoro. Doveva scrivere, dalle 9,20 alle 13,20, ma non lo faceva quasi mai. Si perdeva in giro. Amava tantissimo fare una cosa: lasciare commenti sessisti, razzisti, omofobi, sulla pagina di un giornalista con idee progressiste. Vuoi sapere se mio padre fosse un fascista? Un reazionario? No, peggio : era un italiano. Nel senso che per lui tutto era gioco e niente era serio. Lo annoiavano le chiacchiere scritte o anche ascoltate dalla tv, di tutta questa gente che è normale questo, giusto quel altro, perché invece di dire abbiamo un cazzo di problema, chiediamo diritti, no? Che ci vuole? Cosa ci costa?

“Noi non abbiamo diritti” Mi diceva questo mio padre. Perché maschi, bianchi, etero, ma sopratutto proletari. O comunque non ricchi abbastanza.

Lui diceva queste cose, stando tutto il tempo in pigiama. Ormai una seconda pelle, sai? A volte piangeva, così di botto. Si gettava per terra e colpiva il pavimento oppure rompeva qualcosa.

Un giorno, era la festa del papà, gli ho portato un disegno (se controlli la mia cartella vecchia quella che ha fatto l’altro dottore vedrai quanti disegni)  ci avevo messo un paio di mesi, avevo fatto anche una piccola cornice, il vetro me l’ha dato lo zio Marco, fratello di mia madre, lui ci ha sempre voluto bene, anche se ha un carattere troppo timido e maldestro, lui sta bene solo dentro la sua fabbrica. Mio padre , ai tempi, lo voleva ammazzare: il gran lavoratore tanto apprezzato da quella famiglia di coglioni che aveva ricevuto in dote da mia madre, ma a esser sinceri, lo zio Marco, era tanto ben voluto anche dalla famiglia di mio padre.

Insomma, gli porto questo disegno: c’era lui in pigiama che svettava sulla cima di una montagna, sotto di essa c’era il nostro pianeta: Il mio re del mondo. Si chiamava cos’, perché, per me, mio padre era davvero un Re.

Lui lo prese e lo fece a pezzi. Io piansi e lui fece il gesto di tirarmi un pugno, ma poi si fermò. E cominciò a colpirsi da solo. Non so quanto tempo siamo andati avanti. Lui si prendeva a pugni, io a gridargli..Che vuoi dica un ragazzino? Non ricordo più.

“Non sono un re! Io faccio schifo! ” Continuava a dire quelle cose. Sì, lui faceva schifo a molte persone, ma non a me. Ok, i miei amici avevano padri che lavoravano, le loro madri stavano in casa, e facevano le vacanze, tutte quelle cose lì. Noi no.

Però, quando lui era di buon umore, ci divertivamo davvero tanto. Vedevamo tre o quattro film  e bevevamo cioccolata calda, inventavamo canzoni idiote, che cantavamo imitando malissimo quel coro di sardi..Hai presente? Lui mi dedicava poesie. Si, perché non te l’ho ancora detto, ma mio padre era un ottimo poeta, tanto quanto era anche un gran bevitore.

Andava in un bar, nel quartiere Shangai, passava la notte con altri come lui. Lo amavano tutti in quel posto. Mi diceva che conosceva Bobo Rondelli, e che lui l’avrebbe presentato a Paolo Virzì. Non era vero. Come, del resto, nulla era vero nella sua vita.

Io credo che molti vivano bene perché sono logici. Anche per quanto riguarda l’amore: un complimento, un regalo, una cena, le date importanti. Nello stesso modo stanno male: gli affari che vanno male, un litigio, insomma cose normali.

A casa mia non era mai così. Quando mangiavo tenevo sempre sotto controllo il mignolo della mano sinistra di mio padre.Quando cominciava a tamburellare, erano davvero casini.

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Potrei definirlo un tipo vulcanico, o esplosivo. Nel bene e nel male. Non aveva mai mezze misure, non riuscivi mai a inquadrarlo..  Scriveva cose orribili contro gli africani, ma al suo funerale, la chiesa era piena di uomini del Ghana e di quei posti lì. Tutti colle lacrime agli occhi. Dicevano che lui pagava da bere e mangiare per loro, e stava ore ed ore ad ascoltarli. C’era anche una ragazza poco più grande di me, mi disse che mio padre per tutto un lungo e gelido inverno, ogni mattina gli portava una cioccolata calda da bere, e poi coperte. Lei ci tenne a precisare che rifiutò di far sesso con ella, si era convinta che tutti quei piaceri fossero per motivi sessuali, ma mio padre provava pena ed affetto per lei

Lui amava tutti quelli che erano sconfitti, perdenti.  ” Però non scappano! Come fanno le donne perbene, vero? ”  Mi chiedeva sempre, dopo uno dei suoi racconti sui suoi amici del bar.

Io ho cominciato a lavorare: cameriere, aiuto cuoco, un mese al porto. Tutti quei lavori del cazzo che fanno i giovani, o quelli senza una specifica  qualità. Come sono io.

Sì, sì, i disegni! Ma chi prende sul serio un uomo che dipinge? O un poeta? A tutti viene duro se sentono junior manager in qualche stronzata.. Poi mi dicono che sono depresso e ansioso. Sì, lo sono.

Io sto bene solo quando vado al cimitero, a trovare mio padre. O sto a guardar il mare, sugli scogli, o dalla terrazza Mascagni. Mi piace anche l’acquario.

Mi sarebbe piaciuto esser nato in questa città, invece ci siamo trasferiti che io ero piccolo. Non ho mai imparato a parlare come un livornese, nemmeno a provare odio per Pisa.. D’altronde nemmeno mio padre era nato in questa città, ma quanto l’amava. Un amore troppo grande ed esagerato.

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Il momento peggiore di un funerale, è il dopo. Quando ormai hanno sotterrato la persona che amavi, e le persone se ne vanno. Tornano a casa. Dai loro figli, dai loro padri, fratelli, dalle loro mogli. E tu? Stai fermo in mezzo al salone. Guardi il divano dove aveva passato gran parte della sua vita,  sbirci la sedia ,  la sua preferita, quella che sosteneva la sua gioia o rabbia, quando eravamo a tavola. Vorresti risentire di nuovo la sua voce. O la sua risata.

Invece sei solo. Col pianto che ti esplode nel cuore, ma non sai come si piange. Come liberarti da tutto quel dolore. Per questo motivo sono qui,no?

 

In ogni caso : ho visto la lettera sul tavolo. In dieci e passa anni, non l’ho mai letta. Stava sempre nelle mani di mio padre. La leggeva tutte le mattine. Io non osavo invadere la sua, come chiamarla? Intimità, ma a dir il vero, è non essere in grado di vincere l’imbarazzo, la vergogna, di parlare di certe cose.

 

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Così ho preso quella dannata lettera e mi son messo a leggerla. Ho scoperto, per prima cosa , che non era una lettera ma tre.  Sulla prima c’era scritto, più o meno queste parole

“Amore mio,

mio uomo meraviglioso! Cosa ho fatto per meritare uno come te? Le tue poesie, il tuo esser fuori dal mondo, eppure così romantico, attento e partecipe! Mi fai sentire la regina del mondo. Non vedo l’ora di sposarti, vivere insieme tutta la nostra vita..”

E poi prosegue più o meno su questo tono. La lettera di una donna innamoratissima, di una coppia splendida, che pensava al futuro, a una vita da vivere sempre insieme.

La seconda, mia madre l’ha scritta dopo cinque anni di matrimonio, penso. Non ne sono sicuro

“Amore mio,

tu sei sempre quel uomo meraviglioso che ho sposato quella calda mattina di aprile. Adoro le tue poesie, che mi fai trovare sempre sotto il cuscino, e le tue piccole romanticherie. Però non possiamo vivere solo di questo. La casa ha bisogno di lavori che non possiamo permetterci, tu dici sempre che farai, dirai, ma poi non succede nulla. Non dico che tu non ci metta impegno, forse non abbastanza. Vuoi scrivere, ma non ti vedo mai farlo. Tu devi farti aiutare. Io ci sarò sempre a darti una mano, ma non posso far tutto da sola. Quei tuoi sbalzi d’umore così violenti, il tuo passare giorni sul divano, informati presso l’asl, chiedi aiuto!”

Perché le cose belle durano poco, sai? Questa lettera lo testimonia. Perdiamo la bellezza, la purezza, il sentimento, tutto per una bolletta,  un arco da fare in salotto, il lavoro, che spesso non è nemmeno quello che vogliamo fare.

Però la mamma aveva anche ragione: lei voleva davvero aiutarlo. Come volevo farlo anche io.  Mio padre non ce l’ha mai concesso. Si era rifugiato nel suo dolore, nella sua vita tanto ingiusta e disgraziata, ma non vedeva il bene che gli abbiamo voluto.

E poi, ecco: la terza

“Basta, me ne vado. Ho perso le stagioni calde della mia vita, per congelarmi nel tuo inverno senza fine. Non sei in grado di amare nessuno, solo te stesso e quel tuo dolore, che poi dubito anche della sua esistenza.

Non cercarmi, tanto non lo farai, non voglio più vederti.

Una sola cosa ti chiedo: non scaricare la tua rabbia su nostro figlio.”

L’unica volta che mia madre si è accorta di aver un figlio in casa. Era troppo occupata a salvare il suo uomo, il matrimonio, non so.  Non mi interessa, visto che non si è mai fatta viva.

Comunque, dopo la morte di mio padre, ho preso l’abitudine di leggere, tutte le mattine, queste tre lettere.

Perché sono il ricordo più forte che ho di mio padre, l’unica cosa che mi ha lasciato in eredità. Solo che ho un modo tutto mio di leggerle: parto dalla terza e finisco colla prima. Perché, se non possiamo cambiare la vita reale, possiamo renderla migliore, no? Così io ho la storia di una donna delusa dall’amore che alla fine trova un uomo meraviglioso e speciale e passano tutta la vita insieme, quel tizio è mio padre.

Ok, allora ci rivediamo giovedì prossimo?

Fu crocefisso sotto Ponzio Pilato

16 Feb

” Chat Baker, quella sera, si sentiva stanco. Era stufo: della sua tromba, dei musicisti, dei locali, degli ammiratori, della musica, suonarla e sopratutto comporla.  Era stanco della ricerca continua di danaro e della droga. Così si gettò dalla finestra di quel hotel in Amsterdam. Morì un uomo, ma nacque una leggenda. Sai, la stessa cosa è toccata pure a quella donna: Norma Jeane Barker Mortenson. Hai presente? Aspetta, ecco! Ascoltami

Goodbye Norma Jean
Though I never knew you at all
You had the grace to hold yourself
While those around you crawled
They crawled out of the woodwork
And they whispered into your brain

L’hai riconosciuta? No, ma che cazzo di musica ascolti? Vabbè, anche lei non ha sicuramente avuto una vita facile. Credo abbia pensato più o meno le stesse cose di Chat, e di tutti gli altri. Comunque , stessa storia: perdemmo una donna e in cambio ci diedero una leggenda. Ti sto parlando di gente importante, sai? Ancora oggi qualcuno li osanna. Quella gente pazza che ama il jazz o qualche vecchio cinefilo. Il mondo si basa sull’idolatria, non credi? Tutti gli esseri umani, a un certo punto hanno bisogno del loro eroe. I più sfigati, quelli che a volte non penso mi sia possibile salvare, bè , hanno necessità di aver dei supereroi . Comunque, ce ne è uno che batte tutte le leggende della musica e del cinema, sai? Uno che ha compiuto un atto di grande eroismo, il più grande di tutti, sai? No, ma  la cosa, che davvero, quando ci penso… Cazzo, mi trema il sangue nelle vene! Costui, e puoi credermi, ha dei superpoteri che altro quel fesso di Enzo Ceccotti, Cicotti, dai il vostro cazzo di Jeeg! E sai di chi ti sto parlando? Ehi, mi ascolti? Smettila di bere! Sto parlando con te, coglione! Dico, tu stai di chi sto parlando? Ti ho detto di smetterla di bere! Ok, l’hai voluta tu! ”

“Cazzo, ma che.. Cosa hai fatto al mio vino? Cristo, ma è acqua?” Il barbone osserva sbigottito il suo c0ntenitore in Tetra Pak, dal quale non fuoriesce più quel classico vino dei poveri e disperati, ma acqua. Frizzante, per giunta

“Oh, finalmente amico ci siamo arrivati! Si, sono Cristo! E quello che ho fatto ora, solo e tutto per te, diciamo è la rielaborazione di una mia nota magia! Tu, e guarda ti capisco, ti stai chiedendo:” Ma questo dopo l’affare dei tre giorni, mica era salito in cielo?” Se ti fa piacere quella storia, va benissimo così. Ma ti pare che in cielo, vi siano delle case? O che le nuvole possano ospitare anime e così via? Forse si, forse no, sai è un segreto dell’azienda di mio padre, non posso andare in giro a spiattellare tutto, così! Al primo che incontro. Però devo dire che amo andare a messa. All’inizio, lo ammetto, per sentire la fanfaronate che i ragazzi della mia band, hanno scritto su di me. Non mi ero accorto di aver fatto tutte quelle cose fichissime! Te lo giuro.Cioè, io volevo solo che la gente fosse felice. Vivesse una vita dignitosa, libera. Ai tempi i romani, non avevano quel senso dell’umorismo che oggi li ha spinti a votar quella donna come sindaco, sai? Erano tipo dei tedeschi, un po’ meno fissati colle camere a gas, che all’epoca mica c’erano, però..Ci siamo compresi, vero? Volevo a dire a tutti che la loro vita è sacra. Prima ti parlavo di gente con un talento enorme e che ha sacrificato la loro vita, uccidendosi, o facendo uso di droghe..Si, ammetto che nei turbolenti anni sessanta del 900, forse, ecco..Non dovevo lasciarmi troppo coinvolgere dal movimento hippy. Comunque, ai tempi, Maria Maddalena si è divertita tanto, ha avuto lei tutta quell’idea: i figli dei fiori, l’amore libero. Diciamo che era un’esperta del settore, ecco.  Poi mio padre ha messo a posto tutto. Lui ama l’ordine, sai?”

Il barbone cerca di metter a fuoco quel tizio.  Esercizio assai complicato, visto che anni e anni di “sbevuzzate” ( neologismo che sostiene di aver inventato lui) in Piazza Indipendenza, fermata Ridolfi,  di vino troppo economico, ha irrimediabilmente rovinato la sua vista. Tuttavia, intuisce la fisionomia del suo compagno così chiacchierone: capelli lunghi e neri, carnagione olivastra, naso importante..

“Nel film eri diverso, dai! Io ti conosco: Gesù Cristo! Passavi tutto il tempo a cantare, mentre quel negro del cazzo ti vendeva ai nemici!”

“Ma che c’entra! Oh, testina di vitello! Quello è un bellissimo film, che mi ha fatto venire in mente una cosa: che bella sarebbe la vita di ogni essere umano, se potessimo ballare e cantare! Non credi? Avrei voluto parlarne con mio padre, ma sai, lui è troppo occupato a mandar avanti seriamente la baracca, come si suol dire. Si dice ancora così, vero? Sai non è facile imparare a memorizzare tutti i modi di dire, durante tutti questi secoli.  Oggi va di moda dire ” bella, zio!” O forse..In ogni caso: ho vagato su questa terra. Non sono mai andato da nessuna altra parte. Cioè, io ho ancora il mio ufficio, accanto a quella del Boss, no, non ti parlo di Springsteen, simpatico ragazzo, l’ho incontrato in America, una sera in un bar. Era indeciso su cosa fare, e io gli dissi: “Hai una grande voce e sai raccontare magnifiche storie” Bello quando uso il mio potere nei confronti di un uomo indeciso sulla sua vita, o disperato.  Posso salvare solo dodici persone all’anno, in tutto il mondo. Solo dodici, come i miei magnifici compagni di avventura. Perché, spero tu l’abbia capito: la vita è una bellissima avventura!”

Il barbone fa una smorfia di dissenso. Bella cosa? La vita? Certo, come no! Al freddo, di giorno e di notte. Sotto lo sguardo incazzato dei passanti, o quello pietoso di chi si crede buono, ma ci tiene a metter una barriera tra lui, tanto gentile da darti un euro e te: uno sconfitto senza gloria.

“Si, è vero amico mio. Ti guardano male oppure fanno dell’elemosina ipocrita! Che c’è? Ah, mi dimentico sempre che voi non potete leggere il pensiero.  Dicevo: hai ragione, sei felice di questo? C’è gente crudele, ci sono quelli che fanno elemosina non spinti da un moto di umanità, e allora? Quanta gente vive a Firenze? Diciamo seicentomila e qualcosa o forse più. Quanta gente hai visto in questi anni che sei fermo qui? Tantissima. Non c’è forse quel ragazzo che ogni settimana ti porta da mangiare e bere? Te lo ricordi? Dai, quello piccolo, con gli occhiali! Lui è disoccupato, eppure ogni volta esce dal suo badget per comprare qualcosa per te o per altri come te. Ha un cuore puro. La signora che ti ha cucito i guanti che porti? Quello che ti ha dato una borsa piena di vestiti? Hanno dei cuori puri, ma tu li hai scordati. Vero?  ”

“Bè, io ho scordato molte cose! Ma non di aspettare il 14 C. Ho un appuntamento con mia moglie, mi ha detto: ci vediamo alle 18. Ok, io sono arrivato alle 18. Lei non è ancora giunta al nostro appuntamento. Io, però, aspetto. Tu che sai tantissime cose, non sai che lei è sempre puntuale? Si lamentava del fatto che io non lo fossi, ma mia moglie non sgarrava mai! Neanche di un secondo. Comunque, avrà da fare, al lavoro! Lei, questo tu che sai tutto dovresti saperlo, era una grande lavoratrice. Si lamentava con me che io i posti li ho sempre persi. Poi non li ho più trovati, ma ecco! Ecco cosa volevo dirle: ” Mi ha telefonato una ditta che vende alimentari tramite telefonate a casa degli italiani! Dicono che posso cominciare domani!” Ora ci vado da questi, stanno a Prato.Solo che non l’ho mai aspettata così a lungo. Sono venuti i vigili a cacciarmi dalla fermata, poi altri. Mi hanno anche picchiato, vedi che mi mancano i denti qui? Io sto solo aspettando mia moglie, che male faccio? Sono tutti cattivi con me. Tutti” L’uomo si asciuga le lacrime con la manica sozza di quello che un tempo era il suo vestito per le occasioni importanti.

“Lei arriverà, non temere. Viaggerete a lungo. Un bel viaggio, ma non può raggiungerti se tu continui a piangerti addosso. Ora, la ditta rivale , del signor Lucifero, da anni ha messo sul mercato un prodotto chiamato: Alibi. Sulle prime è una cosa magnifica! L’avessimo inventata noi. Consiste in poche, ma efficaci passaggi: ogni cosa che tu potresti per rendere più sopportabile la tua esistenza, viene annullata pigramente con considerazioni quali: ” ma tanto è inutile! La vita fa schifo! L’amore non esiste! Le cose vanno sempre diversamente rispetto a quello che volevamo!” Devo confessare, che in un certo senso, è così. Si la vita può fare tanto schifo. Basta che tu consideri veri e reali solo i fatti negativi. Ti concentri sulle persone spregevoli, facile no? Posso dire che anche la mia vita fosse una schifezza. Guarda che fine mi è capitata: tradito da un amico, abbandonato dal padre durante la mia sofferenza su quella cazzo di croce, non poter dedicarmi a suonare la chitarra elettrica, come avrei voluto! Ma in quel periodo non c’era nemmeno la corrente elettrica. Avrei dovuto spendere un sacco di soldi, e mio padre non riteneva fosse una buona idea.

L’amore non esiste. Vero anche questo: si passa la vita a cercare principi azzurri o principesse, poi botta di realismo, facciamo schifo tutti! Pensiamo  che amare sia facile, bello, come una canzone pop. Vogliamo che l’altro sia identico al riflesso dei nostri desideri, e quando scopriamo che amare è molto faticoso e concreto, o che l’altro è una persona diversa da noi, che facciamo? Concludiamo tutto. L’amore diventa odio, e questo par normale. Accettabile.

Ti sto semplificando le cose, lo so. Ma non pensi che sia la stessa identica cosa anche ritenere che tutto faccia schifo? Che nulla possa durare per sempre? Tu mi parlavi dei vigili, della gente cattiva: hai ragione. Li ho visti. Però, io sono qui per dirti: e gli altri? Leggi qui  (l’uomo estrae da una enorme tasca interna del suo giubbotto, una quantità incredibile di quotidiani. Perlopiù locali) parlano di te.  Sono dei cittadini che vengono a trovarti, te l’ho detto anche prima. I bambini ti salutano e dividono con te le loro merende. C’è una psicologa del servizio pubblico, la quale testardamente, visto che tu non vuoi andar a farti curare, viene da te ogni giovedi sera. Potrebbe fregarsene, visto che la tratti male, ma lei viene sempre a trovarti.  Questo è il suo indirizzo, tu ci andrai..”

Il barbone fissa furioso quel rompipalle che da tutta mattina lo tormenta con discorsi vuoti e falsi. L’ira gli blocca le parole in gola, poi esplode : ” Non vado da nessuna parte, testa di cazzo! Io sto aspettando mia moglie. Lo volete capire o no? Lei è una persona così buona, tu che ne sai?”

L’uomo stringe a sé il senzatetto e gli mormora in un orecchio: “Ama tanto il Natale, vero? Le piace farti delle piccole sorprese; adora vederti stupito quando ti ritrovi a casa, nascosti in cucina o in altre stanze, i tuoi libri, cd, dvd, che ami tanto.So tutto del vostro amore. Mi è dispiaciuto quando non mi è stato possibile salvarla. Come ti ho detto posso salvare solo dodici vite in un anno. Sono pochissime, ma è così. Lei non potrà raggiungerti fino a quando tu non la lascerai andare. Soffre troppo a vederti qui. L’amore non è una catena. Lei vuole solo che tu ora, ti alzi, vai dalla giovane dottoressa. Ci ho messo anni per farla diventare una psicologa, lei voleva a tutti i costi far la manager per uno stilista o roba simile. Io ho riscritto il suo personaggio. Ora sto facendo lo stesso con te. Ne ho discusso con i miei sceneggiatori di fiducia: Pietro, Luca, Marco, Steven Spielberg e Paolo Virzì. Siamo tutti concordi: ora basta soffrire inutilmente. Questo è il biglietto del bus, ti lascia davanti alla casa di lei. Ti sta aspettando, uno dei dipendenti assessuati di mio padre, ha lasciato per un attimo la loro lotta per potersi sposare tra di loro, ed è giunto a casa della giovane donna. Recita benissimo la parte dell’assistente sociale premuroso, ha il suo fascino e insomma: tutto a posto. Tu vai. Sei libero, ora! Anche la tua amatissima moglie, in questo momento, è libera.  Non vi incontrerete subito. Lei vorrebbe che tu trovassi un nuovo amore, una famiglia. Ci sono sempre altre possibilità, altri bus.”

il barbone si sente prender sotto braccio, l’uomo lo sta portando via dalla fermata Ridolfi, in piazza Indipendenza. Vorrebbe far resistenza, ma non ci riesce. Continua a voltarsi per vedere se il 14 c dovesse arrivare , pensa. ” Se lei arrivasse ora e non mi trovasse, che penserebbe? Che come al solito mi dimentico le cose! Devo tornare indietro!”

Proprio in quel momento arriva il 14 c. Le porte si aprono, par non scender nessuno. Poi la vede

Eccola: coi lunghi capelli neri raccolti da una pinza a forma di volpe, il suo animale preferito. Vestita come sempre con una lunga gonna, nera, la sua preferita. Una maglietta presa da Disegual o un altro negozio, in via dei Cerretani.

Lei muove la bocca, ma lui non sente cosa dice. Però riesce a leggerle le labbra: ” Hai aspettato abbastanza, ora vai!”

Poi lei sale sul bus e riparte.

Quando il mezzo pubblico gli passa accanto non vede nessuno a bordo. Gli viene da piangere per quella visione fugace, per il ricordo così nitido di ciò che era lei . Però si rende conto che è tutto dovuto per il vino e quel dolore che l’ha reso pazzo.

Lei è morta. Un uomo armato era entrato nel negozio dove lei stava facendo la spesa. Voleva sparare a un rivale di un’altra banda, ma un proiettile vagante aveva colpito lei.

Lui aveva sentito la notizia per radio, poi era arrivata la telefonata da parte del suocero. Rivede passargli sotto gli occhi quei giorni. C’era tanta gente al funerale. Ognuno di loro aveva una lacrima e una parola per sua moglie.

Lui non piangeva, non diceva nulla. Ha visto la bara chiudersi, gli rimbomba nella testa il rumore  del trapano che avita il zinco o il ferro, non sa..Poi la chiesa, il funerale.

Il breve viaggio al cimitero. Infine tutti vanno via. “Telefonaci, fatti sentire”, quanti gli hanno detto questa frase. Lui non ha telefonato nessuno. Anzi ha staccato il fisso e rotto il suo cellulare. Giorni e settimane chiuso in casa. Il campanello che suona, qualcuno che bussava alla porta, voci che lo chiamavano. Poi, il silenzio e la solitudine.

Un giorno, pieno di vino e pianto trattenuto, si ricordò che dovevano incontrarsi alla fermata Ridolfi, in  piazza Indipendenza. Non era morta, ma che balle inventa la gente! Invidia, perché loro sono un’ottima coppia! Figurati se dio, o chi per esso, possa prender una vita così meravigliosa, una persona così buona.

Si recò sul posto puntuale, per la prima volta in vita sua. E aspettò. Giorni, settimane, mesi, anni.

“Lei è morta” Il senzatetto dice al suo amico che lo sta portando verso la stazione

“La morte è un passaggio. Avrete tutto il tempo per stare insieme. Oh, sempre se vi piacciono le Comuni, si intende. Sai, la mia Maria Maddalena ha insistito tanto. Dice che le anime non possono vivere una lontana dall’altra. Per cui, te lo dico subito: scordati di passare l’eternità solo con lei. Ci sono i vostri amici, gli animali domestici, e tieniti pronto il tuo Achille e la tua Miritilla parleranno! Quante te ne diranno ! Ci sarà anche la tua nuova moglie e i figlioli, i nipoti. Insomma, tanta gente! Io continuo a pensare che un monolocale per due sia un’ottima idea, ma tu sei stato sposato, no? Sai che le idee migliori spettano sempre alle mogli. Ok, siamo arrivati. Tra poco passa il 22. Questo è il biglietto del bus. Questo, invece, è il foglietto con l’indirizzo della dottoressa. La terapia sarà lunga e complessa, ma è l’unico modo per ritornare a vivere.. Ora vai! C’è qualcuno che ti aspetta.

Vai, dietro, passi la muraglia umana dei pirla che si bloccano in centro e insomma..Vedrai!

Stammi bene, ora devo andare a ripassare un po’ di arabo. Tra poco vado a Gaza, son cazzi mica da poco lì. Ciao, amico! Un piacere lavorare per te!” Dice l’uomo abbracciando stretto il senzatetto

“Per me?”

“Mi hai chiamato tu, non ricordi?” L’uomo sorridendo si allontana dalla stazione e si perde tra la folla di anonimi turisti  e residenti.

….

Dopo essersi dato una veloce lavata nel bagno della stazione, e aver gettato via i vecchi abiti, per sostituirli con quelli fatti dalla vecchia signora che ogni mercoledi portava a lui abiti dismessi del marito, ricuciti, sistemati con amore; costui sale sul bus.

Supera con fatica la muraglia umana dei pirla che si fermano sempre in mezzo ( come se il fondo del bus fosse abitato da spettri crudeli) e arriva verso gli ultimi posti. Seduta accanto al finestrino c’è una donna. Una persona normale, di quelle che passano inosservate, ma lui avverte qualcosa.. Non sa spiegarselo.

Non sa che fare, si sente imbarazzato.

“Mi scusi, posso sedermi qui?” Le chiede

Lei lo guarda per un paio di secondi. Non sa se dir di sì o no.

“Sì, certo. Si accomodi”

L’uomo si siede, domandando scusa, poi le sorride.

“Certo che oggi, è una bella giornata. Non crede?” Lei si maledice per la domanda cretina, ma è da anni che è sola, prima le sembrava una cosa anche bella, ma ora avverte il peso della solitudine. Cosa domandare a un uomo? Non lo sa.

“Bellissima” Risponde lui

“Bellissima e basta?” Si chiede arrabbiandosi con sé stesso. Cerca qualcosa da dire di divertente, o intelligente, magari lei scende alla prossima fermata!

In verità vi dico, che doveva davvero scendere alla prossima fermata, ma lo scordò

Mai dimenticanza fu più giusta e lieta. Alla fine trovarono le parole più o meno giuste.

Piano piano costruirono una loro vita insieme, come la maggioranza delle persone.

Li ho visti ieri, sono arrivati nella comune gestita da mia moglie.

Io sono sempre dell’idea che un monolocale, in una zona residenziale, fosse il miglior paradiso possibile.

 

 

 

 

2 novembre

2 Nov

Ci sono poche persone. Lo sapevo. D’altronde ho passato tutta la mia vita a immaginare il mio funerale, di cosa dovrei stupirmi? Otto. Mio figlio con la nuora, la mia nipote e il suo marito. Un tizio che incontravo sempre in edicola. Più due vecchiette di chiesa, quelle non mancano mai! Il prete che mi chiama “Fratello Davide”, e mi piace!  Si, mi sarebbe piaciuto aver un fratello.  Condividere la gioia sciocca della gioventù e la rassegnazione amare e solitaria della vecchiaia.

Invece i miei hanno deciso di fermarsi al primo figliolo. Forse hanno fatto bene, non so. Potrei domandarglielo personalmente. Mi aspettano tra una decina di minuti, dicono vi siano anche i parenti.  Vorrei ci fosse solo mia moglie ad aspettarmi. No, andrebbe bene anche Mirtilla e Achille, i miei animali domestici.

Me ne sono andato così. Senza rumore, senza nulla di speciale o memorabile. Mio figlio ha pensato che a me avrebbe fatto piacere un funerale religioso, ah si? Non ho mai messo piede in una chiesa. Non volevo nemmeno esser sotterrato qui. In questa terra che mi ha dato poco o nulla, a esser precisi anche mia moglie avrebbe preferito altro funerale: come questo. A lei piacevano i canti religiosi. Credeva in Dio, forse l’ha incontrato.

Da quanto ho potuto comprendere, spero di non essermi sbagliato, mi par che sia una specie di comune. Tutti insieme appassionatamente.

Fatto sta che ha avuto un funerale non degno di lei. Dove la testimonianza della sua gioia? Del piacere che provava per ogni preghiera o canzone stonata con allegria? C’era più gente, ma era tutto così falso. Così sbrigativo. Molti erano pronti per il ponte, pregavano ma pensavano alla spiaggia di Marina di Cecina o Viareggio. C’era poco di lei nel suo ultimo viaggio. La cosa mi ha addolorato; non solo io, ma anche la mia adorata nipotina, non era per nulla felice del funerale riservato alla sua adorata nonna.

Mi si accusava di aver dimostrato poca dignità, perché non ho retto alla separazione e mi son gettato sulla bara. Come puoi spiegare l’amore a chi non è in grado di concepirlo? Colpa mia, senza ombra di dubbio. Non sono stato un buon padre, è evidente. D’altronde mio figlio è così distante da noi. Perché ? Non so. Comunque ora ho tutta l’eternità per pensarci.  Poi quando ci raggiungerà, sommeremo le nostre infinite esistenze celesti per capirci, conoscerci. Forse il paradiso serve a questo: tipo un grande centro d’aiuto.. Non so come spiegarlo. Sai, tipo le cose  che non hai detto in vita, o non hai fatto, potrai farle e dirle in tutto quel cazzo di bianco pacifico e accogliente. Io rivoglio le mani di mia moglie che stringano di nuovo le mie

In sette ci si son messi, la notte che è morta, per staccare le mie mani da lei. Non capivano che era come staccare la spina della corrente? Sì, dopo la sua morte il black out. Ho vissuto parlando alla sua fotografia, pianto accarezzando i suoi vestiti. Sordo alla voce di chi mi diceva che dovevo dimenticare, che aveva vissuto una lunga vita. Strano come si comprendano tutte quelle cose complicate circa la scienza, di quanti successi abbia collezionato l’uomo nella sua vita, eppure.. Di fronte al dolore non riusciamo a capirlo, ad esser d’aiuto per gli altri. ” Passerà”, ” ci devi sprofondare”, dicono questo. Cosa devi fare tu? Di fronte a questa cosa così inspiegabile che è la morte?

Forse a mio figlio la mia sensibilità ha fatto male. Non è da tutti aver un padre che piange la morte di un cane, di una gatta, della moglie, oppure per un film, una canzone. Prendi il “Canon in d di Pachelbel”. Volevo quella musica ad accompagnarmi verso la fine. L’ho ascoltata per giorni quando sono morti Mirtilla, Achille, mia moglie.   Ho pianto le lacrime del mondo e dell’universo, tutte le volte che l’ascoltavo. Per la sua capacità di render con le note la dolcezza amara di una perdita.  Quella di una donna meravigliosa, quella di chi ho amato.

Insomma volevo che suonasse anche per me; oggi. Avevo solo questo desiderio. Che suonasse per la mia anima, che mi accompagnasse. Invece mi hanno fatto questo funerale: veloce, rapido, pieno di parole senza un minimo di verità. le facce assenti, un dolore che sarebbe ben presto diventato un affare economico: ” Una bella tomba, mi raccomando!” Avrebbe detto mio figlio.  Non me ne frega un cazzo della bella tomba. Volevo solo esser accompagnato da un brano musicale, avere i miei amici intorno, e un minimo di fottuta sincerità, di dolore non trattenuto

Quale vergogna dovrebbe celarsi nel cedere al pianto? Alla disperazione? La morte ci rende soli e disperati. Perché non possiamo accettarlo? Le persone ci mancano, e la loro mancanza non è sostituibile con altro o altri. Ognuno di noi è qualcosa di irripetibile, ognuno di noi ha un particolare, leggero, modo di esser felici o disperati. Non conta morire a 4 anni o a 90, quelle persone non ci saranno più. Non sentiremo le loro risate, i loro momenti di ira, l’attesa di una carezza, un abbraccio. E poi… Poi sai cosa è la cosa peggiore?

La solitudine del ricordo. Dopo poco tempo diventi quel noioso  vedovo che vuol parlare della moglie.  Ti diranno: “Si, si, comprendo!” Ma non comprenderanno mai un cazzo. Nulla. Dai fastidio, ricordi a loro cose che non valgono la pena esser ricordate:  l’amore, la fedeltà, la gioia, la felicità. E il dolore di non saperle più ritrovare. Devono correre andare, come queste persone che sono venute oggi, al mio funerale.

Comunque sia: il tempo è scaduto. Ora mi portano al cimitero. Vengono mio figlio, mia nuora, la mia adorata nipote e suo marito. In questi due giovani vedo un po’ quello che io e mia moglie siamo stati. Mi fa piacere. Sono stato un buon nonno e un pessimo padre. Mi dispiace, figlio mio.

 

2

“Un buon funerale. Mio padre sarà stato sicuramente felice di questo.Lui e mia madre erano credenti. Purtroppo non ho potuto chiamare molti suoi amici. Vero è che son vecchi, non penso che vogliano spostarsi per venire fin qui, in Toscana. Poi mio padre aveva rotto con la Brianza, sai? L’ultima volta che è tornato alla sua terra, è stato.. Dunque, si quando è morta sua madre.  Io ero molto piccolo, non ricordo quasi nulla. Comunque c’erano quelli a cui teneva di più. Ma Francesca devi piangere ancora? Non sai che al nonno non piacevano questi momenti? Il dolore va vissuto con dignità. No, vabbè anche mio padre. Purtroppo, a volte, era così. Non si controllava. In ogni caso..”

L’uomo non finisce la frase. Un violento colpo al tavolo del salotto lo fa sussultare: ” Che cosa è successo? ” Chiede a sé stesso l’uomo.

“Nemmeno nella morte… Nemmeno per una cosa talmente intima, ma come fai? Cosa ti è successo che non riesci minimamente a comprendere gli altri? Sarei curiosa di sentirti quando parli di me, davvero! Chi è tua figlia? Chi era tuo padre? Per te persone deboli. Si, a me e a nonno piaceva piangere insieme riguardando le foto di nonna, o ascoltando quel brano, non so come chiamarlo, di musica classica. Ci piaceva piangere, mentre ci abbracciavamo. Lo trovi disdicevole? Nel tuo perfetto mondo del cazzo dove comandi tutti, dove sistemi ogni cosa, dove non c’è spazio per provare dolore e quindi.. Nemmeno gioia, ecco dimmi : ci vivi bene? Da quanto tempo non parlavi con nonno? Non l’ascoltavi?  Lui ha tentato diverse volte. Certo: goffo, commosso, come era lui. Non era un uomo di successo, non provocava l’invidia dei parenti e colleghi. E allora? Ti aveva chiesto solo una cosa. Una : che gli facessi un funerale come desiderava. L’hai fatto? No, per te era meglio questa cazzata di cerimonia. Parole vuote, gesti automatici. Qualche lacrima da nascondere, che ti ho visto sai? Ho visto, cazzo, che stavi piangendo! Ma in silenzio. Non devono vedere o sentire. Mio nonno piangeva, sempre. Non era un debole, perché i deboli mostrano muscoli e nascondono i sentimenti. Lui no!

Lui aveva questo desiderio: un funerale civile, accompagnato dalle note del Canon D e dai suoi amici sopravvissuti. Tutto qui. Tu però hai pensato ai vicini di casa, a cosa diranno in paese, a tutto tranne che a lui.   E la cosa stupida è questa: tu vorresti piangerlo, tu vorresti buttarti sulla sua tomba e supplicarlo di perdonarti, tu avresti voluto parlare e senza vergogne con lui. Non l’hai fatto. Hai preferito strozzar queste cose.

Che te ne fai della tua vita ordinata? Dei tuoi ordini da rispettare? Delle cose da dire o non dire? Tuo padre sarà stato un debole, ma quanto ero libera di esser me stessa. Sempre. Nel bene e nel male. Lui ascoltava, mi abbracciava e aveva sempre una parola, niente di eccezionale, ma una parola. E un abbraccio.

Voleva un funerale laico, un po’ di musica che tanto amava e visi veri e sinceri. Voleva che per un momento tu provassi la felicità di piangere. Ma te la sei negata per tanto, troppo tempo. E queste cose te le avrei dovute dire prima”

La donna esce dalla casa dei suoi genitori, in cortile ad aspettarla c’è il marito. Sta guardando sull’iphone alcune foto di località prestigiose per le vacanze. Sa che non hanno i soldi nemmeno per un week end a Pontesieve.  Si sente malinconico e inadatto, vorrebbe donare più stabilità e felicità a sua moglie, ma si perde sempre in cose futili. Lei lo ama percché è un libro aperto, incapace di mentire.

“Torniamo a Grosseto?” Chiede lui

“Si” Risponde la donna.

Poi mentre escono dalla via e a stento si immettono sulla strada provinciale, lei dice: “No, aspetta un momento!”

3

“Spero sia una buona registrazione” Dice lei mentre traffica con il suo I pad. Sta cercando su youtube Canon D di Pachelbel. La tomba è un omaggio allo sfarzo che piace a suo padre, non certamente al nonno

“Bè, a tuo nonno piacerà. Sarà davvero contento di questo tuo pensiero” Dice il giovane uomo abbracciando il fianco di sua moglie.

“Certo, ne sono convinta”

Le prime note del pianoforte partono quasi timide. Scusando quel posto dominato dal silenzio, dalle voci sommesse in preghiere stanche, per la sua intrusione. Poi arriva il crescendo ed è come se la vita fosse venuta, per l’ultima volta, a donar un po’ di affetto a quel uomo, ai suoi sogni, ai suoi fallimenti, al suo lungo viaggio.

La giovane donna piange mentre la musica procede verso il finale. Pensa che in qualche modo suo nonno sarà contento di questa cosa.

 

Lei pensa e immagina. Non può fare altro.

Non può vedere, proprio lì, accanto a lei, un uomo anziano che tiene per mano una donna anziana.

Entrambi stanno sorridendo felici.

 

La caccia: supermarket

30 Set

Salvatore… Salvatore” 

Lo stanno chiamando.   Voci che sussurrano, bisbigliano,sopratutto ridono.  Il ragazzo le riconosce. Sono Anna,  se l’era sbattuta un paio di volte come testimonia i video girati a insaputa della ragazza, con il suo cellulare; l’altro invece è Claudio. Quel piccolo e ciccione occhialuto, tante volte deriso e offeso. Sono al banco informazioni e giocano con l’altoparlante. Nel silenzio del supermercato il suo nome rimbomba da un reparto all’altro. Un suono sinistro, minaccioso, una terribile promessa di morte.

Lui li ha visti.  Al solo pensiero sente le gambe tremare e lacrime di paura scendere lungo le guance. “ Un vero uomo non piange! Non piangere, finocchio!”  Salvatore si dice queste cose mentalmente, evocando la voce pastosa e catramosa di suo padre.

I suoi genitori… Li rivedrà ancora? Riuscirà ad uscire da lì? Nella mano sinistra tiene ben salda una bottiglia di vino nero, che arma del cazzo! Come se potesse fermarli con quella.

Si muovono  velocissimi. Non riesce a metterli a fuoco bene, ma avverte la loro presenza.

“Le risatine” Si, quelle risate infantili eppure così disumane. Come se un gruppo di demoni sputati dall’inferno si fossero ritrovati a veder un film comico tutti insieme.

Quanto piacciono i film comici a Salvatore! Non è tipo da andar al cinema, si rompe le scatole, appena appena la trama è un po’ più complessa dei frizzi e lazzi di qualche volgare comico televisivo.Lui si annoia e comincia a urlare : ” buuuu”. Fare battute che reputa divertenti, ridendo stonato, e facendo incazzare tutti i presenti . Che tanto quelli sono un gruppo di froci radical chic. Li vede che si cacano addosso quando passano ai giardinetti dove lui è il re. Sì, lui si sente il Re senza macchia e paura delle Case Bianche, così vengono chiamate quelle fatiscenti case popolari situate alla periferia sud della grande città.

Terra di sottoproletari, piccoli spacciatori, e di gente che si fa un culo tanto ogni giorno, mentre i radical chic e i comunisti se la spassano alla grande. Per fortuna ultimamente ci sono quelli di Casa Pound, e di altre formazioni politiche che pensano a quelli come lui.

2

“Dai, forza! Devi scappare da qui!” Mormora a sé stesso il ragazzo. Strisciando e cercando di non far rumore abbandona il suo nascondiglio.  Accanto al reparto profumeria, c’è quello dei detergenti intimi, shampoo, docciaschiuma, per arrivarci deve passar la grande corsia centrale.

Tump! Tump!

Che succede? Cosa è questo rumore? Salvatore non comprende subito, poi capisce. Ad una ad una si stanno spegnendo tutte le luci.

Il buio avanza.  Lui corre lungo la corsia principale, deve raggiungere l’uscita. Corre come se alla calcagna avesse un mostro infernale, con forchetta e coltello, pronto a divorarlo. E non è questo che loro fanno?

Con la coda dell’occhio li vede: si muovono a scatti, parallelamente a lui. Non riesce a riconoscerli, ma ha visto la divisa bianca, ancora sporca di farina e di sangue.

Il pensiero di quello che è successo tre ore prima ritorno a galla.

 

3

Enrico, il grosso e tatuato capo reparto, fa la voce grossa. Dice che il Gran Capo, noto per l’abitudine di cacciar a casa senza complimenti i dipendenti che secondo lui sono scarsi, è appena arrivato. “Non sentite i lamenti e le lacrime di quei comunisti fannulloni del cazzo, che lui caccia a pedate nel culo da qui?”Tuona con la sua voce roca, gonfiando il petto, da gradasso. Lui ha una vera e propria venerazione per la sua azienda e sopratutto per due persone: 1) il Gran Capo, uno con i coglioni,  che fa tremare quegli schiavetti dei suoi dipendenti, 2) Serena, del reparto cellulari, anche se oggi li chiamano i phone o robe simili.

Le piace tanto sbattersela, quella “troietta”, come gentilmente la chiama lui.  Si sua moglie forse ha capito qualcosa, d’altronde lavorano nello stesso reparto- panetteria- ma provi ad aprire bocca.   Salvatore ammira Enrico. Dopo tutto basta lavorare sodo, esser veloci, svegli, e il ragazzo sa che son doti che non gli mancano certamente.  Per questo fa di tutto per compiacerlo, e il capo reparto ne è felice.

Tanto che lo dice anche agli altri quando si lamentano dei precari, della scarsità dei loro sottoposti. Aspettando che arrivi il Grande Capo a liberarli da quella zavorra. Ultimamente c’era stato anche un casino a livello di stampa. Una loro dipendente si era pisciata addosso perché non la lasciavano andar al cesso. ” Si prenda un pannolino!”  Sbotta ilare Franco del reparto elettrodomestici. Tutti sghignazzano.

Poi si passa a ragionare su come fargliela pagare a quella. Si sprecano i “dovremmo spaventarla”, “quando c’era lui le donne lo succhiavano e basta”, ” sta africana del cazzo, ma non capisce che lavorerebbe meglio sul viale”, insomma,  discorsi civili tra uomini adulti.

A Enrico viene in mente un’idea brillante: mandare uno di quelli che ronzano intorno al loro capo nella speranza di esser presi a tempo indeterminato. Gli piace circondarsi di lavoratori che denunciano i loro simili, che riportano ogni loro discorso. Con quel tono di riverente complicità, nella speranza, un giorno, di diventare capi reparto.

Enrico ride.

“So come sistemarla”

4

Tutto buio, non si vede nulla. Salvatore avanza a tentoni. Ora non si trattiene più. Piange, nel silenzio del supermercato, si sente solo la sua voce: ” Mi dispiace! Mi dispiace!” I suoi lamenti vengono ingoiati dalle tenebre.

Dove sono finiti tutti? Non li sente che si muovono furtivi tra una corsia e l’altra, non li sente più ridere mentre attaccano e ..”Oh, dio non farmi pensare! ” Prega il ragazzo.

Non li sente, ma sa una cosa: lo stanno osservando.

“Come fanno i gatti” Gli viene in mente la sua piccola Stella, quanto vuol bene alla sua gatta! L’affetto, l’amore, la tenerezza, che tanto detesta donare agli altri, li riserva tutti per lei. Non l’ha mai detto a nessuno, perché sono cose che ti marchiano come frocio a vita, ma quando la sua gatta si addormenta sul suo petto, facendo le fusa, lui si commuove. Non pensa alla sua brutta casa, ai genitori che si ritrovano vecchi e con pochissimi soldi, suo padre una vita a spaccarsi mani e schiena nei cantieri, lavorando a giornata, e la madre che fa le pulizie nelle case dei ricchi, ormai senza lavoro, perché i ricchi preferiscono le “negre”. Quando accarezza Stella pensa che esista davvero l’amore e lui potrebbe esser diverso.Per esempio: non avrebbe fatto quella cosa a Fatima, nei bagni dei dipendenti.Non l’avrebbe minacciata, non l’avrebbe fatta piangere, a fanculo Enrico.

Perso nei suoi pensieri, Salvatore ritorna bruscamente alla realtà quando qualcuno gli salta addosso.

5

Mani che colpiscono, gambe che scalciano, ” VIA! VAI VIA”urla con voce strozzata il ragazzo, cercando di divincolarsi dall’altro: anzi, altra. Una donna.

“Fermati! Fermati! Sono Rossana!”

Salvatore si rilassa. Rossana, la tigre dei ribaltabili, come dice sempre Vito, una guardia giurata che tanto vorrebbe esser Martin Riggs e invece passa il giorno a combattere contro pericolosi terroristi quali: vecchietti affamati, ma senza soldi, zingarelli, clpetomani.

Rossana è una a posto. Non amata dalle altre cassiere, ma d’altronde il posto bisogna difenderlo in ogni modo. Lei capisce lui e lui comprende lei.

“Shhhh, non fiatare! Loro ci sentono!”Mormora con la voce spezzata dalla paura la ragazza.

“Si, si, lo so! Li ho visti. Io..”Salvatore vorrebbe raccontarle cosa ha visto, ma lei gli fa un cenno con la mano. Come per zittirlo, e gli indica un posto oltre le casse

“Hanno chiuso l’entrata principale al supermercato. Guarda!”Il ragazzo segue il braccio della collega che indica la grande saracinesca abbassata.

“Merda!” Esclama Salvatore

“Sì.Potremmo scappare forse dall’uscita dove ci sono gli uffici. Oppure il magazzino! Se non erro c’è il bottone per aprire e chiudere il portone,no?”

“Enrico..Stava urlando a quello nuovo, quel imbranato nano occhialuto e ciccione di Claudio. Io, Raffaele, Antonio partecipavamo sfottendolo. Lo facevo sempre. Sempre, oh dio mio! Lui a un certo punto, non so..Comincia a ridacchiare

“Anche da noi. Le due nuove: Lucia e Manuela. Una risatina..”Rossana si blocca. Come se il ricordo fosse troppo brutale.

Continuano a camminare cercando di arrivare alla porta che li conduce verso l’uscita sul retro, quella usata dai lavoratori. Dove ci sono spogliatoi e portineria.

“Enrico si incazza. Dice qualcosa come: “Ora viene il Grande Capo” e improvvisamente anche Valeria, Alessandra, Paolo, insomma i precari come me. Ridono, nello stesso modo stridulo, acido, divertito e crudele di Claudio. Enrico è furioso si avvicina a Claudio e quello con una velocità che non mi sarei mai aspettato lo colpisce violentemente in faccia con il matterello. E gli altri si avventano su di noi. Dio! Cazzo! Ho visto quei bastardi fare a pezzi tutti gli altri, ma non la moglie di Enrico. Alessandra e Paolo si sono avvicinati a lei, e la.. Usmavano, come se fosse del cibo e loro non sapevano se era guasto o no, capisci? Poi l’hanno lasciata andare Dove sia finita non lo so” Un lungo brivido corre lungo la schiena del ragazzo. Ora il supermercato sembra calmo, come se non fosse successo nulla. Una insolita atmosfera, per quanto surreale e strana, di pace domina il posto.

“Ci conviene passare per il magazzino, sai!Che idioti! Come si fa a scordare che l’uscita sul retro sta oltre quella saracinesca! Che stupida! Non so come..” La ragazza sta per avere una crisi isterica. Salvatore pensa che ciò sia una pessima idea. Così la stringe a sé per calmarla.

“Sono impazzite, alle casse! Io..Mi sono salvata per culo! Fatima, dio mio come era fuori!Ridevano e attaccavano, come un branco di lupi. Hanno ucciso Daniela la capo cassa, quella stronza, ma sai io le stavo appresso. Magari, mi avrebbero preso. Ho bisogno di soldi, di lavorare, non sono una cattiva persona io. Non sono..”

Un rumore alle loro spalle zittisce la giovane donna. Passi veloci, come di un gruppo di persone che cammini con urgenza e fretta. Il magazzino non è lontano. Sono nel reparto scatolame, alimentari e roba del genere, sulla destra una porta composta da due ante di plastica dura, indicano l’entrata in magazzino

“Corri! ” Urla Salvatore alla collega. Sbandando, cadendo e rialzandosi, i due cercano di prendere la via della salvezza.

Un urlo alle sue spalle, blocca il ragazzo. Trattiene il fiato, ha paura di voltarsi, non vuole vedere, ma deve.

Rossana è a terra. Il braccio sinistro teso verso di lui.” Aiutami” Mormora piangendo lei.

Salvatore istintivamente fa per avvicinarsi alla giovane donna. “Salvati figliolo! Ricorda che in questo mondo siamo soli. Fatti sempre i cazzi tuoi e pensa alla tua vita” La voce del padre gli  squilla forte nel cervello, come un allarme che non voglia spegnersi.

“Ti pre..” Salvatore si gira di scatto e corre verso il magazzino. Non vede, ma sente, che qualcuno afferra per le gambe la ragazza e la trascina nella corsia dei formaggi. Un solo urlo secco e breve. Per Rossana la fuga finisce qui.

 

6

Di nuovo quella calma apparente. Quel senso di indifferente tranquillità che dovrebbe aver il supermercato quando è chiuso. Salvatore respira affannosamente. Sente il peso di aver abbandonato Rossana. Avverte la paura avvolgerlo come un fottuto boa o pitone, insomma uno di quei serpenti del cazzo, che tanto lo terrorizzano. Il magazzino è vasto,diviso per merci. Ci sono i muletti fermi, l’odore del cartone, anche di chiuso.  Il ragazzo cammina in punta di piedi, trattenendo il fiato e controllando che nessuno lo stia seguendo.

Improvvisamente vede qualcosa passargli a pochi centimetri dal naso. Poi un rumore infernale quando va a sbattere contro la parete. Un estintore, qualcuno ha cercato di rompergli la faccia con quell’arnese.

Salvatore si gira nella direzione del lancio dell’oggetto e vede nella corsia degli i phone e tablet, un tizio in giacca e cravatta: giovanissimo e con l’aria di quelli che si sentono i dominatori del mondo. Li vede tanti che accompagnano il Grande Capo. Gasati e ridicoli.

“Cazzo fai, zio! Ti stacco la testa, coglione!”Sal insulta il tizio e ci gode pure a farlo.

“Scusa! Scusa! Pensavo che tu fossi.. Insomma, ero convinto..” Il ragazzo non finisce la frase . Si lascia cader per terra piangendo. Salvatore è imbarazzatissimo. Vorrebbe consolarlo, ma la voce di suo padre gli rimbomba nella testa: “ sono cose da femminucce”

“Calmati e dimmi che ti è successo” Vuol sapere il giovane precario. L’altro, con grossa fatica, tenta di darsi un contegno. Ci riesce a metà

“Ho accompagnato il Grande Capo per la sua classica perlustrazione dei suoi supermercati, in orario di chiusura.Sai è uno spettacolo veder come fa tremare i suoi dipendenti. Ogni volta ce ne andiamo liberando questi posti da tutta sta zavorra di sfaticati e coglioni vari. Ripeto uno spettacolo! Mi piace accompagnarlo, imparo tanto per il mio futuro. Cioè: bisogna produrre, vendere, fare soldi. Mi dispiace per le persone, ma oggi c’è la crisi e ..”

“Oh, tipo me ne frego i coglioni delle tue lezioni di economia. Cosa è successo? Dove è il Grande Capo? Dove sono tutti?”Salvatore pensa a Enrico e agli altri: che fine hanno fatto i cadaveri?

“Io, scusa, voglio solo spiegare cosa facciamo e chi siamo. Anzi, sei fortunato che.. Dimmi il tuo nome, io ti faccio cacciare dal Grande Capo, hai capito! Pezzente non alzar..” Un pugno colpisce alla bocca dello stomaco il giovine damerino del leccaculismo capitalista.

Il ragazzo si accascia a terra.  Dolorante e lamentoso.

“Non ti azzardare a far il capo con me. Dimmi cosa è accaduto.”

7

“Non ci sono tanti clienti. Io e il boss camminiamo lungo le corsie. I dipendenti frenetici lavorano lanciandoci occhiate di ammirazione e terrore, direi di : rispetto. Tipo la canzone di Zucchero, non so se… Ok, ok, non divago! Dico: io e il capo camminiamo lungo le corsie. Ci sono anche i capi reparti tutti con i petti gonfi, felicissimi di farsi notare da questa leggenda vivente. Uno che ha aperto supermercati e centri commerciali in tutta Italia, che non c’è crisi o complotto comunista che possa abbatterlo. In realtà ce ne è uno: Fabrizio del reparto frutta e verdura, che ..Insomma è un grandissimo lavoratore, ma è anche così poco attratto dalla figura mitica o mitologica del Grande Capo. Lui infatti non vede l’ora di cacciarlo, sa che ha simpatie comuniste. Anzi si è anche candidato con Rifondazione Comunista o un partito simile, però.. Cazzo è un grande lavoratore e fa benissimo il suo lavoro. Pensavamo di chieder a qualcuno dei nostri di fargli del mobbing, non so.  In ogni caso camminiamo, camminiamo e arriviamo al reparto degli affettati. Dietro al bancone c’è una ragazza. Carina. Insomma una botta e via, giusto?” Chiede il tizio con aria complice e cameratesca a Salvatore

Lui pensa chi potrebbe esser quella ragazza carina, forse ” Francesca”  . Anche lei assunta a tempo determinato. In attesa del posto fisso.

“In ogni caso, il vecch..Il Grande Capo le fa: ” Mi dia un etto di prosciutto crudo” Aggiunge qualcosa, non ricordo bene. Ma è tipo Rovagnati, San Daniele, sai le marche o qualità non so, del prosciutto. Al che vedo un lampo di panico negli occhi della ragazza e mi viene un’erezione, giuro! Cazzo è così eccitante quando ne becchi uno di questi incompetenti, ruba stipendio del cazzo.,no?  Ovviamente non parlo di te, amico! Cioè, io… Mi riferisco a quella tizia.”Mi dispiace signore, dice la ragazza, non ce l’abbiamo più è finito. Torna domani mattina” Balbetta costei, ma sai: abbiamo capito che non ha voglia di far un cazzo. Finito? Ma davvero? Per me vuole andar a casa,l’hanno trattenuta oltre il suo orario di lavoro e magari c’è uno che aspetta per montarsela,no? Ora , però, ascolta bene cosa dice quel grande uomo che era il vecchio di merda: ” Bene, domani mattina arriverà il prosciutto e lei se ne andrà fuori dalle palle!” Capito? Che stile! Conciso, forte. Aspettiamo che si metta a piangere, una cosa che ci fa sempre tanto ridere, sai? Il vecchio testa di cazzo ci alleva così: sprezzanti e coglioni, sai? Bene: lei non piange. No. Ride. Noi l’abbiamo lasciata alle spalle, ma quella risatina: infantile, di scherno, ma sopratutto strafottente ci induce a tornar indietro. Il vecchio figlio di puttana è incazzato nero, io cerco di imitare la sua ridicola rabbia da padrone di sto cazzo, capisci? In quel momento c’è anche dietro al bancone il capo reparto: furioso anche lui.” Cazzo ridi, stronza!” Urla il capo della tizia. Sai ci tiene a non perder il posto , se non si mostra duro con i dipendenti, potrebbe far la fine che farà un giorno Fabrizio, capito? E lei? Continuando a ridere, guardando davanti a sè, afferra veloce un coltello sul banco e senza guardare colpisce al cuore il suo capo. La mano.. Oh, dio! Non farmi ricordare! L’ha attraversato completamente. Tutto. Entra nello sterno ed esce dalla schiena. Lei ride. Noi..Bè, il capo mi afferra e mi getta contro di lei , contro il bancone, che ci separa. E tenta di scappare.Lo vedi uno stronzo cacasotto, un uomo da nulla, eccolo! Ma lei ridendo, con la mano destra, indica verso le corsie alle nostre spalle. Mi giro lentamente. Ho paura, sai? Ma so già cosa vedrò. Sento le loro risate. Come versi di animali psicopatici. Sono tutti lì. Davanti a loro i cadaveri dei capi reparto, manca Fabrizio, l’hanno lasciato fuggire. Come anche altri lavoratori. Sai, ci danno la caccia. Sanno chi colpire e chi no”

8

“Hai ragione. Anche da me è successa una cosa simile. Hanno “usmato” si sono avvicinati annusando la moglie cornuta del mio capo. Lei trema, piange, ha visto cosa hanno fatto al suo uomo e agli altri,ma loro la lasciano andare e si gettano su di me. Io però di risse ne ho fatte e vinte, così riesco a scappare. Ma con fatica, sono veloci e forti. Uniti sopratutto, comunque dobbiamo uscire da qui. Andiamo verso il portellone grande, dove arrivano i camion…”Salvatore si alza e si dirige verso la libertà, ma..

” Siamo bloccati. Hanno distrutto tutto. Non puoi uscire. Ho tentato prima anche io. Siamo fottuti. Come il Grande Capo. L’ho visto morire sai? Si è pisciato sotto, il vecchio stronzo. Per fuggire ho cominciato a imitare le loro risate. e gli ho tirato due pedate . Così ho preso tempo. Lo  hanno massacrato di botte. Spezzato dito per dito, le mani, le gambe, la schiena, schiacciato la testa, E poi l’hanno attaccato nella corsia …Non so, non so dove, ma con un cartello: ” Offerta speciale del giorno”. Io sono scappato, e mi sono ritrovato qui.. Fregato. Come te!” Il giovane comincia a ridere a crepapelle . E a piangere.

“No, coglione! Io vivrò! Me ne andrò da qui! Ho una gatta che mi aspetta! Lei è fantastica e io le dico tante cose. Cose che se le sentisse mio padre… E ho da pensare ai miei, capito? Non sono un borghese del cazzo come te! Io devo sopravvivere! In quelle case del cazzo. Brutte, piene di rifiuti e spazzatura umana. Persi in zone dove non c’è nulla e stai ai giardini a fare il bullo. Io ne ho piene le palle.Voglio un lavoro, uno stipendio, e aiutare i miei. Poi prendo la gatta e me ne vado!”

Proprio mentre Salvatore finisce la sua sfuriata, in fondo al magazzino, si sente, leggera leggera, una risatina.”Salvatore”  La voce di Claudio. Dio, se non l’avesse così tanto deriso e offeso, picchiato! “Salvatore”  la voce di Fatima.

“Perdonatemi, vi prego! Perdonatemi! Sono loro” Sal afferra il giovane leccaculo dell’ex Gran Capo, e lo strattona tenendolo davanti a sé, ” Sono loro che ci fanno impazzire e far questa lotta idiota tra noi poveracci! Io..Io…” Un dolore forte al petto. Quello stronzo l’ha accoltellato. Le gambe cominciano a cedere. ” Così in fretta? ” Si chiede Salvatore.

“Pezzenti!Non siete un cazzo! Crepate! Io sono Dio! Sono il grande capo! Io comando! Io sono il potere!Non posso morire, non si uccide il libero mercato! Pezzenti! Crepa!” Urla in preda alla follia l’uomo. Brandendo il coltello, rubato nel reparto salumeria, come fosse una spada , sarebbe pronto a sferrare un altra coltellata a Salvatore, ma un fortissimo dolore alla mano che stringe l’arma lo fa desistere e piegare in due dalla sofferenza,

Uno di quegli esseri l’ha colpito violentemente con l’estintore e gli ha spappolato la mano.

Salvatore, agonizzante a terra, segue la scena tra un momento di lucidità e una caduta nell’abisso più nero e oscuro.  Vede quel verme strisciare per raggiungere, immagina, forse l’uscita del magazzino, ma viene subito preso dai suoi colleghi.

Buio.

Ora ha l’immagine del bastardo colpito ferocemente sulle ginocchia con l’estintore. Lo sente urlare e invocare pietà

Buio

Lo lasciano andare. Si divertono come il gatto con il topo. Ridono. Quella risata.

Buio

Gli saltano a turno sulla testa. Con calcolata lentezza. Ormai lui non dice più nulla.

Buio

9

“prrrrr” Cosa è questo rumore? Salvatore, stiracchiandosi, apre gli occhi.  Eccola! Stella, la sua gatta, accovacciata sul suo petto, fa le fusa. “Ciao amore, ciao piccolina” Dice il ragazzo. L’accarezza, ama sentire le dita perdersi nel pelo di essa.Lui è felice, che bello dormire e riposarsi, una volta sveglio, accarezzando la gatta.”Dai, fammi alzare! Devo andare ” Non sa dove, sa solo che “deve andare”. Così sbadigliando e strofinandosi le dita sugli occhi, si alza dal letto ed esce dalla stanza.

“Hanno dipinto le mura?” Pensa. C’è qualcosa nella sua casa… Come se fosse casa sua e allo stesso tempo un altro luogo. Gira a sinistra dove c’è la cucina. Sente delle voci giungere da lì. C’è anche quella di suo padre. Non è incazzosa, non è la voce di un uomo reso duro dalle sconfitte e amarezze. ” Sta cantando!”Pensa il ragazzo e quasi scoppia a ridere, ma c’è un tono di commossa tenerezza nella voce paterna, che non ha mai sentito e gli viene quasi da piangere anche a lui.

La cucina è piena di gente: suo padre, sua madre, gli amici del giardini, e i colleghi di lavoro: Claudio, Fatima, tutti. Sono seduti a tavola. Sorridenti, commossi, allegri e malinconici. Fanno un brindisi, ma a chi?

“Eccolo! Il mio figliolo! Ti voglio bene Salvatore! Io e tua madre ti amiamo tantissimo!” Dice il padre, alzando il calice e brindando a lui. Sta abbracciando, con l’arto libero,  la moglie, anche lei visivamente commossa. Ma diversa rispetto al solito: “Si è fatta la messa in piega! Ha un vestito elegante e nuovo!” Pensa Salvatore.

“Hai visto, amore? Sono venuti i tuoi amici! Oggi è un giorno importante e ci siamo tutti per festeggiarti” Dice la donna e poi scoppia a piangere di felicità. Anche suo padre è un torrente di lacrime

“Papò, ma che fai piangi?” Chiede meravigliato Salvatore.

“Solo i cretini non piangono mai. Solo i cretini” Risponde il padre

Salvatore si sente felice come non gli è mai successo. Stella è balzata fra le sue braccia, con la testolina si struscia sul suo petto e contro il volto del padrone. Fa le fusa. Genitori e amici, brindano e ridono. Anche lui comincia a ridere e a piangere di gioia

“Grazie! Grazie a tutti voi! Vi amo tutti!” Si stupisce di tutto quel sentimento così smielato, di quella tenerezza così profonda e forte. Vede Claudio che lo fissa. Salvatore, con la gatta fra le braccia, si avvicina al collega. Ora che lo vede bene, osserva che si trova davanti a un uomo. Uno come lui, uno che fa un lavoro di merda, circondato da gente di merda,sopratutto uno che non ha mai meritato tutte quelle offese, mai.

“Scusa!” Mormora commosso Salvatore.

“E di che?Vedi siamo tutti qui. Ti vogliamo bene. C’è anche Fatima. Ti perdona, io ti perdono. Tutti quanti ti hanno perdonato. Sei  uno di noi” Conclude con un sorriso dolce ,ma allo stesso tempo terrificante, Claudio.

“Uno di noi! Uno di noi! Uno di noi!” Improvvisamente tutti si mettono a ripetere freneticamente questa frase. Poi ridono. Quella risata..

 

10

Salvatore si sveglia. Un sogno, un maledetto sogno. Sente un rumore lontano. Una voce. Concitata. Non comprende bene le parole

“Cominciata nei centri commerciali… Un numero imprecisato di vittime. Massacri.. La polizia non interviene..Sono tutti lavoratori precari, sotto pagati, sfruttati.. Ancora presto per dire se si tratta di terrorismo..”

Una radio. Stanno sentendo una radio Pur debolissimo e prossimo a un viaggio di sola andata verso il buio eterno, Salvatore comprende cosa sta succedendo. Giovani lavoratori come lui, in tutti i posti di lavoro, stanno massacrando i responsabili della loro situazione economica, delle loro vite. Salvatore tossisce sangue.

Prima di morire, ha il tempo di sentire le voci degli altri. Sono tutti intorno a lui. Con voci gracchianti, come uncini che grattano un vetro, dicono: ” Uno di noi! Uno di noi!”

L’ultima immagine che vede è : Claudio, che si avvicina strascicando per terra l’estintore.

Non saprà mai se lo colpirà o no

“Uno di noi”

 

 

la torta

20 Set

La torta! Ecco cosa mancava!

Enrico si colpì la fronte con il palmo della mano,come faceva ogni volta che non rammentava qualcosa. Ultimamente ne dimenticava di cose,pensò se fosse il caso di spaventarsi, ritenne di no. Avrebbe scritto dei piccoli appunti d’ora in poi. Trovò l’idea abbastanza soddisfacente, si complimentò con sé stesso.

Il lavoro, ecco il vero problema! Gli stavano tutti con il fiato sul collo. Nemmeno lo salutavano, quando erano in fila a timbrare il cartellino. Quella lunga fila di uomini in camice blu e le donne di colore verde. C’era chi sbadigliava, chi parlottava, qualche temerario rideva.

Cosa avevano da ridere lo sa la madonna! L’odore delle scatole, del cartone, il movimento delle ruote dei muletti elettrici,  lo scotch per chiudere i cartoni con le magliette contate, pronte per il grande viaggio nei migliori negozi o centri commerciali del paese.  E ora la notizia della probabile chiusura, o quantomeno di un drastico taglio al personale.

Improvvisamente tutti Che Guevara diventarono, lui passò da “comunista di merda”, a “nostro salvatore pensaci tu”. Sorrise pensando a questi ultimi tempi. Ci fu un grosso movimento anche da parte dei grandi capi del sindacato. il loro magazzino era molto noto in città.

Comunque: la torta! Per l’anniversario del loro matrimonio. Claudia. La tristezza per la scomparsa della loro gatta, segnò gli ultimi mesi di sua moglie.Nonché l’idea balzana di suo padre di rifarsi una vita, “fin che mi rimane da respirare”, e a settantasei anni andar a vivere con ” lo zio Anselmo”, così lei chiamò da sempre, l’amico di suo padre, dai tempi che erano giovani cadetti all’accademia militare di Modena. Fu un fulmine a ciel sereno, per la figlia e per la devota e umile moglie.Da sempre spettatrici delle decisioni e scelte del capo famiglia. Due soldati in pensione, poterono dichiarare il loro amore. Taciuto in caserma e fuori.

Insomma tra : lavoro, gatta scomparsa, suocero che lascia la moglie dopo quaranta anni di occupazione militare della vita di costei, non potette certo lamentarsi.

Cominciò a piovere, lui odiava guidar con la pioggia. Girò a lungo per trovare un parcheggio, poi avrebbe proceduto a piedi.

“L’ombrello!” Gli balzò alla mente l’immagine del suo ombrello che riposava nel suo armadietto, in magazzino.

Mentre maledì la sua mancanza di memoria, notò che una fiat panda, lasciava libero un posto . “Colpo di culo!” Rise tra sé e sé. Almeno una cosa positiva!

Scese dalla vettura e si bagnò con le gocce di pioggia , imprecò contro i suoi amici di facebook e i loro post in favore del ritorno di sua Santità: l’inverno.

Enrico non amò mai questa stagione.  Fu sempre uomo di sole, mare, la luce fino alle nove e mezzo di sera. Sua moglie Claudia invece, malinconica come fu da sempre, preferì fin dalla più tenera età, il clima rigido e carico di mestizia della stagione invernale.

Una suoneria, con una canzonetta allora di moda, lo richiamò alla realtà. Enrico lottò goffamente con le tasche dei pantaloni, poi estrasse l’i phone, vide che era sua moglie a chiamarlo, sospirò e recitò un convinto: ” Ciao cara!”

“Ciao amore, ma l’hai sentito l’idraulico, per la perdita in bagno? Sei passato a prender la torta? Ascolta, passeresti a metter i volantini per Ginevra? Magari, non so.. Potrebbe esser andata verso il centro. Piove e hai lasciato qui l’ombrello!” Disse tutte queste cose con un pizzico di apprensione e dolcezza. In fondo si amarono sempre. Fedelmente e a piccoli morsi. Un amore quotidiano, normale, di quelli tanto disprezzati dalle riviste femminili, ma resistenti nel tempo.

“Resistenti”Enrico pensò che gli piaceva vedersi come resistente. Il lavoro, le piccole e grandi ingiustizie, la precarietà nei sentimenti, tante cose negative , eppure lui e sua moglie, resistevano.  Si scusò con la moglie per l’ombrello lasciato a casa  e inventò di sana pianta di aver attaccato volantini e di aver chiamato l’idraulico.  Poi si dedicò alla ricerca di un negozio, una pasticceria aperta e con una bella torta. Lo meritavano tutte e due.

“Oh! Oh! Enrico!” Qualcuno lo chiamò.Ecco chi: Mainardi. Uno di quelli che per anni ebbe sempre da ridire sul sindacato, senza aver per questo la tessera o aver mai partecipato a un’assemblea, un crumiro medaglia d’oro nel leccar culi padronali, il quale- improvvisamente- si scoprì un estremista massimalista da “barricata subito!” E infatti..

“Saliamo tutti sul tetto e non scendiamo fino a quando quelli non cedono. Oppure ci leghiamo davanti ai cancelli, ci sdraiamo sull’autostrada, facciamo…” Lo travolse con le sue iniziative rivoluzionarie, trattenendolo per un braccio e stordendolo con la bocca troppo vicino all’orecchio di Enrico.

“Va bene, va bene, Mainardi! Ne parliamo, ok? Lunedì c’è un assemblea…”

“Ma quale assemblea! Le bombe, Enrico! Le bombe! Buuuum!” L’idea dinamitarda piacque tanto al vecchio operaio, che lasciò il giovane collega salutandolo con ampi gesti che sottolineò urlando : “buuuum!” Amava quel suono, forse Mainardi fu sempre un futurista senza saperlo.

 

il sindacalista affrettò i suoi passi, ormai mancava poco alla chiusura dei negozi. Svoltò verso via Cavour, c’era ” Marisa”, la miglior pasticceria del paese. Accelerò l’andatura e fece i complimenti a dio poiché smise di piovere.

Si sentì afferrare da una mano assai robusta. Ci mancava solo il suocero.

Il vecchio capitano in pensione, si nascondeva male dietro all’anziano casual versione  Briatore dei poveracci.

“Mettici una buona parola con Claudia, falla ragionare! Non c’è nulla di più bello che esser liberi! Insegnali tu questo! Fare come ti pare, ti salva da una vita monocorde, mediocre! Perché voi giovani siete così.. Aiutami a trovare l’insulto giusto! No, non vuoi nemmeno aiutarmi. Va bene, va bene! Ma vi avverto sono andato da notaio! Tutto  ad Anselmo!” Disse col tono della voce, ora implorante ora più risoluto, da persona abituata a comandare. D’altra parte decise tutto, ma proprio tutto, nella e della vita di Claudia. Tranne il fidanzato. Un uomo che mente a sé stesso per tutta la vita, cosa potrebbe mai insegnare agli altri?

“Sì, senta… Riferirò! Ora sono in ritardo per la torta” Tagliò corto Enrico, cercando di svincolarsi dalle mani del suocero, che lo trattenevano, attaccate come cozze agli scogli, per le braccia.

“Torta? E che si festeggia? ” L’idea che sua figlia e quello scriteriato del genero potessero festeggiare qualcosa, lo divertiva assai.

“Il nostro anniversario di matrimonio” Spiegò il giovane sindacalista.

“Ah, già! Pensa, son sempre convinto che sia una battuta molto comica associare mia figlia, te e una cosa seria come il matrimonio!” Rispose sprezzante e sarcastico il vecchio.

” A me fa ridere pensare al senso dell’umorismo di Dio, quando ha creato lei! Ora siamo pari, mi lasci, cazzo! Chiude il negozio!” Così Enrico lasciò il vecchio solo, per strada, e si avviò innervosito verso la pasticceria Marisa.

Svoltò e girò perdendosi tra i vicoli, maledicendo il suo ridicolo senso dell’orientamento.

Infine giunse davanti al negozio.  Vide la saracinesca abbassarsi. Sospirò. Non andava bene niente. Il lavoro, la gattina dispersa, una sottile noia di vivere che avvolgeva come pellicola ogni suo giorno. Stette fermo per un po’ ad osservare quel negozio chiuso. Come la sua vita: chiusa per ogni tipo di fortuna.

Poi avvertì la vibrazione del cellulare, nella tasca dei suoi pantaloni. Meccanicamente prese il cellulare: Claudia. Che dirle ora?

“Amore, dove sei?”Chiese la donna

“Davanti a Marisa. Purtroppo è chiusa.Mi son perso, e… Scusami, non faccio mai niente di giusto. Come fai a sopportarmi?” Domandò l’uomo

“Ma che dici? Cosa c’entra? Piuttosto, lascia stare la torta! Non ha importanza! Indovina? Scintilla è tornata a casa! Povera micina, tutta sporca e spaventata, ma è a casa! Alla torta pensiamo domani, ora torna  a casa! Amore mio!” Disse lei col tono della voce decisamente allegro.

Enrico tornò sui suoi passi. Si perse di nuovo tra i vicoli. Raggiunse la macchina e guidò, con il cuore un po’ più leggero, verso casa.

Perlomeno la gatta era tornata a casa.

 

vita

16 Set

Saul Hoffman, spazza lentamente, con la sua inseparabile scopa,  mozziconi di sigarette, foglie cadute dopo una gloriosa esistenza estiva, carte varie. Cinquanta anni di onorato servizio in quel quartiere di rapinatori, drogati, matti. Il suo negozio, uno spaccio di alcolici, quante volte è stato rapinato? Ha perso il conto.Mentre rientra nel locale, massaggiandosi con la mano destra il rene impazzito,pensa che potrebbe anche chiuderla questa maledetta topaia. L’ha forse reso ricco quel lavoro? No! L’ha forse reso un uomo migliore? Nemmeno. Certo, ci sono tanti ricordi, ma…

“Ehi, Saul bello! Dai mi passi la bottiglia di Vodka?Sai, che son in ritardo su tutto, ma non sulla mia sbronza delle otto di mattina! Che cera! Ma non hai dormito? Ah, metti sul conto! Che poi appena mi pubblicano il romanzo..” Arnie Horowitz. Chi altro? Tutte le mattine, per trecentosessantacinque giorni all’anno. Venti quattro ore su venti quattro. Lui e la sua storia del romanzo.

Saul si chiede perché non lo caccia, ma è fatto così. Lui vede il dolore negli occhi degli altri e in quel posto, che è America, ma non è America, hai voglia! Quanta gente sta male per sogni di gloria o per la tragica realtà. Lui è l’unico negozio rimasto aperto e…

Arnie? Horowitz?

Saul si gira e fissa il suo cliente fisso. La solita coppola marrone, il pesante giubbotto di renna, la faccia tonda, larga, con evidenti problemi di carie, quando fa quel sorriso cattivo e dispettoso, si insomma è lui! Ma non può esser lui

“Bè, che hai stamattina? Mi passi la mia Vodka?”il cliente lo fissa come se fosse normale, per un morto, presentarsi nel suo negozio preferito e richiedere da bere

“Ma..Arnie? Che ci ..”

“Che c’è Saul? Hai mai visto un alcolizzato prender una bottiglia di torcibudella? Mi sa che ne hai visti molti! Poi in questo quartiere di merda!” Arnie strizza l’occhiolino al vecchio, e ride. Quella sua risata catarrosa, fangosa, eppure carica di vita.

Vita, quella che questo negozio mi ha resa tutta uguale! Vorrà dir qualcosa il fatto di veder e parlare con i morti? Sono forse…

“No, vecchio bolscevico ebreo dei poveracci, non lo sei! Io? Eh, diciamo che ho superato da un po’ il problema di dovermi occupare della mia vita. ” Arnie sorride di nuovo, codesta volta è un sorriso amaro, di teneri rimpianti

“Mica l’ho pubblicato il romanzo, non l’ho mai nemmeno scritto. Solo che un tizio, il quale ogni mattina ti porta via una bottiglia di vodka, per..Quanti anni, Saul? Diciamo.. Venti?”

“Venticinque, Arnie”Saul fissa il non morto e si accorge di quanto tempo sia passato, sembrando fosse una sola giornata.

“Insomma, lo sai come è? Ce ne siamo accorti, dico : io e gli altri. Tu hai questo potere, questa cosa bella, vedi le persone vive. Cioè il contrario di quel pistolino che vedeva la gente morta, sai? No, non sai. Perché al cinema hai smesso di andarci quando avevi..”

“Diciotto anni, Arnie. Poi il vecchio è morto e io mi sono occupato del negozio. “Mormora con mestizia il vecchio proprietario dello spaccio di veleno alcolico.

“Si, tanti anni vero?Ci hai riempito le vene, danneggiato il fegato, procurato delirium tremens. Tu e quel fottuto armeno di Mickey, giù alla sesta strada Ci avete avvelenato, sai? La nostra poteva esser una bella vita, se non ci fosse stati voi a …Come dire?Hai presente le ragazze che vanno in giro semi nude? Che ammiccano? Ecco! Tu e Mickey, per non parlare di quel fottuto italiano del bar sulla settima. Ci avete avvelenati. E quindi…”

“Quindi cosa?”Domanda per inerzia Saul.

“Ma sto davvero parlando con un morto, che mi accusa. Di cosa poi?”

“Oh, dai! Non volevi chiudere il negozio? Non volevi ritirarti? Ecco!”Arnie sorride , pochissimi denti, stranamente aguzzi, stranamente sporchi. Di rosso.

“Io.. Io voglio godermi la vita! Ho passato cinquanta lunghi anni ad ascoltarvi, a parlare con voi! Aprendo il negozio anche quando era chiuso, cazzo! Anche quando era chiuso! Quante lacrime ti ho asciugato, Arnie? Quante? Tu e gli altri, e le vostre cazzo di vite! Almeno vi siete ubriacati, avete potuto perderla la vostra vita! Io? Qui dentro, sempre. Cosa ci ho ricavato, cosa? Che parlo con un morto vivente! Alle 8 di mattina di un piovoso venerdi di settembre!” Si infuria il vecchio, mentre l’amico lancia occhiate nervose all’entrata.

“E poi..Forse sto sognando. I vecchi confondono il sogno col vero, non sai? ” Borbotta tra sé e sé, Saul.

“Dici che sogni?”Chiede Arnie, accompagnando la domanda con un sorriso beffardo.

“Certo che sogno! Non vedo l’ora di svegliarmi, ma sto..” Saul non finisce la frase, perché il cliente gli butta una coppia tutta stropicciata di un giornale.

“Che sarebbe..”

“Leggi, Saul.”

Arnie, con un sorriso sarcastico, osserva il vecchio leggere l’articolo di cronaca nera, situato nella pagina centrale.

“Letto? Due baristi scomparsi. Qui, nel nostra quartiere. La porta del bar aperta. Bicchieri sul bancone, tutto come se stessero lavorando normalmente. E infatti normalmente lavoravano. Tanto normalmente ci hanno servito da bere, altrettanto normalmente li abbiamo, come dire? Un po’ mangiati! Ehi, non guardarmi così eh! Io con questi cazzo di denti che vuoi.. Cosa, pensi, che faccia? Un morsichettino! Nemmeno da zombi me la cavo bene! Bene, insomma: dovevamo esser morti. Io e i ragazzi. Chi prima e chi dopo, questa è la storia. Stavamo nel nulla, nel silenzio eterno. Ci sei tu non c’è il silenzio, c’è il silenzio tu chissà dove cazzo stai! In ogni caso, in quel silenzio, continuavamo a sentire dei rumori. Piccoli, come dei suoni che riesci a captare ma per metà. Frequenze sonore, ma non so come spiegarti la cosa. Comunque bravo, che non tenti di scappare o di sparare, come quel cazzo di italiano. Cioè. non funziona proprio come nei films. No, no. Ma cosa ti stavo dicendo? Erano i pensieri dei vivi che si lamentavano della loro vita. Non solo, si lamentavano della loro e si incazzavano per gli altri. Sai, cose del tipo: spero che tizio si lasci con la donna, che non è giusto! Perché quello ha trovato una moglie e io no? Oppure è morto tal dei tali, e giù a ridere. Insomma, questi infelici che sprecano le loro vite, mentre a noi una nuova ci farebbe tanto comodo, che dici Saul? Ci farebbe comodo? Io..Io vorrei scrivere,davvero! Angela non vorrebbe battere più il marciapiede e danzare, Romeo si vorrebbe godere la sua barca, al lago, e così tutti gli altri. Tu li conosci tutti. Brutta cosa la morte, brutta e ingiusta. Per cui, ecco, noi siamo qui a divorare i vivi che non vogliono vivere e che, particolare importante, fanno di tutto per rovinare la vita agli altri. Nel senso, la povera Carrie White, si non vuol vivere.. Ma cazzo, quanto è brava! Così a lei abbiamo offerto un passaggio per il grande balzo in avanti, ma quieto. Senza dolore, lo vuoi vedere Saul?” Domanda Arnie

“Cosa?”Sussurra Saul

“Quello che.. La cosa! La cosa che abbiamo organizzato per lei!” Sorride Arnie, un sorriso buono. Pure il suo viso, i suoi vestiti, i suoi denti, che bellezza! l’uomo è sempre lui, ma c’è qualcosa…Qualcosa di buono.

E la luce? I palloncini? Il locale stesso, sembra più grande e spazioso.

Saul si guarda le mani, che hanno? Sembrano quelle di un ragazzino. E il vestito? Mai stato così elegante.

“Ok, allora, ecco.. Li faccio entrare, ok? Tu stai tranquillo, cioè più di Mickey, quel porco fascista, diciamo che non era molto tranquillo steso sul bancone, mentre noi..ok, lasciamo stare. Cazzo anche come cena ti sta sullo stomaco!” Arnie apre la porta del negozio, che è ridiventato la solita vecchia betola

Ed eccoli lì: ci sono tutti e tutte! Quante facce, quante storie e vite disperate, eppure se la raccontavano, se la cantavano e ballavano, da perdenti, da sconfitti, ma l’hanno fatto.

E tu , vecchio Saul, ad ascoltarli, invogliarli, perché lo sapevi: la vita non è meravigliosa, ma porco diavolo, se vale la pena.

Il vecchio sorride. Eccoli li, belli e contenti. Il negozio è diventato un’elegante sala da ballo

“Vuoi ballare?” Gli chiede Angela.

“Si” Risponde il vecchio

E ballando, ballando, ridendo, perdendosi nella felicità eterna dei suoi amici, dopo cinquanta lunghi anni, Saul lascia il negozio.