Desolazione

3 Ago

Giovanni non  riusciva a crederci. Il suo nuovo posto di lavoro obbligatorio lo avrebbe svolto in quel posto orribile e dimenticato da Dio ,evidentemente imbarazzato da tanta  bruttezza molesta. Certo meglio della ruota o di altre  simpatiche torture in voga nel paese. Detto questo: il paese era proprio brutto. Uno stradone pieno di buche , sarebbe dovuto essere, nelle intenzioni urbanistiche della giunta comunale, il centro del paese. Un misero bar, dove era probabile che ritenessero la parola “happy hour” una malattia temibile quanto la peste, l’ unica attrattiva per la vita, non diciamo mondana, ma di svago per la cittadinanza. Per non parlare delle case: cominciate e mai finite. Scheletri di mattoni a rammentare che ogni pretesa di realizzare qualcosa, aveva solo un’ unica conclusione: l’abbandono. E lui in quel paese doveva passarci i prossimi dieci anni, lavorando nell’albergo cittadino, che per farvi un piacere nemmeno descrivo. Non so se avete capito: dieci anni.

Così il povero Giovanni si ritrova dietro al bancone del portiere, e per giunta di notte ! Come se, per qualche strano e impellente motivo, uno sentisse il bisogno di fermarsi in quel posto , al calare delle tenebre Più il tempo passava e più si costruiva in lui l’ idea che un brutto paese crea brutte persone e brutte vite. Lo notava da piccolissimi particolari, piccole sciatterie di pensiero. Non arrivava nulla dal mondo, e non per opera della polizia politica, ma perché ai cittadini non importava un emerito cazzo. Però parlavano molto degli altri! Ogni straniero era un pericolo per il paese e per la sua gloriosa storia , che consisteva nel trovarsi a dieci chilometri di distanza dal campo di battaglia che il governo gesti contro i temibili rifugiati

Di notte Giovanni se ne stava dietro il bancone , nella sua ridicola uniforme da portiere di notte.  Guardava la porta d’entrata dell’albergo e sospirava. Pensava a chissà quali avvenimenti partecipassero i suoi colleghi diurni. Immaginava feste e simpatia a iosa, immaginava e la vita passava  Non si era accorto dei capelli che piano piano imbiancavano o cadevano, e non tornavano più. Non si era accorto che quel gran nulla, cioè la radice esistenziale del paese, lo aveva avvolto  nella sua spirale

Così non pensava o sognava più

Stava scomparendo nel grigio: vittima dell’  inedia di vivere. Delirava da solo sulla gloriosa storia del paese. Ogni tanto tornava in sè ed erano i momenti peggiori

Continuava a fissare quella maledetta porta , nella speranza che arrivasse qualcuno, ma era un dannarsi inutile Cosi, quando  era arrivata la morte a trovarlo , per lui fu un evento eccezionale e trattava la morte come un ospite d’onore:la stanza migliore, le lenzuola pulite, il frigo bar pieno. La morte,che non era abituata a quel trattamento, si era commossa  e per regalo e riconoscenza aveva deciso di far un bel dono a quel giovane cosi gentile, che le aveva fatto compagnia quella notte e riempita di attenzioni e parole dolci: a lui , donava l’ immortalità.

Per cui se qualcuno fosse passato da quelle parti nei decenni successivi, avrebbe visto un uomo segnato in viso, torvo, cupo, e con una sottile e disperata malinconia negli occhi. Nel mondo erano capitate molte cose, caduti governi tirannici, sostituiti da altri che in nome di libertà e democrazia, non lesinavano a colpire severamente gli avversari. Gli giunsero di tanto in tanto, molto raramente, anche notizie riguardante la morte di un amico, l’ex fidanzata che si era sposata, aveva avuto figli ed era diventata nonna, i nipoti cresciuti, diventati nel corso del tempo nonni anche loro. L’umanità avanza anche sotto le guerre e le dittature, il desiderio di amare qualcuno, avere una famiglia passa sopra ogni cosa.

Anche Giovanni sentiva questo desiderio, nel profondo. E allora gli veniva da piangere. Piangeva forte, tanto non lo sentiva nessuno. Non vedeva nessuno. Si erano dimenticati di lui nel mondo, forse problemi burocratici o forse quella lettera giunta decenni prima e che lui aveva gettato via, fatta a pezzi, durante un momento di sconforto. Il paese rimaneva identico a sé stesso. La bruttezza soffocante, le case mai finite,la speranza remota quasi dimenticata, che qualcuno si fermasse a far loro compagnia.

Ma loro chi? Visto che lavorando di notte, non aveva modo di veder anima viva. Era abitato quel paese, oppure tutti avevano preso armi e bagagli e via! Verso il sole.

Così la notte tentava di ammazzarsi, ma non si riusciva mai. Invocava la morte di tornare a riprendersi la sua fottuta immortalità, ma quella passava una volta sola, nella vita degli uomini.

Parlava, rideva, piangeva, da solo. Perso in una divisa sempre più lurida, fatta a pezzi, il viso stravolto fisso e fermo a un’età che da un pezzo non avrebbe più dovuto avere

Giovanni non poteva fare altro che rimanere seduto, accettare il fatto che per lui il tempo non sarebbe mai terminato, e che ogni secondo della sua esistenza sarebbe stato vissuto in compagnia di una sola e fedelissima compagna: la desolazione.

A lei le sue parole confuse, le sue risate isteriche, i pianti improvvisi.  Così, all’improvviso, tutto gli sembrò più giusto e tollerabile. Non una donna, un cane, un gatto, un amico,niente e nessuno di questo e questi. No, la sua vita aveva una compagna, una confidente. Invisibile, silenziosa, discreta, pudica, ma presente. Sempre.

“Cara desolazione…”

Cominciava così, ogni notte dietro il bancone dell’albergo abbandonato, i suoi dialoghi con la sua unica e adorabile amica.

 

 

 

 

 

 

 

 

la vergogna

27 Lug

Giunto a metà  frase, Matteo, si bloccò.  Sulle prime non capì. Controllò il post, niente. Le solite cose, le sue classiche invettive contro quei dannati rifugiati, il sostegno a un prete che pretendeva il rogo per i gay. Tutto regolare. Rammentò persino di aver difeso quel bravo padre italiano che volle difender dalla sgradevolezza di aver dei disabili psichici, termine orribile, chiamiamoli : pazzi da legare, come ospiti nell’agriturismo dove costui passò le sue tanto sospirate vacanze. Per i figli! I bambini! Mica perché i pazzi andrebbero cotti con l’elettro schock! No, noi siamo civili.

Eppure, Matteo, continuò a non capire. Rilesse il post fino al punto in cui si bloccò.  Gli parve tutto giusto e sacrosanto. Pane al pane, vino al vino, linguaggio diretto e semplice che la sua gente doveva capire.

La mia gente. Al solo pensiero sentì, avvertì, fortissima una fitta al cuore. Tanto forte che si spaventò e pensò a un attacco cardiaco. Invece no, il cuore continuava a far il suo mestiere. Bravo cuore settentrionale che fa il suo lavoro.

No, non fu quello a farlo star male. Si alzò dalla scrivania e si avvicinò alla finestra. Osservò la strada sottostante. Il bar dove tutte le mattine beveva il suo caffè. Veloce, rapido, ma con sempre una battuta sui neri o sui gay per far ridere gli avventori

“E quelli ridono delle mie battute!”

Di nuovo quella fitta, potentissima e dolorosa. Ma da dove partì e cosa colpì? Non il cuore, il cervello.. Cosa?

Si recò a letto. Si distese sul materasso e si abbandonò a un riposo salvifico, o almeno così si augurò.

“La mia gente, le mie battute, i miei interventi quotidiani “pane al pane, vino al vino”

Il pensiero di queste cose lo tormentò tanto, che si alzò dal letto. Niente riposo, non riusciva a riposare. Decise di uscire e di far colazione al solito bar.

Finalmente in strada! Si diresse quasi correndo verso il suo solito bar.  Eccoli i suoi tanto amati avventori, che ormai conosceva benissimo.

“Uela, eccolo qua il Matteo! Hai visto?Altri pesci africani sul fondo del mediterraneo” Sorrise soddisfatto il barista

Matteo non apprezzò quella battuta.  Pesci africani?  Si trovò, stupefatto, a pensare che quel barista fosse proprio un pirla.

Ricordò le immagini dell’ultima barca affondata, le parole sommerse nelle lacrime, di una giovane donna che perse i genitori, il marito e la loro unica piccola figliola.

Persi, non come oggetti , che poi magari vai all’ufficio oggetti smarriti e li ritrovi. No. Persi nel senso di morti. Provò una stranissima cosa per quella donna:  empatia.

Fu così spontanea e prepotente, che non seppe nemmeno come spiegarsela.

Seppe solo che lo colse il bisogno forte e sincero di andar ad abbracciare l’africano che stava, con la sua misera merce, là fuori da anni. E da anni umiliato e offeso in tutti i modi.

Sulle prime l’uomo fece resistenza, poi accadde qualcosa che stupì entrambi

Matteo pianse e chiese scusa.  La supplicò quasi, sta scusa.  Il giovane nigeriano si commosse e rispose con fraterna dolcezza: “ Va tutto bene amico”

Matteo, improvvisamente, capì. Vergogna. Pura, profonda, giusta e necessaria. 

Per ogni pensiero e parola spese ad alimentare ignoranza e paure, per il danno che lui fece al paese e agli abitanti. Un paese dove delle madri reputarono giusto prendersela con la direzione di un centro estivo per l’infanzia, in quanto, tra i lavoratori, vi era un rifugiato. Provo schifo e vergogna per quel padre che reputò disdicevole passare le vacanze in un campeggio avendo dei disabili come vicini. Provò schifo e vergogna per lui, per le scemenze scritte solo per alimentare quel clima di paura, piccolo e disgustoso odio verso l’altro. Si sentì male di fronte a quel matteo disgraziato e sciocco, lui -si rese conto- non era così, non volle mai più esser così. Ecco che furono tutti quei piccoli disturbi di quella mattina. Vergogna, che arrivò a salvarlo, come ultima e preziosa redenzione.

Così inspirò tutta quella brutta atmosfera di frasi idiote e scritti deliranti e li espirò con violenza,allontanandole da sè e dal mondo.

Poi, leggero e in pace con sè stesso e il mondo, ritornò al bar. Guardò tutte quelle persone. Comprese la loro infelicità, si arrabbiò per quanto fatto a loro, sarebbero stati cittadini anche dotati di umanità e buon senso, se lui non li avesse spinti sulla strada facile dell’odio facile e meschino.

“Io mi vergogno. Mi vergogno di aver collaborato a render voi e il paese, peggiore di quanto sia in realtà” Tutti lo guardarono meravigliati, straniti, basiti

Ma cosa dice…

Poi, uno a uno, sentirono uno strano, ma potentissimo dolore. Non venne dal cuore, non fu la testa….

 

 

tanti auguri

24 Lug

Eccolo, sulla poltrona, che ronfa beatamente. Oggi che è il suo compleanno e tra poco arrivano gli ospiti. Lei vorrebbe svegliarlo, ma ricorda bene gli ultimi giorni. Dolorosi, per tutte e due. Dopo venti anni la loro gatta ha detto: addio. Ha chiuso gli occhi, ed è partita verso un lungo viaggio, lasciandoli soli. Lui si è chiuso in mutismo denso di sofferenza,passando il resto di quei giorni chiusi nel suo studio a scrivere poesie per la gatta.

Tipico di mio marito! 

Pensa lei. Ed è vero, quell’uomo- che ha sposato venti e passa anni fa- comunica benissimo con la parola scritta, tanto da far diventare ciò un lavoro anche redditizio, un po’ meno con le mani e l’attenzione verso di lei e gli altri. Ci tenta e ci ha tentato, ma è più forte di lui: deve chiudersi in studio e riempire pagine di parole. Lei, al massimo, è una spettatrice autorizzata. Lei e Fiore, la loro gatta. Essa si adagiava sulle ginocchia del suo adorato padrone e lo fissava o dormicchiava, mentre costui scriveva i suoi dotti saggi geopolitici.

Lui si era iscritto a 40 anni all’università, per bisogno personale, lei si era laureata per aver un pezzo di carta. Almeno i suoi genitori erano felici. Sai quanto avrebbero rosicato i zii di Pisa? Che la loro figliola, al massimo, si era laureata in scrivere post deliranti su facebook.

Lei lo guarda dormire e si sente felice. Ogni piccolo, insignificante, secondo della sua vita, della vita del suo marito, ad ella è sempre parso importante. Le viene naturale provare empatia profonda per gli altri. Interessarsi sinceramente alle loro storie, problemi, sogni. In questo anche suo marito le è uguale. Sa che ogni mercoledì, il giorno della spesa alla Coop, lui compra vivere di ogni genere per un signore anziano, come loro, che chiede umilmente la carità.

Ecco, di una cosa è orgogliosa di suo marito: che vive secondo i suoi ideali. Non è stato facile, assolutamente! Mancava poco che finisse- durante gli anni duri del regime- in galera per le sue idee socialiste. Aveva già alle spalle tre libri che trattavano codesto argomento. Eppure non aveva abiurato. Certo non gli diedero la possibilità di scrivere per anni, vissero del magro stipendio di lei, perché – tanto bravi e democratici, secondo le parole del loro leader- per lui era diventato proibitivo trovare lavoro. Un sovversivo!

Pure i parenti si erano messi. Tutti a criticarlo, considerarlo uno scemo. Ricorda benissimo, mentre ora lo osserva dormire sulla poltrona dove un tempo coccolava la sua gatta, le litigate con il padre, anni dopo sarebbe stato suo marito a far in modo che i rapporti riprendessero normalmente.

“Anna, lo vedi tuo padre? Avrà tanti difetti, ma è un uomo- uno dei pochi- di grandi sentimenti. Si, si, spesso non espressi, ma di grandi sentimenti!”

La donna mormora codesta frase a bassa voce. Quasi impercettibile, ma sa che il suo piccolo angelo la starà ascoltando. Da qualche parte, magari in compagnia di Fiore

Aborto spontaneo, dicono.  Fatto sta che tanto ci avevano messo per aver un figlio e quello, spontaneamente, ha deciso di non far nemmeno un giro di controllo, su questa terra.

In compenso hanno avuto tanti bimbi in affidamento, e oggi, per il compleanno di suo marito, almeno una decina di essi sarebbero arrivati.

Manca solo la loro Anna. Chissà, magari si sarebbe sposata e avrebbe avuto tanti figlioli.

Una lacrima, come sempre quando pensa a lei, scende sul suo viso. Lei non l’asciuga nemmeno, lascia che le bagni la guancia e il collo.

 

Che ore sono? Oh, ma è tardi! Quasi quasi lo sveglio! No, no! Lasciamolo dormire ancora un po’. Se lo merita, non ha dormito bene da quando Fiore è morta.

Lei sa che la morte è un fatto naturale, poi c’è il paradiso. Lui le invidia la fede. Dice che a un ateo rimane solo l’oblio e la polvere. La verità, ma talora una pietosa bugia servirebbe

La donna passa in osservazione la casa. Tutto deve esser pronto. Si sente soddisfatta. Piatti e bicchieri , sedie, dolci e salati, tutto in ordine, nella grande sala.

Guarda l’orologio. Tra poco sarebbero arrivati gli ospiti. Si sarebbe riso, parlato, sarà una bellissima serata.

Lei entra nello studio del marito. Lui dorme. L donna gli accarezza dolcemente la testa. Chissà, magari nel sonno, lui è in compagnia della figliola e di Fiore, non l’avrebbe svegliato. Gli ospiti, avrebbero capito.

“Tanti auguri” Bisbiglia lei. Sorridendo e lacrimando forte

Lui dorme, ma lei sa, che da qualche parte lui la sta ascoltando e che le sorride, come ha sempre fatto in tutti quegli anni.

Decide di lasciarlo dormire ancora, tanto gli ospiti, quando arriveranno, arriveranno!

Tanti auguri”

la necessità del perdono

18 Lug

“Mi creda. per un motivo o per l’altro, li sbagliamo sempre” Il ragazzo viene strappato via dal suo magico mondo di paranoie e ansie, grazie all’intervento vocale dell’uomo anziano seduto accanto a lui, su quella panchina del parco.

“Come? Questi? Li ho presi mezzora fa. Pensavo che possano andar bene, almeno per la mia ragazza. Ora non ne sono sicuro. Che gusti ha lei? Cosa le piace?” Domanda , più a sé stesso che al suo occasionale ascoltatore,  il giovane.

“Non è facile. Deve essere una questione, come dire? Di Dna. Dopo un po’ che ci parlano, rimaniamo incantati dalle loro voci e viaggiamo in altri mondi” Conviene l’anziano

“Un modo elegante e letterario per dire che ci facciamo i cazzi nostri” Ribatte sorridendo il ragazzo.  Ridono forte entrambi.

“Può darsi, può darsi. Magari in quei momenti di shopping, di chiacchiere su anelli, vestiti, borse, veramente – in automatico- cadiamo in un ‘altra dimensione. Non certamente migliore della loro. E poi sa una cosa ? Forse ora è troppo coinvolto, non so.. Comunque, nella vita, possono capitare cose che le fan venire voglia di sentirle ancora quelle parole su cose di cui a noi, sinceramente, poco cale. ” Sul volto dell’anziano passa qualcosa di breve, come l’ombra guerriera di un antico e feroce dolore, poi scompare .

“Cosa potrebbe capitare, ad esempio?” Chiede il giovane, che non cogliendo l’espressione fugace del vecchio, mantiene un tono cameratesco e divertito

“Potrebbe capitare che non vivete nello stesso paese. Sicché lei viene a trovarti. Tu passi la settimana con il cuore in gola, ti trema il sangue nelle vene. Non hai mai conosciuto davvero l’amore. Nulla di troppo preoccupante, la maggior parte delle persone, e degli uomini, campa una normale e tranquilla esistenza senza conoscerlo. Ma tu l’hai incontrato e ora cammina accanto a te, per le vie della tua grigia città Si guardano le vetrine, si va a mangiar sempre in quel ristorante che ormai è diventato quasi una seconda casa, s va al cinema. Piangi al cinema e  non te ne vergogni. Non hai più bisogno di fare il duro, o il pirla, come fanno gli uomini tra di loro. Vivi come vuoi e non come puoi. Insomma sei rinato. Cosa potrebbe accadere? Accade che è una giornata piovigginosa. Fate le solite cose, nonostante il tempo vi sentite allegri. Talmente allegri, che non vedete quanto tempo è passato, è capitato anche a te?” Domanda, abbandonando il suo discorso il vecchio.

“Cosa? Di fare o dire anche delle scemenze, ma non voler interrompere il tempo passato insieme? Si. Ma solo con Annalisa. Solo con lei” Risponde il ragazzo, seguendo con l’immaginazione alcune giornate grigie ed oziose, che la compagnia della sua amata aveva trasformato in giorni assolutamente deliziosi.

” Questo a me e Viviana succedeva sempre. Dal primo momento che ci siamo incontrati. Le persone ti prenderanno per matto, lo sai, no? Ma, pur se fosse, sarebbe una bella pazzia non credi?Viviamo tempi assurdi e, credimi, lo erano anche quando io ero un ragazzino. Alle persone par normale vivere chiusi nel proprio io, nella soddisfazione infantile dei loro desideri, che son quasi sempre dei piccoli e mediocri vizi. Va male un rapporto? Allora l’amore fa schifo, meglio star soli, con piccole avventure insignificanti da narrare agli amici al bar. Tutte cose che fanno bene al tuo ego, ma non a te. Sì, scusa è una banale lezione di morale,  ma son vecchio, che altro potremmo mai fare?”

“No, guardi! Non è banale, la penso anche io come lei. Solo che… Ecco lei è la mia prima ragazza, o quantomeno la prima storia seria.”

“Sei molto gentile ed educato, qualità che migliorano con un pizzico di elegante ipocrisia. Ti ringrazio, per sopportare la mia presenza e le mie parole. Che regalo nasconde quel pacchetto?” l’anziano indica con l’indice la piccola scatola blu, chiusa da un nastro dorato che il ragazzo si passa nervosamente da mano in mano.

“Un braccialetto. Ma non ricordo se è quello giusto! E me l’ha detto mille e mille volte. L’ho dimenticato Dimentico sempre tutto, no! Tutto no! Posso dirle che tempo c’era di tutti i giorni che ci siamo incontrati, quello si. O che grado di felicità lei avesse, che ne so? Media, alta, altissima. Rammento bene anche i litigi. Tutti. Un primo maggio, era una giornata piovigginosa e triste già di suo, ho temuto che mi lasciasse. E ora che vita potrei vivere se lei non fosse con me? ”

“Già, che vita vivresti..” L’anziano par perdersi di nuovo nei suoi pensieri e quel velo di malinconia  pesante, soffocante, torna di nuovo sul suo viso.

“Non potresti, mio giovane amico. Non potresti. Incominci a far lavorare la mente, razionalizzare, cercare tanti modi per non pensarci. Eppure tutto, ma proprio tutto ti parlerebbe e ti parla di lei. Come se ogni luogo, ogni attimo della tua vita, il tempo, avessero imparato l’arte della logorrea. Così cerchi di uscirne in tutti i modi. Gli amici ti presentano altre donne, ti portano a puttane, ti ubriachi, ma non fai altro che peggiorare la situazione. A me è successo. Dico di perdere la donna della mia vita” l’uomo abbassa lo sguardo verso terra, come se potesse trovar qualche prezioso tesoro o un aiuto inaspettato.

“Oh, mi dispiace! Mi scusi, ecco.. Forse sono inopportuno, ma cosa è successo?” Chiede, timidamente, il ragazzo.

” Se ne è andata via. Quel pomeriggio di cui ti stavo raccontando poco fa.” L’anziano si ferma di nuovo, come se la mente rielaborasse la trama di un film tanto complicato quanto doloroso. Troppo doloroso.

“Avevate litigato? Preso un regalo sbagliato? Come il mio! ” Il giovane sorride ironicamente, quasi per cercare di rallegrare l’uomo che siede al suo fianco, ma costui non sorride, lo guarda malinconico e assorto. Poi riprende a parlare e la cosa che dice congela il sangue nelle vene del ragazzo

“Morta. L’ultima immagine che ho di lei, sai quale è? Un bacio, un abbraccio?Si, c’è stato, ma veloce, rapido, perché il treno stava partendo e poi non avrebbe fatto in tempo a tornare a casa sua. C’era.. mi pare ce ne fosse uno in Stazione Centrale, non vorrei sbagliarmi, verso le tre di notte. Così ci siamo salutati distrattamente, le ho detto : ” ti amo amore mio” mentre le porte si chiudevano. L’ho detto alla sua schiena.” L’uomo si ferma e inspira un po’ d’aria, in cerca di ossigeno, per riprendere il fiato sprecato nel dover esporre a uno sconosciuto un ricordo tanto doloroso.

“Scusi, non volevo…Cazzo, combino sempre disastri. Sono così goffo, faccio sempre delle figuracce! ” Il ragazzo vorrebbe sprofondare, sparire, si odia quando si comporta come uno sciocco, cosa che per anni era convinto di essere, ma poi succede un fatto inaspettato, che lo sorprende positivamente. L’anziano gli ha messo una mano sulla spalla destra e gli sta facendo una pacca amichevole.

“No, ma che ti scusi a fare? Sei uno di quelli che vive perennemente scusandosi, vero? Ti capisco. Diciamo che anche io ho avuto le mie belle scuse da dover dar al mondo. Alcune erano necessarie e altre no. Ma sai cosa è, veramente, l’unica cosa necessaria? Ti garba che un vecchio rincoglionito ti offra codesto piccolo segreto?”

“Oh, ma certo! Io sono talmente insicuro su cosa dovrei fare nella e della mia vita, cioè non penso che mi dica di farmi scoppiare in centro città, o rapinare una banca, no?” Ecco, ma perché non si limita a dir sì o no, invece di voler far il simpatico? Mica sei in un film di Tarantino dove tutti devono dire frasi ad effetto,  piuttosto l’individuo accanto a te assomiglia a quell’agente della C.I.A.; quello buono… Non ricordi più il titolo del film e come si chiamava il personaggio.

“No, no, niente di tutto questo! La cosa, l’unica cosa, davvero necessaria nella nostra vita è: il perdono. Tutto qui. Saper perdonare e costringersi a perdonarsi. Perché a volte non sono gli altri a tormentarci, ma siamo noi. Che non riusciamo a distaccarci da un senso di colpa, da… Non sai quante volte, oh Cristo quante, ho visto e rivisto, nella mia mente, il film di quel dannato giorno, dannato ultimo giorno. Dove ho ritardato più del necessario, oppure: ma perché non l’hai fermata? Partiva il giorno successivo, a quelli della sua azienda avrebbe detto che stava male, ma lei era sincera. Non diceva mai bugie. Ed era buona, una qualità negativa per molti. Perché pensano che bontà significhi : ipocrisia, falsità, e allora vivono una sincera vita da pleonastiche teste di cazzo! No, no, lei non era per nulla ipocrita o altro. Era buona, te lo ridico. Perché anche tu mi sembri un buon ragazzo, non so… Forse mi sbaglio, ma ci sono tanti piccoli particolari, il non detto! Ecco diamo un’idea di noi stessi sopratutto con il modo di star seduti, di muovere le mani. In ogni caso: perdona e perdonati. Non giustifica e giustificati, quello lascialo a chi è in malafede. Perdona. ”  Una giovane donna che ride allegra mentre il suo cagnolino saltella e fa le feste, passa davanti a loro, entrambi sorridono conquistati da quella piccola scheggia di pura e perfetta gioia.

“E lei si perdona? Ci riesce?” Mormora il ragazzo arrossendo. Come se la risposta dell’uomo possa condannarlo a morte

“Ho imparato. Ho dovuto farlo. Perché stavo, o meglio volevo, uccidere un uomo Non solo, volevo che soffrisse ogni secondo della sua vita. Ogni piccolo, insignificante secondo della sua vita” Di nuovo il silenzio, carico di pensieri.

Pensieri pesanti, cupi, pensieri che vorresti eliminare, ma che vengono a trovarti.

“Cosa ha combinato quell’uomo? Perché…oh, scusi! Era per via della morte..”

“Di Viviana. Lei stava tornando a casa. Dalla stazione a casa sua non ci vuole molto in bus. però decise di farla a piedi quella strada. Mancava poco a Natale e infatti il suo ultimo sms, l’ultima cosa che mi rimane di lei è : “La città è meravigliosa tutta illuminata per Natale” più o meno diceva questo. Pensava a che regalo mi avrebbe fatto, al pranzo che avremmo passato insieme. Pensava e una macchina l’ha falciata mentre attraversava la strada, davanti a casa sua.  Lei era sulla strisce pedonali. Non ha sofferto, dicono. Come se questo particolare mi fosse d’aiuto.  Lo è, in qualche modo. Perché è una difesa, per allontanare e alleviare il tuo – egoista del cazzo- dolore. Come quando ti dicono: ” Dispiace, ma almeno così non soffre più” Oppure: ” aveva una certa età” Oppure…”

“E’ solo un cane.” Dice con la voce spezzata, rotta da un antico dolore, il ragazzo

“Già. Perché non ti aiutano a vivere fino in fondo il tuo dolore, la tua disperazione? Perché devono sempre trovarti una medicina,  una pillola di filosofia spicciola. Poi ci sono quelli, per me i peggiori, che non vogliono esser aiutati oppure non ti aiutano con la scusa: solo io, solo tu, sai come ci si sente! E l’empatia, cazzo! Ma non vi hanno mai spiegato nulla circa  essa? Comunque, allora, io ero uno di quelli che si chiuse nel suo dolore. Tanto e bene da costruirmi tutta una serie di alibi, abitudini, certezze. Non mi fu difficile dal dolore passar al rancore, poi dal rancore all’odio e infine al desiderio di vendetta.”

Un bimbo, traballando sulle insicure gambette, corre ridendo sul prato. Chissà cosa pensa e cosa vede? Quale immensa meraviglia! I due provano una breve invidia per il piccolo e per quella gioia che per anni hanno voluto dimenticare e negare.

” Ho passato, riprende l’anziano, giorni, settimane, mesi, a ubriacarmi e piangere. Spesso entrambe le cose nello stesso momento. Il senso di colpa, la perdita, non so. Ero io il debole della coppia, se la gente ci vedeva come una bellissima coppia, non era per me. No, era per lei.Poi un giorno, sentì una voce interna. Chiara, limpida, forte e calma. Oh, dio quanto era calma e ragionevole: fallo soffrire. Io stavo male perché un coglione non si è fermato in prossimità, nelle vicinanze, davanti, a delle stupide strisce pedonali, capisci? Lui era il mio problema. Lui mi rovinava la vita.Così, con grande fatica e con numerose cadute alla fine ottenni quello che volevo.” L’uomo si ferma un momento per soffiarsi il naso.

“Cosa voleva?” Chiese, con un filo di esitazione, il giovane

“Incontrarlo. Vederlo. Per ucciderlo usando il suo stesso senso di colpa. Non l’avrei lasciato mai più.”

“Cosa fece? Il tizio non era in prigione?”

“Si, ragazzo mio. Era in prigione e io, con fatica e tanto tempo, ottenni infine il permesso di incontrarlo. La prima volta, quando lo vidi, ebbi un momento di esitazione. Era un piccolo, fragile uomo, con gli occhiali, la faccia gentile. Mi dissi: ” No, non può esser lui l’assassino! ” Sai me lo immaginavo pelato, con i tatuaggi, alla guida di un suv. La classica testa di cazzo, per me. Un pregiudizio, uno stupido pregiudizio che ho abbandonato con gli anni. Insomma arriva lui. Nervoso, trema un po’. Per rabbia, paura, non so. Non mi guarda mai negli occhi. Io invece lo fisso. Adoro che lui senta tutto il peso del mio sguardo. So che gli fa male. Così passano i minuti. In silenzio, perfetto silenzio. Lui non mi guarda, a parte due o tre volte, come se volesse dirmi qualcosa. Però si blocca sempre. Io, implacabile e con un’espressione che a stento blocca l’odio, la voglia di ucciderlo, non lo mollo mai.. Con qualche difficoltà più o meno grossa, indebitandomi con avvocati e altro riesco quasi sempre a vederlo. Lui non scappa mai. Potrebbe, dovrebbe, visto che la cosa lo fa star male. Ma rimane.”

“Voleva punirsi, no?” Vuol sapere il ragazzo.

“Più tardi mi avrebbe detto che era quello il motivo. Più tardi, molto più tardi. Un giorno presi delle foto di Viviana e me. Foto allegre, felici. E le mostrai a quel tizio. Lo vidi star malissimo, più del necessario. Un sorriso cattivo e divertito era fisso permanentemente sul mio volto. Gli parlai: ” Guardale. Hai visto chi hai ammazzato?” Lui si alzò di botto e se ne andò. Non mi permisero di andarlo a trovare. Non più. Era durata anche troppo, e avevano ragione. Io però non mi diedi per vinto. Quando non ero in carcere da lui, passavo il tempo a prender informazioni sulla sua vita. Su tutto quello che lo riguardava Vivevo solo per farlo soffrire, distruggerlo un pezzo alla volta. Mi riusciva benissimo, e ti dirò: mi sentivo bene! Avevo uno scopo. Alto, nobile, tutto mio: la vendetta. Una vendetta pulita, mi limitavo a tormentare il suo senso di colpa, ma portavo con me anche un coltello. Per la fase successiva: o glielo avrei dato e gli avrei imposto di suicidarsi con quello,e poi l’avrei visto morire, magari fumandomi un sigaro. Oppure l’avrei fatto a pezzi io. Ero indeciso, sai?”

“Cosa fece? Usò quel coltello?”

“No. Ma per tutti gli anni che dovette scontare non lo lasciai mai. Diventammo vecchi insieme. Dal carcere, passai a seguirlo mentre andava al lavoro, in una cooperativa, di giorno e poi tornava in prigione la sera. Lo seguivo. Lui mi vedeva. Aveva quell’espressione perenne del tipo: “Per favore, basta!” Non diceva nulla. Fui la prima e unica persona, che trovò all’uscita della galera. L’unica. Si incamminò verso casa. Lui sul marciapiede di destra, io quello di sinistra. Non lo mollai mai. Poteva agire, urlarmi in faccia qualcosa, invece non disse o fece nulla. Pareva un cristo. Un cristo laico, malmesso, solo, e io la sua croce e le sue spine. Mi piacque come idea. Deve esser dolorosa la morte in croce, ed era quello che volevo per lui.”

“Non trovò mai la voglia di innamorarsi di nuovo? Passò tutto quel tempo ad odiare e tormentare quel tizio?” Vuol  sapere il ragazzo.

“Si, ho passato decenni della mia vita a tormentarlo. E basta. Te l’ho detto; una mattina mi svegliai e scoprì con grande meraviglia di esser diventato un vecchio.Ho cominciato a tormentarlo a quaranta anni e sono arrivato ai sessanta e passa. Io e lui. Due uomini soli. Perché io non potevo perdonarlo e lui non poteva, voleva, perdonarsi. Quante brutte cose gli ho fatto, quanti giorni gli ho rovinato. A lui e sopratutto a me.Andavo al cimitero, parlavo con Viviana, le spiegavo i successi della mia missione. Lei non avrebbe mai voluto una cosa simile. Mai.Ho anche tradito la mia amata, non ho capito nulla di quello che mi aveva insegnato. Poi andavo dove abitava lui. Aspettavo che qualcuno entrasse in quel triste palazzo della piccola e mediocre borghesia. Gli lasciavo le stampe delle lettere nostre, mie e di mia moglie. Aspettavo che lui si decidesse ad uccidersi, e nel frattempo meditavo di ucciderlo, ma non l’ho mai fatto. Mai aggredito. Intanto passavano anni, decenni, non avevo più amici, avevo rotto tutti i ponti con il mondo esterno. C’era solo lui e la mia cazzo di missione. Mi alzavo e mi addormentavo pensando solo alla mia vendetta. Viviana non c’entrava più nulla, ormai.”

” Terribile, mi scusi, ma tutta questa vita. Tutto questo odio. Io pensavo di aver odiato tanto in vita mia, ma…Scusi, la sto giudicando e non ho il diritto di farlo, però…” Il giovane è confuso, scosso. Non tanto, o solo, per la storia dell’uomo, quanto si rende conto del tempo che egli stesso ha sacrificato ad odiare, provare rancore, gioire per le sofferenze altrui, togliendolo all’amore. Alla ricerca di una gioia quotidiana, di una felicità normale, come quella che sta provando ora.

Ora che lei è entrata nella sua vita.

“Hai ragione. Proprio questo che volevo dirti. Volevo insegnarti.Anche un grosso dolore, uno di quelli che ti fa smettere di ragionare, non dovrebbe allontanarti dalla voglia di vivere, di amare. Io e lui abbiamo perso tanto di quel tempo, eppure… Ultimamente, non ci crederai. mi lasciava il portone aperto. O rallentava il passo, così io lo potessi seguire meglio. Puoi in tanto dolore, trovare una redenzione? Non so… Qualcosa di simile. ” l’uomo anziano si ferma. Rimane in silenzio per un po’, come se- capendo di esser arrivato alla fine del suo racconto- le forze gli venissero meno, e avrebbe bisogno di più  tempo.

“Lui è morto tre ore fa. Tre settimane fa ho visto l’autoambulanza fuori da casa sua. Sono stato malissimo. Ho cominciato a pregare, io che sono ateo, che non fosse lui. “No, no, ti prego, qualcun altro! Prenditi pure un bambino, ma non lui!” Capisci? Ecco come mi ero, mi sono, ridotto. Si vede che a dio sto sul cazzo, così su quell’autoambulanza c’era lui. L’ho seguita e facendo un gran casino, ho cercato di seguirlo fino alla sua camera. Mi hanno allontanato. Ma io tornavo, e ritornavo. poteva mettersi male la cosa per me. Invece ieri, un infermiere mi ha detto di seguirlo, che lui aveva richiesto di me. Così sono entrato nella sua stanza. C’era quell’ordine asettico dell’ospedale, hai presente?”

“Certo. Fin troppo bene. Da bambino ero spesso ricoverato per delle forti bronchite asmatiche. Stavo in ospedale, aspettando che venissero a trovarmi i miei o qualche amichetto. Ma i miei lavoravano tutto il giorno, e di amichetti…Non li ho mai avuti. Leggevo e fantasticavo, ecco come passavo le giornate.”Ricorda amaramente il ragazzo.

“Bè. leggere e fantasticare, per quanto ne sappia, non ha mai ucciso nessuno. Anzi, semmai aiuta. Non diventerai mai una persona arida e sciocca” Sostiene con tono dolce l’uomo.  Quel ragazzo gli piace assai, si vede che è un tipo buono. E in questa epoca di stronzi, esser buoni è una grande virtù.

“Mi stava dicendo che è entrato nella sua stanza, e…” Il giovane è curioso vuol sapere cosa è capitato in quel luogo.

“Lo vedo steso sul letto. Ha quei macchinari, quelli che servono a farti respirare. Un mucchio d’ossa e senso di colpa, lì disteso. Non aveva nessuno. Non ho mai visto anima viva entrare nella sua stanza. Qualcuno che gli portasse dei biscotti, non so cose del genere. C’ero solo io. Così, timidamente, in modo impacciato, ho cominciato a prendermi cura di lui. Piccole cose, insignificanti, ma mi prendevo cura di lui. Gli ho portato quei famosi biscotti, ho letto il giornale, queste cose. Poi, oggi, prima di..Bè, prima di andarsene per un lungo viaggio, non si dice così? Lui mi ha parlato.”

Lunghe e calde lacrime scendono lungo il viso del vecchio. Che, dopo una piccola e sofferta pausa, riprende il suo racconto.

“Mi ha preso debolmente la mano e mi ha detto:” Non avevo mai avuto un grande amore, Maria lo era. Avevo costruito la mia vita basandomi su di lei. Dovevamo sposarci, io… Io ero felice come non sono mai stato in vita mia.  Poi quella sera mi manda un sms, dice che partiva. Non ricordo più per dove. Che non se la sentiva di sposarmi, non rammento nemmeno più per quale motivo.Forse giusto, forse no. Un sms. Dopo tutto quel tempo. Mi sono ubriacato, come si fa in queste occasioni. Non volevo ucciderla, io…” E scoppia a piangere.  Ora sai quanto veder piangere un altro uomo ci possa turbare, no? Ma se anche tu dovessi lasciarti andare e unirti a quel umanissimo pianto, vedresti che è la soluzione giusta. Avessimo pianto fin da subito, ci saremmo evitati tutti quei decenni di odio e colpa.

“Ti perdono, voglio che tu sappia questo. Hai sofferto e hai sprecato una vita, la tua, esattamente come me. Tu mi perdoni, sai che non volevo ucciderla”Mi chiede. Così, come se si rompesse una diga, di dolore represso, infelicità e solitudine incattivita, ho scoperto la pietà e compassione, per lui e per me. Con la voce spezzata dal pianto, io.. L’ho perdonato. Tenendogli la mano, fin quando è morto.Ora mi sto occupando della sua sepoltura e andrò al suo funerale. Non ha nessuno Solo me. Il perdono, ecco l’unica cosa necessaria, che ci rende umani, perdonare. No, non l’unica..L’altra è amare. Per cui anche se questo tuo regalo non dovesse esser quello giusto, non temere. Apprezzerà che parte del tuo tempo l’hai donato a lei, e che in quel regalo c’è qualcosa di te.  O forse no, e allora imparerai ad ascoltarla bene. Comunque l’amore resiste a queste cose ” Così dicendo, l’anziano batte una pacca amichevole sulla spalla del ragazzo, poi se ne va.

Il giovane rimane, per un lungo tempo, seduto solo sulla panchina. Si passa il pacchetto da una mano all’altra nervosamente. Poi prende il cellulare

“Babbo, si sono io. Si, è da tanto tempo…Ascolta, ecco…Ti perdono, per…Insomma per quello che è successo..”

Lentamente, mentre ascolta le parole del padre, sul viso del giovane compare un sorriso di lieve, tenera, profonda, felicità.

 

La grossa differenza

7 Giu

Dio, o chi per lui, non si era nemmeno degnato di dargli una depressione vera. Sai di quelle che ti segnano come un novello appestato o , se vivi in Brianza: un fannullone. Sicché doveva contentarsi di quel suo sottile, fragile, mediocre, malessere di vivere. Abitudine che gli teneva compagnia da un tempo a dir poco sconsiderato, visto che si stava avvicinando ai quaranta.

Spesso si chiedeva se tutto questo fosse vero o solo una sua sensazione ingigantita. Capitava che sentisse chiara da dove giungesse l’acqua nera del torrente dei suoi guai. Si convincesse e immaginasse una sua reazione, spesso scomposta e ridicola, ma poi bastava una canzone, un film, una passeggiata e, sempre, del tempo perché quel dolore scomparisse.

Daniele da sempre si riteneva una persona diversa rispetto a quello, che malauguratamente , credeva, a volte, di essere.

E questa altalena tra felicità e tristezza era snervante. Lui pensava di risolvere lasciando che la vita gli scorresse addosso. Aveva tanti progetti, ma li lasciava lì. Doveva fare telefonate, incontrare persone, cominciare a studiare? Diceva: ” lo faccio!” Poi lasciava che tutto scorresse. Che nessuno abbia qualcosa da ridire! Lui metteva in pratica la lezione di Eraclito: tutto passa.

Nondimeno, se dovessimo guardarlo più attentamente, potremmo scorgere in questo piccolo e insignificante essere umano, qualcosa che si possa definire: Bellezza. Nelle più remote profondità del suo essere, signori miei, stento pure io a crederci, esisteva un’anima a suo modo pura. Era celata una personalità resistente,  capace di fare cose concrete, di mettersi in gioco. quasi la temesse non la metteva mai in evidenza. Né con se stesso, né con i suoi , né con i suoi amici. La purezza che aveva lo spaventava in qualche modo. Non era bello, non era desiderabile, nessuna si sarebbe innamorata di lui, non aveva grandi doti intellettuali, men che meno manuali, sul lavoro era sempre goffo e pasticcione, non avrebbe trovato nessun lavoro.  I suoi a volte si domandavano da dove venisse quello strano essere, ogni tanto aveva anche l’ardire di metter in discussione qualche regola, che poi regole…Tra tutti avevano i loro bei problemi, risolti male, risolti nel creare sensi di colpa, nel rifugiarsi in un dolore che non può esser superato o condiviso. Generatori automatici di ansia. Per pigrizia, comodo, e anche perchè tanto era inutile si facevano cose, si viveva come si poteva. Eppure quanto amava i suoi genitori, anche se non lo ha mai detto a parole, come si conviene in certe parti, ma sapeva anche che un figlio non può vivere a lungo con i suoi. Non avrà mai una sua personalità, ma il risultato delle scelte dei genitori. Per questo il padre insisteva con la storia dell’assicurazione della macchina. In pratica la macchina e assicurazione risultavano intestati a lui, ma a pagarla era il padre. Tutto per non spender 500 euro di passaggio di un mezzo che Daniele non usava mai.  Lui aveva detto e ridetto più volte che quella cosa non la voleva fare, aveva fatto presente che suo padre considerava inopportuno perché inutile avvisarlo di quello che stava facendo. Questa cosa lo gettava nella rabbia più assoluta e in una presa di posizione che non amava avere: questa volta è no. Ma sapeva anche quanto era debole. Il senso di colpa, l’affetto che provava comunque per i suoi, tante cose e alla fine avrebbe detto si. NO! Si diceva con rabbia.

Questa è una piccola cosa, come piccolissime erano state altre esperienze negative. No c’è un vero dramma in questa storia. Perché se ci fosse, sicuramente, tutti sapremmo chi condannare, chi giustificare. Potremmo se Daniele vivesse un dramma psicologico devastante e profondo, aiutarlo per compassione o respingerlo. Qui invece è tutto più sfumato, grigio. eppure esiste.

Come esistono i suoi pensieri di violenza. il tipo dell’eni che pretende di leggere la sua bolletta del gas, il titolare di una nota catena di supermercati, il professore universitario che sicuramente lo deriderà,il giorno degli esami per un concorso pubblico al fine di occupare un posto che con lui non c’entra nulla. Quando ha questi pensieri li accompagna anche con le mani come se davvero picchiasse qualcuno. Si vergogna di questo.

Come si vergogna del porno, delle seghe, delle donne di dubbia moralità,  del pensiero costante, sesso= punizione. Perché uomo.

Eppure è da anni che ha chiuso brillantemente la sua carriera di possibile maniaco sessuale. Anche se il pensiero sesso= niente amore / punizione, forse quello è difficile da superare.

Lui stava bene se ascoltava musica, vedeva films, scriveva, leggeva. Era anche di compagnia, eh! Aveva i suoi amici, la sua attività politica, considerato dai suoi clienti come una persona gentile e buona. Ecco cosa era: una brava persona. Che a volte cedeva a un sua deformata personalità. Un interminabile saliscendi.

Così era arrivata l’abitudine, il non chieder più nulla alla vita, la rassegnazione. Fino al gesto sciocco di voler a tutti i costi far innervosire persone che avrebbe tanto voluto aver come amiche.

Nondimeno vi era anche una furiosa gioia, una grande empatia, una voglia di innamorarsi, sposarsi, vivere in pace con tutti. Quanto desiderava che fosse possibile viver in pace con l’universo e le persone che si incontrano lungo la strada. Come vi ho già ampiamente informato, precedentemente, viveva in un continuo sali e scendi. Impercettibile, fragile, tutto quello che vuoi, nessuno che gridi al dramma, nessuno che lo possa veder- nemmeno lui- eppure… Eppure eccolo lì agitarsi nei suoi pensieri.

2

La storia non segue mai una logica ferrea, e il destino, lo sappiamo bene, ama stupirci con atroci scherzi e dolci meraviglie. Così, mentre lui si godeva il suo vivacchiare e si immaginava morto e dimenticato per mesi in casa sua; a una certa età, si intende. L’amore arrivò.

Non si era manifestato subito, non era un colpo di fulmine, ma era arrivato piano piano con il pudore e il passo lieve delle cose belle e che rimangono.  La prima cosa che aveva scosso e colpito, Daniele, era l’attenzione alla parola, il sentirsi compreso, quando nemmeno lui lo capiva, e poi c’erano altre cose più profonde e misteriose. Quando non sei abituato all’amore non sai nemmeno dar un nome ai suoi elementi più cristallini.

Ma lei c’era. Aveva preso l’abitudine di inviarle un buona notte, prima di coricarsi, e si era meravigliato che lei rispondesse sempre, anzi che le facesse piacere. Guardavano film e serie tv, il sabato e il martedì, ognuno da casa propria, ma sentendosi per cellulare o scrivendosi sms

Così era cominciato tutto, sopratutto perché lei decise di render noto che il sentimento d’amore valeva per entrambi.

Sai cosa vuol dire rinascere? Ecco come si sentiva lui.

Ora che volete che vi dica? Vissero felici e contenti. No, vissero: come esseri umani. A volte felici e contenti e altre volte no. Daniele si portava ancora dietro quel suo sottile malessere, quel non saperselo spiegare, lei si lamentava della mancanza di attenzioni fisiche da parte del marito, di coccole. A volte litigavano e stavano male entrambi.

Potevano fare come molti: dirsi addio. Ma entrambi quando sceglievano, era per sempre.

Per cui, eccolo Daniele! Seduto nella sala d’attesa della sua psicologa. Oggi la prima volta, il primo appuntamento, la prima seduta. Lo stanzone bianco e gli altri pazienti non gli danno gioia e voglia di esprimersi, ma ha deciso che deve farlo

La grossa differenza sta qui: quando stai o pensi di star male, ma non sei solo non vuoi adagiarti su alibi e abitudini. Hai paura, non sai che dire o fare, ma va bene così.

Oggi:7 giugno 2016 stai cominciando a risalire

 

“Mi chiamo Daniele, e sono nato due volte. La prima il 1-9-77, e poi quando mi sono sposato”

 

Una piccola fine del mondo

13 Apr

Da quando Valeria era morta, Dante non perse solo la moglie, ma tutto un mondo.  Lo so, detta così sembra un’esagerazione, probabilmente per molti lo sarà, ma mettetevi nei panni di codesto uomo, forza provateci! Ecco i suoi pantaloni, le sue camicie, i calzini, tutto quello che un uomo indossa per il tempo che rimane unito a una donna. Non avete mai contato quanto indumenti, piccole frasi, gesti minimi di affetto, compongono un rapporto sentimentale? Di qualsiasi tipo.  Sono cose che ci sfuggono: il lavoro, la casa da sistemare, lo stipendio e come arrivare a fine mese, insomma: la vita. Questo succedeva anche a Dante. Anzi, pensava: ” Vabbè quando torno le dirò che l’amo, le porterò quel mazzo di Iris che tanto le garbano” E ci credeva. Ma tra una crisi lavorativa, una litigata con la direttrice della banca, la tentazione di assassinare l’ennesimo piccolo imprenditore del pennello e dei disastri in casa d’altri, cosa rimaneva a lui? ” Domani le dirò. Domani farò”

Sapeva come a Valeria brillavano gli occhi quando riceveva un regalo, un tanti auguri, come era felicissima di festeggiare il Natale. A volte pensava, il buon Dante, che a raccontar agli altri come era sua moglie, potesse passare per un ingenuo, un pirla. Dove esistono persone come lei? Gli amici illuminati proponevano serate al bar e poi belli carichi di alcol a far il puttan tour, il capo gli rammentava che proprio nei momenti di crisi i lavoratori devono esser più presenti sul posto di lavoro. L’umanità intera ci teneva a sottolineare come l’amore fosse un momento passeggero, un ostacolo alla soddisfazione dell’Io. Eppure, accanto a lui, c’era una donna che era proprio l’opposto di queste infelici che parlano di libertà effimere. Probabilmente sarà una donna ipocrita, ma non vi erano prove schiaccianti in merito.

2

Ora, quando lo vedete strascicare i piedi per via Puccinotti o fermarsi in piazza Vittoria a fissare chissà cosa, dovete pensare che costui è stato per un certo tempo un uomo felice.

La felicità ci spaventa assai. Perché pretende, scalpita, non si accontenta e non concede alibi. Per esser felici uno deve obbligarsi a esserlo. Meglio quindi nascondersi dietro al proprio dolore, alle proprie insicurezze e Dante era cosi. Metà della sua giovinezza a sognare di scrivere, far musica. Sognare. Solo quello, senza metter nulla in pratica. Non pensava di esser abbastanza interessante tanto da permettersi il lusso di lasciare una traccia di sé, nel mondo o nel cuore di qualcuna.  Potremmo aprire il libro della sua idea balorda d’amore, l’innamorarsi di persone sbagliate, con tenacia e dedizione assoluta per codesta infausta causa. Le sue giornate tra youporn e il divano. l’idea che qualsiasi cosa dicesse o facesse sarebbe finita assai male.  D’altronde come lavoratore era abbastanza maldestro, disorganizzato, ansioso, da combinare disastri su disastri e non aver la minima fiducia in quel che faceva o diceva, e l’amore era qualcosa di lontanissimo. Impossibile.

3

Fino a quando: eccola arrivare! Più tardi, durante i suoi giri a vuoto nel quartiere di San Jacopino, Dante si stupirà assai di come fosse stato facile incontrarsi ed amarsi. Forse troppo. Una cosa naturale. Iniziata come amicizia e finita in matrimonio due anni dopo.

In chiesa loro due erano i più calmi. C’era poca gente, si erano sposati un giorno feriale e la maggior parte erano al lavoro, ma per tutti quel loro matrimonio era stato davvero speciale. Solo la celebrazione della coppia, dell’unione, fino a che…

 

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…morte non ci separi.

Dante si blocca sempre di colpo quando pensa a questa frase e gli viene un dolore fortissimo allo stomaco, gli bruciano gli occhi, perché non ha più lacrime da versare, e lo assale un terrore assoluto e profondo. La morte cancella tutto, non rimane niente, dove sei ora amore mio? Nel nulla. Quante volte in vita non ho fatto di tutto per renderti felice, quante volte mi è sembrato normale che tu ci fossi, come è normale che vi sia il sole d’estate.  Ho dato per scontato.  Il terrore avanza nelle vene, gli ruba ogni pensiero. Come il dolore, devastante e profondo, lo piega senza lasciargli respiro alcuno.

Prima, appena lei era morta, lui era ancora abbastanza giovane e forte da far il giro, non solo delle strade che hanno visto camminare  e danzare il loro amore, ma anche delle città viste insieme: Venezia, Roma, Napoli, poi con il tempo e la mancanza di forza nelle gambe, i giri si son limitati al vecchio quartiere e alla via dove hanno abitato per tantissimi anni insieme.

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Tantissimi? Non così tanti per molti, tra amici e parenti, ma per lui parevano assai. Forse che quando si ama cambi anche la percezione del tempo? Forse. Eppure non erano abbastanza. Dante si rendeva conto che, nonostante la sua buona volontà, non aveva fatto poi molto per lei. Eppure l’amava totalmente. Cosa mancava? Una carezza in più, una parola, un regalino inaspettato. Piccole cose. Sono loro che poi ci terranno svegli di notte, accusandoci di quanto siamo stati pigri e poco attenti.

Oppure lui si faceva troppo male? Esagerava nelle accuse e nell’autocritica? Qualche volta pensava di sì. Pensava pure quanto siamo banali noi esseri umani. Aveva visto, anni e anni fa, un film nel quale un vecchio ogni mattina parla con gli abiti della moglie. Come se lei fosse viva. Lui faceva lo stesso

6

Si recava, quasi tutti i giorni, da un fioraio che stava lì vicino e comprava ogni volta un mazzo di fiori diversi. Ci andava perché il negoziante non sapeva che Valeria fosse morta, così facevano lunghe chiacchierate: sulle moglie, il matrimonio, la vita che cambia quando ami una persona. Talmente tante volte parlava al presente di Valeria, che gli pareva vero che lei fosse viva. Di notte, pensava a cosa avrebbe detto al fioraio, dove sarebbero andati il prossimo week- end. ” Ti va se andiamo a Napoli? Da tantissimo che non mangiamo una frolla presa da Attanasio!”

E lui ci andava davvero a Napoli. Si immergeva nella città tanto amata da sua moglie, perché attraverso i suoi colori, odori, le chiese e l’arte, sopratutto il suo popolo, rivedeva Valeria. I vicoli erano le sue arterie, il lungo mare le gambe, così via. Rideva, piangeva, aggrappandosi a quel momento di confusione assoluta tra morte e vita.

7

Non c’è cattiveria, solo che la gente dimentica. Così piano piano, molti amici e amiche sono svanite, le loro vite hanno richiamato all’ordine quelle persone. Per cui il “come stai” era detto, ma la risposta non ascoltata. Perché nelle loro teste i piccoli e quotidiani problemi del vivere li allontanavano da Dante.

Il quale sprofondava in una solitudine fin troppo affollata: di ricordi, pensieri, sensazioni, immagini e suoni che gli facevano tremare il sangue nelle vene e lo distruggevano con la loro insistita dolcezza.

Perché quando nella tua vita entra la Bellezza, come fai ad abituarti alla sua perdita? Lui non ci riusciva e si accusava della morte della moglie, dei suoi fallimenti che son tantissimi, o rideva sguaiatamente rivedendo un film tanto amato da lei, o piangeva ascoltando una canzone che lei aveva particolarmente amato.

 

8

Smise anche di andar dal fioraio. Un giorno, un bel giorno primaverile, l’uomo chiese a Dante, formulando la domanda ridendo come si fa tra amici, dove mettesse tutti quei fiori.

“Al cimitero” Si sentì rispondere Dante.

Fu come far scoppiare una diga: tutto il dolore, la sofferenza, l’angoscia, del mondo lo travolse e lo trascinò fino alla fine dei suoi giorni

9

Poi qualcuno disse: “Ah, si! Lo conoscevo. Girava sempre qui in giro. Poverino, avrà avuto il suo problema, eh. Anche se non era bello ritrovarsi un barbone fuori casa eh!”  “Si, ora che me lo dici lo vedevo al parco. Seduto per ore, spesso rideva e parlava come se avesse qualcuno accanto. Mi faceva un po’ paura”

“Ma no! Era bravissimo. Quando passavo con il cane mi sorrideva sempre e mi chiedeva del mio Achille. Quando è morto il mio cane e lui mi ha visto, è venuto da me e senza dire nulla mi ha abbracciata. Io sulle prime ero spaventata. Poi mi disse: “Pianga non si vergogni. Se avessi saputo piangere non avrei sofferto così tanto” Ed eccomi li, in via Vittorio Emanuele , a piangere come non ho mai fatto in vita mia. Ti dirò: mi sentivo benissimo. Per questo andrò al suo funerale”

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“Amore, dai! Non sei ancora pronto? Sbrigati che facciamo tardi”

Nel sonno, Dante credette  di sentire la voce di Valeria. Aprì a fatica gli occhi.. Ed eccola lì.

“Amore…Amore, sei tu? Sei tornata, allora? “Mormora l’uomo, mentre sente il labbro tremargli e una prepotente voglia di piangere e ridere: eccola lì! Con i suoi pantaloni con disegnato Mickey Mouese, il suo cappello “che fa tanto Virginia Woolf”, gli occhiali da sole. E la loro valigia. Che li ha seguiti fedelmente per tantissimi viaggi.

“Tornata? Ma io non sono mai andata via. Ero con te, non ricordi? A casa,  in strada, quando andavi dal fioraio. Sempre con te. Però ora ti devi sbrigare! Te l’ho detto ci aspetta un lungo viaggio. Sono sicura che ti piacerà tantissimo. Forse ancor più di Livorno!” Disse ridendo Valeria.

Poi gli diede la mano, lui la strinse. Si alzò e cominciarono a camminare. Lungo la strada le parla di tante cose, ride, si sente felice. Vivo, proprio ora che andava incontro alla morte.

buio

5 Nov

Si vergogna sempre un po’. Non è facile spiegare alle persone che lui non “ha paura” del buio in senso astratto e infantile, non è tanto l’oscurità a terrorizzarlo, ma il fatto che il buio abbia come una coscienza propria. Una volontà di caccia, di fargli del male. A questo punto, ineluttabilmente, l’altra persona comincia a far  quella faccia. Quella di chi non comprende e ha paura di trovarsi in compagnia di un pazzo.

Un pazzo. D’altronde proprio per codesto problema è stato da un psichiatra. Non arrivando a risolvere nulla.  Gianni pensa spesso a quando tutto è cominciato. Lo ricorda bene. Benissimo.  Si trovava a casa dei nonni nel paese di Santa Luce,  in Toscana. Era un bambino come tanti. La scuola che lo tormentava, gli amichetti, i Goonies da vedere e rivedere con la mamma, che il babbo – autore di saggi scientifici- detestava profondamente. Insomma una normale infanzia di ginocchi sbucciati, fantasie e la sicurezza che babbo e mamma siano al mondo per difenderci. Sempre. Tutto era filato liscio, fino a quel giorno.

Era stanco morto. Tutto il giorno a correre, a scoprire quella parte d’Italia che vedeva sempre d’estate, perché il resto dell’anno lo passava a Lissone. Un noioso paese della provincia milanese. Sicché ogni giorno dai nonni era visto come un giorno in paradiso. Inventava sempre tante storie, aveva una grande fantasia, cosa che preoccupava un po’ il babbo, uomo razionale e di poco sentimento. Ma la mamma! Ah, la mamma! Era contentissima di suo figlio, delle sue storie, delle sue fantasie, e non “ balle”  come diceva sempre il marito. Lei non pensava affatto che fantasticare, sognare, avere una grande immaginazione, e un bambino che non scomparisse mai dal e nel cuore, fossero cose di cui vergognarsi. Non fosse per il figlio, forse lo avrebbe già lasciato quel suo marito così serio e senza un momento di sana stupidera.

Sua madre pensava così fino a quando….

2

Le risate della nonna, del nonno, di sua madre. Una cena gustosissima, e tanto vino che era finito principalmente a farsi un giro turistico per vene del babbo. Infatti, quanto rideva! Tantissimo. Così, appagato da una giornata a dir poco splendida, il bimbo andava a dormire.

“Buona notte amore mio, vuoi che tenga accesa la luce?” Gli chiese sua nonna.

“No” Rispose, dandosi il tono di un ometto adulto, il bambino.

“Non hai paura del buio?” Domandò l’anziana

“Ma no! Nonna, sono grande io!” Protestò Gianni.

Sua nonna così uscì dalla stanza e spense la luce.

E tutto cominciò

Sulle prime non se ne accorse, non era la prima volta che faticava ad addormentarsi. Si ricordò che, su insistenza del padre, lo portarono da un dottore per comprendere il suo problema. Niente. Non aveva niente.

Così pensò che era una delle sue “soliti notti”, di solito appena capitava, lui si metteva a fantasticare su mondi lontani, sugli eroi dei suoi fumetti preferiti. Solo che…

Cosa c’era nel buio?  Forse se lo era solo immaginato, ma gli era parso di averlo avvertito. Un leggero movimento, un sospiro, uno scricchiolio? O forse tutte e tre le cose insieme? Spalancò gli occhi per poter vedere, ma era impossibile. Era come se fosse diventato, improvvisamente, cieco.  Girò la testa a destra e a mancina, ma nulla . Non vedeva nulla. Però sentiva. Ma cosa?

Si alzò di scatto dal letto per andar ad accendere la luce, l’interruttore doveva esser lì, vicino al letto, si buttò con il cuore in gola e un vuoto feroce, devastante, che gli squarciava lo stomaco, come per dar via libera al più grande urlo di terrore che un bambino potesse mai emettere. Fu proprio quando toccò il pavimento che si accorse di cosa stava capitando.

Il pavimento sembrava bagnato, ma in modo strano. Come se fosse un impasto di sabbia e acqua. “Se mi muovo sprofondo” Pensò Gianni.

3

“La voce della mamma!”, pensò il bambino. La sentiva in corridoio, ridacchiava, e anche i nonni. Tutti. Tranne suo padre, che aveva un tono..Non riusciva a capirlo, ma era come canzonatorio, deridente. ” MAMMA!!!” urlava nella sua mente, ma il grido gli moriva nella gola, trattenuto. Mentre dal pavimento il buio si alzava lentamente, in piccolissimi e fragili fili, che lo legavano e lo trascinavano verso il basso. Stava annegando, inghiottito dalle tenebre.

Poi la paura lo fece agire, cercò di divincolarsi, di spezzare quei fili.  Ma ogni sforzo pareva vano, piano piano quelli che prima erano dei sottili fili, si stavano trasformando in altro:  in tentacoli.

Ricorda, oggi uomo adulto e vaccinato, di come si concluse quella notte. La mamma entrò in camera sua, disse attirata dalle sue urla di bimbo spaventato, e con lei, nella camera, arrivò anche la luce. La sua salvezza.

4

Fu la prima notte di un lungo periodo. Il terrore per il buio non era nulla in confronto a veder i suoi genitori, nonni, amici, guardarlo come fosse un pazzo scatenato. Così andò per anni in terapia. Furono anni terribili, sua madre stessa era cambiata. Non amava più ascoltar le storie del figlio, e a lungo andare il rapporto con il marito ne soffrì.  Tanto da portare Gianni a ritenersi colpevole di quella rottura. Lui e le sue storie.  Il leggero movimento, il sospiro, lo scricchiolio. O tutte e tre le cose insieme.Il lungo match che vedeva sua madre incline a farlo dormire con la luce accesa e il padre deciso a “salvare il figliolo”, si risolse il giorno in cui l’uomo abbandonò moglie e figlio. Prendendo al volo l’occasione di un lavoro in America. Rimasti soli i due vissero in una simbiosi fatta di paura, voglia di protezione, amore profondo ed escludente ogni rapporto con gli altri.

Gianni potette dormire con la luce accesa. Per un po’ la paura del buio venne allontanata.

5

Ma la vita viene a cercarti, nonostante tutte le protezioni che tua madre, per un senso di amore infinito e malato, possa inventare. Puoi  costruire tante campane di vetro, cambiare serrature, sprangare porte e finestre, ma essa, indifferente a tutto e a tutti, arriva sempre a prenderti e a portarti con sé.

Così venne anche per Gianni: si chiamava Lea.  Lui aveva passato l’adolescenza nascosto, chiuso nel mondo delle formule matematiche, nella perfezione dei numeri, della geometria. L’abitudine, fidata amica degli uomini alla deriva, lo aveva salvato diverse volte.

E non solo in senso metaforico.  Una notte, per esempio, la lampadina della stanza si fulminò. In piena notte. Gianni, allora poco più che tredicenne, trattenne il fiato coprendosi con le coperte fino al naso. Fissando, paralizzato e cosciente, quel terribile buio, quella oscurità. Per un po’ non successe nulla. Non saprebbe dirvi per quanto tempo, diciamo un po’. L’attesa gli bucava lo stomaco, irrigidiva le gambe, stuzzicava la vescica.

Poi si fece vivo. Un leggero movimento, un sospiro, uno scricchiolio, oppure tutte e tre insieme. D’istinto si tirò su le coperte fino alla testa, trattenendo fiato, urla, paura, piscio. Avvertiva qualcosa che si muoveva, ma leggermente. Di millimetri in millimetri, con calma. Come se sapesse che tanto nessuno li avrebbe disturbati. Come se godesse nel gustarsi la paura del ragazzino.

“Sto galleggiando” Penso Gianni. Il letto, effettivamente, era come se fosse una barca in pieno oceano. Dapprima piano e quasi impercettibilmente, infine con maggior vigore, il letto si muoveva come se ci fossero delle onde. Il Buio lo stava sballottando da una parte all’altra della stanza. Che improvvisamente non c’era più. Via le pareti, la porta, chi l’avrebbe sentito urlare? Gianni si manteneva con forza aggrappato al letto, attento a non cadere sotto. Sentiva che l’oscurità voleva questo da lui. Che cascasse. Per divorarlo.

Il terrore aumentò quando il letto cominciò a girare velocemente su sé stesso, come se fosse finito in un gorgo. Sentiva la densità appiccicosa, il sapore amarissimo, come se gli buttassero pece all’aranciata amara in gola. Vedeva il letto svanire nel buio, come le sue gambe, il pube, la pancia, lo stomaco.

Poi urlò e sua madre arrivò ad accendere la luce.

6

Quando la vita arrivò a trovarlo e gli presentò Lea, gli parve di tornare a rivivere. Per un po’ scordò le lampadine, le torce elettriche, la sua lunghissima battaglia contro il buio. Contro la fame delle tenebre. Sua madre non la prese bene, lei si era abituata a sacrificarsi per salvare il figliolo e ora? Così, Gianni, conobbe anche il dolore di lunghi  e feroci litigi con l’unica persona che le era rimasta di fianco. L’amore e una vita però non aspettano. E non è nemmeno educato far aspettare loro.

Con Lea cominciò una nuova vita. Andavano in giro per musei, al teatro, passavano travolgenti week end di passione. Dapprima lui insistette per dormire con la luce accesa. Temeva che lei lo deridesse, ma non capitò mai. Era divertita da questa cosa, ma lo amava tanto. Così che una notte si addormentarono insieme, abbracciati, nel buio. Gianni, terrorizzato, aspettava che si palesasse l’orrore. E invece..Non la paura, ma l’amore per quella donna venne a far compagnia ai suoi pensieri. E così sconfisse il buio, lasciò sua madre a gestire una solitudine cattiva e figlia del peggior amore malato, cominciò a vivere.

7

Fino ad oggi.

Per festeggiare il loro anniversario, ormai sono passati dieci anni, hanno deciso di andar in vacanza in montagna. Il paese, mai sentito nominare da Gianni e pressoché introvabile sulle cartine, era un piccolo villaggio dalle parti della Val di Fassa. Lei gli parla sempre molto bene di Vigo, Pozza, Moena, Canazei. Ama la montagna lei. Lui scherzando dice che più che una donna, potrebbe esser un folletto, per il suo viso che rammenta un po’ vagamente codeste creature. Lei ride, ma gli occhi sono seri. Ironia e autoironia al femminile.

Lui lavora come responsabile dell’amministrazione di una importante ditta milanese. Lei è una restauratrice. Vivono una vita tranquilla, fatta di piccole e durature cose.  Il quotidiano che non diventa mai noia. L’amore insomma. Gianni pensa che durerà per sempre. Purtroppo è il “per sempre” che non la pensa così.

8

“La casa è questa Da qui può vedere anche il paese sottostante. Ci è mai stato?” Chiede la padrona di casa a Gianni. Ma l’uomo non ascolta. “Ascolta, devo dirti qualcosa..”  La voce di Lea, rimbomba ovattata e appiattita nella testa e nel cuore.

“Come?”Domanda l’uomo sopra pensiero

“Niente, ma la signorina arriverà?”

“Si, si. Oggi non poteva esserci, domani..” “Non so cosa sia successo. Non sei tu. Sono io”

Gianni rimane da solo in casa.  Quando si reca a dormire non spegne la luce.

9

La padrona ha brontolato un po’ perché l’affitto da due persone è diventato di uno, ma ha compreso la situazione. Gianni fa lunghe camminate in montagna, si sente vivere nella natura, ma il dolore è sempre lì. Lei non c’è più. Se ne è andata via. Senza una vera ragione. Lui si tormenta nella ricerca di una verità, ma che può fare? A volte sente sua madre ridere: ” Sarai mio, sempre!” Freddi brividi percorrono come corrente elettrica la sua spina dorsale.

A casa ha poco da fare: legge, gioca a solitario, guarda dalla finestra. Tutto scorre tranquillo fino a quando…

Il buio si avvicina. Lentamente. La prima volta si prende, con calma e gusto, le cime della montagna, poi il bosco, poi la strada e le gallerie e comincia a scendere.

Sta venendo da lui.

Gianni sente la paura che si stiracchia, sbadiglia, e si risveglia nel suo cuore. Ora lo sa: è solo. Non c’è la mamma, non c’è Lea. Il buio aspettava solo questo.

“Ma ho la luce! Le lampadine! Non può prendermi” Ride isterico l’uomo, osservando l’avanzata placida delle tenebre. Sente anche la risata soffocata dell’oscurità. Una cosa maligna, senza tempo, una cosa antica. Una cosa che è la madre degli Antichi. Il terrore puro.

10

Potrebbe scappare si dice una mattina. Il buio sta arrivando per lui, ma lui può scappare. Dove però? Lo verrebbe a cercare. Lo sta braccando da così tanto tempo.

Certo, però, prendi la macchina! Ora! Gianni si precipita nel cortiletto della casa, dove tiene la sua automobile. Non c’è. Dove è finita?

“Ma lei è venuto in treno! Non ricorda?” Domanda sbalordita la sua padrona di casa.

“Ma no! Ma no! Ero in auto!”

“Per niente, le dico! Non rammenta che è venuto mio figlio a prenderla alla stazione di Trento?”

Immagini confuse si agitano nella testa di Gianni. Lui in macchina, lui al volante, lui  su un treno, lui e la paura della galleria dove tutto è buio. Il leggero movimento, un sospiro, lo scricchiolio. O tutte e tre le cose insieme.

“Io..”Comincia a mormorare stravolto, assente

“Senta, si riposi questi due giorni. Poi torni a casa e cerchi aiuto, ne ha bisogno. Perché urla di notte dalla finestra? E chi ospita con sé la notte? Mi hanno detto che si sentono dei rumori…” Ma Gianni è già in strada, diretto verso la casa che ha preso in affitto

11

Ormai il buio si è preso anche il paese. Casa per casa, via per via, lui ha tentato di avvisarli, ma nessuno lo ascolta. Nessuno. Lui,dietro i vetri lo vede avanzare. Eccolo è lì fuori. Attende e si diverte, l’oscurità. La paura, il terrore della preda, è l’energia che la tiene in vita da millenni. Da prima che gli uomini inventassero il fuoco  e la corrente elettrica, per tenerla lontana. Possono farlo, possono tenerla lontana. Ma il buio arriverà sempre. E prima o poi vi ingoierà.

Gianni, tremando, apre la finestra e allunga timidamente la mano fuori. Eccolo! Ora lo sta toccando. Una materia sabbiosa, gelatinosa, liquida e solida, allo stesso tempo, e quell’odore acido, pungente. L’odore della paura, che da millenni mangia insieme alle persone che riesce a imprigionare. Piano piano un tentacolo buio e implacabile avvolge il braccio, la spalla, poi….

L’uomo chiude con violenza la finestra, spezzando il tentacolo. Sente l’urlo del buio. La rabbia della notte e ride!

“Vaffanculo, figlio di puttana! “Ride l’uomo sentendosi forte e vincente

Il buio si ritira, sconfitto. Lui, Gianni, ha vinto.

12

Il miglior giorno della sua vita. Beato, contento, felice. Ha vinto la sua battaglia. Gira in montagna, va a Trento, si diverte. Ormai non ha più paura.

La sera si prende una pizza e la mangia con gusto, guardando la tv.

Toc! Toc! Un lieve movimento, un sospiro, uno scricchiolio. Fuori dalla finestra. Ma è ancora chiaro, cosa sta succedendo? Gianni si alza e in punta di piedi si avvicina alla finestra. Chi bussa? Solo che una volta vicino, si accorge che non sta bussando nessuno. Sono gocce. Piccole, delicate, gocce d’oscurità. Filtrano dalle fessure della persiana chiusa.

No. Solo questo riesce a pensare. Irrigidito, teso, con un senso di liquido caldo che scivola giù per i pantaloni. ” Ti sei pisciato addosso”  la voce del padre.

Le gocce ora hanno preso maggior forza: il mar di tenebre sta filtrando dentro casa. con sempre maggior impeto. Gli bagna e avvolge le scarpe, poi le caviglie, sale sulle gambe. Aumenta sempre di più, come acqua. Come il lago di Santa Luce, che tanto lo spaventava perché non sapeva cosa c’era sotto.  Si sente afferrare, piccoli e tenaci tentacoli, che lo trascinano verso l’abisso.

Un lieve movimento, un sospiro, uno scricchiolio. Il buio è vivo. E ha fame. Tanta fame.

 

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